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21 novembre 2013 4 21 /11 /novembre /2013 17:33
JFK  e il lancio di Caroline

Noto che il cinquantenario della uccisione di JFK vien ricordato con una certa solerzia dal mainstream mediatico occidentale. Non ho ancora capito se ciò dipende dalle scelte propagandistiche di Obama o se c’è in ballo qualcos’altro. In ogni caso non vedo grandi novità all’orizzonte e soprattutto non colgo ansie d’inchiesta tra i vari servizi giornalistici. L’unica novità nel panorama Kennediano è data dalla nomina della figlia Caroline come ambasciatore americano in Giappone. E’ un fatto certamente significativo, che qualifica una politica estera obamiana alquanto ansimante, ma non è la fine del mondo.

Per carità, il ruolo della Caroline potrebbe essere anche rilevante in prospettiva perché, dopo un certo rodaggio che ne metta in luce qualità e difetti, potrebbe diventare candidata democratica alla presidenza. Vedremo. Nel frattempo colgo l’occasione per rinfrescarmi la memoria in tema di misteri Kennedy, in particolare su alcuni sassi lanciati con mano, ovviamente nascosta, negli anni scorsi.

Nel Marzo 1964, pochi mesi dopo la morte di JFK, la vedova Jaqueline si affidò ad Arthur Schlesinger per rilasciare una lunga intervista (pare di oltre otto ore). Le cassette sarebbero poi state affidate alla figlia Caroline assieme all’incarico di pubblicarle da grande quando sarebbe stato il momento giusto.

Ora il quotidiano La Stampa del 9 Agosto 2011 annunciava che il momento sarebbe giunto proprio col cinquantesimo attraverso la produzione di un documentario, oggetto tra l’altro di polemiche negli Stati Uniti, contenente tutte le rivelazioni Schlesinger. Poi la notizia è ritornata varie volte su altri quotidiani, ma non vedo il riscontro televisivo che sarebbe segnale di una vera volontà di informazione sul caso. Inoltre si punta più sul gossip che sulla sostanza del complotto…

In quei dialoghi la vedova accennava al proprio sospetto su Lindon JOHNSON e questo, seppur con una certa cautela, lo si dice ormai apertamente. Ne parla anche Imposimato nel suo libro sui 55 giorni del caso MORO, ma il punto vero sarebbe che a partire da questo fatto, il quale ormai costituisce una certezza acquisita, si potrebbe attivare una campagna di inchieste che scavi ed evidenzi gli aspetti ancora oscuri del complotto di poteri che stava dietro a Johnson e questo è ciò che mi aspetterei da una corretta celebrazione del cinquantenario. Invece abbiamo il gossip.

Ma anche sul terreno del gossip il maintream mediatico si dimostra tendenziosamente selettivo. Non si enfatizza ad esempio il fatto che durante la crisi di Cuba JFK si “faceva” in ascensore una giovane donna che poi è stato dimostrato essere una spia della STASI.

Anche la relazione tra BOB Kennedy e Marilyn Monroe è ancora da risolvere. La Stampa del 6 Agosto 2011 dava conto dell’inchiesta del giornalista americano Ronald Kessler, del New York Times pubblicata nel libro “The Secrets of the FBI”. Egli avrebbe messe le mani su alcuni file segreti di Hoover usati per ricattare i politici.

In particolare in quel libro si fa riferimento al rapporto che William Simon inviò il 5 Agosto 1962. Egli ivi dichiarava di aver prestato riservatamente a Bob la propria auto il giorno precedente proprio per un incontro clandestino tra Marilin e Bob. Secondo Simon in quell’incontro Bob avrebbe perentoriamente annunciato la fine della storia amorosa causando in questo modo il di lei suicidio. Per quegli incontri clandestini, che avvenivano a Brentwod sempre con l’auto di Simon, vi sarebbero vari riscontri come ad esempio la innocente testimonianza della figlia di Simon di aver trovato, dopo una delle tante volte che l’auto era stata prestata, gli occhiali Ray Ban di Bob dimenticati nel cruscotto.

Ora se si chiarisse bene la vicenda di quel triangolo (John - Marylin – Bob) si potrebbe capire meglio il vero ruolo di quell’attrice morta tra i letti del potere.

Non vorrei che l’avvio alla carriera politico-diplomatica di Caroline fosse in realtà la contropartita di un certo silenzio sulle questioni scottanti contenute nelle otto ore di quei famosi nastri.

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18 novembre 2013 1 18 /11 /novembre /2013 16:01
Le mafie della ex Jugoslavia

Limes di NOVEMBRE è dedicato al circuito delle mafie.

Come sempre, ricco di analisi d’attualità, Limes traccia una panoramica che permette la comprensione dei processi di ristrutturazione dei rapporti di forza tra potenze mondiali. Anche le cartine risultano preziose, una vera e propria mappa della mafia globale. Leggo quindi anche questo numero con l’approccio di chi è ormai convinto che mafia non significhi criminalità, ma potere. Semplice potere moderno, potere globale.

Oggigiorno le nazioni hanno ancora un ruolo in quanto fattori di compartimentazione del campo competitivo. E le mafie sono il vero motore di apertura dei mercati.

Tra i vari articoli richiamo questo perché connesso col tema della ex Jugoslavia; tema al quale ho dedicato precedenti attenzioni.

BALCANI, LUCI IN FONDO ALTUNNEL?

(pgg 181 – 188)

Che cosa resta oggi di quella terribile vicenda jugoslava, dopo il disfacimento? Forse per cercare la risposta a questa domanda ci viene in aiuto l’ultimo numero di LIMES, la rivista di geopolitica di Lucio Caracciolo. In questo ultimo numero della rivista l’articolo di Matteo TACCONI propone un percorso di lettura molto chiaro: L’ex Jugoslavia resta terra franca per le narcomafie. La caccia ai boss Kelmendi e Saric ha svelato una fitta rete di complicità politiche. Ora al monopolio albanese dell’eroina si affianca il grande business della coca. Ma le pressioni dell’UE cominciano a dare frutti.

