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21 aprile 2020 2 21 /04 /aprile /2020 22:34

 

 

 

[21 Aprile 2020]

Il NYT di oggi ospita in prima pagina un articolo di Bernie Sanders. E’ la prima volta che posso rapportarmi direttamente col suo pensiero per cui, incuriosito, mi annoto alcuni appunti di traduzione. (Così mi tengo sveglio un po’ del mio inglese fai da tè).

 

 

Le fondamenta d’America si sgretolano. 

 

L’America è il più ricco paese della storia mondiale, ma ciò, nell’era delle disuguaglianze di massa su redditi e salute, risulta sempre meno significativo per la sua gente. Vale per tutti quelli che non arrivano a fine mese, per quei 40 milioni che vivono in povertà, per gli 87 milioni che non hanno assicurazione o sono sotto-assicurati e per il mezzo milione di barboni.

Nel bel mezzo di questa doppia crisi (pandemia e tracollo) diventa imperativo riesaminare i fondamenali della nostra società, capire perché essi stanno franando e mettersi a lottare per una nazione più giusta.

L’assurda crudeltà del nostro sistema di assicurazione sanitaria privata ci appare ora lampante: ci sono dieci milioni di americani che mentre perdono il lavoro stanno perdendo anche l’assicurazione sanitaria.  Questo è ciò che accade quando l’assistenza sanitaria viene vista come un benefit occupazionale e non come un diritto. Più che avanziamo verso l’uscita dalla pandemia e più abbiamo bisogno di approvare una legislazione che finalmente garantisca le cure sanitarie ad ogni uomo, donna e bambino, occupato o disoccupato di ogni età. La pandemia ha anche resa evidente tutta l’irrazionalità del sistema corrente: incredibilmente nel mezzo della peggior crisi sanitaria della storia moderna migliaia di operatori sanitari vengono licenziati e molte cliniche e ospedali sono sul punto di fallire e chiudere. In verità ora si vede chiaramente che non abbiamo un vero e proprio “sistema” sanitario, ma solo una rete bizantina di istituzioni medicali, dominate dai piani di profitto delle compagnie assicurative e farmaceutiche. L’obiettivo del nuovo tanto auspicato sistema sanitario, il Medicare for All, dev’essere quello di fornire assistenza sanitaria a tutti in ogni regione del paese, e non miliardi di profitti per Wall Street e industrie.

 

E’ vero che il virus colpisce tutti ovunque senza riguardo per reddito e status sociale. E’ stato diagnosticato il Principe Carlo d’Inghilterra e il primo ministro Boris Johnson è appena stato dimesso dall’ospedale. Prendono il virus e muoiono anche o ricchi, ma è altrettanto vero che i poveri e i lavoratori si ammalano e muoiono in misura maggiore dei ceti abbienti. E questo è vero specialmente nelle comunità afroamericane.

Le disparità nell’esito delle esposizioni a virus sono il risultato diretto non solo di un sistema sanitario ingiusto e inefficace, ma anche di una economia che punisce terribilmente i poveri e i lavoratori del nostro paese.

In aggiunta a milioni di famiglie con basso reddito e prive di assicurazione il virus si mostra vizioso ed incredibilmente opportunistico nell’attaccare persone con pre-esistenti complicanze e un sistema immunitario indebolito. E sono i poveri e i lavoratori che per varie ragioni socio-economiche si trovano oggi in questa esatta condizione. Diabete, dipendenze, obesità e stress, pressione sanguigna, asma e disturbi cardiaci rendono più vulnerabili al virus. I poveri e il lavoratori hanno aspettative di vita inferiori ai ricchi e questa tragica ingiustizia diventa sempre più vera con questa pandemia.

Inoltre, mentre i sindaci, i governatori e i dottori ci dicono di restare isolati in casa e invitano i ricchi ad andarsene nelle seconde case situate in aree meno popolose vediamo che i poveri e i lavoratori non hanno queste opzioni. Quando fatichi ad arrivare a fine mese e non riesci a pagare le cure mediche della famiglia, stare a casa non è una opzione perché se vuoi dar da mangiare alla tua famiglia e pagare l’affitto devi andare a lavorare. E per chi lavora ciò significa incontrare altre persone alcune delle quali portatori di virus.

 

Ma se c’è qualcosa di buono in questa orribile pandemia è che molti cominciano s ripensare gli assunti basilari del sistema di valori americano. Possiamo continuare ancora per molto sulla via di questo avido capitalismo libero in cui tre persone posseggono più risorse della sottostante metà della nazione mentre decie dmigliai vivono in condizioni economiche disperate, lottando per portare il cibo in tavola pagando casa e scuola cercando dimettere da parte qualche dollaro per la pensione? O non dobbiamo invece procedere su una strada radicalmente nuova?

 

Nel corso della mia campagna presidenziale ho cercato di seguire le tracce del Presidente Franklin Delano Roosevelt, il quale, negli anni ’30 e ’40 comprese che in una società completamente libera i diritti economici devono essere considerati diritti umani. Ebbene questo era vero 70 anni fa come lo è tutt’oggi.

 

Ora io farò tutto ciò che è in mio potere per unire questo paese e dare sostegno a Joe Biden nel suo sforzo di sconfiggere il più pericoloso presidente della storia d’America. E continuerò a sostenere con forza che dobbiamo affrontare le disuguaglianze che hanno contribuito all’ascesa di Donald Trump [un presidente] la cui crudeltà ed incompetenza sono costate la vita in questa America della pandemia.

 

Ma una semplice opposizione al signor Trump non sarà sufficiente; noi avremo bisogno di articolare una nuova direzione di marcia per l’America. La nuova America per la quale noi lottiamo dovrà porre fine ai salari da fame e assicurare posti di lavoro a retribuzione decente per tutti coloro che sono in grado di lavorare.

