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21 maggio 2021 5 21 /05 /maggio /2021 16:59

 

 

 

 

Lo sviluppo del racconto narra la progressione di eventi drammatici affrontata dalla popolazione di Resia e Curon. Si tratta di montanari germanofoni cattolici che con lo spostamento dei confini al Brennero, stabilito dal Trattato di Saint Germain il 10 Settembre 1919, alla fine di WW1, si sono trovati nel Regno d’Italia. Tali eventi drammatici sono, semplificando, tre: fascismo guerra e diga.

L’avvento del fascismo imporrà loro una italianizzazione forzata con il divieto di parlare tedesco. E questo è il primo trauma. Fino al ’43 iI Sudtirol diventerà Alto Adige, anche con una massiccia immigrazione, ma nel Marzo del 1938 l’Austria cesserà di esistere in conseguenza dell’Anschluss e i nuovi trattati Italo-Tedeschi creeranno l’Opzione. 250 mila tirolesi sceglieranno la cittadinanza tedesca ma solo 50 mila migreranno. Le famiglie di Curon si divideranno tra optanti e restanti ma per i restanti le sorti cambieranno quando con la creazione della Repubblica Sociale Italiana i nuovi rapporti Italia/Germania imporranno il progetto Alpenvorkland che preparava l’annessione al Reich di tutto l’Alto Adige. Tutto questo cesserà con la sconfitta di Hither e nel dopoguerra la Repubblica Italiana riprenderà e porterà a termine il progetto di costruzione della diga col conseguente allagamento.

In questo contesto Marco Balzano ha inserito la vicenda umana di una famiglia che riassume in sé varie caratteristiche della popolazione locale.

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Trina è nata nel primo decennio del secolo scorso ed è una donna con una vita fatta di campi, stalle, amore, figli e dolori. Con gli accordi De Gasperi/Gruber del secondo dopoguerra farà la maestra italianofona ma dovrà lasciare il maso, Vincerà la Montecatini con la sua diga. In lei non v’è alcun pregiudizio anti italiano; ma vive affrontando con fermezza tutte le pochezze, le prepotenze e le ipocrisie dell’italianità. Prima quella fascista, poi quella del dopoguerra industriale. Trina studia e impara bene la lingua italiana, una lingua “bella”che”…a leggerla sembra di cantare” (pg 78) ma che è anche la lingua dei fascisti, ovvero quegli sbruffoni che comandano senza affidabilità e rispetto. E quando lei e le sue amiche del cuore vanno a fare l’esame di maturità (nel 1923), se ne tornano tutte con la convinzione che Barbara ha preso solo sette perché aveva le tette piccole mentre Maja ha preso dieci perché le aveva grandi. E sono questi, gli italiani fascisti, a parlare di una diga. A Resia e Curon si fanno vivi emissari della Montecatini i quali parlano anche di ipotetici espropri.  E c’è il problema della lingua. L’italianizzazione forzata ha brutalmente vietato il tedesco. Ha cambiato i nomi inventandone di nuovi anche per le lapidi delle tombe e ha riempito gli uffici e le scuole di impiegati e maestri italiani. La famiglia, soprattutto il padre di Trina, non accettano questa imposizione, e si sviluppa una prima attività illegale: la scuola clandestina. La salvaguardia della lingua tedesca è stimolata dal prete. La Chiesa dell’epoca era di fatto austriacante e utilizzava anche il catechismo per insegnare il tedesco. L’esperienza di maestra clandestina coinvolge Trina che subisce anche un arresto. Ma tocca alla sua amica Barbara subire il confino come punizione per essere stata maestra germanofona clandestina. Si diffonde fin dai primi anni una diffidenza verso gli italiani e si diffonde tra la gente del posto il timore che con la scusa della diga “i fascisti vogliano rovinarci e sparpagliarci in giro per l’Italia”.

Ciò non impedisce a Trina di sposare Erich. Egli è l’uomo che ama e non le importa che sia, come osserva il padre, “quello che ha il pezzo di terra più piccolo del paese”. Quando lo sposa egli è già membro di un circolo clandestino che sosteneva l’annessione alla Germania. Con lui cresce i figli Michel e Marica.

In quel periodo, che nel libro vien trattato nella seconda parte sotto il titolo “Fuggire” si svolgono i drammi umani più grandi della famiglia. Per cominciare la figlia scappa di casa con gli zii che si erano dichiarati optanti (lingua e cittadinanza tedesca), Ciò avviene nel 1939, quando invece Trina ed Erich, col figlio Michel si dichiarano restanti. Ma Michel è un restante che sceglie la cittadinanza germanica e matura un sentimento filonazista. Poi il padre Erich torna ferito dalla guerra in Grecia e lui, il figlio Michel, si arruola coi tedeschi per impedire che, una vota guarito richiamino il padre. Il fatto di essere una famiglia RESTANTE causa molta pena alla famiglia di Trina ed Erich perché la stragrande maggioranza dei paesani, esasperata dai fascisti, simpatizzava per Hitler e sarà ostile verso di loro. Per un periodo Trina non mandò più a scuola Marica per proteggerla dalle ostilità dei compagni.