Al termine del conflitto, scrive TACCONI, molti ex guerriglieri sono divenuti politici e hanno contribuito a fare del Kosovo uno Stato mafia, portando bad practicies nelle istituzioni. Ramush Haradinaj, ex comandante dell’UCK fondatore e numero uno della Alleanza per il futuro del Kosovo (AaK), è uno di questi. Naser Kelmendi, kosovaro del 1957 ufficialmente residente Sarajevo, è stato individuato come il più importante boss del ciclo mafioso che vede l’eroina afgana transitare attraverso i Balcani per raggiungere il centro europa e la piazza iperglobale di Londra. I due sono legati l’un l’altro da interessi ed amicizia.

Questi ed altri esponenti costituirebbero un vero e proprio gotha politico-criminale che spazia in tutta l’area: Albania, Kossovo, Montenegro e Sarajevo.

Poi c’è il serbo-montenegrino Darko Saric. Egli a suo tempo comprese che il settore eroina nei Balcani era già saturo e si diresse al brokeraggio, comparto della cocaina, allora poco trattata. In pochi anni mise insieme i pezzi di una filiera che fa dei Balcani tutt’oggi un grande, nonché sicuro, magazzino di coca. Costui per anni è stato ben ammanicato presso funzionari del Ministero degli Interni, ed ebbe incontri con lo stesso ministro degli interni di allora. La pacchia però è finita un paio d’anni fa quando l’operazione “Balkan Warriors”, elogiata ufficialmente anche da Pietro Grasso, ha smantellato buona parte della rete tra Sudamerica, Balcani e Italia.

Ma molto resta ancora da fare evidentemente: “L’impressione è che e mafie giganteggino, tengano in ostaggio la politica, contaminino la economia e sappiano replicare i loro schemi anche all’estero…” scrive sempre Tacconi. Per poi concludere però con uno sprazzo di ottimismo:

Ma è indubbio che ci sono stati dei miglioramenti e ciò è dovuto in buona parte al processo di integrazione europea, il quale procede lentamente, ma impone criteri più alti in termini di sicurezza e giustizia…“

Spero che queste parole non siamo semplice ottimismo di maniera, ma evochino invece una prospettiva realistica. Se il disfacimento jugoslavo ha finora prodotto solo un allargamento della rete degli Stati mafia ma il processo di integrazione europea ne può costituire una nemesi portando, vabbè, giustizia e pace… ebbene allora quel terribile sfacelo degli anni novanta potrà un giorno essere indicato non come un orrore, ma come un travaglio di nuova civiltà.

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8 novembre 2013 5 08 /11 /novembre /2013 19:00
Crollo del ponte di Mostar.

Vent’anni fa l’artiglieria croata faceva saltare il ponte di Mostar. Quella distruzione danneggiò seriamente la reputazione internazionale della Croazia e mise in guardia il mondo dagli orrori del vandalismo culturale. Oggi la sua versione ricostruita è considerata patrimonio dell’umanità anche per perpetuare il suo valore simbolico. La Croazia infatti è cattolica mentre la Bosnia è musulmana e quel ponte (sul fiume Neretva) rappresenta il tratto d’unione tra i due mondi.

Nel 1993 la situazione in loco era veramente triste e pericolosa. Quel piccolo ponte, che pur non serviva per il trasporto di armi, stava diventando centro topico del pacifismo internazionale e don Albino Bizzotto aveva autorizzato manifestazioni pacifiste caratterizzate dal gesto simbolico del suo attraversamento. Uno dei suoi seguaci, Gabriele Moreno Locatelli, lo aveva fatto sfidando il presidio dei cecchini del presidente Izetbegovic. Venne ucciso. Oggi c’è un film “Morte di un Pacifsta” e un libro “Il Guerriero e il Pacifista” che sostengono la falsità della versione ufficiale e accusano il servizio segreto bosniaco. Spero che un giorno si sappia la verità, intanto ciò che rimane è un altro lutto inutile e il ricordo di una guerra terribile.

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Le forze militari delle Nazioni Unite erano concentrate nelle United Nations Protected Areas (UNPA) le quali a loro volta erano suddivise in quattro settori: Nord, Sud Est e Ovest. Quelle dislocate in Bosnia Erzegovina erano chiamate UNPROFOR 2. Il contingente spagnolo del settore Sud era appunto a Mostar, mentre i Britannici erano nelle zone Est e centro della Bosnia, a Vitez e Tuzla con un quartier generale di controllo a Kizeljak. Altre forze, come i Canadesi e i Francesi controllavano Sarajevo, con particolare attenzione all’aeroporto e un gruppo di peacekeepers olandesi erano disposte a Srebrenica. Il comando generale aveva quartier generale a Zagabria. Dalla Germania partivano i British Harrier specializzati in operazioni aria-terra, capaci di decollo ed atterraggio verticali; non necessitavano pertanto delle piste standard. Tutto ciò però non fu sufficiente a dominare la situazione.

La data di oggi mi fa tornare l’interesse per il libro di Alastair Finlan sul processo di disfacimento della Yugoslavia.

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La cronologia del crollo jugoslavo dopo Mostar

1993 Viene rivelato il piano di pace Vance Owen. Viene creato dalla comunità internazionale l’ICTY ovvero: tribunale criminale internazionale per la ex Iugoslavia, con sede all’AIA.

Esplode su larga scala il conflitto tra Bosniaci e Croato Bosniaci.

1994 (Febbraio) A Sarajevo viene bombardato con colpi di mortaio il Markale Market. NATO pianifica intervento, viene presentato il piano Owen-Stoltenberg e creata la federazione Bosniaco-Croatobosniaca. Viene attaccata Gorazde e abbattuto un British Sea Harrier (aereo da caccia britannico). Inizia il lavoro diplomatico del Gruppo di Contatto. In Dicembre cessano le ostilità.

1995 In Luglio cadono Srebrenica e Zepa. Vengono massacrati 7000 tra uomini e ragazzi musulmani bosniaci. Il Markale Market viene attaccato con mortai dai serbo bosniaci.

(Novembre) Accordi di Dyton.

(Dicembre) Firma di pace a Parigi. Viene dispiegata in Bosnia Erzegovina una apposita forza di pace Onu, la IFOR (Implementation Force)

1996 la SFOR (stabilization Force) rimpiazza la IFOR.

1998 Guerra aperta tra Serbia e Kosovo Liberation Army. In Settembre viene adottata dal Consiglio di Sicurezza la risoluzione ONU 1199.

