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20 ottobre 2014 1 20 /10 /ottobre /2014 01:22

Luce nella fede, che è il titolo della prima enciclica di Francesco papa, è stato presentato da alcuni telegiornali come il motto della beatificazione di Paolo Sesto. Ebbene esso significa: “la massoneria in vaticano”. Ovviamente è una semplificazione perché significa anche molto altro, ma solo apparentemente quelle parole prendono senso nella continuità del lavoro di Ratzinger.

Papa Paolo sesto è stato descritto come massone da varie fonti, soprattutto anglofone, ed è provato che con le sue nomine venne creato il cordone massonico ai vertici dello IOR. Poi saltò per aria con la fine di Sindona, Calvi e, ahimè, Aldo Moro.

La massoneria nel continente americano, dal quale proviene il gesuita Bergoglio, oggi Francesco papa, è molto diffusa e rappresenta una forza positiva, legata in molti casi ai gesuiti. E’ in Italia che c’è un pregiudizio antimassonico tale da renderne difficile anche la sola evocazione.

Ebbene ora bisogna superarlo per progredire nel dialogo tra le religioni monoteistiche, in particolare sul lato islamico. Il passaggio è reso particolarmente acuto e urgente dalla invasività dello Stato Islamico e dalla imminente guerra libica. Perciò il sinodo sulla famiglia ha in realtà ospitato un confronto riservato sulla definitiva accettazione della massoneria tra i cattolici, dialogo che è stato coperto mediaticamente dal tema delle coppie di fatto e dei gay.

Tale servizio di copertura è stato fatto molto bene, tanto da meritarsi il pubblico encomio francescano ai giornalisti.

La beatificazione sancisce il passo effettuato e lo rende irreversibile come garanzia per gli interlocutori istituzionali.

Per Crucem ad Lucem

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19 ottobre 2014 7 19 /10 /ottobre /2014 13:48



Il 19 Ottobre 1974, quarant’anni fa, la rivista Civiltà Cattolica pubblicava un articolo, dal taglio un po’ insolito, firmato dal gesuita padre Giovanni Caprile. In esso venivano “tranquillizzati” i cattolici affiliati alla massoneria. Vi si argomentava infatti che erano passati molti anni da quando papa Clemente XII, nella prima metà del 18° secolo, aveva lanciato la bolla di scomunica contro di loro. E soprattutto erano passati molti papi.
Quest’ultimo accenno poteva, come infatti avvenne per alcuni vaticanisti dell’epoca, richiamare l’idea che ci fosse un messaggio di apertura pubblica verso la massoneria da parte del papa di allora, Montini (Paolo VI). Ed è probabile che fosse così, ma il suo carattere era strumentale.
Dall’inizio dell’anno infatti era in corso, all’interno del Vaticano, una inchiesta riservata sul grado di espansione della massoneria nella curia, e si voleva sbollire il clima interno. L’ inchiesta era stata affidata con estrema riservatezza all’arcivescovo Eduard Gagnon e monsignor Istvàn Mester. I due, l’ultimo dei quali all’epoca era responsabile della Congregazione per il Clero, avevano lavorato duro scarpinando tra i vari corridoi vaticani per poi contribuire alla redazione dello scottante rapporto Gagnon, che attendeva di essere consegnato al papa. Ma il voluminoso documento era misteriosamente sparito ancora il 2 Giugno 1974 secondo quanto denunciato alla stampa dal dottor Alessandrini, portavoce del Vaticano ed era in corso una indagine diretta da Camillo Cibin, ispettore del Corpo di Vigilanza. Interessante sapere che a costui era stato ordinato di riferire al segretario di Stato VILLOT senza redigere verbali.


La ricostruzione della vicenda si può trovare nel libro del 2004 “La Santa Alianza. Cinco Siglos de Epionaje in Vaticano” scritto da Eric Frattini giornalista spagnolo ex inviato di guerra. Costui ci racconta che successivamente il documento venne ricostruito a memoria da Gagnon nonostante l’inchiesta fosse stata affossata dallo stesso Paolo VI che l’aveva commissionata.

La misteriosa relazione sarebbe stata intitolata Nessun Dorma con simpatica allusione al verso: “Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà…” di pucciniana (e quindi massonica) memoria. Ma a differenza di quanto alluso dall’auspicio pucciniano i nomi usciranno eccome negli anni successivi.

Quattordici membri della curia vennero espulsi dal vaticano e altri cinque vennero mandati ad evangelizzare l’Africa.

Eduard Gagnon chiese di poter lasciare la Santa Sede e tornò in Canada, ma nel 1983 papa Voityla lo richiamò a Roma e lo elevò alla porpora cardinalizia.

