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8 febbraio 2021 1 08 /02 /febbraio /2021 15:44

[7 Febbraio 2021]

Traduco liberamente alcuni passaggi dall’articolo del NYT “Mario Draghi saved the euro. Can he now save the Italy?

 

Nei giorni oscuri della crisi finanziaria europea Mario Draghi, allora capo della BCE, disse “whatever it takes”. Ora, circa dieci anni dopo, la sua nativa Italia sta affrontando una catastrofica epidemia di Covid-19, un’incombente disastro economico e una crisi politica che ha messo in luce il suo stato di paralisi e ritorna da mister Draghi, il titano europeo che possiede ciò che serve a salvare il Paese.

Le forze europeiste hanno tutte descritto in questa settimana come una manna dal cielo la sua accettazione dell’incarico. E mister Draghi, da lucido ed enigmatico politico di 73 anni, ha già fatto importanti passi avanti conquistando il supporto di una disparata matrice di forze politiche che comprendono anche i populisti che per anni lo hanno considerato il rappresentante dell’establishment.

Italia probabilmente si trova nel più pericoloso momento da WW2 perché affronta un battaglia multiforme sulla salute, l’economia e la paralisi di una società frustrata. Il Paese è pronto a ricevere oltre 200 MLD di Euro come fondi di soccorso dall’Europa ed è dubbioso circa la capacità del governo uscente di spenderli. Al contrario Mario Draghi viene visto come l’unico capace di tirare quelle somme. La sua amministrazione, al contrario di quella tumultuosa di Conte il quale era precedentemente sconosciuto e ideologicamente incoerente passando dai nazionalisti ai populisti e all’establishment di centro sinistra, farebbe immediatamente crescere la statura internazionale dell’Italia, la credibilità e l’influenza a Bruxelles. Inoltre oltre ad aver lavorato a stretto contatto con la Merkel e disporre di sofisticate conoscenze in economia, Draghi ha forti relazioni con la Casa Bianca attraverso JANET Yellen, la neo segretaria del Tesoro statunitense; egli la conosce bene per via dei suoi anni come banchiere centrale. Pertanto la prospettiva di vederlo guidare l’Italia porta fiducia ai mercati finanziari, cosa importante per la crescita dell’Italia nel lungo termine considerata la necessità di prendere in prestito denaro a basso tasso di interesse.

Tutto questo alone circonda un uomo che è di per sé stesso cauto. E’ nato in una famiglia della case media, suo padre lavorava alla Banca d’Italia e sua madre era una chimica. Entrambi i genitori morirono quando lui era un adolescente. Egli è stato educato dai Gesuiti, cosa questa che gli amici considerano alla base della sua imperscrutabilità. Egli non ha mai sostenuto un partito politico italiano e gli amici dicono che non ama che il suo nome venga messo in mostra nelle iniziative che sostiene. Ha studiato politica economica Keynesiana al MIT diventando il primo italiano a ricevere il dottorato. Gianfranco Pasquino che nel 1974 studiava ad Harward e giocava a calcio con Draghi dice di lui che è una persona seria, poco interessata alla politica italiana, che ama più ascoltare che parlare. E’ stato per un decennio a partire dal 1991 il massimo funzionario del Tesoro italiano dove ha saputo assicurare stabilità tra i perenni disordini politici. Egli sa essere estremamente efficiente e fresco quando si trova sotto pressione. I suoi contatti e la sua reputazione hanno attirato la banca d’investimenti Goldman Sachs la quale lo ha nominato vice presidente e direttore generale nel 2002. E all’epoca il premier Romano Prodi lo ha corteggiato come Ministro delle finanze. Nel 2006 divenne governatore della Banca d’Italia, dove aveva lavorato suo padre, e anche qui seppe uscire bene dallo scandalo per conflitto di interesse del predecessore rimanendovi fino alla nomina a Presidente della BCE. Ciò avvenne nel 2011 durante una grave crisi del debito sovrano. Da banchiere europeo egli mostrò un forte talento politico quando convinse i leader europei a tollerare il programma di stampa della moneta più ardito di qualsiasi altro intrapreso dalla Federal Reserve. Anche la Merkel ha sostenuto Draghi nonostante il timori di molti componenti del suo stesso partito secondo i quali tali politiche avrebbero riattivato l’inflazione. Cosa che non avvenne. Come residente BCE Draghi spinse anche per cambiamenti che includessero regole di allentamento del mercato del lavoro e razionalizzazione della burocrazia che peraltro non sono avvenute. Secondo altri se Draghi avrà successo nella formazione del nuovo governo darà priorità alla vaccinazione e alla gestione delle abbondanti risorse del pacchetto di soccorso (Recovery Fund) che egli stesso ha definito straordinarie.