1999 (Gennaio) Massacro di Racak. Colloqui di Rambuillet, prende avvio la Operazione Allied Force (Attacchi NATO conseguenti al rifiuto iugoslavo di abbandonare il Kossovo). In Aprile viee bombardata la TV e la Radio di Belgrado. (Giugno) Accordo tecnico-militare. Viene adottata la risoluzione 1244.

2000 A Belgrado Arkan viene colpito a morte. Scomparsa di Ivan Stambolic. (Ottobre) Insurrezione popolare contro Milosevic, che si dimette, Voijslav Kostunica diventa presidente della Iugoslavia.

2001 (Aprile) Il primo ministro serbo Ivan Djindjic permette l’arresto di Milosevich.

2002 (Febbraio) Inizia il processo a Milosevich per crimini di guerra.

2003 i presidente serbo Milutinovic SI CONSEGNA ALL’aia per affrontare il processo nel quale è sospettato di crimini di guerra.

(Marzo) Assassinio di Zoran Djindjic.

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7 novembre 2013 4 07 /11 /novembre /2013 00:31
STORIA E FANTASIA, di Gianni Bassi.

Nel 1996 la casa Editrice Veneta, di Vicenza ha pubblicato Storia e Fantasia, di Gianni Bassi, valdagnese acquisito. In questo libro l’autore presenta nove dei suoi racconti ambientati nel passato remoto vicentino. Questo volume avrebbe quindi dovuto precedere una raccolta di racconti che poi, a quanto mi risulta, non ha mai avuto seguito. L’intento dell’opera è più divulgativo che narrativo; l’autore infatti correda il testo di note a piè pagina ed ambienta le storie in circostanze presumibilmente verosimili.

Il primo personaggio che si incontra è “” abitante della Valle della Fontega a Fimon centomila anni fa. Siamo nel periodo interglaciale del ciclo Riss - Wὕrm, quando l’homo erectus viveva la lunga estate che ebbe luogo prima della glaciazione successiva. Gli umanoidi cacciatori dell’epoca vivevano in gruppi sparuti e la fiction di Bassi narra di una azione di caccia al daino durante la quale Pà deve affrontare un branco di iene inferocite e si salva grazie ad una sorta di grinta telepatica che trattiene le iene e gli permette di raggiungere un tronco sul lago assieme ai figli.

Successivamente abbiamo un salto di ventimila anni che ci porta in Val Liona, sempre sui Berici, durante i millenni in cui si afferma l’uomo di Neanderthal. Qui il tema più suggestivo, almeno nella mia lettura, è dato dal rapporto tra le razze superiori e inferiori che convivono. La scena si svolge nella parte meridionale del massiccio collinare dei Berici e la razza dei Pitecantropi è ormai in via di estinzione a causa della sua inferiorità nella lotta con il sapiens per la penuria di risorse. Nella fiction di Bassi il giovane VAIN, uno dei protagonisti della seconda storia, è infatti un homo sapiens musteriano, abile cacciatore il quale nutre un forte sentimento di amicizia per HER, suo schiavo. Questo giovane coetaneo di VAIN è un pitecantropo (1300 cc di cervello, contro i 1600 dei neanderthaliani) a sua volta molto affezionato tanto che nella mia lettura ha trovato spazio anche l’ipotesi di un amore omosessuale tra i due. Il terzo personaggio di questo racconto è HOL, un forzuto neanderthaliano che odia VAIN e che si mangia il cervello di HER durante una uscita di caccia. Ciò lo fa entrare in forte contrasto con VAIN che inizierà ad odiarlo a morte al punto da causare l’esilio da parte degli anziani della tribù. Ma nell’autunno successivo, quando tutte le tribù si ritrovano, come ogni anno, per commerciare pelli ecc. avviene lo scontro mortale tra i due. Tale scena avviene in una zona collocata tra le odierne Lonigo e Almisano ed io mi sono divertito ad immaginare una sepoltura rituale ai Rapossi, zona di millenarie, nonché attuali, sepolture sacre…

Il testo non va oltre le duecento pagine ed è corredato da un comodo indice analitico. I nove racconti comprendono un periodo che va dal 100.000 a.C. fino al 1500 a.C. con l'età del bronzo. Qui la comunità del FI-MOO guarda con apprensione alle montagne del settentrione perché teme la calata degli uomini selvaggi e giganti che non coltivano la terra. E muore Ma-Ha la vecchia saggia della comunità colei che, sorgente della forza e punto di riferimento per ogni decisione, raccontava con la sua saggezza le storie di un passato che diventa protostoria.

La parte più forte del libro mi è sembrata comunque essere quella divulgativa con note e appendici. Da appassionato archeologo Gianni Bassi si rivolge ai lettori attratti dalla preistoria nell'intento di superare le loro difficoltà di approccio agli aridi testi scientifici.

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4 novembre 2013 1 04 /11 /novembre /2013 22:11
Taste for intrigue.

[4 Novembre 2013]

TASTE FOR INTRIGUE. Il quotidiano americano International New York Time dedica oggi un articolo a Gerad de Villiers, 83, autore della popolare serie di narrativa spionistica francese.

Le sue spy thriller series sono diventate nei decenni un archivio di segreti d’intelligence del mondo reale. Era nato a Parigi l’8 Dicembre del 1929. Il suo primo romanzo risale al 1965 quando pubblicò “S.A.S. in Istambul”. E’ morto di cancro il 30 Ottobre 2013, dopo la pubblicazione, avvenuta lo scorso Agosto, del suo ultimo romanzo, che porta il numero 200, “Le venegance du Kremlin”.

Egli è stato il successore di Jan Fleming diventando l’autore della “longest-running fiction series“ mai scritta da uno stesso autore. Il suo personaggio topico è SAS ovvero Sua Altezza Serenissima Malko Linge. Egli definiva le sue storie “Fiabe per Adulti”, era spesso criticato dalle femministe freancesi per l’uso delle sue famose copertine ostensive di donne svestite munite di pistola, e non aveva mai nascosto il suo orientamento di estrema destra, razzista ed antisemita.

L’aspetto che mi intriga è la sua capacità di previsione come ad esempio quando nel 1980 scrisse un romanzo nel quale militanti islamici uccidono il presidente egiziano Sadat. Cosa che poi avvenne effettivamente l’anno successivo. E ancor megli m intriga la sua narrativa sulla Siria e sulla Libia con alcuni romanzi del 2011 nei quali prefigura molta della violenza effettivamente poi avvenuta.