L’America non può essere competitiva nella economia globale e restare una democrazia forte senza assicurare una educazione di qualità, dalla materna alle superiori, a tutti gli americani.

Il paese dovrà intraprendere un massiccio programma di costruzioni che ponga fine alla condizione di senzatetto e consenta a tutta la nostra gente di vivere in abitazioni sicure e convenienti.

Dobbiamo accertarci che le nostre comunità siano libere dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua e che guideremo il mondo nella lotta contro la minaccia esistenziale del cambiamento climatico.

Dobbiamo amare e rispettare i nostri anziani e accertarci che tutti gli americani abbiano un sicuro e dignitoso pensionamento.

Io mi sono stancato dei politici e degli esperti che ci ripetono quanto sia difficile realizzare cambiamenti fondamentali nella nostra società: “sembra sempre impossibile finché non viene fatto” pare abbia detto Nelson Mandela. Ebbene diamoci da fare e rendiamolo fatto.

 

                                                                                      - òòò -

Mi pare forte nell’analisi della incapacità strutturale del sistema americano di assicurare protezione sanitaria e occupazione. Altrettanto efficace è la denuncia della invadenza e pericolosità di Assicurazioni e industria Farmaceutica i cui interessi stanno alla base della condizione di pericolo in cui si trovano ora i poveri e i lavoratori americani.

E’ chiaro che si tratta di un socialista che propone con chiarezza una revisione alternativa al sistema di valori che guida il capitalismo liberista americano. Un politico schietto che conta sui ceti poveri e sui lavoratori per produrre una svolta di sistema.

Nella parte centrale del suo intervento egli invita all’unione con la battaglie elettorale di Joe Biden contro Tump e indica le contropartite necessarie per questo appoggio: rilancio della riforma sanitaria di Obama, scuola, casa, lavoro e pensioni in un ambente pulito e sicuro.

Egli ama l’America e ama gli americani, sa che cambiare si può e invita tutti a farlo ora difronte alla minaccia pandemica.

 

Che il destino sia generoso con chi ama la speranza.

 

 

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13 aprile 2020 1 13 /04 /aprile /2020 16:04

 

 

 

Nel capitolo dedicato ai “Geni che non ci sono” Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara, arricchisce con dotte e simpatiche esemplificazioni i suoi argomenti contro le fake scientifiche.

Mi interessa il paragrafo “Eugenica “di pg 181 e seguenti.

Si tratta dell’idea di migliorare la specie per via genetica. Essa ha un fondamento platonico ma è nell’ottocento che prende forza. L’inventore della parola è l’inglese Francis Galton in epoca vittoriana (1822 – 1911). Egli pensava di migliorare la razza umana incentivando la procreazione tra individui di intelligenza superiore alla media. All’epoca della prima diffusione delle idee galtoniane gli studi di Mendel sulla genetica non erano ancora diffusi. Pertanto il concetto di ereditarietà si basava sull’esperienza di agricoltori e allevatori. Esse consistevano nel contrastare il declino delle varietà vegetali e delle razze animali gestendo la riproduzione.

Nel novecento vennero messi in atto programmi eugenetici, in particolare in Gran Bretagna, in Nordamerica e in alcuni paesi d’Europa.

Tra i seguaci di questa impostazione Barbujani cita George Bernard Shaw il quale arrivò a parlare di “religione eugenica” in grado di salvare l’umanità. Il nazismo portò all’estremo le teorie eugenetiche e al processo di Norimberga esse vennero associate alle teorie razziste e ai crimini di eliminazione di massa. In quei processi però gli imputati ricordarono come le loro pratiche eugeniche avessero una base ideologica in comune con quelle americane.                 E qui Barbujani ci ricorda che nel dopoguerra tali ideologie erano ancora diffuse. Ad esempio il premio Nobel per la fisica William Shockley ancora nel 1965 sosteneva che: “Gli interventi a favore dei ceti sociali svantaggiati hanno invertito l’evoluzione, preservando caratteristiche dannose” egli quindi proponeva la sterilizzazione dei neri e una politica di rigido controllo delle nascite.

E’ del 1994 il libro “The Bell Curve. Intelligence and Class Structure in American Life” scritto da Richard Herrnstein (psicologo) e Charles Murray (politologo). Secondo costoro gli strati poveri di popolazione sono connessi con inferiorità biologiche e per impedire un abbassamento della qualità genetica degli americani si potrebbero adottare apposite politiche come la tassazione dei figli e la castrazione chimica. Siamo nel 1994.

Negli Stati Uniti le condanne alla sterilizzazione forzata sono state ammesse fino al 2010.

Queste idee persistenti e le pratiche eugeniche imposte a popolazioni che non le vogliono sono comunque senza futuro perché rimane salda nella comunità scientifica ed internazionale la validità del principio sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948 la quale recita all’articolo 12 che “Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa ecc.”

Inoltre con il grande sviluppo della genetica avvenuto negli ultimi decenni l’idea di intervento migliorativo circa la qualità genetica umana passa per un’altra strada: quella dell’Editing genomico.

 

 

 

Su questo si parla da tempo di una moratoria degli esperimenti cercando nel frattempo gli orientamenti definitivi sugli aspetti bioetici connessi con queste nuove pratiche. Ed in proposito in Italia sono disponibili i lavori di Anna Meldolesi.

 

 

Mi auguro che la tensione causata dall'esperienza Coronavirus non abbia un effetto di disorientamento dell'opinione pubblica deprimendo la ricerca. E in questa Pasqua ove coincidono preghiere di diverse religioni spero che il tema della vita. della morte e delle malattie accomuni milioni di coscienze nella fiducia sul futuro del sapere.