Quarant'anni fa operazione Nessun dorma

Video ufficiale tratto dal Blog di Leonardo Metalli

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16 ottobre 2014 4 16 /10 /ottobre /2014 22:08
Venerdì 17, festa della legge

La terza settimana di questo mese d’Ottobre 2014 ospita una importante festività ebraica, la Festa della Legge (Simchat Torà) e la colloca di VENERDì 17.

Ora, non siamo certo superstiziosi né io né, tantomeno, gli ebrei italiani, ma un po’ d’ironia non guasta.

Il Venerdì è giorno sfigato in area cristiana per via della passione e morte di Gesù. E Luca nel suo vangelo al capitolo 17 ci spiega che:” Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’Uomo”. Il figlio dell’uomo cui si riferisce il verso lucano ovviamente è Gesù per cui il significato di tale versetto potrebbe essere inteso come se i due fatti (diluvio e passione) dovessero accadere nel medesimo TEMPO, ovvero entrambi di venerdì (mah!)

… Sta di fatto che il numero 17, espresso in cifre romane, contiene le stesse cifre della locuzione tombale VIXI (son morto) per cui il venerdì diciassette è il giorno della morte e della punizione divina sia per il nuovo (cristiani), che per l’antico (ebrei) testamento, sia per i nostri padri latini.

Meglio quindi fare le riunioni importanti prima e dopo, di questi tempi meglio non sfidare la sorte.

Foreign fighters - Ieri, nascosto tra le notizie sulle false polemiche della nostra politichetta, il Consiglio Supremo di Difesa ha preso atto delle decisioni americane sulla lotta all'ISIS. A noi tocca ovviamente la Libia e quando si deciderà di bombardare saranno i nostri a farlo.

Occorre però una maggiore integrazione tra le Armi e i sistemi globali, cioè americani e israeliani. Se l'Arma dei carabinieri ad esempio non vuol perdere il treno dell'aggiornamento tecnologico in atto deve sbrigarsi a mettere a disposizione dell'intelligence anti ISIS i nomi dei nostri sospetti jhadisti. e bisogna dare un'ottima impressione di security a Milano.

La NATO in questa fase è ferma e visto che la Turchia, pur essendone membro, rema contro bisogna sbrigarsi a chiudere la faccenda delle nomine.

Il governo ha detto che va bene tutto purché non ci sia da tirar fuori altri soldi non previsti...

Renzuschino e le sue belle ministre avranno il loro daffare. Buon lavoro.

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9 ottobre 2014 4 09 /10 /ottobre /2014 00:35
Ante Pavelic e l'assassinio di Marsiglia

Il 9 Ottobre 1934 il cacciatorpediniere Dubrovnik della marina jugoslava entra a Marsiglia. Alessandro I, re di Jugoslavia è in visita di Stato. Viene accolto a terra dal ministro degli esteri francese Louis Barthou. La visita ha una valenza antifascista internazionale e la stampa ha dato risalto all’evento.

Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia e Romania avevano dato vita alla Piccola intesa dopo il disfacimento dell’impero asburgico e la Francia si comportava da potenza protettrice. Due mesi prima era avvenuto il tentativo di Anschluss connesso con l’attacco mortale a Vienna contro Dollfuss, cancelliere nazista rivale di Hitler. Il movimento fascista era al vertice della propria parabola e Mussolini era reduce dal successo di (Monaco) ove aveva dimostrato di saper arginare le intemperanze hitleriane.

Emergevano in Europa tendenze all’imitazione del fascismo italiano oltre che in Germania ed Austria anche in Belgio, nei Balcani ed in Spagna. A Roma era stata fondata l’internazionale fascista che terrà di lì a poco, in dicembre, il primo congresso in Svizzera. Vi parteciperanno 14 delegazioni straniere.

Alessandro I aveva difficoltà interne. La Croazia non accettava facilmente i confini multinazionali disegnati a Versailles ed al proprio interno era nato il movimento clandestino filofascista degli Ustascia di Ante Pavelić. Costui era in Italia, a Siena, aiutato dall’OVRA nell’organizzazione dei seguaci. Documenti falsi ed armi di ogni tipo. Ospiti a Borgotaro di Parma per addestramenti clandestini sulla Cisa c’erano i suoi killer specializzati tra i quali Eugen Kvaternik. Costui raggiunse Marsiglia con una pattuglia di killer, incontrò Maria Vudrasek la quale fingendosi incinta aveva portato le armi. Alcuni spari tra la folla crearono scompiglio e un uomo armato saltò sulla vettura scaricando il caricatore su Alessandro e su Barthou. Venne abbattuto da una sciabolata del colonnello a cavallo. I giornali internazionali attribuirono subito la responsabilità dell’attentato ai servizi segreti italiani.