Di lui possiedo “La vendetta di Saddam Hussein” uscito con la collana di Mondadori SEGRETISSIMO nel dicembre 2012.

Da leggere.

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2 novembre 2013 6 02 /11 /novembre /2013 16:18
Venetikens

Nel 1993 ero già da alcuni anni interessato a capire cosa succedesse nella pancia profonda del mondo veneto alle prime insorgenze della Lega Nord. Giravo le fabbriche della provincia e vedevo gli operai, molti dei quali provenienti da famiglie contadine, rivendicare una “diversità” dal resto d’Italia che nel decennio precedente era rimasta repressa nel gergo sindacale lasciando prevalere l’idea di una solidarietà. Fu così che cercando le ragioni di questo cambiamento io, che ero cresciuto in una città dalla lunga tradizione industriale, scoprii la profondità dell’identità veneta e mi interessai di storia e anche di preistoria.

Acquistai in quell’anno il libro I VENETI di Loredana Capuis e scoprii i Reti, la cultura Polada, e la romanizzazione della mia terra. Di questo si occupa ora esattamente la mostra VENETIKENS che si tiene a Padova nel Palazzo della Ragione. Questa mostra padovana risulta particolarmente utile a coloro che stanno seguendo le lezioni della dottoressa Cinzia Rossato presso l’Università degli Adulti Anziani di Valdagno. Un ciclo di conferenze che si ripropone di RISCOPRIRE IL TERRITORIO VICENTINO CON L’ARCHEOLOGIA, sette lezioni che conducono dal paleolitico alla romanizzazione.

Entrambe queste circostanze costituiscono un’ottima occasione per rispolverare quel libro e altri oggetti del medesimo dossier.

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Alla fine di Giugno del 1976 a Padova si tenne un convegno di studi etruschi ed italici ed in contemporanea presso il Museo Civico agli Eremitani, si tenne una mostra dedicata alla Padova Preromana con la cura, tra l’altro, della Soprintendenza Archeologica di Venezia. Quella mostra focalizzava principalmente i ritrovamenti del territorio strettamente padovano, ma spaziava nelle premesse e nelle correlazioni su tutto l’arco della paleontologia veneta. Per questo mi ritorna utile un rispolvero di quel catalogo, ancora con foto in bianco e nero, dal quale presero stimolo le mie prime curiosità sulla nostra preistoria.

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Il Giornale di Vicenza del 19 Dicembre 1994 in un articolo della pagina culturale dava notizia relativa alle tesi sostenute da tre studiosi sloveni sulla base di ricerche storiografiche, archeologiche e linguistiche.

Jozko Savli, Matej Bor e Ivan Tomazic sostengono un ruolo di particolare importanza degli antichi veneti, un ruolo che andrebbe ben oltre ciò che la preistoria ufficiale insegna. La loro ricerca per la verità è soprattutto focalizzata sulle origini della identità slovena, ma per questa via i tre ricercatori giungono alla conclusione insolita che gli antichi veneti sono “i veri antenati” dei popoli centroeuropei e in particolare degli sloveni. E’ noto che nel sesto secolo DOPO Cristo le popolazioni slave popolarono i Balcani ed è su questo che si fondano le ipotesi sulla formazione dell’identità slovena. Ipotesi sostenute e diffuse in particolare nel recente periodo della unità jugoslava al fine di dare fondamento culturale al nazionalismo. Ora, con il disfacimento della Jugoslavia riemergono le tesi come questa che tendono invece a differenziare gli Sloveni dalle identità delle popolazioni vicinali. Si tratta quindi di idee che a loro volta potrebbero essere influenzate dalla nuova situazione politica e anzi, considerando che escono nel momento immediatamente successivo alla conquista della indipendenza slovena in una prospettiva di entrata nella Unione Europea, diventa molto funzionale rivendicare fratellanze storiche con la popolazione veneta.

In ogni caso questa teoria è stata respinta dagli ambienti accademici e in Veneto viene supportata da ambienti del venetismo politico. Ed è interessante notare che nella mostra VENETIKENS di Padova non se ne fa cenno.

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Venetikens
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1 novembre 2013 5 01 /11 /novembre /2013 22:49
Cospirazione Octopus, di Daniel Estulin

Simone, Michael e Curtis sono i nostri eroi che salvano il mondo dalla crisi globale finale: il crollo dell’economia totale vene evitato all’estremo limite. Come nei film di 007. Simone è una donna, la sorella di Danny Casolaro, giornalista americano che viene ucciso e la cui morte viene spacciata per suicidio. E sarà proprio Simone, aiutata dai suoi due amici, uno dei quali, Curtis, è un addestratissimo specialista con un passato nelle forze speciali, ad avviare e portare a termine la ricerca della verità.

Uscito in settembre 2013 questo romanzo-thriller ha nel nome del suo autore un viatico portentoso. Io stesso l’ho letto solo perché attratto dal nome di Daniel Estulin, quello che ha scritto IL CLUB BILDERBERG. Allora non si trattava di un romanzo, ma di una inchiesta giornalistica che ha l’ambizione di denunciare l’esistenza di un potere sovranazionale.

Questo invece cerca di fornire ad un lettore di massa la chiave interpretativa di una cospirazione che starebbe alla base della attuale crisi. I fattori tipici del complotto globale ci sono tutti: dal segreto aureo ai codici che salvano il mondo rendendo possibile l’accesso ad una rete segreta di conti correnti nascosta tra i computer.

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In questa storia il presidente degli Stati Uniti è un buono mentre i cattivi stanno nascosti tra i Consigli di Amministrazione dei network bancari. Essi si fanno le scarpe tra di loro usando corpi speciali di contractors e complicati sistemi di spionaggio elettronico. Essi sono accomunati dai piani di una piovra cospirativa, Octopus appunto, i cui tentacoli arrivano ad ogni transazione e si nutrono di big data tratti dalle reti informatiche. Il tutto funziona per alimentare un sistema, Promis, che associato ad un altro super softaware permette la previsione di ogni comportamento economico. Chi lo controlla ha pertanto il potere sul mondo e ciò costituisce l’oggetto della contesa.