Diversamente da Mario Monti, un altro economista chiamato alla premiership tecnocratica nel 2011 durante una crisi, Draghi ha la possibilità di spendere anziché tagliare, miliardi di euro. Egli in un discorso tenuto a Rimini l’anno scorso quando il suo nome cominciava ad essere fatto 2uale successore di Sergio Mattarella nel 2022, egli disse che gli investitori stranieri avrebbero accettato un maggiore indebitamento italiano se il paese avesse investito il denaro “nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione e nella ricerca”. E tra i suoi sostenitori oggi c’è un ottimismo fiducioso che lui saprà sbloccare i lavori pubblici paralizzati investendo nella creazione di posti di lavoro e nell’istruzione.

Matteo Renzi, un ex Primo Ministro, ha rilasciato una intervista nella quale dice:” Avremmo potuto buttarli via o spenderli male ed invece abbiamo Mario Draghi che significa fiducia, la prima regola della economia. Ora con lui viaggiamo con le cinture di sicurezza”. E’ stato Renzi a far collassare il governo Conte e i suoi sostenitori del M5S.

Ora Draghi deve superare la sfida della politica italiana e convincere i populisti che disdegnano i tecnocrati che una largo governo unitario è nell’interesse della nazione.

Gli anti-establishment 5 Stelle, i quali nonostante il calo di sostegno pubblico sono ancora il principale gruppo in parlamento, sono andati al potere demonizzando i banchieri internazionali e specificatamente lui, mister Draghi, ma temono che le elezioni anticipate derivanti da una loro reiezione provocherebbero una decimazione dei loro ranghi. E Di Maio si è mostrato disponibile, come altrettanto il demagogo Salvini il cui annunciato supporto segna anche una possibile svolta politica.

Pasquino dice:” Spero che Draghi abbia chiaro che ci sono molti squali nella politica italiana e tra si essi anche quelli piccoli possono produrre ferite profonde.”

 

 

 

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21 gennaio 2021 4 21 /01 /gennaio /2021 00:22

 

Alla fine della guerra civile contro i russi bianchi controrivoluzionari, sconfitti dall’Armata Rossa creata e diretta da Trotzkj, viene fondata l’Unione Sovietica. E’ il 30 Gennaio 1922. In quel periodo Lenin si ammalò e dovette combattere la malattia per due anni. Sempre in quel periodo egli scrisse anche brillanti pagine di analisi oltre al famoso testamento politico nel quale manifesta freddezza verso Stalin. La sua parabola mortale non è ancora chiara, coperta da molti decenni di retorica, ma in epoca post perestroika sono emerse foto e documenti impressionanti.

 

 

Fu quasi certamente un ictus a causare l’inizio della sua malattia mortale. Ma la sua è una morte senza diagnosi. Verso Alla fine dei suoi giorni, nel periodo delle foto volute dalla sorella, Lenin non era in grado di farsi capire. Emetteva suoni incomprensibili ed era già paralizzato. Morì Il 21 Gennaio del 1924.

 

Prima della sua morte per la diagnosi del suo stato vennero fatti pervenire, tra varie difficoltà, dei luminari dalla Germania i quali parlarono di alzaimer e sclerosi multipla. Essi valutarono seriamente anche la possibilità di un’intossicazione da piombo causata dai proiettili sparati da Fanni Kaplan nel 1918, ma senza giungere ad una conclusione definitiva.

Tra gli storici trotzkisti fu popolare la tesi che Lenin fosse stato avvelenato da Stalin ma secondo alcune analisi storiografiche all’epoca Stalin non avrebbe ancora avuto il potere di ordire un simile complotto. I bolscevichi fecero in modo che venisse tacitata ogni diceria circa una morte causata da sifilide ma anche questa è una possibilità. Il diario della sorella Maria Ulianova, nel quale costei si confida convinta della sifilide, venne tenuto segreto.

