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14 luglio 2020 2 14 /07 /luglio /2020 22:15

 

 

           La recente morte dell’ottantenne Charles Richard Webb, scrittore americano trasferitosi in Inghilterra dopo il successo del libro The Graduate dal quale è stato tratto il film Il Laureato, mi ha rimotivato alla lettura di quel libro.

 

 

 

           Di seguito riporto gli spunti tratti dall’articolo di John Leland sul New York Times del 2 Luglio 2020 e alcune mie considerazioni su testo e sul film.

                                                                                     ..

Charles Webb, scrisse The Graduate del 1963 e poi spese decenni a fuggirne il successo. Questo romanzo fu reso famoso dal posteriore successo del film Il Laureato; uscito nel 1967 con la regia di Mike Nichols, l’interpretazione di Dustin Hoffman e Anne Bancroft nonchè le altrettanto famose canzoni di Simon e Garfunkel in colonna sonora.

 Webb è morto in Inghilterra, East Sussex, lo scorso 16 Giugno all’età di 81 anni. Un portavoce del figlio John ha confermato la morte, avvenuta in ospedale senza però specificare le cause.

Il suo romanzo, che è stato scritto poco dopo il college e si basa in gran parte sul suo rapporto con la moglie Eve Rudd, fu trasformato in un film che segnò un’era. Esso diede infatti voce al rifiuto del materialismo di una intera generazione di giovani. Le persone reali alle quali si ispira quella storia sono Charles Webb e Eve Rudd i quali, sposatisi nei primi anni sessanta, protrassero tale rifiuto ben oltre la giovinezza scegliendo di vivere in povertà e regalando via qualsiasi somma provenisse dal successo di quel libro. Un successo che peraltro continuò per molto tempo ad inseguirli.

“La mia intera vita è stata misurata da esso” disse lo stesso Webb al Telegraph nel 2000, quando la coppia viveva col sussidio dei servizi sociali.

Non ha mai voluto soldi. Aveva con essi un rapporto anarchico e nella vita ha dato via case, quadri, la sua eredità e anche le royalties dei Iibri. Per fare un esempio assegnò una sua spettanza di 12.400 dollari ad un artista di spettacolo di nome Dan Shelton, che si era domiciliato presso la Tate Modern, in una scatola di cartone.

Si sposò due volte con la stessa donna, che è appunto Eve Rudd. La prima nel 1962 cui seguì il divorzio nel 1981 per protestare contro l’istituzione del matrimonio. Successivamente i due, che nel frattempo avevano continuato a stare assieme, si risposarono nel 2001 per regolarizzare la loro immigrazione in Inghilterra. E in tale circostanza egli non regalò nessun anello alla moglie per via della propria disapprovazione per la gioielleria. L’unica testimone di quell’evento ad eccezione di due sconosciuti tirati fuori dalla strada, è la Signora Downey, la quale racconta che la coppia ha camminato per nove miglia fino all’ufficio del Registro dov’è avvenuta la cerimonia, indossando gli unici abiti che possedevano.

 

 Charles Richard Webb era nato a San Francisco il 9 giugno 1939 e cresciuto a Pasadena, in California. Suo padre, il medico Richard Webb, era un cardiologo specialista che faceva parte di un circolo benestante come quello che Webb avrebbe poi attaccato nel libro The Graduate.

Finché frequentava il Williams College egli incontrò Eva Rudd, una studentessa del Bennington College del Vermont. Costei era proveniente da una famiglia di insegnanti ed entrambi, Eve e Charles, condivisero fin da subito l’idea di contestazione nei confronti del mondo borghese rappresentato dalle loro famiglie e tennero uno stile di vita non convenzionale. La loro prima volta, raccontarono essi stessi agli intervistatori, fu in un cimitero. Ma la loro storia d’amore e l’avversione della madre di Eve verso Charles, divennero la storia del romanzo. E l’ispirazione del personaggio di Mrs Robinson, la seduttrice del giovane Benjamin, potrebbe provenire da qualche persona in amicizia coi suoi genitori, incidentalmente vista nuda.

 

Orville Prescott, recensendo il libro sul Times, lo ha definito un “fallimento immaginario” ma ha paragonato il protagonista al Giovane Holden di Salinger, ovvero il personaggio che, con il suo borbottio e la sua conversazione sconnessa, aveva saputo catturare nel 1951 lo spirito del momento. Ciò avveniva giusto in tempo prima che arrivasse la repressiva era Eisenhower e gli anni sessanta in Technicolor. In quelle opere i personaggi non sono idealisti, ma sono alla ricerca di ideali e la fuga da valori e stili di vita convenzionali è, più che collettiva, dolorosa.

La vita della coppia fu quindi una sorta di viaggio iconoclastico ed Eve più tardi volle cambiare le proprie generalità adottando il nome Fred, in solidarietà con un gruppo di auto-aiuto per l’uomo con scarsa autostima. Si sposarono nonostante gli interventi contrari dei genitori e poi rivendettero i regali di matrimonio agli ospiti donando a carità il denaro.

“Il loro matrimonio (il primo) fu una contraddizione totale rispetto al modo in cui condussero la loro vita”, dice la sorella Priscilla Rudd Wolf. Fu un matrimonio importante. Mia sorella vestiva un abito bianco da sposa. Avvenne nella cappella della scuola di Salisbury (Vermont) dove insegnavano i miei genitori, c’era tutta la città ed io ero la damigella d’onore. Sembravano proprio una tipica coppia americana destinata ad una vita tipicamente americana. Ma non fu così. Perdere ciò che possedevano divenne per loro una missione a tempo pieno. La prima delle tre case che avrebbero gettato via, dicendo che possedere cose era opprimente, fu il bungalow in California.

Charles Webb rifiutò l’eredità della famiglia di suo padre, ma non fu in grado di rinunciare ai soldi di sua madre perciò lo regalarono via assieme alle opere di Andy Warhol, Roy Lichtenstein e Robert Raushenberg.

Mentre gli anni sessanta fiorivano la coppia si sottopose ad una terapia gestaltica. Fred per presa di posizione femministica tenne uno spettacolo di nudo femminile e per fronteggiare le oppressive domande di ornamento femminile si rase i capelli a zero.

Si trasferirono quindi in California e poi di nuovo ad est in una casa fatiscente presso Hastings sull’Hudson, N.Y. nella Contea di Westchester dove ebbero due figli: John e David.

 

I libri

Come scrittore Webb fece seguire a The Graduate nel 1969 (ovvero dopo il successo del film a sei anni dalla pubblicazione del primo libro) un secondo romanzo dal titolo “Love, Roger” e poi un terzo nel 1970 “The Marriage of a Young Stockbroker trasformato in un film con Richard Benjamin. Ma non funzionarono molto e la critica non li considerò comparabili con il debutto. Inoltre lui si rifiutò sempre di firmare le copie in vendita, considerandolo un “peccato di indecenza”.

Nella sua vita Webb ha pubblicato otto libri, incluso un sequel del The Graduate, dal titolo “Home School” (2007). In esso i protagonisti del primo romanzo, Benjamin ed Elaine, sono cresciuti e istruiscono direttamente i propri figli. Egli accettò di pubblicarlo solo per saldare un debito di 37000 dollari, come racconta un amico reporter che all’epoca li aiutò. Egli aveva un rapporto odioso col denaro, dice Caroline Dawnay che fu l’agente di Webb quando un altro suo romanzo “New Cardiff” fu trasposto nel film “Hope Springs” del 2003.

Verso la fine degli anni settanta la coppia fece ritorno alla West Coast e ritirò i figli dalla scuola scegliendo di scolarizzarli in casa, cosa che al tempo non era sanzionata. E cosi la famiglia se ne andò in giro vagando tra un campeggio e l’altro in un camper Volkswagen. Nel 1992 in una intervista al Washington Post (il figlio) John Webb definì questo tipo di formazione una “de-scolarizzazione”.

Charles Webb fece lavori umili. Impiegato, stagionale, pulizie domestiche e per un lungo periodo la coppia fu anche custode di una colonia nudista nel New Jersey guadagnando 198 dollari alla settimana.

Webb ha sempre contestato il fatto di essere legato a The Graduate, ma nei primi anni novanta egli ne scrisse il sequel, “Gwen”, nel quale il personaggio immaginario della figlia di Bemjamin ed Eliane fa da narratrice. Vi si descrive un padre che trova liberatorio liberarsi dei beni materiali e aiutare il prossimo. Questo libro non è mai stato pubblicato e passarono altri 25 anni prima del libro “New Cardiff” del 2001.