Questa situazione è stata resa possibile, oltre che dallo sviluppo delle innovazioni scientifiche segretamente custodite, da una operazione segreta condotta a cavallo della seconda guerra mondiale dal fratello dell’imperatore giapponese: la Golden Lily. Grazie a tale operazione, ben descritta da Estulin nelle pagine 180 – 186, è stata costituita una enorme scorta segreta di oro, di dimensioni varie volte superiori alle scorte note, che sarebbe servita da garanzia per decenni al finanziamento di un programma segreto di commercio collaterale. Ed è questa dimensione non nota dell’economia globale ad essere oggi in crisi. Tanto da far dire ad un personaggio della storia che:” Il governo avrebbe usato questi soldi per consolidare l’economia americana, la stessa economia che è sul punto di venir meno agli obblighi nei confronti dei creditori internazionali, rendendo il nostro dollaro carta straccia e condannando la nostra nazione ad un futuro da Paese del Terzo Mondo”.

***

La domanda primaria che a mio avviso dovrebbe porsi il lettore difronte a questo libro è: perché Estulin sceglie la fiction?

Penso che sia per potenziare il messaggio che vuol veicolare. Il suo libro sul Bilderberg infatti pur facendo il giro del mondo non sembra trattare un argomento capace di attrarre l’attenzione fuori dalla cerchia degli appassionati di complottismo. Quindi è molto conosciuto tra i blogger ma non tra i lettori di thriller. E i grandi numeri, si sa, si fanno conquistando questi ultimi.

Se Estulin è un complottista disinteressato, un cercatore di verità, e non uno dei tanti giornalisti che intossicano l’editoria, può essere che abbia scelto la fiction per allargare il suo target e forse ha fatto bene. Però se è vero che nella fiction si possono dire le cose come stanno senza doverle dimostrare, è anche vero che nella fiction il messaggio perde credibilità. La soluzione perciò forse sta nella giusta misura tra realtà e finzione. E la mia impressione è che qui si possa leggere un testo che copia i modelli narrativi e gli stilemi della fiction cinematografica nelle parti inventate per permettere al lettore di distinguerle bene da quelle che invece derivano dalle ricerche giornalistiche.

Gli scontri a fuoco e le peripezie acrobatiche di Curtis sono modelli molto aggiornati della serie Squadra Speciale e alcune sequenze, come quella dell’attacco notturno alla villa Stanley fuori Roma, sono da manuale per contractors. Mentre le ricostruzioni della Cospirazione sono tratte dalla sua esperienza di analista.

Io non sono un particolare amante dei thriller. Mi piace cercare dentro la fiction le allusioni alla realtà, quella nascosta dal potere. Amo la fiction in quanto rivelazione di qualche segreto utile e spendibile nella analisi dei fatti quotidiani. In pratica la fiction come chiave per l’interpretazione del mondo. Non so se questa attitudine mi deriva dalla formazione cattolica che ho ricevuto da bambino, quando mi veniva insegnato ad esempio che la bibbia non va presa alla lettera, ma per ciò che insegna ecc. Fatto sta che, tanto per fare un esempio, quando leggo 007 missione Goldfinger di Fleming penso che l’autore si riferisca effettivamente alle pratiche criminali di una élite che vuole mettere grandi quantità di oro (quello della Federal Reserve in quel caso) fuori mercato per aumentale il valore del proprio. Ebbene in quella storia la stima della quantità di oro realmente esistente al mondo è un fattore chiave. E anche in questa.

Ho trovato Estulin un narratore fluente, ordinato e rispettoso. Non c’è sesso e le scene d’azione sono descritte nel dettaglio solo per la loro valenza tattica, a volte quasi ossessiva.

Lettura utile per chi voglia avventurarsi in ipotesi estreme per la comprensione della attuale crisi finanziaria globale.

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22 ottobre 2013 2 22 /10 /ottobre /2013 17:28
La velocità dell'angelo, di Gianrico Carofiglio.

Nella raccolta a tema COCAINA, di Einaudi Stile Libero BIG, questo racconto di Carofiglio (Gianrico) è stato posto al centro, tra Carlotto e De Cataldo. Ora, considerando che nella nostra cultura occidentale per leggere si va da sinistra a destra e quindi ciò che sta a sinistra è già avvenuto mentre ciò che sta a destra deve ancora arrivare, in questa sequenza ci dovrebbe essere nascosta anche una gerarchia di valore. Io però non la vedo. O meglio, non la leggo affatto. Il meglio di questo libro sta all’inizio… come ho già postato.

Uno scrittore in cerca di rinnovata ispirazione conosce la misteriosa “dottoressa Sara” in un bar sul mare del tramonto tra i conglomerati cementizi. Quel calcestruzzo pare alludere ad “una vista nascosta e prigioniera in quel materiale inerte”. E così pure tra i due i cui incontri si ripetono alimentati da reciproca curiosità emergerà via via lo strato nascosto.

Il dialogo funziona, lei è una poliziotta, un capo, sezione antirapina di una grande squadra mobile. C’è anche un sessantenne con le trecce rasta che porta da bere e pian piano entra nella storia che si raccontano perché venne da lei arestato quando, ancora giovane, spacciava. Ecco, l’antiscippo è un ottimo inizio per una buona carriera in polizia. Soprattutto perché lei ha tutte le qualità di uno sbirro maschio, ma in più è una femmina e ciò permette di arrivare dove un maschio non può.

Le indagini nascono perché ci sono i confidenti, e ci sono sempre, ogni volta. Ma è legale? E’ una domanda che non serve perché il ruolo dei confidenti nelle indagini è solo quello di farle nascere, il resto lo fanno le intercettazioni, le perquisizioni, le testimonianze i pedinamenti eccetera.

Sara è un’atleta, è brava a correre, ma impara dalla vita che non bisogna mai “correre più veloce di quanto il tuo angelo custode sia capace di volare”. E quando la vita insegna, si sa, usa una pedagogia dalla mano pesante. Come ad esempio un amore lesbico alla cocaina con una confidente, ovvero una situazione che non piace affatto all’articolo 40 del codice penale. Inoltre, anche se Carofiglio non lo scrive, ai Carabinieri dev’essere piaciuto incastrare una poliziotta. Qui l’autore che è sempre ossessivamente polically correct, mostra che il modello basato su due forze dell’ordine in concorrenza funziona e garantisce il cittadino.