Pavelič nel 1941 diventerà con pieni poteri leader del Regno di Croazia, sul cui trono sarà posto (simbolicamente) Aimone d’Aosta, e morirà nel proprio letto a Madrid nel 1949.

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6 ottobre 2014 1 06 /10 /ottobre /2014 15:19

Il 9 Ottobre 1934 il cacciatorpediniere Dubrovnik della marina jugoslava entra a Marsiglia. Alessandro I, re di Jugoslavia è in visita di Stato. Viene accolto a terra dal ministro degli esteri francese Louis Barthou.

La visita ha una valenza antifascista internazionale e la stampa ha dato risalto all’evento. Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia e Romania avevano dato vita alla Piccola intesa dopo il disfacimento dell’impero asburgico e la Francia si comportava da potenza protettrice.

Due mesi prima era avvenuto il tentativo di Anschluss connesso con l’attacco mortale a Vienna contro Dollfuss, cancelliere nazista rivale di Hitler. Il movimento fascista era al vertice della propria parabola e Mussolini era reduce dal successo di (Monaco) ove aveva dimostrato di saper arginare le intemperanze hitleriane. Emergevano in Europa tendenze all’imitazione del fascismo italiano oltre che in Germania ed Austria anche in Belgio, nei Balcani ed in Spagna.

A Roma era stata fondata l’internazionale fascista che terrà di lì a poco, in dicembre, il primo congresso in Svizzera. Vi parteciperanno 14 delegazioni straniere. Alessandro I aveva difficoltà interne. La Croazia non accettava facilmente i confini multinazionali disegnati a Versailles ed al proprio interno era nato il movimento clandestino filofascista degli Ustascia di Ante Pavelić. Costui era in Italia, a Siena, aiutato dall’OVRA nell’organizzazione dei seguaci. Documenti falsi ed armi di ogni tipo. Ospiti a Borgotaro di Parma per addestramenti clandestini sulla Cisa c’erano i suoi killer specializzati tra i quali Eugen Kvaternik. Costui raggiunse Marsiglia con una pattuglia di killer, incontrò Maria Vudrasek la quale fingendosi incinta aveva portato le armi.

Alcuni spari tra la folla crearono scompiglio e un uomo armato saltò sulla vettura scaricando il caricatore su Alessandro e su Barthou. Venne abbattuto da una sciabolata del colonnello a cavallo. I giornali internazionali attribuirono subito la responsabilità dell’attentato ai servizi segreti italiani.

Pavelič nel 1941 diventerà con pieni poteri leader del Regno di Croazia, sul cui trono sarà posto (simbolicamente) Aimone d’Aosta, e morirà nel proprio letto a Madrid nel 1949.

Lo racconta Arrigo Petacco nel suo recente libro "La storia ci ha mentito".

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4 ottobre 2014 6 04 /10 /ottobre /2014 16:00
Pensierino del gufo

Renzuschino si è scottato le mani sul TFR. Squinzi ha detto NO e Landini ha tolto ogni alibi alla fregola antisindacale che sta ammorbando Mentana. Costui si era infatti scordato di spiegare che il salario accantonato nel TFR, qualora erogato mensilmente in busta paga, sarebbe stato sottoposto a diversa tassazione riducendo il netto percepito dal lavoratore. E così è rimasto scoperto il culetto del bambinello il quale avrebbe beneficiato di maggiori entrate fiscali a parità di reddito. Però la proposta, con la relativa enfasi retorica, era stata fatta e i prezzolati talk showman erano già pronti ad accusare “i sindacati” di boicottare “le riforme” coi loro retaggi ideologici. Ma i palloncini sono stati sgonfiati per tempo da quei sindacalisti che hanno dichiarato che la proposta governativa si sarebbe potuta discutere, a patto che fossero i lavoratori a scegliere. Bravi sindacalisti. Quanto a Squinzi non me la sento di dirgli bravo perché non è vero che le fabbriche moderne sono dei salotti e qualora lo fossero dovrebbe spiegare perché in quei salotti bisogna andarci a combattere con gli scarponi antischiacciamento, con il casco, i guanti spessi mezzo centimetro, gli occhiali, di notte, all’aperto e soprattutto perché gli operai devono lasciarci ogni anno qualche decina di cadaveri. Ora mi auguro che questi combattenti, gli operai, non abbassino la guardia perché la vicenda, che per fortuna è solennemente rientrata in diretta TV all’Assemblea di Confindustria, però non è chiusa, è solo rimandata perché da qualche parte il governo dovrà pur trovare i soldi che compensino gli ottanta, finora inutili, denari della propaganda renzuschina …

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4 ottobre 2014 6 04 /10 /ottobre /2014 12:22
Il desiderio di essere come TUTTI, di Francesco Piccolo

Piccolo è uno scrittore che mi ha incuriosito per la capacità di collegare testi fortemente eterogenei in un percorso narrativo coerente. Io per comodità chiamo capitoli la scansione del testo in paragrafi da lui utilizzata, ma il testo riporta solo un indice articolato in due parti e nient’altro. Nessuna numerazione, solo una titolazione della Prima e della Seconda parte reciprocamente allusive. “La vita pura: io e Berlinguer” è il titolo della prima, “La vita impura: io e Berlusconi” è il titolo della seconda. L’una allude e rinvia per forma e contenuto all’altra, richiamando una coppia di significati cari alla cultura cattolica, quella di puro/Impuro.