Da allora la coppia ha vissuto in Inghilterra e Ms Dawnay, che li andò a trovare a Brighton, racconta che loro vivevano in un appartamento quasi senza mobili e disponevano solamente di un cambio d’abiti.

Sebbene il romanzo New Cardiff sia stato accolto calorosamente esso non servì a rilanciare la carriera di Webb come non vi riuscì neanche “Home school”, pubblicato nel 2007.

Fred, la moglie di Webb, è morta nel 2029 lasciandolo molto solo e nella vedovanza è stato aiutato dai figli David e John. Ma suo figlio David, in una delle sue performance artistiche, una volta ha cucinato una copia del libro The Graduate e se lo è mangiato in pubblico con la salsa di mirtilli.

 

                                                                                               

 

Nelle ultime pagine del romanzo di Webb, Benjamin ed Eliane sono soli sul bus, sono due giovani scossi e diretti verso un futuro che è solo opaco. L’atmosfera di quel momento è quella colta dal famosissimo verso Hello darkness my old friend (Ciao oscurità, mio vecchio demonio) di Paul Simon; ma nel film invece i due sono in mezzo alla gente del bus, sorpresa e sbigottita. Ebbene, se il libro coglie quella che poi sarà la nota dominante del vita reale di Charles ed Eve, il finale del film coglie invece il destino dei giovani che hanno fatto il sessantotto.

 

In generale direi che le due opere, libro e film, sono diverse come diversi sono i loro destini nella memoria collettiva. Il libro che risale al 1963, esprime un rifiuto esistenziale, il fil, un rifiuto generazionale. L’elemento più attraente del libro è i conflitto interiore del giovane Ben mentre nel film è la morbosa seduzione della signora Robinson. Il romanzo fa del lettore uno psicologo, il film ne fa un guardone.

Nella traduzione italiana Ben dà sempre del lei a Mrs Robinson, anche quando la relazione sessuale in Hotel è intensa e avviata da mesi. Forse è una scelta dell’editore italiano, seguita dal traduttore, che vuole evidenziare la differenza di età tra i due. Tale accorgimento finisce per ingigantire il divario generazionale.

La signora Robinson con le sue menzogne diventa la strega cattiva della storia. E tutta la storia muta nelle ultime pagine trasformandosi in una fiaba a lieto fine con la famosa frenetica interruzione del matrimonio combinato.

Direi che il film semplifica la storia perché depotenzia tutta la parte che si svolge a Berkeley. Ben infatti, venduta l’auto si sistema in una stanza d’affitto vicino a dove studia Eliane. Qui dopo vari tentennamenti reciproci i due capiscono che si amano ma devono affrontare l’intromissione delle famiglie. Avvengono incontri tra Benjamin e il signor Robinson e tra Benjamin e suo padre ma non portano al chiarimento.

La figura della madre è più sfumata nel libro di quanto non si possa prefigurare. Spesso la madre non è molto di più di una invadente “signora Braddock” (capitolo due), in una famiglia che seppur formalmente corretta appare oppressiva nei confronti del figlio perché i genitori lo rendono responsabile delle realizzazione dello loro proprie aspettative. Il figlio, al quale non hanno mai fatto mancare niente, per fare la sua parte dovrebbe diventare insegnante; se non lo fa li delude. E se li delude cade in depressione e non ce la fa più a reggere il proprio ruolo. Ecco, è questa la condizione di ignavia che caratterizza il comportamento di Ben nei primi capitoli.

Inoltre le aspettative che lo condizionano non sono solo dei genitori. Ma di tutto l’ambiente in cui egli è inserito. E ciò si vede bene nel quarto capitolo quando la discussione col padre si fa grossa. A complimentarsi con lui non sono solo i genitori ma tutto il sistema di relazioni famigliari. E Ben sente tutto il peso di questa responsabilità sistemica. Si sente un “maledettissimo simbolo di prestigio sociale” al punto da subire rassegnatamente anche i peccati, le trasgressioni di quell’ambente.

 

 

La scena della seduzione è piuttosto sexy ed intrigante se si pensa che è stata scritta nel 1963. L’autore l’ha concepita e scritta su spunto autobiografico visto che nel 1962 era nella stessa condizione del protagonista Ben, cioè studente ed aveva due anni di più. Ciò non significa che egli sia stato sedotto da una amica di famiglia dell’età di sua madre, non c’è nessun riscontro nella sua, peraltro scarna, biografia. Ma certo che nella sua testa gli frullavano stimoli ambientali. E il suo ambiente era, appunto, uguale a quello descritto.

L’autore non scrive in prima persona, ma parteggia nettamente per il protagonista evidenziando tutti gli aspetti che lo mostrano incerto, titubante, vittima e parte debole nell’azione. Ben è l’agnellino catturato dal lupo; colui che “le montò addosso e si mise all’opera” (pg 78) solo dopo aver messo davanti tutte le timidezze e contraddizioni dell’innocenza.

 

Le differenze scolastiche tra America e Italia rendono difficile la traduzione del termine graduate e ciò ha determinato la scelta più comoda dei termini Laurea e laureato per il pubblico italiano. In realtà però nel romanzo il protagonista Benjamin non consegue la laurea ma il titolo B.A. (Bachelor of Arts) che è di poco superiore alla nostra Maturità.

 

Il film, che il Morandini definisce “Molto datato, ma prezioso per capire l’aria dell’epoca”, è il vero responsabile del successo di questa storia. Il successo mondiale di quella pellicola ha dato infatti l’oscar per la regia a Mike Nichols e ha lanciato il sound di Simon & Garfunkel. Ma è utile osservare che ciò è avvenuto cinque anni dopo la scrittura del libro; i cinque anni in cui è cambiato il mondo e la generazione del sessantotto è montata a cavallo. A mio avviso, volendo valutare approssimativamente il rapporto tra la storia scritta e la storia filmata in relazione al contesto dell’epoca, il libro era più coraggioso. Gli sceneggiatori (Buck Henry e Culder Willingham) sono stati fedeli al testo ma la scena finale della fuga dalla chiesa in abito da sposa coi sorrisi in autobus tipo “vissero felici e contenti” è decisamente in ritardo. Fuori contesto.

In quell’anno, il 1967, quel contesto, quello rivoluzionario giovanile di quell’epoca indimenticabile, era certamente improntato all’amore. E’ l’anno in cui i Beatles cantarono All You Need is Love nel il primo collegamento realizzato in mondovisione, è l’anno dei figli dei fiori e l’estate dell’amore; l’anno in cui siamo molto lontani dalle suggestioni violente del quinquennio successivo, ma è anche il momento in cui le vecchie convenzioni morali e i veli bianchi giungono al capolinea. L’anno in cui, al contrario dei personaggi filmati, i giovani smontarono da quell’autobus con l’entusiasmo e la determinazione che caratterizzerà l’incombente sessantotto.

 

 

 

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14 giugno 2020 7 14 /06 /giugno /2020 14:11

 

 

 

 

 

La presentazione del film di Bellocchio Il Traditore, ha rilanciato l’interesse per la figura di Tommaso Buscetta. Ciò mi ha spinto a leggere questo libro di Pino Arlacchi nell’dizione di Chiarelettere che è uscita nel maggio 2019 la quale ripropone, con qualche leggero aggiornamento l’omonimo libro che con Rizzoli era uscito nel 1994.

Nel Luglio del 1993 infatti Arlacchi era stato autorizzato dalla commissione del Ministero dell’Interno a incontrare Buscetta con più incontri, al fine della redazione. Arlacchi, che è un importante studioso nonché vero e proprio esperto di fama mondiale, ha composto questo libro nei mesi successivi.

Buscetta è la figura più importante nella storia della Mafia siciliana e statunitense, altresì chiamata Cosa nostra e non si dichiara pentito, ma sostenitore di valori stravolti dai corleonesi emersi grazie all’arricchimento connesso con il traffico internazionale di stupefacenti.

