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9 agosto 2020 7 09 /08 /agosto /2020 17:44

 

 

 

 

Nel secondo semestre del 2019, cioè a cinquant’anni da Piazza Fontana, è uscito ITALIA DELLE STRAGI edito da Donzelli. Il libro, curato da Angelo Ventrone, raccoglie una serie di articoli scritti da giudici impegnati in vari processi delle trame nere e nel suo insieme sistematizza tutte le vicende eversive 1969 - ’80.

Personalmente ho trovato molto utili gli scritti di Calogero e Tamburino i quali permettono una lettura che ritengo conclusiva del periodo che ha caratterizzato l’attacco neofascista in Italia. Essi affrontano infatti le vicende fondamentali di quegli anni ovvero Piazza Fontana, il tentato golpe Borghese, le stragi di Peteano e quella della Questura di Milano nonché l’inchiesta sulla Rosa dei Venti. L’analisi poi prosegue su Piazza della Loggia, il golpe bianco e l’Italicus per approdare alla Strage di Bologna del 2 Agosto 1980.

Ventrone è un docente di storia contemporanea che si era già occupato nel 2018, assieme a Carlo Fumian di terrorismo europeo, ma l’approccio del saggio è sostanzialmente tutto rivolto all’interno dei confini nazionali. Ciò riflette l’ottica tipica del magistrato il quale, a differenza dello storico, si muove all’interno della dottrina e della giurisprudenza cogenti delimitandone i riscontri. Calogero per la verità produce una analisi di quei trattati che vincolano l’Italia limitandone la sovranità e quindi ci offre un’ottica meno ristretta, ma quando poi si parla della Stazione di Bologna lo sguardo extranazionale scema definitivamente.

Ciò costituisce il limite strutturale del libro che però ci offre il saggio finale di Claudio Nunziata sulla continuità dell’azione golpista nella seconda parte degli anni settanta. Nunziata è stato giudice nelle inchieste dei processi Italicus bis e rapido 904 dopodiché, ritiratosi, è diventato il consulente della associazione delle vittime della Strage di Bologna. Le sue preziose consulenze hanno permesso la ripresa delle ricerche sui mandanti del 2 agosto 80 con l’avvio dell’ultimo procedimento.

 

Un libro prezioso da leggere e consultare.

 

Alcune note

 

Tutte e stragi che hanno insanguinato l’Italia dal 1969 ad oggi appartengono ad una unica matrice organizzativa.  C’era una struttura da cui partivano le direttive e i militanti di estrema destra cui essa attingeva dovevano eseguire. Tutto ciò con l’obiettivo di destabilizzare l’ordine pubblico al fine di stabilizzare il sistema politico. Scatenare la rabbia del popolo per usarla nella repressione e rafforzare lo stato e chi lo controlla nell’ambito delle alleanze occidentali. Un piano di azione diretta sotto copertura dove l’azione è affidata ai civili reclutati e la copertura agli ufficiali del controspionaggio e dell’ordine pubblico.

La strage di Peteano è l’unica non riferibile alla pianificazione della struttura, ma egualmente coperta. E perciò rientrante nella medesima strategia. E’ l’elemento copertura e depistaggio a collocarla all’interno della strategia della tensione. Fin da pochi giorni dopo l’atto criminale infatti il gruppo investigativo che si impadronì delle indagini operò “una serie di falsità in atti pubblici finalizzate al favoreggiamento personale del gruppo ordinovista responsabile della strage” (pg 67) Col loro intervento la matrice neofascista della strage fu coperta per 12 anni.

Il generale del CC Palumbo morì prima della sentenza

 

E’ quello che sostiene Vincenzo Vinciguerra secondo la ricostruzione di Calogero pubblicata a cura di Angelo Ventrone nel libro L’ITALIA DELLE STRAGI Donzelli editore 2019.

 

 

 

E' da notare anche la netta differenza di interpretazione tra Wladimiro Satta e Pietro Calgero sui fatti di Peteano. Per il primo le argomentazioni e il movente dell’agnizione di Vinciguerra sono dubbie.  Inoltre l’attentato appartiene alla storia del neofascismo mentre le coperture appartengono alla guerra fredda. I funzionari agirono con solerzia per proteggere Stay Behind e la vicenda ebbe successivamente esiti soddisfacenti anche come “punizione” (no condanna) per depistaggio.

Per Calogero invece Casson, all’indomani delle rivelazioni di Andreotti, identificò subito Gladio nella struttura evocata da Vinciguerra ed incolpò quest’ultimo di aver sottratto ed utilizzato l’esplosivo di Aurisina (Nasco) per l’attentato in tal modo sottraendo Gladio dal sospetto di stragismo.

Vinciguerra impugnò l’impianto di tale accusa rivelando inoltre, ciò che poi fu accertato, ovvero che l’esplosivo utilizzato era stato rubato in una cava.

Molto interessante ed atipica l’osservazione di Calogero quando dice che la copertura essendo scattata post delictum implica il riconoscimento del carattere neofascista della strage e la volontà di preservare la capacità di lotta del gruppo contro il pericolo comunista; risorsa che altrimenti sarebbe andata perduta in caso di costrizione con il carcere a vita.

Per me ciò spiegherebbe perché Vinciguerra, in una ottica di piena coerenza con l’obiettivo di sottrarsi alla strumentalizzazione del sistema, abbia agito per ottenere e non per evitare la condanna all’ergastolo. Inoltre l’approccio di Casson potrebbe essere stato concepito in un’ottica di salvaguardia di Stay Behind …

 

 

 

 

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