Questa operazione mette di fatto in sinottico Berlusconi e Berlinguer indicando efficacemente il senso del libro.

Non è né narrativa né saggistica; si potrebbe dire che è un esempio di saggistica (politica) narrata. E lo è in modo efficace, inventivo, professionale e in definitiva gradevole. Complimenti.

1 - Prima Parte: la vita pura: io e Berlinguer

Il primo capitolo è una arzigogolata ricostruzione di esperienze evolutive della psicologia dell’autore focalizzando episodi risalenti all’età di nove anni.

Nel 1973 infatti Piccolo aveva quell’età e racconta della scappatella nel parco della Reggia di Caserta e, ricordando la vicenda del colera che caratterizzò quell’estate, descrive la sua esperienza cripto paranoide nei confronti delle notizie provenienti dal mondo esterno ad esempio il vibrione ed il golpe cileno.

Quel flusso di informazioni si intende “esterno” rispetto alla sua vita interiore, of course, e il contorto travaglio narrato si riferisce, come per la quasi totalità degli infanti, a quand’egli inizia ad accettare e ad elaborare i rischi del mondo, appunto “esterno”.

Quel balzo si consolida nel 1974 e viene narrato nel secondo capitolo quand’egli diventa comunista seguendo le partite del mundial calcistico. In quella circostanza la Germania dell’Est divenne nota anche alle famiglie semplici, cresciute nella disinformazione anticomunista del dopoguerra. La sera del 22 Giugno infatti ad Amburgo ci fu la storica partita di incontro tra le due Germanie e Piccolo capì, (dovette capire), che quella che gli avevano insegnato a chiamare Germania in realtà era solo una parte della Germania, quella dell’Ovest. E che suo padre non era stato molto preciso nell’insegnargli che la Germania sta “di qua” mentre l’altra sta “di la” e che “quella come noi è la Germania … che è più bella, più forte e se vuoi ci possiamo andare” mentre “L’altra è più brutta e più debole e non ci fanno neanche entrare per vederla”.

Fin da questi primi capitoli il testo ci conduce alla citazione sistematica di un racconto che funge, e fungerà in vari momento del libro, da metafora letteraria di riferimento. Il racconto è “Con tanta di quell’acqua a due passi da casa” dell’americano Raymond Carver, morto nel 1988. Il capitolo si sofferma anche nella descrizione degli articoli di Berlinguer che precedettero il lancio della politica di compromesso storico, una descrizione tutt’altro che superficiale molto ben integrata con lo sviluppo narrativo.

Il capitolo infatti si caratterizza per una tensione che coglie il lettore laddove la gran parte delle pagine scritte si svolge all’interno di una sorta di fermo immagine sul settantottesimo minuto della partita calcistica durante il lancio di Hamman al centravanti Jurgen Sparwasser.

Quello, scrive Piccolo è il secondo momento più importante della sua vita. Come si possano far stare all’interno dello stesso impianto narrativo i pensieri di un bambino di dieci anni appassionato di calcio con le elaborazioni politiche di Berlinguer ce lo fa vede qui Piccolo, in questa circostanza scritta con una abilità che giustifica da sola il Premio Strega.

Poi arriva il compromesso storico nel terzo capitolo. Il matrimonio di uno zio porta in famiglia una insegnante comunista con i conseguenti dibattiti ideologici tra costei e il padre di Piccolo, assoluto detrattore, assieme al fratello democristiano, di ogni comunismo. Egli sceglie la parte in cui stare e si arruola così tra i complici della nuova zia. Ma quando DC e PCI si incontrano, nella vicenda relativa al libro della Cederna contro Giovanni Leone, allora presidente della Repubblica, egli si allontana anche dalle posizioni della zia e, scrive, “nei giorni del compromesso, l’unico che rischiava di restare fuori ero io”.

Ma quello, scrive più avanti, “è stato l’ultimo atto di autonomia di pensiero, poi mi sono infilato nel mio schieramento senza più pensare alla lucidità”. Seguono pagine intense, tutte di politica, che ricostruiscono la vicenda del governo di solidarietà nazionale e, soprattutto l’impatto della vicenda relativa al rapimento Moro con l’uccisione della scorta il 16 Marzo.