Pg 128. Dopo aver raccontato varie fasi precedenti della sua vita in Sicilia, in Brasile e in Argentina Buscetta, che nel libro, pur scritto da Arlacchi, narra in prima persona, inizia il racconto della GUERRA DI MAFIA 1962-63

Il 26 Dicembre 1962 due fucilate uccisero il membro della Commissione Calcedonio Di Pisa mentre usciva da una rivendita di tabacchi gestita dal capo della sua famiglia, la famiglia della Noce. Si trattava di un conflitto concepito in ambito mafioso che aveva lo scopo di scatenare una guerra di mafia tra componenti della Commissione. Era stato gestito in modo da far ricadere le colpe anche su Buscetta che ne era estraneo ma rischiò la condanna a morte. La guerra produsse altri omicidi ed esplosioni fino alla strage di Ciaculli del 30 Giugno 1963 con sette morti tra le forze dell’ordine. A questo punto la polizia fece “quello che non aveva mai fatto” riuscendo ad arrestare tutti i principali esponenti di Cosa Nostra e porre fine al confitto che aveva visto “una Commissione ingenua e sprovveduta contro una agguerrita setta di prevaricatori subdoli e fraudolenti”. Buscetta fugge in Messico e Totò Greco in Venezuela. Badalamenti rimane latitante a Palermo.

La Commissione fu smantellata dalla Polizia e sciolta dalla stessa Mafia per essere poi ricostruita solo nel 1970 dopo la conclusione del processo di Catanzaro con la costituzione del triumvirato Badalamenti, Liggio e Bontade. Al processo di Catanzaro Buscetta venne condannato a tre anni di carcere per associazione a delinquere. Durante la carcerazione venne raggiunto dall’inchiesta USA 

 

Luky Luciano creò negli anni trenta la Commissione in America. Egli utilizzò per la prima volta nella storia della mafia anche irlandesi e neri.

Il 28 giugno 1971 Joe Colombo, che stava al vertice di una delle cinque famiglie di NEW YORK ma aveva fondato un movimento per i diritti civili degli immigrati italiani, venne eliminato in un attentato che era stato – secondo Buscetta – preparato e gestito dalla stessa famiglia di appartenenza. Fu Joe CREZY Gallo, uomo d’onore che voleva prendergli il posto. Il movimento sosteneva che gli italoamericani erano discriminati a causa della etichetta di mafiosi e chiedeva l’abolizione della parola mafia perché offensiva.

Colombo venne sparato in piazza durate una manifestazione dal nero Jerome Johson il quale venne ucciso a sua volta poco dopo affinché non potesse parlare. Nota che Wyky pedya dice che a crivellarlo di colpi furono i suoi figli.

Manuel Lopez CADENA era un terrorista rosso ricercato sia in Messico che negli Stati Uniti. Era lo stesso nome falso usato da Buscetta sia in Messico che in Canada che negli USA, egli venne perciò interrogato per verificare l’omonimia e rilasciata. Ma in tale circostanza gli vennero prese le impronte digitali e più tardi vennero confrontate con quelle del passaporto argentino degli anni cinquanta dove aveva in suo nome vero. (se il passaporto glielo aveva dato Vera Girotti {figlia di Massimo?] è per questo che è stata fatta sparire?) Tale identificazione mise l’ufficio immigrazione alle calcagna fino all’arresto, ma egli partì per l’Italia in tempo. E si fermò a Monaco dove partecipò ad una prima riunione preparatoria del golpe Borghese.

Il 17 Giugno del 1970 a Milano ove si tenevano riunioni preparatorie vennero fermati nella stessa auto Greco, Riina, Badalamenti, Caderone, Alberti e           Buscetta per un controllo. Tutti con falso nome; quello di don Masino era:

 

Sul fallito golpe Masino dice che il gruppo di Borghese era “un’Armata Brancaleone di invasati e mitomani che non avevano la minima idea di come si doveva trattare con noi”. Le contropartite richieste dalla Mafia erano le revisioni dei processi. Egli inoltre sostiene che il fallimento è dovuto al fatto che c’erano i Russi nel mediterraneo e che pertanto “il golpe, nonostante gli Stati Uniti fossero d’accordo era stato impedito dalla presenza della flotta sovietica nel mediterraneo”. Durante l’estate egli tornò a New York dove venne rintracciato ed arrestato per ingresso clandestino. Sul ponte di Brooklin.

Un’altra rivelazione mostruosa, sempre a pagina 177, riguarda invece il golpe del 1974. Durante la sua carcerazione all’Ucciardone il direttore Giovanni Di Cesare assieme ad un oculista massone gli diedero la notizia che ci sarebbe stato un golpe e che lui avrebbe dovuto tenersi preparato perché al momento giusto un brigadiere dell’ufficio matricola lo avrebbe aiutato ad infilarsi in un passaggio segreto che conduceva alla casa del direttor stesso per poi essere liberato. Significa che c’era stato un accordo tra massoneria e Cosa Nostra anche per quel secondo golpe e che la liberazione di alcuni mafiosi come lui era una delle contropartite concordate in cambio dell’appoggio.

 

Nel giugno 1971 lascia la pizzeria di Manhattan a i figli e torna in Brasile con passaporto falso. Cambia nome in Tommaso Roberto Felice, frequenta l’ambiente del presidente Goulart e sposa la figlia del suo sostenitore avvocato Homero Guimaraes. C’è il golpe ed egli con tutta la famiglia viene arrestato. Torturato e rimandato a casa in Italia dove viene riarrestato il 3 dicembre 1972. Qui viene raggiunto dal mandato USA conseguente alle dichiarazioni (retroattive) di traffico droga rilasciate da Giuseppe Catania. Fu portato all’Ucciardone da Bruno Contrada. In aereo avviene un interrogatorio informale di Contrada, voleva sapere cosa aveva detto ai brasiliani. (Contrada paga il maltrattamento di Buscetta?)

 

 

Lascia il carcere nel 1980 dopo aver maturato intimamente l’idea di smettere con Cosa Nostra e dedicare il giusto riconoscimento e amore alla terza moglie, la brasiliana di buona famiglia Cristina (Guimaraes).

Moro Dalla Chiesa ANDREOTTI.

Ottobre 1977 trasferimento nel carcere di Cuneo per ordine di Dalla Chiesa. Quello era un carcere speciale che il generale controllava totalmente. Buscetta era l’unico detenuto mafioso in un carcere di terroristi. Egli per carattere e formazione nutriva avversione per i terroristi e non gradiva le manifestazioni. Li considerava uomini pieni di parole che di piani che si rivelavano castelli in aria.

Il giorno del rapimento Moro Buscetta si trovava a Cuneo in cella con Francis Turatello (che non era uomo d’onore). Successivamente ricevette per via famigliare un messaggio di Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo che lo incaricava di aprire una trattativa con le Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro. Egli colse l’occasione per chiedere (alla mala che lo contattava, tale Ugo Bossi) di fare in modo di venirev trasferito a Torno dove c’erano detenuti che contavano. Fu invece trasferito a Milano per venti giorni in cella con Tonino Lacanale, detenuto comune abruzzese. Questa permanenza non risulta registrata sulle sue schede né agli atti del maxiprocesso. Ritornò a Cuneo in Giugno, un mese dopo la morte di Moro. Durante quel periodo egli ebbe la possibilità di consultare delle trascrizioni di telefonate tra sua moglie e Ugo Bossi e tra quest’ultimo e Vitalone. In una di queste Vitalone diceva esplicitamente a Bossi che da parte degli incaricati non c’era in realtà alcuna reale volontà di liberare Moro.

Questa nota di Buscetta lascia intuire che durante il rapimento i servizi segreti crearono false piste di trattativa per poter farle fallire a piacimento. Pg 210

1979      Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontade, era massone e amico di Sindona. Tramite lui avvenne un incontro Sindona/Bontade nel quale Sindona chiese appoggio per un colpo di Stato in Italia. Bontade rifiutò.

Nel 1979, mentre era ancora in carcere egli venne nuovamente incaricato da Bontade di trattare un’offerta alle Brigate Rosse. Si trattava di uccidere il generale Dalla Chiesa da parte della Mafia e lasciarlo rivendicare dai brigatsti. Siamo tre anni prima della morte di Dalla Chiesa e lo stesso Buscetta non sa perché ciò dovette avvenire, ma egli, “fedele alla tacita consegna di ogni buon mafioso” contattò Lauro Azzolini durante l’ora d’aria, il quale disse che sarebbe stato possibile che le BR rivendicassero l’uccisione solo se co fosse stata la loro partecipazione al fatto. Ma Cosa Nostra non contemplava la cooperazione di terroristi e il progetto venne accantonato.

 Qui Buscetta spiega che successivamente gli venne spiegato da Badalamenti e Bontade che Dalla Chiesa avrebbe dovuto essere eliminato perché era venuto a conoscenza del segreto relativo all’esistenza di una ENTITA’ rimasta sconosciuta sotto il profilo giudiziario fino all’anno successivo la strage di Capaci (che avviene nel 1992). E qui a pg 214 il libro dice esplicitamente che tale entità è Giulio Andreotti.