Questi drammi famigliari fanno sì che Trina non si dia più pace per aver perso la figlia mentre Erich troncherà i rapporti col figlio. Ciò avviene nel 1939-’42 ma la situazione si aggrava con la Repubblica di Salò. Trina e d Erich scappano armati in montagna vicino al confine svizzero fino alla fine della guerra. Per evitare la cattura Trina uccide. Sono in una situazione simile ai nostri partigiani renitenti alla leva, ma Balzano non usa mai la parola Resistenza e conduce tutta la narrazione in modo da tenerne alla larga ogni riferimento.

A pagina 115 si parla delle “rappresaglie dei tedeschi alla fine del ’44”. Trina ed Erich vivono gli ultimi tre mesi della guerra accampati in un fienile.

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La terza parte del libro, intitolata L’ACQUA, parte a pg 125 e in 11 capitoli narra la storia della DIGA costruita tra il 46 e il 53.

Siamo quindi negli anni del secondo dopoguerra. Il padre di Trina è morto nell’Aprile del 1941 (pg 59). La bara viene portata da Theo, Gustav Erich e il Peppi. Michel aveva taciuto la fuga dei genitori e aveva combattuto coi nazi catturando partigiani nelle valli di Comacchio.  Maja, l’amica optante, è andata a fare la maestra in Baviera.

Nascono le scuole bilingue (con l’Accordo De Gasperi- Gruber firmato a Parigi durante le trattative di pace del settembre ’46, l’Italia repubblicana si era impegnata a tutelare la minoranza linguistica tedesca del Trentino Alto Adige) e Trina finalmente fa la maestra in italiano, ciò che le era stato negato dai fascisti. 

Nel secondo capitolo di questa terza parte c’è la ricerca del fratello Peppi. Costui è di sette anni più giovane di Trina. E’ lui a trascinarla fuori casa il giorno del matrimonio ed è lui l’approdo migratorio finale di sua madre. Il testo non approfondisce ulteriormente questa figura e non si sa niente dei suoi sentimenti e delle sue opinioni.

E’ il figlio Michel che ha ripreso l’attività della bottega del nonno e, conosciuta Glorenza, decide di sposarla e stabilirsi nel maso che allora è ancora di proprietà della nonna. Costei da vedova si è trasferita a Sondrio presso i cugini della moglie del Peppi. A Sondrio si sistemano in una trattoria e l’oste capisce chi stanno cercando e li indirizza a LUGANO dove trovano l’indirizzo presso il municipio. Lì la madre comunica la decisione di restare per sempre a Lugano con Peppi, la moglie e figlio piccolo. Si rivedranno al matrimonio con la festa a Curon per l’ultima volta.

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La diga

I lavori al cantiere per la diga riprendono nel gennaio del 1946 (pg 135). Erich inizia ad impegnarsi contro il cantiere ed ha un primo colloquio col direttore dei lavori. Iniziano le balle. In tale colloquio infatti costui, detto “l’uomo col cappello”, parla di un laghetto profondo cinque metri e nega di sommergere il paese. Ma Erich consolida la sua posizione e chiede a Trina di insegnargli l’italiano per conoscere le parole necessarie per farsi ascoltare.

A pg 139 gli ingegneri della Montecatini si fanno vivi in paese assieme agli svizzeri e il testo dice che “girava voce” che ci fossero gli svizzeri dietro la diga, più precisamente che:” Imprenditori di Zurigo avessero prestato decine di milioni alla Montecatini per riprendersi con gli interessi in energia”. La minaccia della diga si fa più concreta perché gli svizzeri vengono percepiti dalla popolazione locale come “gente seria e pericolosa, mica come quei cialtroni degli italiani”.

 L’informazione della popolazione sul cantiere della diga era già stata appesa sui muri del municipio nella primavera del 1940. Scritte (probabilmente dalla Montecatini) in una lingua che la maggioranza dei paesani non sa ancora comprendere Trina definisce quelle parole “parole dell’odio”. I quelle parole che Trina deve tradurre “C’era scritto che con decreto approvato dal governo italiano veniva concesso il permesso di iniziare la costruzione della diga”. Nei primi giorni di questo cantiere i contadini si fermano e vi sono rimostranze espresse agli operi italiani dalla gente del posto. Arrivano dei funzionari che fanno riunioni al bar e promettono indennizzi.