Qui lo scrittore riesce ad essere leggero e preciso nonostante il tema logoro e strapazzato. Tale periodo coincide con il primo innamoramento e in queste pagine politica ed amore si fondono bene nei ricordi dei cinema Come Eravamo con Robert Redford e Barbra Streisand, oppure La TERRAZZA, di Ettore Scola, che viene ricordato per la sua connessione col tema della militanza totalizzante anche nei confronti dell’amore.

L’esperienza del terremoto in Irpinia segna una ulteriore maturazione che lo prepara alla nuova fase politica, quella della Alternativa Democratica. [28 Settembre 2014] E’ una rivisitazione di fatti pubblici, più o meno rimossi dalla memoria collettiva, e riproposti con una chiave narrativa fondata su spunti biografici dell’autore. Pg 120 metafora eccellente Creonte/Antigone su Moro. Il desiderio di essere come tutti, già latente nel testo fin dal primo capitolo, emerge a pagina 123 quando, nel giorno del lago della Duchessa, lui e la maggioranza della popolazione si arrendono all’idea della morte di MORO. [1 Ottobre 2014] La morte di Berlinguer viene messa in relazione con il suo scontro con Craxi. La posta fu la “scala mobile”, un vicenda politico- sindacale che inchiodò la scena politica degli anni ’84 e ’85.

Qui Piccolo, nella sua veste di narratore, riporta i termini simbolici di quello scontro narrando come contasse molto l’odio per Craxi (leader del PSI e presidente del Consiglio). Qui si vede la sua formazione borghese perché sottovaluta (nel senso che praticamente non ne parla) la vicenda della divisione nel mondo del lavoro che caratterizzò quella fase ponendo fine al precedente quindicennio di unità sindacale in Italia. In ogni caso la conclusione del capitolo a ciò dedicato, che è anche la conclusione di quella parte cospicua del libro che è dedicata a Berlinguer, è emblematica: “Berlinguer lascia in eredità l’etica politica – un elemento necessario; ma non si affianca più alla strategia politica, bensì la sostituisce.” (pg 155) Qui si può cogliere il carattere tipicamente veltroniano dell’analisi politica che è sottesa alla narrazione, ovvero quell’umus colto, buonista, semi nostalgico che caratterizza la lobby culturale cui l'autore è ascrivibile.

2 – Seconda parte, La vita impura: io e Berlusconi.

Con l’ascesa di Berlusconi cambia il quadro emotivo del narratore verso la politica e nel ‘94 quando la Lega fece cadere il primo governo egli inizierà a votare Rifondazione Comunista. Ma quando nel ’98 BERTINOTTI (segretario di Rifondazione) farà cadere Prodi “cambiando la storia di questo paese”, egli rientrerà sentimentalmente in quell’ambito di sostenitori del centrosinistra che verrà poi mortificato dall’esperienza del governo D’Alema. Nel libro questo abbandono di Bertinotti costituisce un momento importante perché, dice l’autore, cambia per sempre il suo atteggiamento verso la politica e anche verso la vita. Capisce che non c’entra tanto la ragione o il torto, ma l’uso che si fa della ragione e del torto. (184)

Si sposa come per sottolineare questo cambiamento diventando. Sposa colei che nel libro egli chiama “Chesaramai la sdrammatizzatrice dell’umanità” per diventare poi padre di due figli. E con la di lei lezione egli impara anche a sopportare Berlusconi. Superficialità? Forse solo una via di fuga. E la metafora finale di questo capitolo è riservata a Milan Kundera nel suo libro L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Berlusconi ha cambiato parecchie cose nel costume come nella politica, ma ha confermato il pregiudizio che la sinistra italiana si era costruita sul resto del Paese.

La conseguenza è stata il disprezzo di chi passerà poi anni e anni a considerarlo “un essere spregevole, un pagliaccio, un corrotto, persino un uomo basso (un nano), un puttaniere”. Ma ciò ha generato una dea di superiorità morale che “mi aveva reso impermeabile alla sensibilità e al rispetto verso le persone diverse da me.” E quando per fare un servizio giornalistico si mescola tra i fascisti di AN (formazione di estrema destra che sosteneva Berlusconi) si accorge di essere disonesto, di sbagliare a causa di un pregiudizio “che è la posizione che abbiamo avuto tutti per venti anni, con il mondo che non ci piaceva.” (210) Ma soprattutto scopre che, essendo AN il partito che aveva votato sempre suo padre in realtà in quell’atteggiamento c’era la ricerca di una vendetta, una presa in giro di suo padre. Questa considerazione vale per l’autore ovviamente, ma nel contesto del capitolo può essere intesa anche come un errore che abbiamo commesso tutti. Tutta la nostra generazione, tutti noi di sinistra … contestiamo il padre dentro di noi, seppur l’abbiamo amato e ancor l’amiamo. Si può condividere o no, ma sono state pagine piacevoli da leggere. La metafora letteraria finale è dedicata al film di Robert Altman America oggi, che ci riporta al racconto dei primi capitoli, a “Con tanta di quell’acqua a due passi da casa.”