 

Pecorelli venne ucciso da Bontade (e non si capisce se c’era anche Badalamenti) senza informare la commissione perché il delitto non avveniva in territorio siciliano. Venne tagliato fuori Pippo Calò, che operava a Roma, perché all’epoca Bontade disponeva di una decina in grado di effettuare qualsiasi omicidio nella capitale. Le motivazioni sono le stesse di Dalla Chiesa, egli stava venendo in possesso di documenti e informazioni in grado di creare grandi problemi ad Andreotti. (218)

 

Buscetta è morto di cancro, da uomo libero, il 2 Aprile 2000.

Totò Riina è morto di malattia, da carcerato ergastolano. Il 17 Novembre 2017.

 

 

 

 

 

 

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5 maggio 2020 2 05 /05 /maggio /2020 20:00

 

 

 

 

Polmonite globale.

 Le potenze europee si apprestavano a partecipare alle celebrazioni del capodanno cinese all’insegna dei migliori auspici fintantoché non è intervenuto il “china virus” a smorzare gli entusiasmi. Questa è stata la prima espressione usata per definirlo, poi è stato denominato “coronavirus” Sars CoV-2 e/o Covid-19 dove l’espressione Sars-Cov-2 indica il nome proprio del virus, mentre l’espressione Covid-19 indica il nome proprio dell’evento malattia pandemica che sta avvenendo.

Ad oggi si parla di oltre tre milioni di casi di contagio con oltre duecentomila decessi, con una diffusione mondiale mentre misure internazionali anticontagio interessano aeroporti e i servizi sanitari. Tutti mobilitati, con un certo disordine, in lockdown con conseguente blocco delle attività e dei rapporti sociali. L’OMS ha inizialmente negato la dichiarazione di “global epidemic” per non averne riscontro obiettivo (BBC 24/1) per poi dichiarare ufficialmente lo stato di pandemia verso metà Marzo. E i cinesi (quelli di Pechino of course) si sono scrollati di dosso la figura degli untori mostrando grande efficacia nella blindatura dei comportamenti civili. Una fonte giornalistica americana ha anche richiamato il fatto, già precedentemente noto, che nella citta di Wuhan c’è un centro ricerca con un laboratorio cino-amerigo-israeliano dal quale potrebbe essere partito il primo focolare. E il web si è riempito di fake news.

Discorso di Obama 2015

“C’è la possibilità e la probabilità che arrivi un momento in cui ci sarà una malattia trasmissibile per via aerea e che sia mortale e per poterla affrontare efficacemente dobbiamo predisporre una infrastruttura. Non solo qui a casa, ma a livello globale; che ci permetta di notarla, isolarla immediatamente e rispondere rapidamente. In questo modo, se e quando, un nuovo ceppo di influenza (come la febbre spagnola) sorgerà tra cinque o dieci anni, avremo fatto un investimento per poterlo combattere. E’ un investimento intelligente che possiamo fare. Non è solo un’assicurazione; è sapere che in futuro avremo problemi come questi. Soprattutto in un mondo globalizzato.”

La Guerra dei virus

La vicenda Coronavirus Covid -19 non è esente da spiegazioni complottistiche. A gennaio 2020 era già uscita l’ipotesi che il virus responsabile della crisi epidemica fosse stato creato, e poi sfuggito di mano, da un centro di ricerca situato a Wuhan sulla guerra biologica. La definizione di China Virus utilizzata inizialmente dai media, ad esempio BBC, ne ha favorito l’idea. Mike Pompeo, responsabile della diplomazia americana, non ha rinunciato alla espressione “Wuhan virus” neanche dopo Il varo della denominazione ufficiale adottata dal WHO.

A confutazione di questo approccio è arrivata a Febbraio inoltrato la narrazione cinese secondo cui, attingendo al clima di seconda guerra fredda, ci sarebbe l’obiettivo americano teso a danneggiare l’economia cinese alla base dell’evento: i portatori a Wuhan del virus sarebbero stati alcuni atleti militari americani. Ciò sarebbe avvenuto già nell’ottobre 2019 durante i Military World Games che impegnarono la città di Wuhan ad ospitare circa 100.000 militari da tutto il mondo. In particolare l’origine del focolaio sarebbe collegata all’avvenuto ricovero di cinque atleti presso l’ospedale di Wuhan nei giorni compresi tra il 18 e il 27 ottobre. Si tratterebbe di un virus proveniente dal laboratorio militare di Fort Detrick nel Maryland. Il portavoce del dipartimento dell’informazione del ministero degli esteri cinese Lijian Zhao lo avrebbe confermato via Twitter. L’assenza del paziente zero ovviamente contribuisce ad alimentare la possibilità di questa spiegazione.

Nell’uno o nell’altro caso il nuovo coronavirus sarebbe il risultato di un esperimento di laboratorio finalizzato alla produzione di una arma batteriologica. Varia solo la circostanza se esso fosse stato diffuso in funzione offensiva o per un errore di laboratorio. Nel gran parlottio mediatico di certezze scientifiche se ne sentono ben poche, ma Massimo Amorosi, consulente del ministero degli esteri per i temi della biosicurezza, sulla apposita monografia d LiMes ove tratta il tema relativo al rischio di uso strategico delle epidemie, scrive quanto segue:

“Permangono ancora molte incognite, anche sull’origine della pandemia, come si evince dal rapporto elaborato dal Joint Team WTO dopo la missione dello scorso febbraio in Cina.” Egli fonda la propria convinzione soprattutto con riferimento all’evento originario e alla mancata identificazione dei primi casi esposti al nuovo patogeno. Poi aggiunge che si sostiene il “salto di specie”, ma “sulla base di quanto emerge dagli sudi scientifici pubblicati finora, la correlazione con i pipistrelli e con il pangolino quale ospite intermedio risulta essere alquanto debole e pertanto insostenibile.” Ed indica in nota l’articolo Mystery deepens over animal source of coronavirus del 26 Febbraio a firma Cyranosky. (LiMes 3/2020, pg 271)

 Una prima cronologia

 Il 31 Dicembre 2019 le autorità cinesi hanno fatto un atto di formale segnalazione alla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO) circa un focolaio infettivo di polmonite dalla natura incerta. Il 7 Gennaio 2020 viene identificata con certezza la causa, da ricercatori cinesi. Si tratta di un nuovo coronavirus diverso dalla precedente SARS ma afferente alla medesima famiglia. I coronavirus sono responsabili fino ad un terzo dei comuni raffreddori.

  Il 9 Gennaio viene isolato il genoma la cui sequenza viene resa nota attraverso il suo immediato inserimento nella Gene Bank internazionale GISAID. Nello stesso giorno WHO dichiara ufficialmente la esistenza di una epidemia da 2019-nCoV. L’agente patogeno viene descritto come un virus modificato per almeno il 15% rispetto agli altri Coronavirus. Tale tasso di modificazione esclude l’esistenza di soggetti immunizzati e pertanto il nuovo virus agisce in un contesto di diffusione totalmente libera.

La diffusione si è in poco tempo rivelata essere di tipo pandemico. L’emergenza sanitaria globale viene dichiarata il 30 Gennaio. IL 31 vengono emesse linee guida per l’identificazione dell’infettato che ricercano solo persone con i sintomi. Questo diventerà poi il punto di frizione US/Cina con Trump che accusa il governo cinese di aver nascosto per un paio di settimane la gravità della situazione. Ma tra la metà di Gennaio e la metà di Febbraio è stata effettuata una sistematica caratterizzazione del genoma di vari virus provenienti da individui infettati da varie parti del globo. Sinora non sono state riscontrate varianti; esse potrebbero comunque verificarsi in progress perché il passaggio inter-umano può generare mutazioni. L’11 Marzo abbiamo la decisione OMS di elevare a pandemia la diffusione di SARS Cov -2. In tale circostanza emerge anche che la Casa Bianca aveva sottoposto a classifica di segretezza le discussioni interne all’Amministrazione Trump dedicate al problema nuovo coronavirus. (Amorosi pg273) Agli inizi di Marzo in Cina, dove è stato messo in atto un vigoroso isolamento, si è cominciato a registrare un decremento significativo dei casi. Il 10 Marzo 2020 è partita in Italia l’iniziativa di autoisolamento.

Caratteristiche

Il Covid-19 si trasmette da persona a persona attraverso tosse, starnuti, mani infettate che toccano naso, bocca, occhi ecc.) con una incubazione tra i cinque e i quattordici giorni. Può essere trasmesso anche da individui con sintomi lievi che si trovano all’inizio dell’infezione, mentre la trasmissione da asintomatici è ancora da valutare in termini definitivi. Altrettanto ignoto è se una persona infettata e guarita sviluppi una immunità sufficiente o meno ad impedire il riemergere dell’infezione in un secondo tempo.