A tutt’oggi un’opinione attendibile rimane quella dell’accademico delle scienze mediche Jurij Lopuchin il quale riconduce tutto ad una occlusione nella carotide interna sinistra di Lenin nella parte intracranica e scrive che: L’arteria si era trasformata in un solido canale biancastro e denso. Ciò sarebbe compatibile con l’idea di un lento avvelenamento da piombo. Le pallottole che erano state sparate dalla Kaplan il 30 Agosto del 1918 non erano infatti mai state tolte ed una di esse, vicina all’arteria, venne estratta dopo la morte.

 

E’ possibile quindi che Lenin sia morto per le conseguenze dei proiettili o per la sifilide. In ogni caso il suo cervello tagliato a fette è ancora disponibile.

 

Spero che in vista del centenario della sua morte venga fatta chiarezza; ma prima scade il centenario  della nascita dell’Unione Sovietica, e questo, nel bene o nel male, non è certo un fatto trascurabile nella storia Russa.

 

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Spes ultima Dea

 

 

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16 gennaio 2021 6 16 /01 /gennaio /2021 23:05

 

 

LiMes di dicembre 2020 chiude l’anno dedicando l’analisi al virus, ovviamente. Non so se per confermare l’adesione al mainstream mediatico e star fuori dalle polemiche o per tentare una sorta di bilancio.

Il numero però è chiuso da un articolo che ci aggiorna su uno dei temi che hanno caratterizzato l’annata politica di Macron ovvero i rapporti della Francia con l’Islam domestico. Nell’Ottobre scorso alcuni gravi episodi di violenza hanno rianimato l’interesse della società francese per questo tema. La decapitazione di un insegnante e la sparatoria contro fedeli cattolici dentro una chiesa ha offerto alla TV qatarina Al JAZEERA l’occasione per una intervista al presidente dell’Eliseo per fare il punto su tali problematici rapporti. Essi infatti si aggravano sempre più e nella intervista Macron stesso parla di “contro-società islamiche”.

Si tratta della minoranza musulmana francese che ammonta ormai a sei milioni di residenti, ovvero l’8% della popolazione. Sono strati di popolazione che derivano da varie ondate di immigrazione, storiche e recenti, principalmente dall’Africa sub-sahariana, dall’Algeria e dal Marocco. Essi, anche se residenti da più di una o più generazioni sono malamente integrati nelle banlieau e lamentano discriminazioni di vario genere che sarebbero da attribuire al loro retroterra etnico e religioso.

La Francia istituzionale è consapevole del problema e fin dai primi anni novanta ha avviato una politica di ricerca della convivenza agendo sul fronte amministrativo. Sono state create due istituzioni che hanno il compito precipuo di organizzare la rappresentanza musulmana. Esse sono Il Consiglio Francese della Fede Musulmana e la Fondazione dell’Islam di Francia. L’azione gode del sostegno diplomatico anche di Algeria, Marocco e Turchia, ma le tensioni geopolitiche non sempre aiutano. Queste politiche di integrazione sono state anche accompagnate da altre misure come il divieto del velo nei luoghi pubblici.

Nonostante questi tentativi le tensioni nel rapporto con l’Islam si sono aggravate e negli ultimi cinque anni le vittime civili degli attacchi messi in atto da gruppi terroristici islamisti sono diventate quasi trecento.

Macron quindi ha maturato la convinzione di dover intervenire per la sicurezza civile e sta adottando un orientamento che si fonda sull’idea di separare l’Islam dall’islamismo. L’articolo di LiMes definisce “manicheo” questo approccio che però è approdato ad una proposta di legge sul “separatismo” islamico. Essa prevede un forte regime di controllo delle moschee e delle organizzazioni culturali sospettate di diffondere l’odio e l’istigazione alla violenza, nonché la repressione delle pratiche come la “separazione dei sessi” e la “scolarizzazione domestica”.

Le nuove misure contemplano l’idea di bloccare l’afflusso di imam provenienti dall’estero, assegnando invece al Consiglio il compito di formarli in Francia. Il Consiglio stesso ha accettato l’idea e sta lavorando per costruire un accordo con le comunità islamiche. La Fondazione per l’Islam di Francia verrebbe invece finanziata direttamente dal governo francese per organizzare piani di studio islamico nelle università e la creazione di una cattedra di islamologia. E’ l’dea di un “Islam dei Lumi” che verrebbe distillato negli studi accademici in aperto contrasto con l’islamismo radicale, il cui insegnamento verrebbe represso (anche nelle moschee e controllando la predicazione degli Imam).