Dopo il fascismo e dopo la guerra il cantiere che ha il compito di sbarrare l’afflusso del fiume a San Valentino è la terza catastrofe. La valle viene presa in ostaggio dai lavori e invasa da manovali Veneti, Abruzzesi e Calabresi che vengono stipati in baraccamenti che derivano dal riciclaggio dei vecchi alloggiamenti usati nei campi di concentramento. D’inverno si cammina nei primi allagamenti ghiacciati che si formano. Il prete locale si fa interprete e promotore del disagio dei fedeli parrocchiani tra i quali si fa strada la tentazione che “Dio è la speranza di quelli che non muovono un dito” e che “bisogna sabotare il cantiere pima che ci sommergano”. (84)

Nei confronti di queste tendenze la Chiesa dell’Alto Adige non resta neutrale. Padre Alfred, il sacerdote del paese, diventa il punto di riferimento di Erich e con lui guida il Comitato d’Azione per la Difesa della Valle e il Vescovo intercede presso Pio XII che li riceve a Roma. Qui il colloquio avviene solo in Italiano e la preghiera in latino. Al ritorno Erich si lamenta con Trina di non aver capito tutto. La mia impressione su quell’episodio è che la sofisticata politica di Pio XII, il quale sapeva perfettamente il tedesco, fosse propensa alla causa Alto Atesina anche per avere maggiore interlocuzione con De Gasperi ma non si sia spinta oltre il sostegno morale nonchè la richiesta di indennizzi e penso che abbia avuto soprattutto l’effetto di mantenere le forme di quella opposizione nell’ambito non violento anche per anni successivi. Se il comitato si fosse armato avrebbe perso il sostegno del Papa.

Le proteste continuarono ma la richiesta comunale di riesame del progetto non venne accolta. La risposta del ministro Antonio Segni (futuro presidente della Repubblica) fu chiara: i lavori dovevano andare avanti. Gli argini salirono e gli sfioratori e le paratoie vennero subdolamente gestite dai tecnici della Montecatini per ingannare la popolazione. Il livello dell’acqua raggiunse prima i quindici metri poi i 21 e oggi nei punti di profondità massima in caso di piena può raggiungere i 45 metri. Vi furono gravi incidenti sul lavoro con almeno 26 infortuni mortali. La superficie del lago raggiunse un’altezza di poco meno di 1500 metri sul livello del mare e si estende per sei chilometri. Dal 1950 l’acqua sommerge tutto il paese di Curon e buona parte di quello di Resia. L’acqua impiegò quasi un anno a coprire tutto: oltre 160 case, vari masi, chiesa e mezzo campanile. Gli abitanti di Resia sgombrarono lasciando anche i mobili dentro le case. “Il fascismo non era più legge, ma era ancora tra di noi.” (pg 154)

Oggi la torre camparia “svetta come il busto di un naufrago” scrive efficacemente Balzano.

Per grazia della Montecatini, in risposta ad una della varie manifestazioni, il camposanto è stato coperto con una colata di bitume prima che arrivasse l’acqua e i corpi sono stati dissotterrati per la traslazione in un ossario su bare di bambini.

La Montecatini ha sempre comunicato solo in lingua italiana senza mai tradurre. I giornali di lingua italiana non pubblicarono mai le lettere e gli appelli dei protestatari. Lo fecero quelli di lingua tedesca e in Svizzera vi furono denunce relative alla ingerenza di imprenditori zurighesi dietro il progetto.

Fu incaricato un tribunale arbitrale per quantificare gli indennizzi obbligando gli abitanti a scegliere se volevano soldi o una nuova casa.

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Ci sono almeno due punti sui quali ho avuto qualche perplessità.

1 – Marica è nata nel 1929 ed è scomparsa nel 1939 perciò per quanto brava fosse in italiano non può aver scritto la lettera di pagina 54 perché incompatibile con il grado di sviluppo cognitivo che essa presuppone.

Michel aveva quindici anni nell’Aprile del 1941(pg 58). Quindi era nato nel 1925. A pg 33 Trina afferma di aver dovuto aspettare Marica per 4 anni dopo lo svezzamento di Michel. Quindi Marica sarebbe nata presumibilmente nel 1929 se non dopo. Il parto dev’essere avvenuto in novembre perché lei precisa che avvenne durante giorni in cui Erich con altri maschi del paese erano fuori casa per fare la scorta di legna invernale. A quell’epoca i primi corpi degli alpini, tra cui mio padre, erano già combattenti in Grecia; significa che Erich è partito con le spedizioni del primo semestre 1941 oppure più tardi quando, dopo le sconfitte italiane, sono arrivati i rinforzi tedeschi. Ma in questo caso Erich è stato molto fortunato a non finire in Russia perché in quel momento era là che venivano mandati i nuovi arruolati.