Negli ultimi capitoli si chiudono i cerchi di varie metafore. Su Berlinguer egli ritorna al giorno della sua morte, l’11 giugno 1984, per ricordare l’impatto emotivo che l’editoriale di Natalia Ginzburg su L’Unità ebbe su di lui. La Ginzburg, scrive Piccolo, descrisse l’abbraccio della gente con l’uomo oltre che col politico, cogliendo la sua capacità di arrivare al cuore anche di chi non rappresentava. E con quell’articolo ella rivelò “… a tutti che quel TUTTI non siamo solo noi comunisti, ma il paese intero”. E soprattutto rivelò che l’idea berlingueriana di compromesso storico, alla luce ella reazione del paese alla sua morte, si era compiuta: “non sul piano politico, ma su quello emotivo”. (248) Torna al parco della Reggia di Caserta, difronte alla fontana di Diana e Atteone, il luogo-metafora con cui aveva aperto il libro, per celebrare difronte di Berlusconi un rito interiore di indulgenza privata e di condanna pubblica. E così facendo risolve tutte le contraddizioni che aveva accumulato in vari momenti della vita: da Camilla Cederna, Giovanni Leone, Sophia Loren, Aldo Moro fino al suo amico d’infanzia Massimo e, ovviamente, suo padre. Ecco, questo sottofondo semi-psicoanalitico, e stato la mia chiave di lettura del libro che ha vinto il Premio Strega 2014. Un libro scritto non da un giovane emergente, non da un innovatore, non da un visionario ecc. tutte definizioni retoriche delle quali si riempiono le pagine sul mercato librario, ma da un giovane professionista della scrittura e del linguaggio narrativo. Un pubblicista con esperienza, che ha scritto sceneggiature di primo piano come ad esempio quella relativa al fil Il CAIMANO di Nanni Moretti.

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27 settembre 2014 6 27 /09 /settembre /2014 20:33
Appunti del gufo

Leggo l'articolo "coalition of the wary" del settimanale americano TIME.

Gli Stati Uniti anno costruito una fragile rete di alleanze per affrontare ISIS. Reggerà questo scalcagnato gruppo di partners?

~~L’articolo è firmato Michael Crowley /Jidda e fa in pratica un bilancio riassuntivo del giro che ha fatto KERRY a metà Settembre per cercare alleati ai bombardamenti.

L’aspetto interessante è che dà un giudizio piuttosto scettico, tanto da costituire una lettura più attendibile di tanta nostra stampa e TV.

A palazzo reale in Arabia Saudita, in una umida notte settembrina, Kerry ha chiesto il favore ad un re. Scenario di eleganza e potere in Medio Oriente. Egli cercava di costruire ciò che Obama chiama “broad coalition of partners”. Dall’AlbanIa alla Korea del Sud contro il fanatismo. Si tratta di pressioni sui sunniti a denunciare l’ideologia radicale dei terroristi. Ma il re aveva alcune domande circa il proprio tornaconto ad ospitare sul proprio deserto i campi di addestramento militare. Si tratta di ribelli siriani “moderati” disposti a lottare contro ISIS. I Sauditi considerano ISIS una minaccia, ma la ritengono meno grave di quella rappresentata dall’IRAN. Abdullah infatti insiste affinché gli USA non trasformino questa guerra in un tango con tale storico nemico. Per questo ha boicottato la conferenza su ISIS del 15 Settembre u.s. e soprattutto vuole che Obama la usi per abbattere Bashar Assad potente alleato filo iraniano. (In pratica o è una guerra contro la Siria e ISIS è un pretesto per bombardarla, o non gli interessa). Mentre l’IRAN mette in guardia contro le nefande intenzioni americane.

Due giganti geopolitici membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come la Cina e la Russia non fanno parte della coalizione. Kerry dice che questo però è il momento di mettere alla prova la vera cooperazione internazionale. Ma altri amici stretti come i britannici e i tedeschi non sembrano particolarmente accalorati, la Turchia tiene sotto tono il proprio ruolo mentre l’Egitto accentua soprattutto le proprie preoccupazioni locali. Insomma questa coalizione vale meno di quella messa in piedi nel 1991 da Bush sr., anzi appare molto meno determinata e molto meno unita. In ogni caso, dice più avanti l’articolo, Kerry è ritornato a Washington forte di alcuni impegni. 14 Paesi hanno convenuto di spedire armi e 29 hanno offerto aiuto umanitario. Solo sette però forniranno personale militare tanto da confermare la convinzione americana secondo a quale “quando abbiamo un grosso problema nel mondo, esso ricade sempre sulle nostre spalle. Al ritorno in aereo inoltre Kerry deve aver visto il generale Martin Dempsey comandante della missione dichiarare al Congresso che alla fine potrebbero essere richieste truppe americane sul terreno; contraddicendo così il ritornello obamiano del “no boots on the ground”.

