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18 marzo 2020 3 18 /03 /marzo /2020 23:06

 

 

 

 

La canzone COMUNQUE BELLA di Mogol e Battisti, per “Canto-mandolino o fisarmonica” porta il copyright del 1972. E’ intestata alla Edizioni Musicali ACQUA AZZURRA s.r.l. con tutti i diritti riservati e perciò suppongo che sia finita nel calderone giudiziario che ha liquidato la società l’estate 2019.

E’ nota al grande pubblico come lato B del 45 giri uscito il 24 Aprile 1972 per la discografica Numero Uno, il disco che al lato A propone I giardini di Marzo, canzone vincente, ancor oggi cantata negli stadi italiani. E’ un gioiellino lento dal sapore intimistico che si caratterizza per il colpo di percussioni ad alto volume sul do maggiore che sottolinea la parola “BELLA”, comunque. Si tratta di un colpo emotivo oltreché musicale molto indovinato perché si pone al centro sia della melodia che del testo. La donna cantata è BELLA e ciò basta a risolvere le contraddizioni del rapporto.

La canzone in sé risulta un po’ confusa e incoerente. Il testo ricucisce insieme pezzi di diversa ispirazione, ma unificati appunto dal fatto che descrivono l’esperienza di un riconoscimento della bellezza. Una bellezza resa quasi abbagliante dalla percussione. Il battito dei piatti che accompagna l’esclamazione aggiunge al verso una brillantezza quasi esplosiva e fornisce in una battuta la chiave poetica per tutta la canzone.

Il primo verso “Tu vestita di fiori o di fari in città” evoca un tema mogoliano già noto. La donna può essere infatti la stessa del lato A, ovvero la madre vestita di nero “coi fiori non ancora appassiti” oppure la donna di strada abbagliata dai fari delle auto, quella che torna a casa al mattino quando nessuno ha freddo e la cerca più, evocata l’anno precedente in “Anche per te”. C’è qualcosa di edipico in questa madre puttana, ma ovviamente non è il caso di psicoanalizzare una canzone. Anche perché poi la stessa donna coglie rose a piedi nudi e si mette la sciarpa bianca che, appunto, ne illumina la bellezza. Ora la donna non è più in strada tra la nebbia ed anzi, ha l’arcobaleno negli occhi e nasconde sotto il seno il proprio cuore avvelenato di gelosia.

 

La gelosia è anche la chiave interpretativa del secondo verso nonché di tutta la seconda parte della canzone. Si entra infatti in una dinamica sentimentale tesa e risoluta, dove il confine tra colpa e vendetta diventa labile e incerto e anche la linea melodica si destruttura con l’inserto aritmico delle battute trentasei-trentotto: “anche quando un mattino tornasti vestita di pioggia, con lo sguardo stravolto da una notte d’amore” è sempre l’uomo narrante; ma irrompe la voce di lei (col mitico falsetto di Lucio) “so che capirai … mi spiace da morire sai”. Qui gli occhi sono arrossati, il che lascia supporre il pianto della colpa, ma “quei segni sul viso” cosa sono? Si evoca qualcosa di inquietante: violenza? E da chi? Mah, è la parte oscura del testo. Quel che è certo e che lei mente: nasconde la gelosia dietro una ipocrita dichiarazione d’amore. Per lui, il quale l’accetta subito perché: TU ERI BELLA, COMUNQUE BELLA!

 

                Sappiamo tutti che quando si è presi dall’amore per una donna c’è una parola che riassume più di qualsiasi altra quel turbinoso sentimento. BELLA.

E quasi sempre basta.

 

 

N.b.

L’arrangiamento contiene una piccola sofisticheria mettendo ad ogni conclusione di verso un passaggio modale mentre si trova in sottodominante: si passa dal Fa al Fa minore nella stessa battuta. Si genera una sospensione che prepara l’esplosione del chorus… (bella, bella bella!!). Ancora una volta grazie Lucio!

 

 

 

 

 

 

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