Si diffonde la consapevolezza circa la scarsità e il modello delle mascherine. Ciò produce un impulso a riconvertire le produzioni nazionali mettendo in discussione la divisione internazionale del lavoro stabilita con gli accordi di globalizzazione e realizzata con le delocalizzazioni.

 

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1 maggio 2020 5 01 /05 /maggio /2020 15:33

 

!^ Maggio 1891 FESTA MONDIALE DEL LAVORO.

 

 

Lavoratori d’Italia il giorno primo di Maggio è destinato a portare nel mondo la notizia che la classe lavoratrice sa di avere dei diritti da conquistare. Questo pensiero ci affratella per mostrare la solidarietà nella lotta contro i nemici della nostra emancipazione. Senza confini, senza frontiere. La causa del lavoro è la causa della eguaglianza e della giustizia. Dobbiamo rialzare le condizioni della nostra classe attraverso la riduzione della giornata a OTTO ORE senza riduzione di salario. Così creeremo più posti di lavoro e i lavoratori potranno avere 8 ore per il lavoro, 8 ore per il sonno e 8 ore per il riposo utile, cioè tempo di vita, libertà e azione. Le famiglie potranno pensare all’istruzione, agli affetti e all’igiene.

E’ un plebiscito universale col quale la nostra classe vuole affermare il principio che il lavoro non è arbitrio dei proprietari della ricchezza, ma che la nostra forza libererà il mondo dall’oltraggio della schiavitù.

 

Vi invitiamo pertanto a fare del primo giorno di Maggio un giorno di festa, di vacanza e di riposo per sottrarre le braccia alla fatica quotidiana e rialzare la fronte al nostro destino benefico.

 

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Queste parole, tolte da ogni enfasi e retorica dell’epoca, sono state ascoltate da mio nonno Silvano che aveva 13 anni e non sapeva ancora leggere ma probabilmente sapeva già lavorare nella fabbrica di Gaetano Marzotto le cui scuole serali gli insegnarono a leggere e scrivere un po’. Le lesse poi mio padre che ebbe invece la fortuna di arrivare fino alla quarta elementare, ma le lesse dopo il 1946 quando, dopo aver fatto la prigionia in Grecia e aver contribuito alla caduta del fascismo potè iniziare a frequentare la sede del Partito Socialista e imparare l’importanza di leggere i giornali. Cosa che mi trasmise.

Queste parole le leggo oggi io dopo aver lavorato in un arco di quattro decenni con l’orario ivi auspicato. E li ringrazio per le loro lotte.

 

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Il fascismo abolì la festa del Primo Maggio per decreto il 19 Aprile 1923 accorpando la celebrazione del lavoro alla festività del 21 Aprile denominata Natale di ROMA. Antonio Gramsci, nei suoi quaderni che scrisse dal carcere ove scontava il reato di essere comunista, derise tale festività. Ogni volta che si celebra il Primo Maggio ancora oggi dopo 130 anni, si onorano Gramsci, mio padre e mio nonno con le loro mogli e i loro discendenti.

E se oggi il lavoro è dignitoso lo si deve, oltre alla tecnologia, alle idee di quel manifesto. Se oggi il lavoro non è ancora dignitoso ebbene allora bisogna continuare a lottare per le idee di quel manifesto.

 

 

 

 

Che il destino sia generoso con chi crede nella speranza.

 

 

 

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21 aprile 2020 2 21 /04 /aprile /2020 22:34

 

 

 

[21 Aprile 2020]

Il NYT di oggi ospita in prima pagina un articolo di Bernie Sanders. E’ la prima volta che posso rapportarmi direttamente col suo pensiero per cui, incuriosito, mi annoto alcuni appunti di traduzione. (Così mi tengo sveglio un po’ del mio inglese fai da tè).

 

 

Le fondamenta d’America si sgretolano. 

 

L’America è il più ricco paese della storia mondiale, ma ciò, nell’era delle disuguaglianze di massa su redditi e salute, risulta sempre meno significativo per la sua gente. Vale per tutti quelli che non arrivano a fine mese, per quei 40 milioni che vivono in povertà, per gli 87 milioni che non hanno assicurazione o sono sotto-assicurati e per il mezzo milione di barboni.

Nel bel mezzo di questa doppia crisi (pandemia e tracollo) diventa imperativo riesaminare i fondamenali della nostra società, capire perché essi stanno franando e mettersi a lottare per una nazione più giusta.

L’assurda crudeltà del nostro sistema di assicurazione sanitaria privata ci appare ora lampante: ci sono dieci milioni di americani che mentre perdono il lavoro stanno perdendo anche l’assicurazione sanitaria.  Questo è ciò che accade quando l’assistenza sanitaria viene vista come un benefit occupazionale e non come un diritto. Più che avanziamo verso l’uscita dalla pandemia e più abbiamo bisogno di approvare una legislazione che finalmente garantisca le cure sanitarie ad ogni uomo, donna e bambino, occupato o disoccupato di ogni età. La pandemia ha anche resa evidente tutta l’irrazionalità del sistema corrente: incredibilmente nel mezzo della peggior crisi sanitaria della storia moderna migliaia di operatori sanitari vengono licenziati e molte cliniche e ospedali sono sul punto di fallire e chiudere. In verità ora si vede chiaramente che non abbiamo un vero e proprio “sistema” sanitario, ma solo una rete bizantina di istituzioni medicali, dominate dai piani di profitto delle compagnie assicurative e farmaceutiche. L’obiettivo del nuovo tanto auspicato sistema sanitario, il Medicare for All, dev’essere quello di fornire assistenza sanitaria a tutti in ogni regione del paese, e non miliardi di profitti per Wall Street e industrie.

 

E’ vero che il virus colpisce tutti ovunque senza riguardo per reddito e status sociale. E’ stato diagnosticato il Principe Carlo d’Inghilterra e il primo ministro Boris Johnson è appena stato dimesso dall’ospedale. Prendono il virus e muoiono anche o ricchi, ma è altrettanto vero che i poveri e i lavoratori si ammalano e muoiono in misura maggiore dei ceti abbienti. E questo è vero specialmente nelle comunità afroamericane.

Le disparità nell’esito delle esposizioni a virus sono il risultato diretto non solo di un sistema sanitario ingiusto e inefficace, ma anche di una economia che punisce terribilmente i poveri e i lavoratori del nostro paese.

In aggiunta a milioni di famiglie con basso reddito e prive di assicurazione il virus si mostra vizioso ed incredibilmente opportunistico nell’attaccare persone con pre-esistenti complicanze e un sistema immunitario indebolito. E sono i poveri e i lavoratori che per varie ragioni socio-economiche si trovano oggi in questa esatta condizione. Diabete, dipendenze, obesità e stress, pressione sanguigna, asma e disturbi cardiaci rendono più vulnerabili al virus. I poveri e il lavoratori hanno aspettative di vita inferiori ai ricchi e questa tragica ingiustizia diventa sempre più vera con questa pandemia.

Inoltre, mentre i sindaci, i governatori e i dottori ci dicono di restare isolati in casa e invitano i ricchi ad andarsene nelle seconde case situate in aree meno popolose vediamo che i poveri e i lavoratori non hanno queste opzioni. Quando fatichi ad arrivare a fine mese e non riesci a pagare le cure mediche della famiglia, stare a casa non è una opzione perché se vuoi dar da mangiare alla tua famiglia e pagare l’affitto devi andare a lavorare. E per chi lavora ciò significa incontrare altre persone alcune delle quali portatori di virus.

 

Ma se c’è qualcosa di buono in questa orribile pandemia è che molti cominciano s ripensare gli assunti basilari del sistema di valori americano. Possiamo continuare ancora per molto sulla via di questo avido capitalismo libero in cui tre persone posseggono più risorse della sottostante metà della nazione mentre decie dmigliai vivono in condizioni economiche disperate, lottando per portare il cibo in tavola pagando casa e scuola cercando dimettere da parte qualche dollaro per la pensione? O non dobbiamo invece procedere su una strada radicalmente nuova?

 

Nel corso della mia campagna presidenziale ho cercato di seguire le tracce del Presidente Franklin Delano Roosevelt, il quale, negli anni ’30 e ’40 comprese che in una società completamente libera i diritti economici devono essere considerati diritti umani. Ebbene questo era vero 70 anni fa come lo è tutt’oggi.