Si tratta di una sfida non semplice e tutta da verificare. Ma è un’ipotesi interessante nel medio/lungo periodo per un’Europa avanzata, tollerante e pienamente capace di convivenza multietnica.

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21 dicembre 2020 1 21 /12 /dicembre /2020 18:27

 

 

Sara Loffredi, nata a Milano nel 1978 è la giovane autrice del romanzo che in 150 pagine precise ed efficaci racconta l’epica vicenda del cantiere e dei lavoratori che realizzarono il traforo del Monte Bianco tra il 1945 e il 1965. Venne abbattuto il diaframma storico tra Italia e Francia con un successo ingegneristico e un lavoro montanaro epico che si concluse con le solenni strette di mano del 14 Agosto 1962 tra Georges Pompidou e Amintore Fanfani.  Fu un momento di orgoglio e soddisfazione per le genti e i sindaci di Courmayeur e Chamonix.

La casa editrice Mondadori pubblicò nel 1967 il libro di Piazzo e Guichonnet che ricostruì la storia, mentre il libro di Piero Alaria, protagonista del romanzo oltre che dell’impresa, pubblicato nel 1976 a cura del Collegio dei geometri di Torino e di provincia, fornisce tutta la documentazione tecnica e la narrativa memorialistica a partire dalle operazioni topografiche per il tracciamento della galleria relativa al periodo 1946 – 1965.

 

Gli aspetti più suggestivi dal punto di vista romanzesco sono legati alla montagna, al cammino e alla forza del lavoro umano, impegnato in quello che si rivela essere sempre più un fronte di scavo drammatico e pericoloso la cui sfida è anche interiore. Il romanzo, umano come solo chi soffre sa narrare, è frutto di realtà e di invenzione, ma in entrambi i casi offre al lettore una emozionante lezione.

 

 

 

 

 

 

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27 novembre 2020 5 27 /11 /novembre /2020 13:54

 

 

 

UN’ALTRA PARTE DEL MONDO, di Massimo Cirri. (Feltrinelli 2016)

Il giornalista Massimo Cirri, noto soprattutto per la trasmissione radiofonica Carterpillar su Rai Rdio2 è anche psicologo ed ha esercitato per 25 anni nei servizi pubblici di salute mentale. E’ un curriculum che fa di lui un eccellente testimonial per la biografia di Aldo Togliatti, il figlio del Comunista che ha diretto la Terza Internazionale e costruito, con grande senso unitario, la Repubblica Italiana con il più grande partito comunista dell’occidente.

Cirri sa scrivere come Palmiro Togliatti sapeva far di politica e ne esce un libro denso di 350 pagine il cui sfondo è la storia di buona parte del secolo scorso. Il tutto con un grande senso di rispetto e comprensione per quei protagonisti e con un notevole amore per il dettaglio e la compostezza narrativa.

Aldo Togliatti è cresciuto in Russia e, purtroppo, schizoide/autistico, è rientrato in Italia senza mai rassegnarsi. In Russia aveva studiato come ingegnere ed aveva sofferto dell’abbandono per due anni del padre e della madre durante la guerra di Spagna. Ciò era avvenuto proprio negli anni dell’adolescenza ed aveva lasciato il segno.

La madre era Rita Montagnana una piemontese di famiglia ebraica che era stata chiamata da Gramsci a fare la funzionaria fin dai primi anni del Pcd’I. Poi aveva conosciuto e sposato Togliatti condividendone il periodo russo nonché le varie vicende rivoluzionarie europee ed era rientrata in Italia nella primavera del ’44 riprendendo un importante ruolo nel PCI, fondando l’UDI e partecipando alla Assemblea Costituente. E’ una delle sole 11 donne comuniste italiane che hanno frequentato la Scuola Leninista Internazionale di Mosca che era praticamente l’università mondiale della rivoluzione proletaria (il MIT del comunismo mondiale dice Cirri).

