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22 aprile 2021 4 22 /04 /aprile /2021 21:39

 

 

 

Articolo introduttivo della pubblicazione VOLTI DELLA CIVILTA’ RURALE VICENTINA curata dall’ISTITUTO REZZARA 1999 inizia prendendo le distanze da tre filosofi ottocenteschi: Federico Nietzsche, Arturo Shopenhauer e Edoardo Hartman.

Il primo viene accusato, in una biografia in nota, di essere il formulatore della teoria del superuomo, definita “disumana”. In essa, scrive, si sostiene l’esigenza e l’esistenza di una doppia morale: quella dei dominatori, fondata sulla violenza e quella degli schiavi. Quest’ultima si fonderebbe, sostiene Galletto, sui valori cristiani della pietà, della misericordia e del perdono. La prima schiaccia la seconda e genera una nuova morale. Il risultato storico di tale filosofia è il nazismo di Hitler.

Il secondo è il filosofo del pessimismo per il quale la vita è solo lotta e dolore. Non esiste alcuna Previdenza che governi il mondo e il “desiderum” dell’uomo è il distacco dalla passione e dalle cose.

Il terzo, Hartmann, è un berlinese vissuto nella seconda metà dell’ottocento. Anch’egli pessimista è autore de “Filosofia dell’inconscio” nella quale esalta il concerto di progresso come redenzione.

Questi esempi esprimono, secondo Galletto, una “empia svalutazione della civiltà umana” molto lontana dalla cultura rurale veneta.

 

Nel periodo delle Signorie il diritto di saccheggio delle compagnie di Ventura che le servivano era stato a lungo causa di dolore e sventura e tale esperienza ha fatto sorgere e consolidare nel contadinato veneto l’idea che la pace sia il migliore dei beni. Tale anelito dei popolani veneti venne realizzato con la Repubblica di Venezia che acquisì il progressivo governo del territorio anche attraverso varie dedizioni spontanee. Due esempi particolarmente significativi in tal senso sono dati dalla Reggenza dei Sette Comuni dell’Altopiano di Asiago, che fu la prima nell’anno 1404, e la Comunità dei Cadorini nel 1420. La Serenissima seppe dare, unico Stato in tutta Europa, un lungo periodo di quattro secoli di pace, con l’unica, episodica interruzione dovuta alla Lega di Cambrai.

Invero pochi anni dopo la dedizione vi fu la vicenda di Pippo Spano, ovvero Filippo Buondelmonti degli scolari (1369 – 1426) il quale scorazzò per il Veneto nel 1411 e secondo una tradizione assediò anche i Castelli di Arzignano e Brendola per rifornirsi di cibarie.

Le annessioni di territori avvenivano attraverso patti federativi che non lenivano leggi e tradizioni locali, la giustizia penale era più severa verso i nobili che verso i popolani e la separazione tra i compiti dei politici e degli ecclesiastici era netta al punto che questi ultimi non potevano mettere piede nel palazzo ducale.

Secondo Galletto anche l’amministrazione austriaca, a differenza del suo ramo poliziesco molto duro, era stata saggia e positiva, tanto che i funzionari incorruttibili insegnarono a veneti il dovere di pagare le tasse senza distinzioni e privilegi. Lo stesso patriota Antonio Brusoni (1819 – 1904), che fu anche prigioniero in Austria, nelle sue Reminiscenze padovane scritte sotto il regno d’Italia nel 1893, rimpiange la “buona ed esemplare” amministrazione austriaca che non vessava la cittadinanza e non causava “il moderno dispendio di tanti ingegneri, di tanti impiegati e tante guardie municipali” che caricano i contribuenti di un peso eccessivo.

 

Galletti poi attribuisce il senso di umanità, compassione e condivisione tipico del veneto all’influenza del clima e del paesaggio. Egli osserva che gli estremi del freddo invernale e del caldo estivo si limitano a poche settimane e il graduale succedersi da una stagione all’altra induce un clima di mitezza nel carattere.