 

 

 

 

 

 

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18 marzo 2020 3 18 /03 /marzo /2020 23:06

 

 

 

 

La canzone COMUNQUE BELLA di Mogol e Battisti, per “Canto-mandolino o fisarmonica” porta il copyright del 1972. E’ intestata alla Edizioni Musicali ACQUA AZZURRA s.r.l. con tutti i diritti riservati e perciò suppongo che sia finita nel calderone giudiziario che ha liquidato la società l’estate 2019.

E’ nota al grande pubblico come lato B del 45 giri uscito il 24 Aprile 1972 per la discografica Numero Uno, il disco che al lato A propone I giardini di Marzo, canzone vincente, ancor oggi cantata negli stadi italiani. E’ un gioiellino lento dal sapore intimistico che si caratterizza per il colpo di percussioni ad alto volume sul do maggiore che sottolinea la parola “BELLA”, comunque. Si tratta di un colpo emotivo oltreché musicale molto indovinato perché si pone al centro sia della melodia che del testo. La donna cantata è BELLA e ciò basta a risolvere le contraddizioni del rapporto.

La canzone in sé risulta un po’ confusa e incoerente. Il testo ricucisce insieme pezzi di diversa ispirazione, ma unificati appunto dal fatto che descrivono l’esperienza di un riconoscimento della bellezza. Una bellezza resa quasi abbagliante dalla percussione. Il battito dei piatti che accompagna l’esclamazione aggiunge al verso una brillantezza quasi esplosiva e fornisce in una battuta la chiave poetica per tutta la canzone.

Il primo verso “Tu vestita di fiori o di fari in città” evoca un tema mogoliano già noto. La donna può essere infatti la stessa del lato A, ovvero la madre vestita di nero “coi fiori non ancora appassiti” oppure la donna di strada abbagliata dai fari delle auto, quella che torna a casa al mattino quando nessuno ha freddo e la cerca più, evocata l’anno precedente in “Anche per te”. C’è qualcosa di edipico in questa madre puttana, ma ovviamente non è il caso di psicoanalizzare una canzone. Anche perché poi la stessa donna coglie rose a piedi nudi e si mette la sciarpa bianca che, appunto, ne illumina la bellezza. Ora la donna non è più in strada tra la nebbia ed anzi, ha l’arcobaleno negli occhi e nasconde sotto il seno il proprio cuore avvelenato di gelosia.

 

La gelosia è anche la chiave interpretativa del secondo verso nonché di tutta la seconda parte della canzone. Si entra infatti in una dinamica sentimentale tesa e risoluta, dove il confine tra colpa e vendetta diventa labile e incerto e anche la linea melodica si destruttura con l’inserto aritmico delle battute trentasei-trentotto: “anche quando un mattino tornasti vestita di pioggia, con lo sguardo stravolto da una notte d’amore” è sempre l’uomo narrante; ma irrompe la voce di lei (col mitico falsetto di Lucio) “so che capirai … mi spiace da morire sai”. Qui gli occhi sono arrossati, il che lascia supporre il pianto della colpa, ma “quei segni sul viso” cosa sono? Si evoca qualcosa di inquietante: violenza? E da chi? Mah, è la parte oscura del testo. Quel che è certo e che lei mente: nasconde la gelosia dietro una ipocrita dichiarazione d’amore. Per lui, il quale l’accetta subito perché: TU ERI BELLA, COMUNQUE BELLA!

 

                Sappiamo tutti che quando si è presi dall’amore per una donna c’è una parola che riassume più di qualsiasi altra quel turbinoso sentimento. BELLA.

E quasi sempre basta.

 

 

N.b.

L’arrangiamento contiene una piccola sofisticheria mettendo ad ogni conclusione di verso un passaggio modale mentre si trova in sottodominante: si passa dal Fa al Fa minore nella stessa battuta. Si genera una sospensione che prepara l’esplosione del chorus… (bella, bella bella!!). Ancora una volta grazie Lucio!

 

 

 

 

 

 

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25 febbraio 2020 2 25 /02 /febbraio /2020 22:48

 

 

 

 

 

A metà degli anni novanta nei dintorni dell’aeroporto Catullo di Verona nei campi di Sommacampagna è caduto un aereo in fase di decollo. Era un Antonov carico di passeggeri con interessi in Romania. Si trova tutto su Wikypedia, come dice l’autore, ma la vicenda processuale per individuare cause e responsabilità si è protratta nel tempo approdando nel 2003 ad una sentenza penale che ha condannato il direttore dell’aeroporto con altri collaboratori. A contrario sul piano civile non si è mai giunti alla soluzione del contenzioso risarcitorio. Che è ancora in corso. La vicenda che fa da sfondo al romanzo è quindi reale, anche se ormai dimenticata, e fornisce una contestualizzazione precisa.

A tal proposito l’autore, Andrea Pavan, aggiunge alla fine del libro una breve appendice ove narra l’incontro con Francesco Zerbinati presidente dell’associazione dei familiari delle vittime. E conclude: “Non è l’inchiesta che mi interessa, in realtà, ma solo ricordare una tragedia spinta a forza ai margini della storia”.

Io trovo positivo e meritorio l’inserimento di quella tragedia nella trama del libro perché ripropone alla opinione pubblica un fatto grave, ingiustamente, anzi colpevolmente, accantonato dai media. In proposito un recente libro-inchiesta, condotta dal giornalista Gianni Favero, chiarisce che si trattava all’epoca (ventiquattro anni fa) del secondo incidente aereo per gravità dopo Ustica. Ma esso venne sottaciuto per non danneggiare l’immagine dell’aeroporto. Un aeroporto che a sua volta apparteneva agli stessi proprietari dei media.

 

Ma veniamo al racconto. I personaggi del libro non sono tratti dal fatto di cronaca, tranne un rumeno di fantasia, che ha un ruolo chiave nella vicenda. Egli viene collocato tra i deceduti e la sua morte fornisce una chiave risolutiva a tutto l’intrigo.