Bella storia per una vita dura. Quando Sara finirà i servizi sociali, scontata la pena, cambierà vita nel privato. E un pomeriggio in riva al mare, tra i blocchi di calcestruzzo frangiflutti, troverà un uomo che ascolterà la sua storia… e alla fine le darà la mano.

Non so se vissero felici e contenti, ma Carofiglio con la sua scrittura ordinata, leggera e discreta anche stavolta sembra dirci di si.

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20 ottobre 2013 7 20 /10 /ottobre /2013 21:15
Anche per te, le tre donne di Battisti.

Per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffé
che ti vesti senza più guardar lo specchio dietro te
che poi entri in chiesa e preghi piano
e intanto pensi al mondo ormai per te
così lontano.

Questo primo verso pare alludere ad una suora, forse di clausura, lontana dal mondo e dedita alla preghiera. Si ratta comunque di una donna cha ha rinunciato alle proprie vanità.


Per te che di mattina torni a casa tua perché
per strada più nessuno ha freddo e cerca più di te
per te che metti i soldi accanto a lui che dorme
e aggiungi ancora un po' d'amore a chi non
sa che farne.

Questo secondo verso ci presenta un’altra donna che porta a casa i soldi lavorando per strada di notte. Non ci sono equivoci sul suo mestiere in tale descrizione. E lei viene descritta come una donna capace d’amore anche per il suo uomo che probabilmente è colui che la sfrutta. In Italia la prostituzione non è reato, il reato sta nel suo sfruttamento. L’abolizione dei casini ha diffuso tale pratica lungo le strade. Il tema è presente in varie canzoni d’autore, vedi De Andrè e Paoli.


Per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi
lo vesti e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai
per te che un errore ti è costato tanto
che tremi nel guardare un uomo e vivi
di rimpianto.

Questo verso ci descrive una ragazza madre lavoratrice che, pur non avendo ancora elaborato totalmente il proprio lutto affettivo, affronta le conseguenze di ciò che l’autore considera un errore. Tuttavia il ruolo di madre è accettato e sostenuto col lavoro, il che fa di questa donna un soggetto forte ed autonomo.


Anche per te vorrei morire ed io morir non so
anche per te darei qualcosa che non ho
e così, e così, e così
io resto qui
a darle i miei pensieri,
a darle quel che ieri
avrei affidato al vento cercando di raggiungere
chi...
al vento avrebbe detto sì.

In questi ultimi versi l’autore si rivolge alle tre donne come se fossero una. Sono versi d’ammirazione e non di desiderio il cui il destinatario ideale si unifica in un’idea di donna vista, quasi spiata, da lontano. In essi l’autore tradisce un sentimento di umiltà depressa che viene riproposto quale conclusione del canto poetico.

***

Questa canzone di Mogol – Battisti venne incisa a fine ottobre 1971 e uscì come singolo assieme a “la canzone del sole”. Il disco rimase in classifica al primo e secondo posto tra i dischi più venduti per quattordici settimane. L’aspetto curioso è che si tratta di un pezzo atipico rispetto alla tendenza del periodo. Infatti Battisti, che canta in doppia voce, è accompagnato da un semplice pianoforte elettrico. Non c’è arrangiamento, non c’è rock. Vediamo un po’ di contesto.

Era appena morto a Parigi Jim Morrison, il giovane cantante e poeta dei Doors, sex symbol etilista portatore di una poetica rock totalmente antitetica al buonismo floreale degli Hippies. Di lì a poco uscirà Imagine di Lennon. In quell’anno lo “stushow”, ovvero la gara di spettacolo tra le scuole valdagnesi, ebbe un taglio smaccatamente rock e al “concorso per complessi moderni” tenutosi al Dopolavoro Marzotto spopolarono i “Normanni” e “Le Onde” eseguendo Badge e White Room dei Cream ovvero pezzi che di melodico hanno molto poco. In quei mesi in Italia stava avvenendo una fusione tra contestazione e musica giovanile. E il 5 Luglio a Milano erano avvenuti i primi scontri tra pubblico giovanile e polizia non connessi con tematiche di contestazione studentesca o partecipazione a scioperi operai, ma dovuti ad un concerto rock.

Era infatti avvenuto che allo stadio Vigorelli l’imprenditore di spettacolo Radaelli aveva portato i Led Zeppelin i quali conclusero con Whole Lotta Love, una bomba aggressiva che invita all’eccesso sessuale. Radaelli aveva fatto eseguire la performance nella prima parte della serata perché contava di concludere con Gianni Morandi.

E’ un esempio della incomprensione da parte dell’esthablishment di allora nei confronti dei fenomeni giovanili. Per Radaelli e il suo staff infatti Morandi, che era stato protagonista del ricambio generazionale negli anni sessanta, era ancora espressione delle tendenze innovative nella canzone italiana mentre i Led Zeppelin erano poco più che un fenomeno da baraccone. Il risultato furono gas lacrimogeni e inseguimenti per tutta la notte. C’erano anche alcuni giovani di Valdagno.

La vita giovanile a Valdagno in quei mesi era tutt’altro che provinciale. C’era una vasta componente di studenti che venivano da varie parti d’Italia, ospiti del Pensionato studentesco o famiglie private. Il movimento studentesco era in auge e gli studenti in generale si andavano politicizzando. In quei mesi il parlamento nazionale approvava la legge 1204 sui diritti delle lavoratrici in gravidanza affermando un’ottica di sostegno alla maternità.

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La canzone portata al successo da Lucio Battisti è una dichiarazione d’amore distaccata e femministica; una dichiarazione ad approccio sociologico.

Tutta la chiave interpretativa sta in quel “anche”, che implica condivisione cioè un atteggiamento che esclude ogni gelosia ed offre il massimo dell’ammirazione. L’io narrante del testo vorrebbe infatti morire per lei, la donna suora prostituta di strada con casa e bambino, ragazza madre e donna lavoratrice. Insomma un vero mito anni settanta.

Quel testo infatti prospetta un approccio al tema della prostituzione tipico di quei primi anni settanta durante i quali la cultura della nuova generazione, quella sessantottina, riformulava i propri teoremi sulla vita e sull’amore. E questa secondo me è la chiave del successo di quella canzone. Un successo che si spiega in un testo che propone la donna in modo nuovo, anticonformista.