***

Ora, dopo quell’articolo la situazione si è evoluta, ma senza cambiare segno: gli USA non sono quel gigante buono e democratico il quale, leader di una folta coalizione di stati occidentali, si fa carico di salvare l’occidente dalla barbarie; ma sono solo una incerta nazione che non vuole perdere il proprio ruolo guida dopo i ripetuti flop (Afganistan, Iraq, Siria ecc.) e per far questo prende a pretesto ISIS (problema vero) per bombardare illegalmente la Siria e le sue raffinerie. Ma la mia sorpresa, si fa per dire, nel leggere questo aticolo è che il quadro scettico e forse anche ironicamente critico ivi tracciato è molto diverso dal maistream italiano.

Alla luce della nostra informazione risulta difficile capire ciò che sta realmente succedendo. Per fare un esempio: le notizie sulla decisione francese e oggi quella britannica, di prendere parte ai bombardamenti vengono date secondo l’approccio comunicativo americano che enfatizza la partecipazione e non mette in evidenza che si tratta di decisioni che per il momento escludono l’appoggio ai bombardamenti siriani. Si tratta in realtà di scelte che non rafforzano anzi indeboliscono, almeno per il momento, la posizione americana. E ciò è grave nei giorni della Assemblea Generale dell’ONU.

Inoltre l’informazione Italiana non ha messo in evidenza il vero punto critico, sul piano della legittimità internazionale dell’evento, ovvero il fatto che gli americani bombardano senza la formale richiesta di aiuto da parte del governo siriano configurando una azione illegale. Quindi fermo restando che ISIS va combattuta e possibilmente annientata, fermo restando che l’Italia è amica e alleata degli USA, fermo restando che la lotta militare contro ISIS non può dispiegarsi pienamente senza l’appoggio logistico della penisola e l’accesso al mare, nonché a spazio aereo italiano da parte dei mezzi USA, NOI STIAMO SUPPORTANDO UNA AZIONE ILLEGALE senza alcuna informazione della pubblica opinione.

Auguri a renzuschino e alle sue belle ministre.

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27 settembre 2014 6 27 /09 /settembre /2014 00:22

La rivista TIME dedica la copertina ai "nuovi U2, la band veterana del rock che affronta, dice il titolo, il futuro. Il complesso irlandese si è recentemente prestato al lancio dell'iPhone 6 con un evento californiano nel quale è stato anche presentato il nuovo album.

La partnership U2/Apple non è certo una novità e risale ai tempi del lancio dell'iPod con Steve Jobs vivo e vegeto.

L'articolo interno sembra occuparsi, dietro il profilo cronachistico, del problema relativo ai diritti d'autore, nonché diritti di copia, nell'era di internet al fine di ottenere il rilancio del tema sui tavoli internazionali. Si vorrebbe cioè che l'oligopolio del 2.0, che è tutto occidentale, ma ancora per poco, riorganizzasse i termini della sfida 3.0 in modo da garantire, tra l'altro, ai vecchi potentai mutinazionali dei disco un fall out di profitti oggi gravemente minacciato.

Quei potentati sono ancora quelli che quarant'anni fa si sono impadroniti dei movimenti giovanili trasformandoli in pur business controllato da servizi segreti. Con relativa cascata di morti tra gli artisti più o meno non allineati.

E gli U2 non sono altro che il miglior prodotto di quella fase: nient'altro che un gruppo come tanti altri ma che però funziona da supertestimonial del potere mediatico multinazionale.

Il loro lancio avvenne nel 1980, agli albori del reaganismo, dopo quattro anni che erano già noti ai servizi U.K. che li usava in termini di manipolazione comunicativa nell'ambito del conflitto irlandese. E nel 1983, in pieno reaganismo, con il loro album U2 WAR divennero primi nelle classifiche. Sono dei erfetti false flags per ammaliare soprattutto la sinistra di un movimento giovanile già perfettamente annichilito dall'eroina e dal terrorismo. Diventano beniamini di TIME che dedica loro quattro copertine. Qualcuno ricorda la copertina di John Lennon? Si, quella che celebrava a sua morte...