Il motivo conduttore è il tentativo di furto in un supermercato contestuale alla catastrofe aerea. Un colpo rocambolesco che si intreccia casualmente con un’altra azione degna dei migliori ladri di Pisa, ovvero quelli che derubavano gli altri ladri. Molti altri temi però concorrono a dare contenuto alla narrazione, in particolare quelli di taglio psicologico. E sono a mio avviso quelli che da soli non avrebbero retto l’attenzione del lettore, mentre contestualizzati sullo scenario dell’incidente diventano accattivanti. Il tema della famiglia, con i complicati intrecci delle moderne parentele allargate, le adozioni, gli abbandoni ecc. costituisce poi il secondo motivo d’ispirazione. Infine abbiamo la delocalizzazione e il lavoro nero con annessa criminalità economica. Ma è l’idea del parapendio che mette insieme molte cose della storia e dà un tocco di originalità all’aspetto giallesco. 

 

Direi quindi che Ogni futuro è già trascorso è un romanzo che si distingue.

La prosa solida, nutrita e corretta si sposa con un impianto narrativo evoluto e un intreccio complesso ma accattivante. Non è facile districarsi, specie all’inizio, tra le vicende e i personaggi che vengono presentati. All’inizio la narrazione scorre in modo ingarbugliato e apparentemente sconnesso; ma tutto si ricompone magistralmente nella seconda parte e si distende nel finale. Non è un giallo, soprattutto non è un noir con sesso e violenza e non è un’inchiesta romanzata come potrebbe sembrare.

Il passo della lettura è impegnativo ma piacevole. E’ riflessivo. L’andamento non può essere superficiale, richiede concentrazione. Tuttavia è coinvolgente ed arricchito da piccole spezie e metafore che danno un sapore sia ilare che malinconico quando meno te l’aspetti. Complimenti, me ne sono segnate alcune:

Osservava sfilare le luci di quel Nordest che era diventato la sua prigione di malinconia

Marco aveva deciso di lasciarsi trascinare in quella pazzia perché la vedeva come una buona occasione per dare battaglia ad un sistema sbagliato.”

Cacciò un pugno sul clacson che proruppe in una strombettata da ultimo dell’anno” (pg 90)

Aveva parlato d’impulso come se uno tra le centinaia di pensieri che gli orbitavano nel cervello gli fosse precipitato per errore fino alle labbra”. (pg. 97)

Camilla si era rannicchiata sul sedile, le ginocchia incastrate tra le braccia come un bambino rinchiuso nella casa sull’albero dopo che il cane dei vicini ha invaso il giardino” (pg.149)

 

L’espressione “ogni futuro è già trascorso” che fornisce il titolo al libro, si trova a pagina 88 come conclusione di un discorso attribuito a Carmelo Bene durante una intervista di Maurizio Costanzo. Intervista trasmessa nella stessa sera in cui uno dei protagonisti viene reclutato per fare il colpo. Ognuno dei protagonisti ha dei conti da regolare con un passato che non conosce e il concetto espresso nel titolo costituisce una chiave anche per cogliere il metodo di progressione temporale della storia narrata.

 

 

L’autore ringrazia, tra altri, tale Luca, che suppongo sia Luca Valente il quale in un suo bel romanzo usa un simile schema di progressione.

 

Narrativa locale, buona lettura.

 

 

 

 

 

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17 febbraio 2020 1 17 /02 /febbraio /2020 23:53

 

 

 

In Gennaio è uscito il libro di Marcello Sorgi dedicato a Bettino Craxi in occasione del ventennale della morte. Il libro distorce a partire dal titolo il giudizio su un uomo politico italiano che ha teorizzato, praticato e difeso in parlamento il finanziamento illegale. Si tratta infatti di un soggetto giudicato e condannato. Su di lui non c’è niente di presunto, si tratta di un reo confesso morto nel luogo da lui scelto per una latitanza messa in atto per sottrarsi alla pena spettante. Craxi è morto per malattia, una malattia che non è correlata a nessun complotto e della quale egli stesso era pienamente consapevole fin da quando è fuggito. Il suo curriculum politico è di primo piano e la sua vicenda non è certamente riducibile al capitolo giudiziario, ma il suo comportamento non è esemplare, è negativo e offensivo della tradizione socialista. Egli ha dimostrato una meschinità civile e morale che contraddice ogni principio di dignità ed è al contrario coerente solo con l’ostinazione e l’arroganza che hanno caratterizzato la sua immagine politica. Egli non è morto da “presunto colpevole”, ma colpevole di presunzione.

 

                                                                           *

 

Un socialista, si pensi a Pertini, non si sottrae alle proprie responsabilità, affronta le accuse e subisce con dignità la pena anche difronte ad un regime totalitario. Anzi in questo caso va fino in fondo come Allende. Se le accuse sono ingiuste le si combatte difendendosi nel processo come ha fatto Tortora, soprattutto nel sistema democratico che si è preteso di governare e rappresentare contro i rischi autocratici del comunismo. Ma tutto questo Craxi non lo ha fatto e ciò lo colloca molto lontano dai modelli di cittadini che Calamandrei ci invita a guardare. E occorre dire (Dio mi perdoni) che lo hanno invece fatto persone come Andreotti nello stesso contesto, negli stessi anni e correndo gli stessi rischi. E tutto questo senza andarsene; cosa che addirittura Berlusconi, re dell’opportunismo, ha scelto di non fare.  