2 – il fascismo ha “italianizzato” cancellando le norme sul maso chiuso che regolavano da secoli i rapporti di proprietà familiari. Nel libro manca tale discorso. Probabilmente ciò è dovuto ad una volontà di semplificazione della storia, ma toglie molte possibilità per il lettore di comprendere la storia famigliare. E’ un po’ come voler raccontare la storia del fascismo senza spiegare che Mussolini abolì il parlamento. Si tratta infatti di una azione autoritaria che ha contribuito non poco ad alimentare le tensioni anti italiane tra le famiglie di montagna. E non a caso fu un elemento di rivendicazione ancora presente col terrorismo alto atesino egli anni sessanta.

Aver inserito il tema avrebbe potuto spiegare molto meglio le tensioni interne alla famiglia del romanzo. Ad esempio si spiegherebbe meglio perché Peppe se ne è andato e perché Michel quando si sposa vuole andare a stare nel maso del nonno.

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Osservazioni

Passo Resia è un punto delicato della strategia difensiva nazionale perché è un valico che costituisce una delle principali porte di ingresso alla penisola dal nord Europa. Dal 50 d.C. esso fa parte della via Claudia Augusta e di lì sono passati gli imperatori del Sacro Romano impero Barbarossa, Federico II di Svevia ecc. Oggi si trova in pieno territorio italiano ed è vicino al triplice confine Italia/Austria e Svizzera.

 Austria e Svizzera a suo tempo avevano rinunciato alla costruzione di centrali idroelettriche collegate a laghi artificiali per non cozzare contro la volontà della popolazione locale. E in più occasioni hanno pensato di poter contrattare l’importazione di energia elettrica dall’impianto italiano.

Sarebbe ingenuo non considerare che quel lago era oggetto di attenzione sia per la NATO che per il Patto di Varsavia. Due alleanze militari che nascevano in quegli anni. I piani di una ipotetica invasione dall’Est prevedevano il passaggio per la zona del lago.

Lo stesso vale per l’energia. Quella idroelettrica sarebbe stata di lì a poco una prospettiva da abbandonare perché alternativa alla prospettiva termoelettrica (cioè petrolifera) imposta dall’alleato americano. Perciò portarla a termine prima della firma dei trattati era essenziale per chi si muoveva nell’ottica che poi sarà quella dell’ENI di Mattei.

Sono fattori che hanno certamente giocato nella decisione del governo e che al tempo stesso erano più grandi degli interessi della minoranza locale.

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                Conclusione.

La lettura di questo libro offre finalmente un approccio conoscitivo ad una vicenda ammantata di silenzio. Un silenzio vergognoso, un tentativo di rimozione quasi riuscito. Inoltre tocca un tema che fa venire in mente la TAV, il Vajont ecc. Ma soprattutto incendia il cuore di chi nutre sentimenti critici verso un sistema che dietro una facciata democratica percuote minoranze, calpesta diritti, cementifica e devasta territori portatori di storie ed identità millenarie. Ma l’intento narrativo d Balzano non è la denuncia e neanche una critica moderata, esso è riassunto nelle ultime frasi del libro:

Guardo le canoe che fendono l’acqua, le barche che sfiorano il campanile, i bagnanti che si stendono a rendere il sole, Li osservo e mi sforzo di comprendere. Nessuno può capire che cosa c’è sotto le cose. Non c’è tempo per fermarsi a dolersi di quello che è stato quando non c’eravamo. “

Balzano in questo romanzo mi si rivela autore di talento. Innanzitutto è un uomo che scrive mettendosi nei panni di un narratore donna. Secondo me lo fa molto bene e mi chiedo come abbia fatto a scrivere in modo così femminile quei sentimenti di amore e maternità.

Trovo inoltre che nella sua scrittura la sofferenza e la tenacia di quei personaggi vengono omaggiate nel modo migliore. Quello narrativo. Sarebbe stato inutile, quanto anacronistico, un pamphlet politico, un atto di aggressione al sistema, un gesto vendicativo di libertà letteraria. Da semplice lettore riconosco che egli narra con semplicità ed onestà il costo umano del potere.

Di questa lettura mi resta pertanto una presa d’atto che non è più il tempo per il dolore. Ma ancora più efficaci sono le parole che egli fa scrivere alla protagonista del romanzo:

“ANCHE LE FERITE CHE NON GUARISCONO SMETTONO DI SANGUINARE” (è il commento di Trina; pg 174)

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