La vita di Aldo è però il contrario di quella genitoriale. Egli fu un uomo di bell’aspetto, fisicamente sano, somigliante al padre, conoscitore di varie lingue, ingegnere russo, colto lettore ma anche “timido prima, e poi man mano, sempre di più, introverso, silente, recintato in sé, al margine e poi fuori dal mondo e dalle relazioni.” (Cirri 338)

Come è noto e risaputo Togliatti padre tornato in Italia iniziò una relazione duratura con la giovane comunista Nilde Iotti con la quale negli anni cinquanta adottò una figlia, Marisa Malagoli Togliatti, e nel senso comune degli italiani è questa la famiglia del grande leader comunista. Nel 1948 al momento dell’attentato, Palmiro Togliatti giacente a terra colpito consegnò la borsa dei documenti alla Iotti finché sopraggiungevano i soccorsi dicendole due cose: chiama Aldo e consegna la mia borsa a Longo. Fu Aldo a stare amorevolmente nella stanza del padre ferito mentre alla Iotti fu inizialmente negata la possibilità di entrare e Rita Montagnana, a tutti gli effetti ancora moglie legale, stette sempre sulla soglia della stanza. Ma la storia matrimoniale era già finita e più avanti quando Rita concluse la propria storia parlamentare Aldo visse con lei. E quando Rita morì la sua patologia si era già aggravata e Aldo finì nella clinica Villa Igea di Modena ove trascorse senza storia gli ultimi trent’anni della propria vita. Ci fu sempre il discreto aiuto della famiglia e del Partito ma Aldo venne accantonato e, dal senso comune, dimenticato.

 

Ma non è una storia triste, è solo la vita reale, senza drammi e il libro di Cirri indaga bene il rapporto tra il padre e il figlio che ne esce assolutamente umano, con un Palmiro assolutamente degno dello spessore che la storia gli ha affidato, una madre Rita rivoluzionaria professionale di alto profilo e un Aldo che ha saputo fare della sua sofferenza un ammirevole modello di discrezione.

 

E’ stata una bella lettura che, nonostante alla mia età fossi convinto di sapere già tante cose, mi ha dato molto. Complimenti all’autore e un pensiero dolce a tutti gli Aldo della storia.

 

 

 

 

 

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26 novembre 2020 4 26 /11 /novembre /2020 18:00

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26 novembre 2020 4 26 /11 /novembre /2020 18:00

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11 settembre 2020 5 11 /09 /settembre /2020 09:50

 

 

Nell’estate 1956 io avevo cinque anni. Mio padre e mia madre vivevano sani e felici in una Valdagno che festeggiava il raggiungimento del titolo di città, il monumento a Marzotto e le speranze legate all’avvio del miracolo economico. In realtà due anni prima c’erano stati 138 licenziamenti per esubero di personale.

A Recoaro invece le stagioni turistiche termali erano in auge e richiamavano gente da tutta Italia. Si organizzavano frequentemente gite in pullman fino all’Ossario del Pasubio per mostrare la bellezza delle Piccole Dolomiti e tra queste, quella di Sabato 11 settembre 1956, che si concluse col pullman nell’abisso.

Il fatto

Alle 15:45 in località Boal de la Bante il vecchio pullman rosso tipo Leoncino a suo tempo collaudato per 23 passeggeri, ne trasporta 27 verso l’Ossario del Pasubio ma durante una sosta precipitò nella scarpata per 135 metri causando 15 morti e vari feriti nei cinque successivi, drammatici colpi d’impatto della caduta.

Il giovane autista Giuseppe Girotto verrà condannato il 20 Luglio 1957 a cinque anni e 4 mesi, confermati in appello, con l’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime. Il risarcimento dei danni ammontava a 14 milioni di lire e fu a carico dell’autista nonchè della ditta di autotrasporti. Venne invece assolta l’Azienda Turistica che aveva organizzato la gita, facendo regolarmente pagare 700 lire al biglietto.

Cause e dinamica dell’incidente.

Piovviginava e l’autista accostò per tergere l’appannamento del cristallo. Non riuscendo completamente a farlo dall’interno ed essendogli caduto il panno egli scese per recuperarlo ma non riuscì più a salire perché nel frattempo il movimento indietreggiante del pullman aveva innescato il panico tra passeggeri che ostruivano l’unica portiera.