 

Nossignori: il Craxi che ha scelto la latitanza non è un esempio per nessuno ed è anche un cattivo socialista che ha lasciato terra bruciata dopo il suo periodo di massimo potere. Sotto di lui i sindacati dei lavoratori hanno subìto l’umiliazione per decreto. Dopo di lui in Italia i socialisti sono scomparsi dal paramento. I lavoratori italiani umiliati e offesi hanno dovuto assistere alle più radicali privatizzazioni di sempre dovute  ad un risanamento del debito pubblico più alto della storia repubblicana causato dai suoi governi. E ancor oggi che ne è del Partito Socialista Italiano, delle speranze ormai centenarie dei socialisti poveri e senza potere come mio padre e mio nonno? Che fine hanno fatto i loro sogni e i loro sacrifici?

Mah, è stato uno statista che ha firmato il concordato bis col Vaticano e che ha tenuto testa agli americani a Sigonella. Bene, grazie. Ma questo non toglie proprio niente a quanto sopra ed ha costituito un’effimera illusione di autonomia. Perché i missili a Comiso sono stati messi col suo voto e il suo compiacimento.

Resta solo il rispetto umano. Per la sua sofferenza. Per lui e per coloro che lo hanno amato, per i suoi figli e i suoi amici.

 

Ma non saranno il libri come questo a darglielo.

 

Il libro è negativo. E’ un lavoro che ci viene presentato sotto un titolo distorsivo della verità e per tale ragione vergognoso quanto il personaggio che descrive. E ciò contrasta con l’immagine del suo autore, un giornalista di chiara fama la cui carriera viene così sporcata e umiliata.

Le motivazioni e le tesi implicite, non dichiarate, che io trovo nel testo sono le seguenti:

1 – La Tunisia ha un sistema sanitario inferiore per qualità ed efficacia a quello italiano. La morte di Craxi è stata causata dalla inadeguatezza delle cure che egli ha ricevuto in seguito al nostro diniego quindi la colpa è degli italiani. Ebbene io non condivido: il libro non cita il bollettino medico con le cause formali della morte ma a quanto mi risulta il suo sopraggiunto tumore renale è stato asportato con una operazione chirurgica clinicamente riuscita. Craxi era consapevole della sua malattia e ha sempre personalmente rifiutato il rientro i Italia sia da vivo che da morto. Dopo vent’anni bisogna fare qualcosa per evitare il dimenticatoio? Lo facciano i figli. Per la società civile prima di lui vengono i Luciano Lama, gli Enrico Mattei le Tina Anselmi, le Nilde Jotti ecc. ecc.

2 - A vent’anni dalla morte è incomprensibile il fatto che non sia stato istituito un corridoio umanitario per farlo rientrare nella fase finale della malattia e curarlo meglio. Ciò appare incomprensibile A Tony Blair che lo considera un maestro precorritore del suo New Labor fin dal Midas nel 1982. Non sono d’accordo, è del tutto comprensibile: era un latitante già condannato da due sentenze passate in cassazione e con altri procedimenti in corso. Poteva tornare nel suo ospedale di Milano, sarebbe stato piantonato, operato, curato e poi processato nel pieno rispetto dei suoi diritti. Avrebbe continuato a percepire i vitalizi e le sue proprietà non sarebbero state toccate. Certo, non avrebbe potuto ricevere le visite dei presidenti e delle personalità che sono andate a trovarlo ad Hammamet e sarebbe probabilmente morto in carcere. Si proprio così.

3 - Gli italiani hanno sempre trattato con tutti tranne che in due casi: Moro e Craxi. Ciò dimostra una volontà persecutoria ingiustificata verso due figure di alto profilo. Se essa è ingiustificata per Moro lo è anche per Craxi. Non sono per niente d’accordo. Moro è stato vittima di una violenza criminale ingiustificabile. Craxi non ha subito alcuna violazione dei diritti e del rispetto personali. (La Corte europea di Strasburgo ha individuato alcuni aspetti secondari - come in altri casi peraltro, ad esempio Cesare Battisti - condannando lo Stato a risarcire gli eredi con una sanzione di seimila euro.) Su questo accostamento del tutto improprio e infondato il libro, con riferimento ad Aldo Moro e Bettino Craxi, tocca il punto più basso arrivando a scrivere sciocchezze totalmente fuori controllo come la seguente: “Entrambi finiscono schiacciati, stritolati in un meccanismo che non si accontenta di distruggerli politicamente, ma presuppone la loro eliminazione fisica”(pg. 102). E’ INCREDIBILE. E’ una frase che pone sullo stesso piano un’azione terroristica con il rispetto rigoroso del Codice Penale. Ci dica per carità il giornalista Marcello Sorgi con riferimenti e nomi e cognomi dove stanno nel caso di Craxi i presupposti per la sua eliminazione fisica. Ci dica chi aveva su di lui il”dominio pieno e incontrollato” che i rapitori avevano su Moro. Ci dica chi e quando non ha “consentito [a Craxi] di salvarsi” quando a Craxi bastava semplicemente acquistare un biglietto d’aereo per raggiungere l’ospedale che avesse desiderato. Ci dica infine se applicare ciò che il codice prevede per i latitanti che atterrano sul nostro aeroporto è la stessa cosa di ricevere una scarica di undici colpi intorno al cuore.

4 -  I suoi nemici erano il pool di Milano, diretto da Borrelli, i cui giudici hanno agito da plotone di esecuzione.

Questa tesi tradisce apertamente la vera ispirazione che sta dietro i tentativi di riabilitazione di Craxi. L’idea vendicativa che i giudici siano pericolosi è il peggior prodotto del ventennio berlusconiano e sta alla base del disprezzo populista verso le istituzioni. Grazie invece a Borrelli per aver salvato l’onore della Giustizia italiana.

5 – Non si può escludere che a sfavore di Craxi abbiano agito le antipatie vendicative degli americani che gli avrebbero, con Mani Pulite, fatto pagare Sigonella.