Insomma la pax venetiana con i suoi quattrocento anni di pace ha portato le ville e i campanili, la saggezza e l’umanità ad una popolazione che nell’ottocento raggiunge la sua fisionomia più tipica. Ed essa viene colta, descritta e documentata nell’Inchiesta Jacini del 1882.

 

Inchiesta Jacini

Il Parlamento del Regno d’Italia nel 1877, ovvero undici anni dopo l’annessione del Veneto, nonché il Governo della sinistra De Pretis avevano necessità di conoscere meglio un Paese eterogeneo con economie e tradizioni estremamente diverse tra di loro, ancora senza una lingua e una identità comuni, con un tasso di analfabetismo superiore al 75%. Esso deliberò pertanto l’avvio di una poderosa inchiesta sull’agricoltura e il contadinato in Italia. Essa venne affidata ad una commissione guidata appunto dal deputato Stefano Jacini. 

E’ su tale inchiesta, in particolare nella parte delle relazioni finali che riguarda il Veneto, che si fonda questa visione di umanità e saggia mitezza che avrebbe caratterizzato il Veneto rispetto alle altre regioni italiane. Per fare un esempio: siamo nella seconda metà del diciannovesimo secolo e “nonostante la Venezia Euganea sia una delle terre più povere d’Italia gli omicidi annui per milione sono soltanto sedici, mentre in Liguria, al secondo posto, salgono già a venticinque, per superare i centotrenta in talune regioni”.

Ora, nel raffinato ed affettuoso approccio venetista di Galletto, questo profilo morale del cittadino veneto, che rifugge la violenza nonché lo spirito di vendetta, diventa un vero e proprio primato consacrato dalle parole del deputato di origine ebraica Emilio Marpurgo. Costui scrive infatti che in Veneto sono” rarissimi i ferimenti, in molti luoghi passano anni senza che ne avvenga uno solo; i pochi hanno una sola causa, lo smarrimento della ragione per troppo vino bevuto, o per impeto di gelosia e, in qualche rarissimo caso, per divisioni e gare di campanile”.

 

 Alessandro Rossi

A questo capostipite della industria tessile italiana Pietro Galletto riconosce almeno tre meriti che sono a suo avviso espressione del carattere veneto.

In primo luogo la compartecipazione degli operai agli utili facilitandone l’acquisto delle azioni.

In secondo luogo le istituzioni sociali e culturali per migliorare tutta la vita dell’operaio.

In terzo luogo l’azione svolta per impedire lo sradicamento del contadino dal mondo agreste.

Ed è soprattutto quest’ultimo merito ad interessare Galletto che mette in evidenza il valore della creazione della prima Cassa Rurale in Italia e l’azione protezionistica, da industriale in parlamento, per l’agricoltura. Alessandro Rossi infatti appoggiò e sostenne l’economista padovano Leone Wollenborg che fu ministro delle finanze nel governo della sinistra storica. Inoltre, pur non opponendosi all’espansione colonialistica italiana in Africa, rifiutò e condannò il modello colonialistico francese fondato sulla forza della Legione Straniera per sostenere invece un’idea di esportazione della civiltà. In termini più concreti, anche per evitare la formazione in loco di un proletariato rivoluzionario nei termini descritti da Engels in Inghilterra, Alessandro Rossi curò relazioni dirette con l’Eritrea e con il ras Makonnen, che ebbe ospite a SCHIO nel 1889, stipulò un accordo per il trasferimento di famiglie contadine venete. Un processo di emigrazione che venne curato dalla Associazione per il soccorso dei missionari italiani in Africa e Propaganda Fide. In tal modo egli affrontava le fasi di esubero della manodopera favorendo il riflusso periodico degli operai di origine contadina alla lavorazione della terra.

Tra gli aneddoti di saggezza ed umanità alla veneta, Galletto ricorda che il Rossi fece inoltre incidere sopra la porta del suo ufficio la frase:” Homo homini frater” un motto che distingue dal plautiano “Homo homini lupus” in nome della fraternità. E quando i tessitori, nel festeggiare il suo settantesimo compleanno gli regalarono una pergamena che lo nominava “il più grande operaio di Schio” egli, commosso, sentenziò che:” il lavoro è fede, il lavoro è preghiera”.

 

 

 

 

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