Le perizie dimostrarono che il pullman, un po’ vecchiotto ma con 85.000 Km, oltreché essere sovraccarico aveva il freno a mano inefficiente, le gomme consunte all’80% e il tergicristallo rotto. Il conducente sostenne di aver spento il motore e innestato la retromarcia nonché girato le ruote a monte, ma la perizia smentì questa ricostruzione trovando innestata la terza marcia e giunse alla conclusione che concomitanza di marcia alta, freno difettoso e forte pendenza (13%) causarono la messa in movimento del pullman. Il mezzo cadde all’indietro abbattendo anche un muretto stradale e con l’autista aggrappato alla portiera col piede sul predellino.

Il mistero del cambio

La tesi difensiva dell’autista, che era figlio del capo dei vigili urbani della città di Valdagno, era di aver rispettato tutte le misure di sicurezza del caso compreso l’innesto della retromarcia a motore spento e che l’asta del cambio a suo dire era stata spinta in folle durante il trambusto delle persone accalcate nel tentativo di scendere. Ma la perizia accertò che durante la caduta la marcia innestata era la terza e che non sarebbe risultato possibile lo sblocco della marcia senza l’uso della frizione per l’esistenza di un dispositivo apposito montato in serie. La questione del cambio non fu mai chiarita e alcune testimonianze avvallarono in parte la tesi del Girotto secondo la quale qualcuno dei passeggeri era intervenuto sul posto di guida.

 

I soccorsi

La comitiva non era composta solo dalle 27 persone sul pullman, c’erano anche altri passeggeri in due taxi che seguivano. Constatata la tragedia uno di questi si recò a dare l’allarme presso il custode dell’ossario il quale chiamò i carabinieri che furono i primi a raggiungere il luogo. Le vittime furono soccorse dalle autoambulanze dell’epoca con l’aiuto del soccorso alpino e furono trasportate anche all’ospedale di Valdagno durante le varie ore del pomeriggio. Tra i soccorritori Gino Soldà che collaborò al trasporto manuale dei feriti uno dopo l’altro a partire dai più gravi. Per ultime le salme fino a dopo il tramonto e nel giorno successivo, distribuite lungo tutto il percorso della caduta, anche in cima agli alberi.

L’autista non si trovava perché si era dato alla fuga e le ricerche furono inutili. Egli si costituì alle forze dell’ordine due giorni dopo dichiarando di aver vagato per boschi e malghe come un fantasma.

Il primo bilancio comunicato alla stampa fu di nove morti, ma presto giunsero a 14. Tra di essi una coppia di sposi in viaggio di nozze trovati abbracciati tra le lamiere accartocciate. Infine l’anziana marosticense Caterina Minuzzi che, seduta accanto al posto di guida era stata la prima a scendere dal pullman, morì successivamente presso il nosocomio di Valdagno e fu enumerata tra le vittime portando il totale a 15.

Una bambina veronese di nome Asia si salvò, ma perdendo i genitori.

 

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Tratto da Giro di Nera di Alberto Belloni

 

 

 

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1 settembre 2020 2 01 /09 /settembre /2020 17:48

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9 agosto 2020 7 09 /08 /agosto /2020 17:44

 

 

 

 

Nel secondo semestre del 2019, cioè a cinquant’anni da Piazza Fontana, è uscito ITALIA DELLE STRAGI edito da Donzelli. Il libro, curato da Angelo Ventrone, raccoglie una serie di articoli scritti da giudici impegnati in vari processi delle trame nere e nel suo insieme sistematizza tutte le vicende eversive 1969 - ’80.

Personalmente ho trovato molto utili gli scritti di Calogero e Tamburino i quali permettono una lettura che ritengo conclusiva del periodo che ha caratterizzato l’attacco neofascista in Italia. Essi affrontano infatti le vicende fondamentali di quegli anni ovvero Piazza Fontana, il tentato golpe Borghese, le stragi di Peteano e quella della Questura di Milano nonché l’inchiesta sulla Rosa dei Venti. L’analisi poi prosegue su Piazza della Loggia, il golpe bianco e l’Italicus per approdare alla Strage di Bologna del 2 Agosto 1980.