 

Ora io farò tutto ciò che è in mio potere per unire questo paese e dare sostegno a Joe Biden nel suo sforzo di sconfiggere il più pericoloso presidente della storia d’America. E continuerò a sostenere con forza che dobbiamo affrontare le disuguaglianze che hanno contribuito all’ascesa di Donald Trump [un presidente] la cui crudeltà ed incompetenza sono costate la vita in questa America della pandemia.

 

Ma una semplice opposizione al signor Trump non sarà sufficiente; noi avremo bisogno di articolare una nuova direzione di marcia per l’America. La nuova America per la quale noi lottiamo dovrà porre fine ai salari da fame e assicurare posti di lavoro a retribuzione decente per tutti coloro che sono in grado di lavorare.

L’America non può essere competitiva nella economia globale e restare una democrazia forte senza assicurare una educazione di qualità, dalla materna alle superiori, a tutti gli americani.

Il paese dovrà intraprendere un massiccio programma di costruzioni che ponga fine alla condizione di senzatetto e consenta a tutta la nostra gente di vivere in abitazioni sicure e convenienti.

Dobbiamo accertarci che le nostre comunità siano libere dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua e che guideremo il mondo nella lotta contro la minaccia esistenziale del cambiamento climatico.

Dobbiamo amare e rispettare i nostri anziani e accertarci che tutti gli americani abbiano un sicuro e dignitoso pensionamento.

Io mi sono stancato dei politici e degli esperti che ci ripetono quanto sia difficile realizzare cambiamenti fondamentali nella nostra società: “sembra sempre impossibile finché non viene fatto” pare abbia detto Nelson Mandela. Ebbene diamoci da fare e rendiamolo fatto.

 

                                                                                      - òòò -

Mi pare forte nell’analisi della incapacità strutturale del sistema americano di assicurare protezione sanitaria e occupazione. Altrettanto efficace è la denuncia della invadenza e pericolosità di Assicurazioni e industria Farmaceutica i cui interessi stanno alla base della condizione di pericolo in cui si trovano ora i poveri e i lavoratori americani.

E’ chiaro che si tratta di un socialista che propone con chiarezza una revisione alternativa al sistema di valori che guida il capitalismo liberista americano. Un politico schietto che conta sui ceti poveri e sui lavoratori per produrre una svolta di sistema.

Nella parte centrale del suo intervento egli invita all’unione con la battaglie elettorale di Joe Biden contro Tump e indica le contropartite necessarie per questo appoggio: rilancio della riforma sanitaria di Obama, scuola, casa, lavoro e pensioni in un ambente pulito e sicuro.

Egli ama l’America e ama gli americani, sa che cambiare si può e invita tutti a farlo ora difronte alla minaccia pandemica.

 

Che il destino sia generoso con chi ama la speranza.

 

 

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13 aprile 2020 1 13 /04 /aprile /2020 16:04

 

 

 

Nel capitolo dedicato ai “Geni che non ci sono” Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara, arricchisce con dotte e simpatiche esemplificazioni i suoi argomenti contro le fake scientifiche.

Mi interessa il paragrafo “Eugenica “di pg 181 e seguenti.

Si tratta dell’idea di migliorare la specie per via genetica. Essa ha un fondamento platonico ma è nell’ottocento che prende forza. L’inventore della parola è l’inglese Francis Galton in epoca vittoriana (1822 – 1911). Egli pensava di migliorare la razza umana incentivando la procreazione tra individui di intelligenza superiore alla media. All’epoca della prima diffusione delle idee galtoniane gli studi di Mendel sulla genetica non erano ancora diffusi. Pertanto il concetto di ereditarietà si basava sull’esperienza di agricoltori e allevatori. Esse consistevano nel contrastare il declino delle varietà vegetali e delle razze animali gestendo la riproduzione.

Nel novecento vennero messi in atto programmi eugenetici, in particolare in Gran Bretagna, in Nordamerica e in alcuni paesi d’Europa.

Tra i seguaci di questa impostazione Barbujani cita George Bernard Shaw il quale arrivò a parlare di “religione eugenica” in grado di salvare l’umanità. Il nazismo portò all’estremo le teorie eugenetiche e al processo di Norimberga esse vennero associate alle teorie razziste e ai crimini di eliminazione di massa. In quei processi però gli imputati ricordarono come le loro pratiche eugeniche avessero una base ideologica in comune con quelle americane.                 E qui Barbujani ci ricorda che nel dopoguerra tali ideologie erano ancora diffuse. Ad esempio il premio Nobel per la fisica William Shockley ancora nel 1965 sosteneva che: “Gli interventi a favore dei ceti sociali svantaggiati hanno invertito l’evoluzione, preservando caratteristiche dannose” egli quindi proponeva la sterilizzazione dei neri e una politica di rigido controllo delle nascite.

E’ del 1994 il libro “The Bell Curve. Intelligence and Class Structure in American Life” scritto da Richard Herrnstein (psicologo) e Charles Murray (politologo). Secondo costoro gli strati poveri di popolazione sono connessi con inferiorità biologiche e per impedire un abbassamento della qualità genetica degli americani si potrebbero adottare apposite politiche come la tassazione dei figli e la castrazione chimica. Siamo nel 1994.

Negli Stati Uniti le condanne alla sterilizzazione forzata sono state ammesse fino al 2010.

Queste idee persistenti e le pratiche eugeniche imposte a popolazioni che non le vogliono sono comunque senza futuro perché rimane salda nella comunità scientifica ed internazionale la validità del principio sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948 la quale recita all’articolo 12 che “Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa ecc.”

Inoltre con il grande sviluppo della genetica avvenuto negli ultimi decenni l’idea di intervento migliorativo circa la qualità genetica umana passa per un’altra strada: quella dell’Editing genomico.

 

 

 

Su questo si parla da tempo di una moratoria degli esperimenti cercando nel frattempo gli orientamenti definitivi sugli aspetti bioetici connessi con queste nuove pratiche. Ed in proposito in Italia sono disponibili i lavori di Anna Meldolesi.

 

 

Mi auguro che la tensione causata dall'esperienza Coronavirus non abbia un effetto di disorientamento dell'opinione pubblica deprimendo la ricerca. E in questa Pasqua ove coincidono preghiere di diverse religioni spero che il tema della vita. della morte e delle malattie accomuni milioni di coscienze nella fiducia sul futuro del sapere.

 

 

 

 

 

 

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18 marzo 2020 3 18 /03 /marzo /2020 23:06

 

 

 

 

La canzone COMUNQUE BELLA di Mogol e Battisti, per “Canto-mandolino o fisarmonica” porta il copyright del 1972. E’ intestata alla Edizioni Musicali ACQUA AZZURRA s.r.l. con tutti i diritti riservati e perciò suppongo che sia finita nel calderone giudiziario che ha liquidato la società l’estate 2019.

E’ nota al grande pubblico come lato B del 45 giri uscito il 24 Aprile 1972 per la discografica Numero Uno, il disco che al lato A propone I giardini di Marzo, canzone vincente, ancor oggi cantata negli stadi italiani. E’ un gioiellino lento dal sapore intimistico che si caratterizza per il colpo di percussioni ad alto volume sul do maggiore che sottolinea la parola “BELLA”, comunque. Si tratta di un colpo emotivo oltreché musicale molto indovinato perché si pone al centro sia della melodia che del testo. La donna cantata è BELLA e ciò basta a risolvere le contraddizioni del rapporto.

La canzone in sé risulta un po’ confusa e incoerente. Il testo ricucisce insieme pezzi di diversa ispirazione, ma unificati appunto dal fatto che descrivono l’esperienza di un riconoscimento della bellezza. Una bellezza resa quasi abbagliante dalla percussione. Il battito dei piatti che accompagna l’esclamazione aggiunge al verso una brillantezza quasi esplosiva e fornisce in una battuta la chiave poetica per tutta la canzone.

Il primo verso “Tu vestita di fiori o di fari in città” evoca un tema mogoliano già noto. La donna può essere infatti la stessa del lato A, ovvero la madre vestita di nero “coi fiori non ancora appassiti” oppure la donna di strada abbagliata dai fari delle auto, quella che torna a casa al mattino quando nessuno ha freddo e la cerca più, evocata l’anno precedente in “Anche per te”. C’è qualcosa di edipico in questa madre puttana, ma ovviamente non è il caso di psicoanalizzare una canzone. Anche perché poi la stessa donna coglie rose a piedi nudi e si mette la sciarpa bianca che, appunto, ne illumina la bellezza. Ora la donna non è più in strada tra la nebbia ed anzi, ha l’arcobaleno negli occhi e nasconde sotto il seno il proprio cuore avvelenato di gelosia.