Ecco questo è un dubbio legittimo che viene dal contesto geopolitico. Ma non lo vedo tanto come vendetta per Sigonella, nel qual caso si tratterebbe soprattutto di Israele che era famelicamente interessata alla cattura di Abu Abbas. Lo vedrei più legato al tema del “tesoro di Craxi” ovvero la montagna di tangenti segrete sul mercato delle armi che Craxi ha destinato all’OLP e altri movimenti di liberazione. Ecco, è questo, e soprattutto come abbia fatto a fare in modo che non siano mai state trovate, ad aver animato operazioni Mani Pulite in vari paesi negli anni immediatamente successivi al crollo URSS. Ma Mani Pulite non ha interessato solo Craxi e la necessità di far cessare il CAF (accordo politico Craxi Andreotti Forlani) ma lo smantellamento di tutta l’architettura d’intelligence antisovietica e qui fu soprattutto Andreotti con l’agnizione di Gladio a dare il colpo grosso.

Su questo il libro apre uno spiraglio portando a conoscenza il lettore dei rapporti declassificati della CIA ma non prende posizione. Il suo scopo è riabilitare Craxi senza far rumore, non tanto ottenere la verità sul passaggio alla seconda repubblica.

 

                                                                    **

 

Mi auguro che non avvenga nessuna riabilitazione che possa togliere o alleggerire il peso delle sue condanne e che il giudizio storiografico su Bettino Craxi venga dato dagli storici lasciando stare le istituzioni le quali in questo caso hanno soltanto fatto il loro dovere. La lettera di Napolitano presidente nel 2008, non costituisce una riabilitazione formale ma solo un giudizio, per quanto solenne, episodico.

Che Bettino Craxi riposi in pace e la terra della sua amata Tunisia gli sia lieve.

 

 

 

 

 

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13 febbraio 2020 4 13 /02 /febbraio /2020 16:40

Let us break bread together on my knees. E’ uno spiritual con andamento moderato, arrangiato a quattro voci. Si esegue durante la comunione. Il testo richiama Atti 2.42 che si ispira alla vita della comunità cristiana primitiva.

 

recatici:

https://omniavulnerant.blogspot.com/2016/08

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12 febbraio 2020 3 12 /02 /febbraio /2020 17:58

 

 

Leggo oggi Savana Padana, romanzo edito da TEA (Tascabili Editori Associati) nel 2012.

 

Il cuore geografico del Veneto è la Bassa Padovana. “Savana” è un termine che significa vasta prateria con alte erbe e rari alberi (savannah treeless plain) da qui l’espressione savana padana. Ma significa anche assenza di acqua, cosa questa che non corrisponde  alla realtà geografica e neanche, peraltro, alla vicenda narrata.

Siamo quindi in una ambientazione narrativa che delimita una zona ambientalmente atipica ma geograficamente centrale in una più vasta regione. Qui fa molto caldo, un concetto questo che vien più volte richiamato nei capitoli iniziali, si beve alcool assai e girano soldi e coca.

E’ il primo romanzo di Matteo Righetto. Costui è oggi un operatore affermato nel campo della narrativa resosi noto all'inizio con questo breve romanzo di 130 pagine scritto con piglio ironico e graffiante. In esso la savana padana, un’area veneta centrata nel paesello di San Vito, é terra di scorrerie violente poste in essere da banditi autoctoni ed etnie immigrate. Cinesi, rom e bande alla Maniero interagiscono localmente determinando anche dei rischiosi cortocircuiti criminali che a loro volta alimentano la storica xenofobia veneta già messa alla prova dall'immigrazione di stato.

La cronaca purtroppo ci dice che non siamo molto lontani dalla realtà. Anzi, forse il clima velenoso ivi narrato è solo troppo concentrato in un solo episodio. Forse il clima è un po’ troppo parossistico e i personaggi troppo caricaturali, ma questa è anche la cifra righettiana che si inserisce in un filone ormai fluente e fertile. Un filone dove troviamo Carlotto per il noir e gli altri autori di taglio splatter come ad esempio Matteo Strukul e, se vogliamo allargarci Matteo B. Bianchi e Sandrone Dazieri. E contribuisce a consolidare un’immagine narrativa del Veneto che è indelebilmente segnata dalla caricatura che ne ha fatto il film La lingua del santo di Mazzacurati (con Antonio Albanese che scorazza in bicicletta per i colli euganei) nell’anno 2000.

In ogni caso otto anni dopo l’uscita il piacere di leggerlo è ancora intatto, e alcuni fatti di cronaca lo rendono più allusivo. Come gli sviluppi del caso dell’allevatore Valerio Sperotto di Velo d’Astico, in cui recenti analisi del DNA su resti di unghia hanno dimostrato che il cadavere della moglie era stato eliminato grazie alla voracità dei suoi maiali. Inoltre dal 2017 questo breve romanzo è diventato un’opera teatrale di successo, prodotta dal Teatro Stabile del Veneto con la direzione di Scandaletti.

 

Mi risulta comunque poco consolante osservare che nella realtà di questi otto anni il tema dell’immigrazione, centrale nel libro, è certamente attuale ed ha assunto una triste centralità nella politica ma non si è saldato coi fenomeni di criminalità violenta e non abbiamo scontri così clamorosi tra etnie. E se la vertenza autonomista, che è già partita, dovesse assumere toni polemici più aspri di quanto non sia stato finora, opere come questa non contribuirebbero a farne comprendere i termini reali e potrebbero essere usate propagandisticamente per alimentare il discredito dei veneti.

 

 

 

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26 novembre 2019 2 26 /11 /novembre /2019 23:45

 

 

 

Il GdiVi di oggi riporta un articolo che, dando notizia di un convegno archeo-antropologico di Creazzo, richiama alla attenzione dei vicentini un argomento riguardante aspetti misteriosi dell’America Latina. Il Paititi.