Ventrone è un docente di storia contemporanea che si era già occupato nel 2018, assieme a Carlo Fumian di terrorismo europeo, ma l’approccio del saggio è sostanzialmente tutto rivolto all’interno dei confini nazionali. Ciò riflette l’ottica tipica del magistrato il quale, a differenza dello storico, si muove all’interno della dottrina e della giurisprudenza cogenti delimitandone i riscontri. Calogero per la verità produce una analisi di quei trattati che vincolano l’Italia limitandone la sovranità e quindi ci offre un’ottica meno ristretta, ma quando poi si parla della Stazione di Bologna lo sguardo extranazionale scema definitivamente.

Ciò costituisce il limite strutturale del libro che però ci offre il saggio finale di Claudio Nunziata sulla continuità dell’azione golpista nella seconda parte degli anni settanta. Nunziata è stato giudice nelle inchieste dei processi Italicus bis e rapido 904 dopodiché, ritiratosi, è diventato il consulente della associazione delle vittime della Strage di Bologna. Le sue preziose consulenze hanno permesso la ripresa delle ricerche sui mandanti del 2 agosto 80 con l’avvio dell’ultimo procedimento.

 

Un libro prezioso da leggere e consultare.

 

Alcune note

 

Tutte e stragi che hanno insanguinato l’Italia dal 1969 ad oggi appartengono ad una unica matrice organizzativa.  C’era una struttura da cui partivano le direttive e i militanti di estrema destra cui essa attingeva dovevano eseguire. Tutto ciò con l’obiettivo di destabilizzare l’ordine pubblico al fine di stabilizzare il sistema politico. Scatenare la rabbia del popolo per usarla nella repressione e rafforzare lo stato e chi lo controlla nell’ambito delle alleanze occidentali. Un piano di azione diretta sotto copertura dove l’azione è affidata ai civili reclutati e la copertura agli ufficiali del controspionaggio e dell’ordine pubblico.

La strage di Peteano è l’unica non riferibile alla pianificazione della struttura, ma egualmente coperta. E perciò rientrante nella medesima strategia. E’ l’elemento copertura e depistaggio a collocarla all’interno della strategia della tensione. Fin da pochi giorni dopo l’atto criminale infatti il gruppo investigativo che si impadronì delle indagini operò “una serie di falsità in atti pubblici finalizzate al favoreggiamento personale del gruppo ordinovista responsabile della strage” (pg 67) Col loro intervento la matrice neofascista della strage fu coperta per 12 anni.

Il generale del CC Palumbo morì prima della sentenza

 

E’ quello che sostiene Vincenzo Vinciguerra secondo la ricostruzione di Calogero pubblicata a cura di Angelo Ventrone nel libro L’ITALIA DELLE STRAGI Donzelli editore 2019.

 

 

 

E' da notare anche la netta differenza di interpretazione tra Wladimiro Satta e Pietro Calgero sui fatti di Peteano. Per il primo le argomentazioni e il movente dell’agnizione di Vinciguerra sono dubbie.  Inoltre l’attentato appartiene alla storia del neofascismo mentre le coperture appartengono alla guerra fredda. I funzionari agirono con solerzia per proteggere Stay Behind e la vicenda ebbe successivamente esiti soddisfacenti anche come “punizione” (no condanna) per depistaggio.

Per Calogero invece Casson, all’indomani delle rivelazioni di Andreotti, identificò subito Gladio nella struttura evocata da Vinciguerra ed incolpò quest’ultimo di aver sottratto ed utilizzato l’esplosivo di Aurisina (Nasco) per l’attentato in tal modo sottraendo Gladio dal sospetto di stragismo.

Vinciguerra impugnò l’impianto di tale accusa rivelando inoltre, ciò che poi fu accertato, ovvero che l’esplosivo utilizzato era stato rubato in una cava.

Molto interessante ed atipica l’osservazione di Calogero quando dice che la copertura essendo scattata post delictum implica il riconoscimento del carattere neofascista della strage e la volontà di preservare la capacità di lotta del gruppo contro il pericolo comunista; risorsa che altrimenti sarebbe andata perduta in caso di costrizione con il carcere a vita.

Per me ciò spiegherebbe perché Vinciguerra, in una ottica di piena coerenza con l’obiettivo di sottrarsi alla strumentalizzazione del sistema, abbia agito per ottenere e non per evitare la condanna all’ergastolo. Inoltre l’approccio di Casson potrebbe essere stato concepito in un’ottica di salvaguardia di Stay Behind …

 

 

 

 

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