 

La gelosia è anche la chiave interpretativa del secondo verso nonché di tutta la seconda parte della canzone. Si entra infatti in una dinamica sentimentale tesa e risoluta, dove il confine tra colpa e vendetta diventa labile e incerto e anche la linea melodica si destruttura con l’inserto aritmico delle battute trentasei-trentotto: “anche quando un mattino tornasti vestita di pioggia, con lo sguardo stravolto da una notte d’amore” è sempre l’uomo narrante; ma irrompe la voce di lei (col mitico falsetto di Lucio) “so che capirai … mi spiace da morire sai”. Qui gli occhi sono arrossati, il che lascia supporre il pianto della colpa, ma “quei segni sul viso” cosa sono? Si evoca qualcosa di inquietante: violenza? E da chi? Mah, è la parte oscura del testo. Quel che è certo e che lei mente: nasconde la gelosia dietro una ipocrita dichiarazione d’amore. Per lui, il quale l’accetta subito perché: TU ERI BELLA, COMUNQUE BELLA!

 

                Sappiamo tutti che quando si è presi dall’amore per una donna c’è una parola che riassume più di qualsiasi altra quel turbinoso sentimento. BELLA.

E quasi sempre basta.

 

 

N.b.

L’arrangiamento contiene una piccola sofisticheria mettendo ad ogni conclusione di verso un passaggio modale mentre si trova in sottodominante: si passa dal Fa al Fa minore nella stessa battuta. Si genera una sospensione che prepara l’esplosione del chorus… (bella, bella bella!!). Ancora una volta grazie Lucio!

 

 

 

 

 

 

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25 febbraio 2020 2 25 /02 /febbraio /2020 22:48

 

 

 

 

 

A metà degli anni novanta nei dintorni dell’aeroporto Catullo di Verona nei campi di Sommacampagna è caduto un aereo in fase di decollo. Era un Antonov carico di passeggeri con interessi in Romania. Si trova tutto su Wikypedia, come dice l’autore, ma la vicenda processuale per individuare cause e responsabilità si è protratta nel tempo approdando nel 2003 ad una sentenza penale che ha condannato il direttore dell’aeroporto con altri collaboratori. A contrario sul piano civile non si è mai giunti alla soluzione del contenzioso risarcitorio. Che è ancora in corso. La vicenda che fa da sfondo al romanzo è quindi reale, anche se ormai dimenticata, e fornisce una contestualizzazione precisa.

A tal proposito l’autore, Andrea Pavan, aggiunge alla fine del libro una breve appendice ove narra l’incontro con Francesco Zerbinati presidente dell’associazione dei familiari delle vittime. E conclude: “Non è l’inchiesta che mi interessa, in realtà, ma solo ricordare una tragedia spinta a forza ai margini della storia”.

Io trovo positivo e meritorio l’inserimento di quella tragedia nella trama del libro perché ripropone alla opinione pubblica un fatto grave, ingiustamente, anzi colpevolmente, accantonato dai media. In proposito un recente libro-inchiesta, condotta dal giornalista Gianni Favero, chiarisce che si trattava all’epoca (ventiquattro anni fa) del secondo incidente aereo per gravità dopo Ustica. Ma esso venne sottaciuto per non danneggiare l’immagine dell’aeroporto. Un aeroporto che a sua volta apparteneva agli stessi proprietari dei media.

 

Ma veniamo al racconto. I personaggi del libro non sono tratti dal fatto di cronaca, tranne un rumeno di fantasia, che ha un ruolo chiave nella vicenda. Egli viene collocato tra i deceduti e la sua morte fornisce una chiave risolutiva a tutto l’intrigo.

Il motivo conduttore è il tentativo di furto in un supermercato contestuale alla catastrofe aerea. Un colpo rocambolesco che si intreccia casualmente con un’altra azione degna dei migliori ladri di Pisa, ovvero quelli che derubavano gli altri ladri. Molti altri temi però concorrono a dare contenuto alla narrazione, in particolare quelli di taglio psicologico. E sono a mio avviso quelli che da soli non avrebbero retto l’attenzione del lettore, mentre contestualizzati sullo scenario dell’incidente diventano accattivanti. Il tema della famiglia, con i complicati intrecci delle moderne parentele allargate, le adozioni, gli abbandoni ecc. costituisce poi il secondo motivo d’ispirazione. Infine abbiamo la delocalizzazione e il lavoro nero con annessa criminalità economica. Ma è l’idea del parapendio che mette insieme molte cose della storia e dà un tocco di originalità all’aspetto giallesco. 

 

Direi quindi che Ogni futuro è già trascorso è un romanzo che si distingue.

La prosa solida, nutrita e corretta si sposa con un impianto narrativo evoluto e un intreccio complesso ma accattivante. Non è facile districarsi, specie all’inizio, tra le vicende e i personaggi che vengono presentati. All’inizio la narrazione scorre in modo ingarbugliato e apparentemente sconnesso; ma tutto si ricompone magistralmente nella seconda parte e si distende nel finale. Non è un giallo, soprattutto non è un noir con sesso e violenza e non è un’inchiesta romanzata come potrebbe sembrare.

Il passo della lettura è impegnativo ma piacevole. E’ riflessivo. L’andamento non può essere superficiale, richiede concentrazione. Tuttavia è coinvolgente ed arricchito da piccole spezie e metafore che danno un sapore sia ilare che malinconico quando meno te l’aspetti. Complimenti, me ne sono segnate alcune:

Osservava sfilare le luci di quel Nordest che era diventato la sua prigione di malinconia

Marco aveva deciso di lasciarsi trascinare in quella pazzia perché la vedeva come una buona occasione per dare battaglia ad un sistema sbagliato.”

Cacciò un pugno sul clacson che proruppe in una strombettata da ultimo dell’anno” (pg 90)

Aveva parlato d’impulso come se uno tra le centinaia di pensieri che gli orbitavano nel cervello gli fosse precipitato per errore fino alle labbra”. (pg. 97)

Camilla si era rannicchiata sul sedile, le ginocchia incastrate tra le braccia come un bambino rinchiuso nella casa sull’albero dopo che il cane dei vicini ha invaso il giardino” (pg.149)

 

L’espressione “ogni futuro è già trascorso” che fornisce il titolo al libro, si trova a pagina 88 come conclusione di un discorso attribuito a Carmelo Bene durante una intervista di Maurizio Costanzo. Intervista trasmessa nella stessa sera in cui uno dei protagonisti viene reclutato per fare il colpo. Ognuno dei protagonisti ha dei conti da regolare con un passato che non conosce e il concetto espresso nel titolo costituisce una chiave anche per cogliere il metodo di progressione temporale della storia narrata.

 

 

L’autore ringrazia, tra altri, tale Luca, che suppongo sia Luca Valente il quale in un suo bel romanzo usa un simile schema di progressione.

 

Narrativa locale, buona lettura.

 

 

 

 

 

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17 febbraio 2020 1 17 /02 /febbraio /2020 23:53

 

 

 

In Gennaio è uscito il libro di Marcello Sorgi dedicato a Bettino Craxi in occasione del ventennale della morte. Il libro distorce a partire dal titolo il giudizio su un uomo politico italiano che ha teorizzato, praticato e difeso in parlamento il finanziamento illegale. Si tratta infatti di un soggetto giudicato e condannato. Su di lui non c’è niente di presunto, si tratta di un reo confesso morto nel luogo da lui scelto per una latitanza messa in atto per sottrarsi alla pena spettante. Craxi è morto per malattia, una malattia che non è correlata a nessun complotto e della quale egli stesso era pienamente consapevole fin da quando è fuggito. Il suo curriculum politico è di primo piano e la sua vicenda non è certamente riducibile al capitolo giudiziario, ma il suo comportamento non è esemplare, è negativo e offensivo della tradizione socialista. Egli ha dimostrato una meschinità civile e morale che contraddice ogni principio di dignità ed è al contrario coerente solo con l’ostinazione e l’arroganza che hanno caratterizzato la sua immagine politica. Egli non è morto da “presunto colpevole”, ma colpevole di presunzione.

