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31 marzo 2011 4 31 /03 /marzo /2011 14:23

30.3.2011

L’amour di Cherubini

 

Cherubini-1.jpg

Il decollo è un po’ lento, pesantino, ma poi il romanzo vola alto. Vola alto e l’ultima parte è decisamente buona. All’inizio l’ho trovato anche opaco e diluito, poi, quando ho cominciato ad intuire la “fabula”, ovvero dove la storia va, o può andare a parare, ho capito che era il romanzo giusto. Avevo letto la recensione consultando Vibrisse, il sito di Mozzi, intuendo che l’idea narrativa era connessa con la clonazione. E questo è un tema che scatena le mie fantasie e curiosità dietrologiche da almeno una decina d’anni; quindi, è il caso di dire “era ora”.

 

Perché mi è piaciuto.

Principalmente perché sottintende l’ipotesi che la clonazione umana sia una realtà già esistente e operante tra noi da molto tempo e che ciò avvenga in un contesto di copertura e segretazione. In secondo luogo perché affronta questo tipo di storia senza ricorrere agli stereotipi degli scienziati pazzi e supereroi. Non ‘cè il registro fantascientifico, ma registro romantico. C’è un amore wagneriano, mortale ed eroico, che si realizza nel desiderio di dominare la vita. Dove questo “dominio” è quello moderno della genetica. Se la genetica è il dominio della vita, qui essa è il fuoco che realizza il desiderio dell’eroe romantico. E lo fa nel tempo differito, gabbando la morte. E’ un po’ contorto, ma solo per come lo spiego io; invece Cherubini lo fa con efficacia e dolcezza a pagina novantasette dove scrive:

 

“Quello di vivere dopo la morte è un desiderio che si può corteggiare ma non realizzare: da esso dipende nella sua essenza il successo delle religioni, tra tutti i rimedi gli unici che promettano, ove si rispettino tutte le clausole del contratto di adesione, un qualche tipo di vita eterna. Cornelio Rufi [un personaggio che fonda la storia n.d.r.] e la sua compagna d’elezione non desideravano l’immortalità in questa vita, poiché non era in essa che avrebbero potuto unirsi. Desideravano piuttosto che questo accadesse in una vita successiva, ma corporea e su questa terra.”

 

Ecco, queste parole sono sufficienti a presentare il nocciolo del romanzo senza addentransi troppo e togliere al lettore il gusto della scoperta.

C’è quindi il “mistero”, cioè l’ingrediente narrativo che oggi come oggi va per la maggiore,(Dan Brown docet), e c’è la genetica, quell’oscuro campo di nuove curiosità che si prospetta inquietante  di fronte all’opinione pubblica moderna.

Ovviamente i miei giudizi sono solo valutazioni pragmatiche e assolutamente soggettive. Il mio non è un punto vista professionale, io non mi pongo il problema di valutare se ho letto un testo che vale la pena di editare o no, non mi pongo neanche la pena di valutare l’attendibilità scientifica, o l’originalità narrativa ecc. Mi pongo il problema di quanto questa lettura, le ore che vi ho dedicato, i soldi che vi ho speso, le emozioni che ho provato siano state spese bene. E qui andiamo sul sicuro. Bilancio positivo.

 

Cosa mangerei con questo libro.

Più che di mangiare qui si tratta di bere. Anzi chi apprezza il libro deve bere un preciso cocktail indicato dall’autore: si chiama proprio HISTOIRE D’AMOUR. 3 parti di succo d’arancia; 1 parte di brandy d’albicocca; 1 parte di vodka.

 

Dice l’autore alla fine:

 “ Qui finisce l’avventura di Cornelio Rufi … se a voi è piaciuto leggerla bevetevi un histoire d’amour  alla mia salute. A ma è piaciuto raccontarla.

 

A me è piaciuto leggerla, ma non ho il brandy d’albicocca. Bevo comunque alla salute di Paolo Cherubini una spremuta di arance alla vodka. 

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