La “ciudad perdida” di Paititi è da tempo al centro delle ricerche. Si tratta infatti di uno dei tanti mitici luoghi dell’eldorado INCA che si troverebbe nel bacino del rio Madre del Dios a sud est del Perù. Ne erano convinti almeno trent’anni fa Jacek Palkiewicz e Carlo Lenci, componenti vicentini di un team internazionale incaricato di sviluppare un apposito progetto di ricerca. Tale progetto era sostenuto anche dal governo peruviano e utilizzava già allora il ground penetrating radar ovvero particolari immagini satellitari. Ora la notizia è corroborata da una foto che mostra una montagna quadrata perché tagliata come una piramide tronca. La foto è suggestiva perché lascia pensare ad una piattaforma aeroportuale spaziale. Un sogno che rimanda a suggestioni kolosimiane. Ma l’articolo è molto politically correct e non si permette sbandate complottistiche anche perché a lavorarci è impegnata l’archoeastronoma Silvia Motta di Milano. In quelle aree potrebbe essere esistita una civiltà agricolo-idrica fino al 1610; cioè quando scompare l’impero dei quattro cantoni Tahuantinsuyo che si estendeva dal sud dell’attuale Colombia al nord dell’Argentina con ad occidente l’oceano e ad oriente l’Amazzonia. Tale impero, espressione di una civiltà scomparsa era nato nel 500 d.C. (o nel 1130 a seconda delle scuole archeologiche) ed era crollato nel XVI secolo sotto le armi dei conquistadores. Esso avrebbe avuto come capitale CUZCO che sorge in una fertile e riparata valle laterale dell’Urubamba. Pakawara è il nome di una tribù realmente esistente fino a pochi decenni fa. Alcuni archeologi delle civiltà precolombiane sostengono che l’ultimo discendente potrebbe essere deceduto nel nordest della Bolivia nel 1992.

 

 

 

 

 

 

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18 novembre 2019 1 18 /11 /novembre /2019 15:13

 

 

 

 

 

Scott ha anche diretto il film ALL THE MONEY IN THE WORLD, il quale si ispira alla storia del rapimento del giovane Paul Getty.

Costui era il giovane e dissoluto sedicenne erede dell’uomo più ricco del mondo, ovvero l’omonimo petroliere, ma viveva a Roma senza reddito vendendo chincaglierie a Piazza di Spagna. Fu la ‘ndrangheta calabrese a prenderlo alle 3 di notte del 10 Luglio 1973 all’uscita del Tree Top, vicino all’ambasciata di Francia ovvero lo stesso luogo del rapimento Orlandi che avverrà dieci anni dopo. Egli venne liberato il 15 dicembre dello stesso anno dopo penose trattative con la famiglia culminate col famoso taglio dell’orecchio.

Il riscatto fu di un miliardo e settecento milioni. Un’enormità per l’epoca. E non può essere considerato come un semplice caso di cronaca. Anche qui c’è infatti qualcosa di più …

 

A questo caso Imposimato dedica un capitolo del suo libro L’ITALIA DEI SEQUESTRI, edito da Newton Compton nel 2013. Egli lo considera un caso guida per la stagione successiva dei sequestri italiani ed individua delle anomalie sospette. In particolare la competenza territoriale selettiva che indicherebbe la presenza di qualche manina.

 

La banda dei rapitori era composta da ‘ndranghetisti calabresi che avevano base operativa a Roma per le trattative mentre la prigione era in Calabria. Il nonno Getty, che all’inizio non voleva pagare perché sospettava che si trattasse di una manovra estorsiva interna alla famiglia, incaricò un personaggio del suo entourage petrolifero che era stato anche un abile ex agente della CIA, di condurre la partita in Italia e fu sotto la sua iniziativa che avvenne la consegna del denaro e la liberazione del ragazzo. Tale liberazione che avvenne dopo due giorni dal pagamento, e nel giorno dell’ottantesimo compleanno del magnate, comportò per il prigioniero centinaia di chilometri a piedi con una marcia forzata bendato nella neve prima e un lungo cammino notturno da solo in autostrada poi, sotto un’acqua tempestosa. Il giovane indossava un semplice maglione al momento in cui, annichilito dal freddo, fu trovato da un camionista ma i rapitori gli avevano fornito abiti nuovi e di qualità.  

Tale camminata lo spostò dalla Calabria alla Basilicata ed ebbe come effetto una accorta selezione della competenza territoriale. Venne infatti sottratta ogni competenza alla magistratura di Roma, a quella di Palmi e di Reggio Calabria relegandola al tribunale penale di Lagonegro; ovvero il luogo ove era cessata l’attività dei sequestratori, come prevedeva la legge dell’epoca. “Ciò significa”, osserva Imposimato, “che qualche raffinato esperto giuridico aveva informato i mafiosi circa la competenza territoriale” (pg 46). Tale sede infatti non aveva la preparazione e la dotazione necessaria per tale tipo di attività criminale.

L’episodio del pagamento che era avvenuto due giorni prima, dopo 158 giorni dal rapimento, si era svolto appunto all’uscita Lagonegro della Salerno Reggio Calabria ed era stato attenzionato dalla polizia. Mr. Chace consegnò tre sacchi di juta contenenti il denaro direttamente a tre persone in un terrapieno. La polizia giudiziaria individuò una banda di sedici persone, ma il processo non riuscì a provare il nesso col rapimento e gli accusati vennero assolti per insufficienza di prove.

Soldi spariti e due sole condanne: il proprietario dell’auto usata e un personaggio sorpreso a riciclare pochi soldi provenienti dal riscatto.

 

 

Paul, figlio di alcoolizzati distrutti dalla droga, non ebbe vita felice. Ebbe il figlio Balthazar a diciannove anni, del quale sposò la madre incinta e a causa di questo matrimonio fu diseredato dal nonno. Restò paralizzato nonché semicieco quando, nel 1981, fu colpito da un ictus causato da una miscela di Valium, alcool e metadone in overdose. Passò in carrozzina gli altri due decenni della sua vita e morì in Inghilterra, con la famiglia sfasciata, nel 2011.