 

                                                                           *

 

Un socialista, si pensi a Pertini, non si sottrae alle proprie responsabilità, affronta le accuse e subisce con dignità la pena anche difronte ad un regime totalitario. Anzi in questo caso va fino in fondo come Allende. Se le accuse sono ingiuste le si combatte difendendosi nel processo come ha fatto Tortora, soprattutto nel sistema democratico che si è preteso di governare e rappresentare contro i rischi autocratici del comunismo. Ma tutto questo Craxi non lo ha fatto e ciò lo colloca molto lontano dai modelli di cittadini che Calamandrei ci invita a guardare. E occorre dire (Dio mi perdoni) che lo hanno invece fatto persone come Andreotti nello stesso contesto, negli stessi anni e correndo gli stessi rischi. E tutto questo senza andarsene; cosa che addirittura Berlusconi, re dell’opportunismo, ha scelto di non fare.  

 

Nossignori: il Craxi che ha scelto la latitanza non è un esempio per nessuno ed è anche un cattivo socialista che ha lasciato terra bruciata dopo il suo periodo di massimo potere. Sotto di lui i sindacati dei lavoratori hanno subìto l’umiliazione per decreto. Dopo di lui in Italia i socialisti sono scomparsi dal paramento. I lavoratori italiani umiliati e offesi hanno dovuto assistere alle più radicali privatizzazioni di sempre dovute  ad un risanamento del debito pubblico più alto della storia repubblicana causato dai suoi governi. E ancor oggi che ne è del Partito Socialista Italiano, delle speranze ormai centenarie dei socialisti poveri e senza potere come mio padre e mio nonno? Che fine hanno fatto i loro sogni e i loro sacrifici?

Mah, è stato uno statista che ha firmato il concordato bis col Vaticano e che ha tenuto testa agli americani a Sigonella. Bene, grazie. Ma questo non toglie proprio niente a quanto sopra ed ha costituito un’effimera illusione di autonomia. Perché i missili a Comiso sono stati messi col suo voto e il suo compiacimento.

Resta solo il rispetto umano. Per la sua sofferenza. Per lui e per coloro che lo hanno amato, per i suoi figli e i suoi amici.

 

Ma non saranno il libri come questo a darglielo.

 

Il libro è negativo. E’ un lavoro che ci viene presentato sotto un titolo distorsivo della verità e per tale ragione vergognoso quanto il personaggio che descrive. E ciò contrasta con l’immagine del suo autore, un giornalista di chiara fama la cui carriera viene così sporcata e umiliata.

Le motivazioni e le tesi implicite, non dichiarate, che io trovo nel testo sono le seguenti:

1 – La Tunisia ha un sistema sanitario inferiore per qualità ed efficacia a quello italiano. La morte di Craxi è stata causata dalla inadeguatezza delle cure che egli ha ricevuto in seguito al nostro diniego quindi la colpa è degli italiani. Ebbene io non condivido: il libro non cita il bollettino medico con le cause formali della morte ma a quanto mi risulta il suo sopraggiunto tumore renale è stato asportato con una operazione chirurgica clinicamente riuscita. Craxi era consapevole della sua malattia e ha sempre personalmente rifiutato il rientro i Italia sia da vivo che da morto. Dopo vent’anni bisogna fare qualcosa per evitare il dimenticatoio? Lo facciano i figli. Per la società civile prima di lui vengono i Luciano Lama, gli Enrico Mattei le Tina Anselmi, le Nilde Jotti ecc. ecc.

2 - A vent’anni dalla morte è incomprensibile il fatto che non sia stato istituito un corridoio umanitario per farlo rientrare nella fase finale della malattia e curarlo meglio. Ciò appare incomprensibile A Tony Blair che lo considera un maestro precorritore del suo New Labor fin dal Midas nel 1982. Non sono d’accordo, è del tutto comprensibile: era un latitante già condannato da due sentenze passate in cassazione e con altri procedimenti in corso. Poteva tornare nel suo ospedale di Milano, sarebbe stato piantonato, operato, curato e poi processato nel pieno rispetto dei suoi diritti. Avrebbe continuato a percepire i vitalizi e le sue proprietà non sarebbero state toccate. Certo, non avrebbe potuto ricevere le visite dei presidenti e delle personalità che sono andate a trovarlo ad Hammamet e sarebbe probabilmente morto in carcere. Si proprio così.

3 - Gli italiani hanno sempre trattato con tutti tranne che in due casi: Moro e Craxi. Ciò dimostra una volontà persecutoria ingiustificata verso due figure di alto profilo. Se essa è ingiustificata per Moro lo è anche per Craxi. Non sono per niente d’accordo. Moro è stato vittima di una violenza criminale ingiustificabile. Craxi non ha subito alcuna violazione dei diritti e del rispetto personali. (La Corte europea di Strasburgo ha individuato alcuni aspetti secondari - come in altri casi peraltro, ad esempio Cesare Battisti - condannando lo Stato a risarcire gli eredi con una sanzione di seimila euro.) Su questo accostamento del tutto improprio e infondato il libro, con riferimento ad Aldo Moro e Bettino Craxi, tocca il punto più basso arrivando a scrivere sciocchezze totalmente fuori controllo come la seguente: “Entrambi finiscono schiacciati, stritolati in un meccanismo che non si accontenta di distruggerli politicamente, ma presuppone la loro eliminazione fisica”(pg. 102). E’ INCREDIBILE. E’ una frase che pone sullo stesso piano un’azione terroristica con il rispetto rigoroso del Codice Penale. Ci dica per carità il giornalista Marcello Sorgi con riferimenti e nomi e cognomi dove stanno nel caso di Craxi i presupposti per la sua eliminazione fisica. Ci dica chi aveva su di lui il”dominio pieno e incontrollato” che i rapitori avevano su Moro. Ci dica chi e quando non ha “consentito [a Craxi] di salvarsi” quando a Craxi bastava semplicemente acquistare un biglietto d’aereo per raggiungere l’ospedale che avesse desiderato. Ci dica infine se applicare ciò che il codice prevede per i latitanti che atterrano sul nostro aeroporto è la stessa cosa di ricevere una scarica di undici colpi intorno al cuore.

4 -  I suoi nemici erano il pool di Milano, diretto da Borrelli, i cui giudici hanno agito da plotone di esecuzione.

Questa tesi tradisce apertamente la vera ispirazione che sta dietro i tentativi di riabilitazione di Craxi. L’idea vendicativa che i giudici siano pericolosi è il peggior prodotto del ventennio berlusconiano e sta alla base del disprezzo populista verso le istituzioni. Grazie invece a Borrelli per aver salvato l’onore della Giustizia italiana.

5 – Non si può escludere che a sfavore di Craxi abbiano agito le antipatie vendicative degli americani che gli avrebbero, con Mani Pulite, fatto pagare Sigonella.

Ecco questo è un dubbio legittimo che viene dal contesto geopolitico. Ma non lo vedo tanto come vendetta per Sigonella, nel qual caso si tratterebbe soprattutto di Israele che era famelicamente interessata alla cattura di Abu Abbas. Lo vedrei più legato al tema del “tesoro di Craxi” ovvero la montagna di tangenti segrete sul mercato delle armi che Craxi ha destinato all’OLP e altri movimenti di liberazione. Ecco, è questo, e soprattutto come abbia fatto a fare in modo che non siano mai state trovate, ad aver animato operazioni Mani Pulite in vari paesi negli anni immediatamente successivi al crollo URSS. Ma Mani Pulite non ha interessato solo Craxi e la necessità di far cessare il CAF (accordo politico Craxi Andreotti Forlani) ma lo smantellamento di tutta l’architettura d’intelligence antisovietica e qui fu soprattutto Andreotti con l’agnizione di Gladio a dare il colpo grosso.

Su questo il libro apre uno spiraglio portando a conoscenza il lettore dei rapporti declassificati della CIA ma non prende posizione. Il suo scopo è riabilitare Craxi senza far rumore, non tanto ottenere la verità sul passaggio alla seconda repubblica.

 

                                                                    **

 

Mi auguro che non avvenga nessuna riabilitazione che possa togliere o alleggerire il peso delle sue condanne e che il giudizio storiografico su Bettino Craxi venga dato dagli storici lasciando stare le istituzioni le quali in questo caso hanno soltanto fatto il loro dovere. La lettera di Napolitano presidente nel 2008, non costituisce una riabilitazione formale ma solo un giudizio, per quanto solenne, episodico.

Che Bettino Craxi riposi in pace e la terra della sua amata Tunisia gli sia lieve.

 

 

 

 

 

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13 febbraio 2020 4 13 /02 /febbraio /2020 16:40

Let us break bread together on my knees. E’ uno spiritual con andamento moderato, arrangiato a quattro voci. Si esegue durante la comunione. Il testo richiama Atti 2.42 che si ispira alla vita della comunità cristiana primitiva.

 

recatici:

https://omniavulnerant.blogspot.com/2016/08

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