Non concordo con le interpretazioni buoniste di Wikipedia.

Devo dire che oggi a quarant’anni di distanza quell’approccio mi appare completamente irrealistico. Ma in ogni caso per me quella canzone è un ottimo esempio di fusione tra testo e musica dove semplicità e profondità di fondono. E’ una canzone che appare coerente e sincera. Anche se a rileggerla con qualche distacco descrive una situazione improbabile e un sentimento ipocrita. Potenza della musica.

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12 ottobre 2013 6 12 /10 /ottobre /2013 13:41
La libertà di andare dove voglio, di Reinhold Messner.

La recente intervista televisiva di Fazio [5 Ottobre 2013] all’ormai settantenne Reinhold Messner ha presentato la riedizione italiana de: Die Freiheit, aufzubrechen, wohim ich will (München 1989). Il testo in Italia è già noto fin dalla traduzione di Umberto Gandini pubblicata da Garzanti nel 1992 nel volume „La libertà di andare dove voglio“.

I l’avevo letto ancora nel 2009 per circostanze assolutamente casuali visto che non mi interesso di alpinismo. Un collega col quale condividevo pasti e chiacchere della pausa mensa me lo aveva prestato in segno di amicizia ed io, non potendo sopportare l’idea di rimanere muto alle sue domande, lo lessi con malcelata rassegnazione. In realtà però scoprii di essere ingiustamente prevenuto verso l’autore a causa della sua iconica fama mondiale. Inoltre ero prevenuto verso l’alpinismo in generale che consideravo una pratica ormai schiava delle sponsorship globali. Vedrai che troverò un’epopea retorica tutta finalizzata alla promozione dei moderni materiali sportivi, mi dissi. Niente di più errato. In quel libro trovai una dimensione spirituale dell’estremo che non avrei mai immaginato.

Come dicevo non sono uno scalatore, ma mio padre mi ha insegnato la montagna e, pur essendo rimasto solo un escursionista della domenica, conosco l’intima spiritualità dei grandi spazi alpini, con la vertigine e la durezza del loro cammino. Conosco l’adrenalina e conosco “L’esperienza interiore di inoltrarsi nell’incertezza” (Pg. 346), espressione che trovo bella ed efficace. E Messner nel suo libro trasmette al lettore soprattutto questa dimensione, con l’efficacia e la sincerità di chi ha fatto ciò che racconta e soprattutto con l’onestà di chi in ogni sua impresa ha cercato non la gloria, non la fama, ma sé stesso.

Ecco alcuni appunti di lettura.

Pgg. 306 – 315

Descrizione della salita, avvenuta nella primavera del 1978 detta del “Breach Wall” (breccia parete).

Messner si trova sul Kilimangiaro per prepararsi e acclimatarsi in modo da poter realizzare il suo progetto di ascensione dell’Everest senza ossigeno, quando viene punto nell’orgoglio da un accadimento locale, il fallimento molto rischioso della salita al Breach Wall da parte di due americani considerati i migliori, con una conseguente sfida a provarci lui. Il diavoletto tentatore è il norvegese Odd Eliason che gli fornisce anche tutta l’attrezzatura necessaria.

Con Konrad Renzler, il suo partner nell’impresa e anche fotografo autore delle foto ivi pubblicate, riesce a farlo in dodici ore, evitando il bivacco che poteva rivelarsi mortale. Il pericolo principale della ascensione è dato da una “grande cascata di ghiaccio”, immagine suggestiva che dà anche il titolo al capitolo.

Descrive la tecnica di salita sul ghiaccio detta “piolet traction” ed elogia la piccozza “humming bird”, che grazie alla sua punta aperta e cava non spezza il ghiaccio e permette un innesto profondo.

Alla fine Messner riflette sulla temerarietà di quell’impresa improvvisata, ma considera vincente la scelta del piano di ascensione con gli orari e le velocità giuste per ogni tappa e per ogni tipo di difficoltà. In particolare fa riferimento alle giuste scelte effettuate in relazione ai pericoli connessi con le variazioni di temperatura e i rischi di scioglimento degli strati ghiacciati. E’ un ottimo esempio di valutazione dei rischi, che individua anche il “rischio residuo” ovvero la parte incalcolabile di questa valutazione (frane, scariche di sassi e pezzi di ghiaccio volanti) per concludere con il suo partner che: “non la rifarei un’altra volta”. Una delle foto a colori mostra esplicitamente le attrezzature usate.

Altre imprese (Pg. 322): sull’Everest nell’aprile del ’77 Messner nota un cimitero di tecnologie alpinistiche abbandonate e lo considera come un deposito di rifiuti. Dice:” Tutt’attorno c’erano mucchi di serbatoi per l’ossigeno vuoti. Centinaia di vecchi contenitori vuoti. E poi bombole di gas, paleria da tenda. Inizialmente avevo concepito l’idea di scalare l’Everest senza ossigeno per ragioni etico-sportive. Da quel momento prevalsero le motivazioni ecologiche.” Mi chiedo come possa essere la situazione oggi, dopo oltre trenta anni. Speriamo che Reinhold sia stato imitato, ma non credo proprio.

(Pg 339) Al ritorno dal Nanga Parbat in solitaria Messner rimane bloccato in tenda dal maltempo. Qui riflette su come nessuno mai avrebbe potuto sapere della sua straordinaria impresa se fosse morto assiderato in tenda, cioè una morte banale per uno che aveva appena concluso un atto eroico, addirittura epico per la storia dell’umanità.