 

Il libro di IMPOSIMATO insegna che l’Italia dei sequestri è la stessa Italia delle trame eversive.

Hanno ammazzato Pablo. Pablo è vivo… Da Garibaldi ad oggi, passando per Ippolito Nievo, Matteotti, Portella della Ginestra, Mattei, Piazza Fontana, Moro, Emanuela Orlandi e tanti altri, fino a Capaci, ad Abu Omar e chissà chi altro O, Oh ooh! ancora i tuoi quattro assi bada bene di un colore solo li puoi nascondere e giocare con chi vuoi… o farli rimanere buoni amici come noi… ecc.ecc.

 

 

 

 

 

 

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17 novembre 2019 7 17 /11 /novembre /2019 18:56

 

 

 

 

 

Interessante dibattito la sera del 15 a Palazzo Festari di Valdagno dove è stato presentato il romanzo-Thriller che si ispira alla vicenda di Francesca Benetti, ex valdagnese scomparsa in circostanze attenzionate dalle cronache nazionali.

L’autore è l’avvocato della famiglia della vittima, apparso più volte in circostanze televisive, il quale è anche promotore di una proposta di legge per il procedimento d’ufficio, anziché per querela, nei casi di violenza entro le mura domestiche.

 

 

La presentazione del libro è stata trasformata in un dibattito sul tema della violenza in vista della imminente scadenza del 25 Novembre. In tal modo, grazie al magico Guanxì, è stata evitata l’ignavia ovvero il rischio di non fare niente col Comitato per le Pari Opportunità in fase di dismissione dopo le elezioni amministrative.  

La nuova assessora ha fatto il suo piacevole debutto informandoci sulla drammatica attualità del fenomeno la cui casistica è in costante aumento mentre il giornalvicentino Diego Neri ha diretto il trafficato dibattito.

Il risultato è stato quello di una bella serata, dignitosamente partecipata dal pubblico cittadino.

 

Caso Benetti

Francesca a 55 anni, vedova ex insegnante di educazione fisica, è scomparsa i primi giorni di Novembre 2013 dopo aver comunicato ad Aldo, il suo uomo da poco tempo, che si sarebbe recata nella villa di Potassa vicino a Grosseto, di sua proprietà. Francesca aveva in mente di trasformare la villa in un Bed & breakfast e a questo proposito aveva incaricato il custode sig. Bilella suo dipendente, di alcuni lavori che però non venivano eseguiti. Pertanto lei aveva deciso di licenziarlo. I media hanno molto insistito sull’esistenza da parte di costui di un amore ossessivo ma negato, nei confronti di Francesca. Ciò avrebbe costituito il movente per un delitto passionale. In questi termini si è espressa anche la sentenza di primo grado con una condanna all’ergastolo.

Il corpo di Francesca non è mai stato rinvenuto, ma le indagini hanno evidenziato tracce ematiche sull’auto del custode e sui sanitari dell’abitazione tali da rendere sostenibile l’ipotesi di un uso del coltello per uccidere e distruggere il cadavere.

L’assassino però, pur confermando l’attrazione amorosa, si dichiara innocente e su questa base ha impugnato la sentenza ricorrendo in appello.

 

Il caso Field

E’ una storia immaginaria ambientata in Inghilterra tra la cittadina di Hamble e i boschi di New Forest, che ricalca il caso italiano. A scriverla è stato l’avvocato, già autore di un thriller su temi analoghi. La storia si sviluppa in duecento pagine che raccolgono due linee narrative parallele caratterizzate da due diverse grafiche: una immaginariamente scritta in prima persona dalla vittima, Lorna Field; l’altra in terza persona come cronaca dell’indagine che vede protagonisti l’ispettore Norse e i suo vice Freeman. Tempi e fatti coincidono con quelli avvenuti per Francesca, cambia solo l’ambientazione geografica e alcuni approfondimenti relativi a circostanze retrostanti la biografia di alcuni personaggi.

La struttura in 43 capitoli è quella del classico giallo la cui tensione “Who’s the murder” viene tipicamente risolta in ultima istanza dopo il passaggio da un sospetto all’altro.

La vicenda narrata si ferma al momento della cattura senza inoltrarsi nell’iter giudiziario secondo un modello e uno stile di narrazione molto più vicino all’ispettore Barnaby di Caroline Graham che, per fare un esempio, al cacciatore del buio di Donato Carrisi.

 

Caso Francesca/Lorna

La nota che segue è imprecisa anche per evitare di svelare il finale.

La narrazione in prima persona è inquietante e toccante al medesimo tempo. E’ la parte che più può coinvolgere emotivamente il lettore mentre la parte in terza persona è coinvolgente più che altro per un lettore che voglia cercare nel testo messaggi su ciò che il processo italiano non ha detto. A mio avviso questi ci sono. E stimolano l’immaginazione di chi non si sia accontentato della verità giudiziaria.

Io sono, nel mio piccolo mondo di lettore giallista, tra costoro. La lettura infatti mi ha stimolato, nel mio privato e ludico delirio dietrologico, l’idea che ci troviamo difronte ad un caso, ahimè uno dei tanti, in cui anche gli organi riservati dello stato hanno qualcosa da nascondere; tipo coperture, doppie identità, criminalità organizzata ecc.

Ma certamente apprezzo e condivido l’eccellente omaggio che l’autore implicitamente fa alla madre della vittima e al suo presentimento, al suo desiderio, che Francesca Lorna sia in realtà ancora là. Dietro quella finestra…

Ed è quindi in questa lettura che si possono porre dei fiori per Francesca.

 

 

 

 

 

 

 

 

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