Nel 1987 alla fine del reaganismo, si riciclano nella nuova fase con The Joshua Tree e prendono il Grammy Awards. Da allora ad oggi sono i principali testimonial delle tecnologie di distribuzione dei prodotti musicali. Bono, reduce da una campagna per il taglio del debito ai apesi poveri, aggiunge alla sua figura già divenuta iconica, il rilancio dei sunglasses.

ra si parla di un nuovo album, che come tale non è ancora uscito ma gli utenti di iTunes conoscono già, e per prepararne il lancio si sta montando una campagna di stampa centrata più sulla copertina che sulla qualità musicale dell'opera. Pare infatti che la copertina sia scandalosa mostrando padre e figlio seminudi abbracciati in un omo-edipico ricambio generaionale. Mah! De gustibus...

Non volgio certo togliere loro meriti specificatamente musicali, hanno un sound suggestivo e un gusto che ha fatto suola, ma non è per questo che sono inmovibili dalla scena mediatica; è perché servono alla comunicazione globale. Loro suonano bene e stanno anche al gioco; sono gli idoli del rock addomesticato.

Anche i cani sono lupi addomesticati, sono il prodotto della nostra selezione: abbaiano ma non mordono, ci aiutano a sentirci sicuri, sono pets meravigliosi. Meritano tutto il nostro bene.

Operazione nuovi U2
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8 settembre 2014 1 08 /09 /settembre /2014 18:22
L'otto settembre di Valdagno

Oggi a Roma il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha deposto una corona di fiori sulla lapide che, a Roma, commemora i “caduti militari e civili in occasione del 71* anniversario della difesa di Roma”. E’ una cerimonia laica e repubblicana del comune di Roma, che con la solenne presenza del Capo dello Stato assume anche un significato di ricorrenza nazionale. Ma sarebbe del tutto inesatto considerarla come festiva ricorrenza di ciò che avvenne l’Otto Settembre del ’43.
Quella di oggi infatti non è una festività contemplata nei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, non essendo stata inclusa nei decreti del 1946 e successivi. Ma molte prassi locali hanno via via nei decenni trasformato questa giornata in una festività di fatto, rientrante a pieno titolo nelle giornate di festività con assenza retribuita. In provincia di Vicenza ad esempio la giornata coincide con la cosiddetta “festa della Madonna de Monteberico” e coincide con il patrono del capoluogo. Coincidenza quest’ultima alquanto significativa perché la festa del patrono locale è a sua volta una delle dodici giornale festive retribuite previste dai contratti di lavoro.

Tuttavia a Valdagno, essendo patrono Clemente Papa, per tutto il dopo guerra questa non è stata giornata festiva e i pellegrini dovevano accontentarsi di andare a Monte Berico la domenica più vicina. Ma i tempi cambiano ed oggi otto settembre 2014 Valdagno era in piena festività con botteghe chiuse ecc. Ciò è dovuto al fatto che i cittadini che lavorano alla Marzotto sono ormai rimasti qualche centinaio mentre oltre tre migliaia di residenti lavorano in varie aziende della provincia dove per datare la festa patronale si fa riferimento al capoluogo.

Mah! Tempus fugit…


***


Il più nero degli otto settembre è quello di settant’anni fa, quando partì il periodo più duro di rastrellamenti e repressioni tedesche. In quei giorni il comando tedesco sferrò un attacco congiunto contro le forze della resistenza in quattro province del Veneto. A Vicenza ciò significò l’attacco alla Garemi presso Valdagno, Altissimo e Selva di Trissino e sull’Altopiano dove a Bosco Nero di Granezza vennero massacrati il battaglione Sette Comuni e un battaglione della Brigata Mazzini.
Di quei tragici momenti il fatto principale rimasto impresso nella memoria valdagnese è quello del Rastrellamento di Piana. L’obiettivo strategico tedesco era quello di preparare le condizioni di sicurezza per l’allocazione del comando con Kesserling a Recoaro e tenere aperte le vie di rifornimento al fronte. I partigiani della Brigata Stella si trovavano da due giorni alloggiati presso il Circolo Operaio di Piana ove erano scesi per approvvigionamenti e furono raggiunti dai reparti tedeschi. Vi fu una ottantina di morti ancor’oggi commemorati annualmente con una cerimonia e un monumento in contrada Battistini. Allo strazio, che si protrasse per tre giorni, parteciparono anche reparti repubblichini tra i quali la compagnia Turcato, brigata nera di Valdagno comandata da Emilo Tomasi, il quale verrà poi fucilato nell’Aprile del ’45 presso lo Stadio dei Fiori.


Al rastrellamento di Piana sopravvisse alla esecuzione, nonostante anche il colpo di grazia, Il giovane partigiano Quirino Traforti, che diventerà militante comunista di tante battaglie nell’Italia repubblicana per tutti i successivi settant’anni. Egli è recentemente scomparso. A lui il mio personale ed intimo pensiero nella commemorazione di quest’anno.

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