In vari momenti Messner si chiede se l’indipendenza economica vale la pena e scrive:” Tuttavia sapevo che dovevo vendere le mie esperienze ai media e le mie conoscenze ai costruttori di materiali”. Ma più avanti egli precisa il suo disinteresse per l’aspetto economico della sua attività. Non si tratta di un disinteresse assoluto, ascetico, ma di una scelta etica. Egli infatti utilizza i proventi per finanziare altre imprese. Ad esempio a Pagina 355 egli scrive: “Un’avventura si può finanziare anche senza vendersi, buttarsi via. Il denaro per vivere lo guadagnavo con le conferenze, i libri, facendo pubblicità e disegnando materiale per alpinismo.” A proposito del materiale per alpinismo vale la pena di citare un episodio narrato prima, quando nel capitolo 28, dal titolo “SENZA VIA D’USCITA” narra della sua prima ascensione solitaria della via Soldà sulla parete nord del Sassolungo. (Pg 176) Qui Reinhold si trova “Sulla via Soldà, alla fine delle fessure bagnate, difficili. Settecento metri sopra il ghiaione.” E il manico del martello si rompe, rimanendo attaccato solo per alcune fibre. “Ero in trappola” … “Reggevo il moncherino del martello fra pollice ed indice. C’era scritto <<Made in Italy>>”. E’ una chiara allusione al disprezzo per l’Italia che alligna nell’Alto Adige. E anticipa il fatto che anni dopo prenderà molti soldi con le sue consulenze per materiali alpinistici. Non credo però che questo passaggio sia gradito da Confindustria…

Il Soldà che dà il nome alla via qui narrata è Gino Soldà eroe dell’alpinismo romantico anteguerra, compaesano coevo di mio padre e ancor oggi orgoglio dei valdagnesi. Assieme a lui le nostre glorie alpinistiche vanno condivise anche con Bortolo Sandri e Mario Menti, il cui corpo giace ancora tra gli anfratti dell’Eiger. I due amici, ricordati nei manuali di alpinismo, caddero il 23 Giugno del 1938 e il loro ricordo è ancora vivo tra i miei concittadini. Perciò la lettura delle parole messneriane risulta ricca di pathos: Pg 269: “C’erano vecchi spezzoni di corda sfilacciata ad indicarci la via.” Pg 270: “Lungo una balza verticale raggiungemmo le propaggini inferiori del secondo nevaio”. Pg 274 “... su tratti strapiombanti trovò qui e là singoli chiodi arrugginiti…” ecc.

L’Eiger viene vinto da Reinhold nel 1974 grazie all’idea di velocità, idea che permise a lui e al suo compagno di cordata di evitare le scariche della terribile parete.

Affascinanti sono sempre i preparativi delle sue spedizioni, che egli descrive con dettagli. Lo studio delle precedenti escursioni e dei diari scritti dagli scalatori precedenti risulta sempre suggestivo. (Pg 368) George Mallory e Andrei Irwine nel 1924 finirono dispersi sull’Everest. Mallory, osserva Messner, aveva capito che si poteva attaccare e vincere in sei giorni l’Everest con opportuno acclimatamento, con campo base dal monastero di Rongbuk (5100) ma solo nel 1953 Hillary e lo sherpa Tensing Norgay ci riuscirono dal Nepal anziché dal Tibet.

Pg 375 Il diario di Wilson, solitario del 1934. L’ultima pagina del suo diario dice: “Tempo splendido, muoviamoci”. Il compagno invisibile e la voce in Italiano… Wilson era un fanatico religioso e sull’Everest cercava Dio, anzi era certo di trovarlo. Qui Messner riportando le ultime parole del diario non allude esplicitamente al fatto che l’espressione è al plurale, come se Wilson parlasse con qualcun altro, ma lo possiamo supporre dal contesto; una pagina molto bella e rappresentativa della capacità di questo alpinista estremo di dare efficacia e precisione alle poche parole che usa. Poche ma buone come gli oggetti nel sacco dell’alpinista. A settemila si avverte la presenza del compagno invisibile e pian piano la sensazione diventa percezione. La voce gli parla in italiano, nonostante egli sia madre lingua tedesco e lui risponde in italiano, gli fa posto in tenda e condivide il cibo. Tutto questo in pochissime parole, che però fanno accapponare la pelle.

(Pg 378) Qui Messner parla del suo zaino come di un amico e dice chiaramente che sono sensazioni dovute alla “scarsità di ossigeno e l’insufficiente irrorazione sanguigna del cervello”. Poi dice che “lassù, già nel 1933, anche l’inglese Smythe aveva spartito le sue gallette con un partner immaginario.

Nel punto più altro egli trova un trespolo di alluminio piantato dai cinesi nel 1975 per eseguire misurazioni. Non poté far foto per eccesso di stanchezza.

Una bellissima foto in bianco e nero commenta il racconto. Essa mostra un lungo tracciato di orme ed è scattata con un formidabile teleobiettivo.

A mano a mano che ci si avvicina alla fine del libro emergono le considerazioni etiche sull’alpinismo e, come nell’intervista di Fazio, Messner mostra la fermezza dei saggi quando parla del rischio e dei fallimenti. Egli scrive a pagina 396: “Meglio falliti che morti”. E’ la considerazione migliore da fare di fronte a circostanze superiori avverse che impongono di ripiegare. La spedizione invernale al Cho Oyu costò “anni di progettazione”, mesi di preparativi, molte settimane di acclimatazione e diciannove giorni di fatica sulla parete; ma bastarono pochi minuti per decidere la resa di fronte al punto dove avevano previsto di piazzare l’ultimo campo. C’era neve cristallina, simile a zucchero, alta metri e metri. “Dovevamo correre un rischio mortale oppure arrenderci fin da ora. C’era il rischio di slavine”.

E le sue stesse espressioni comuni assumono nel contesto del suo racconto profondità e spessore, ad esempio in:” essere all’altezza delle fatiche” l’uso del termine “altezza” evidentemente richiama un significato alpinistico, ovvero implica in sé il concetto di fatica. E’ un raddoppio di significato che viene compresso in una frase brevissima, come se si volesse farcela stare nello zaino.

Il capitolo finale ovviamente è un po’ epico-moralistico. “La mia voglia di attraversare a piedi interi territori era così primitiva, elementare, che spesso non ho nemmeno scattato fotografie o tenuto un diario. Un camminare fine a se stesso. Le esperienze che non raccontavo si conservavano vive dentro di me più a lungo delle avventure collocate sul mercato. Un paesaggio fotografato troppe volte perde fascino esattamente come un’avventura raccontata troppe volte.”

Nel 1983 Messner comprò il Castel Juval posto in uno sperone di roccia tra la val Venosta e la val Senales, in Sudtirolo. Vi andrà ad abitare nell’autunno del 1985, dopo ristrutturazione. A pagina 416 il libro mostra una foto dall’alto del castel Juval ove Messner abita. E’ una fortezza rinascimentale ristrutturata.

“Una vita non può consistere solo di momenti culminanti.” Pg 428

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