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28 febbraio 2012 2 28 /02 /febbraio /2012 14:51

Stalino PravdaLa Costa Allegra ha i motori in avaria perché ha subito un incendio in sala macchine.

La notizia è stata data in mezza sordina dopo varie ore, ovvero solo  quando è stato chiaro che sarebbero arrivati i soccorsi. Ed è stata data in forma militarizzata, ovvero annunciando che a bordo vi sono i fucilieri della San Marco (sì, quelli che secondo le autorità indiane hanno il griletto un po’ troppo facile, mentre secondo le nostre autorità no). Ma nel frattempo, prima di finire le batterie, i passegeri hanno inondato vari interlocutori italiani di telefonate e SMS. Non  mi stupirei che tra le misure di sicurezza, in nome della salvaguardia dei passeggeri, vi sia anche il sequestro dei cellulari.

I passeggeri, pare circa un migliaio, sono stati raggruppati sul ponte per tutta la notte anche se “non corrono alcun pericolo”. La temperatura minima notturna pare che sia di 35° celsius… C’è qualcosa che non quadra perché se non corrono alcun pericolo, nonostante il caldo tropicale, starebbero meglio negli alloggi. Ma probabilmente il vero problema è che il loro comportamento sarebbe fuori controllo. In emergenze come questa il problema può essere certo il panico, ma la miglior misura contro il panico non è il campo di concentramento e soprattutto: i passeggeri non sono dei nemici.

L’aggiornamento delle notizie viene gestito come da bollettini militari, cioè accompagnando sempre l’informazione con un commento ( a volte palesemente propagandistico) sul pericolo connesso con la presenza di pirati nella zona. Siamo a centinaia di miglia dalla costa delle Seychelles… forse il pericolo esiste quando ci si avvicina alle isole, ma allora mi auguro per i passegeri che la nave francese che li sta trascinando non sia esattamente un peschereccio.

Silenzio tombale su cause e natura dell’incendio. Tra un telegiornale e l’altro intercorre un sostenuto regime pubblicitario. Tra gli altri, la pubblicità che dice: “Una buona crociera si vede dal dettaglio”.

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27 febbraio 2012 1 27 /02 /febbraio /2012 16:13

Stalino PravdaIo sono convinto che il movimento No tav della Val di Susa sia fortemente infiltrato di provocatori,  poliziotti più o meno in costume, spie, informatori, giornalisti più o meno seri, preti, suore, attori ecc. chi più ne ha più ne metta… al punto che l’interesse del sistema è tenerlo in vita, che non si sciolga perché se no si rischia la malversazione per aver speso tanti soldi pubblici inutilmente. E tutto questo alla faccia dei valligiani, che hanno diritto ad avere un’opinione e a manifestarla come credono.

 

 

 

                                          *

 

Sono anche convinto che l’oligarchia finanziaria le cui scorrerie sono alla base della crisi internazionale che ci avvolge, volgia uscirne senza dover mollare lo Stato di Israele, ache se ne ha abbondantemente le scatole piene. Costoro, quelli che aspettano con impazienza la guerra contro l’Iran e che sono stufi di vedere che Assad è sempre saldo al comando della Siria, per decenni hanno allevato una leva di fachi fanatici armageddoni che ora, più esattamente dalla morte di Yitzak Rabin, guidano quello Stato creando ormai più grane di quanti siano i benefici derivanti dalla vendita di sistemi d’arma. Voglio dire che che ormai nella City, visto che stati come il Brasile ecc. si sono modernizzati, i profitti armageddoni si posso fare anche senza Israele, anzi si avrebbero molte meno grane con gli arabi. Ma ciò nonostante costoro si ostinano a non mollare la presa sionista chissà perché, forse ormai solo per inerzia mentale, o per stanchezza, semplice stanchezza. Bisognerà che accada qualcosa di veramente nuovo, di traumatico che li scuota, tipo la vittoria elettorale di Santorum negli USA, evento per fortuna altamente improbabile, ma capace di galvanizzare tutta la Bible belt, soffiare il consenso elettorale dei falchi  repubblicani ebrei est coast e portare la presidenza degli Stati Uniti a scaricare Israele.

 

Fino ad allora però temo che dovremo continuare ad assistere a questa pantomima, peraltro pericolosissima, in cui Ahmadinejad, Assad, Putin ecc. sono oppressori senza scrupoli osteggiati da una “potente” opposizione interna, libertaria e democratica. Mamma mia, che palle! Dovremo continuare a sorbirci notizie intossicate e puzzolenti come “Siria: referendum sotto le bombe” oppure  “Mosca: continuano le grandi manifestazioni anti-Putin”. Notizie che rispondono solo alla pura logica della propaganda militare e che non hanno niente a che vedere con l’informazione.

 

Allo stesso modo temo che dopo la militarizzazione della vertenza NO TAV voluta da Maroni, stiamo andando, ed andremo ancora, incontro a situazioni tristi. Situazioni nelle quali la democrazia, la civiltà del consenso e del dissenso informati, insomma la civiltà delle vere libertà politiche, dovranno ancora soffrire molto. Mi auguro che Anna Maria, le cui case e appartamenti mi scandalizzano molto meno dei seicento e passa mila euro l’anno di Manganelli, sappia essere equilibrata e capisca che casi come quelli di Luca vanno evitati. Anche perché rischiano di essere un enorme boomerang. Luca-No-Tav.jpg

 

 

                                   **

 

 

Io stesso oggi sono dalla sua parte. Ho l’impressione che dopo avergli tolto il diritto di lottare senza violenza, provocazioni, infiltrazioni ecc. ora gli stiano togliendo anche il diritto di morire. Coma farmacologico per ordine pubblico.

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14 febbraio 2012 2 14 /02 /febbraio /2012 09:01

tenco-parodi.jpgL’arrivo del festival di Sanremo, la morte di Whitney Houston e l’anniversario della morte di Luigi Tenco, sono tre notizie tra loro collegate e mi spingono a spolverare alcuni volumi presenti nella mia libreria.

 

Innanzitutto c’è Polidoro con la sua preziosa indagine sulle “strane morti” dei divi del 2006.

 

C’è poi “LUIGI TENCO canterò finché avrò qualcosa da dire”. Di Renzo Parodi. E’ uscito nel 2007, per Sperling & Kupfer, in autunno e per ammissione dello stesso autore (pg.256) le risultanze dell’inchiesta con riesumazione non sono ancora disponibili perché al momento in cui Parodi scrive non c’è ancora stata la chiusura formale. Il libro quindi traccia un’ottima ricostruzione della figura umana ed artistica di Tenco, ma non dice niente di nuovo.

 

Nel 2009 invece ho preso” LA FACCIA NASCOSTA DELLA LUNA”,  della Einaudi. E come al solito Lucarelli è il migliore. La sua visione è romantica. Colloca Tenco tra “ i pazzi geniali e maledetti … teneri, inquieti, disperati e grandissimi.” Propende realisticamente per il suicidio, ma fornisce una motivazione ben più alta di quella canzonettistica: “Uno come lui, capace di scrivere canzoni di disperazione esistenziale bellissima e insopportabile come  Un giorno dopo l’altro. Se si spara non è per un festival, ma per un ideale tormentato, una crisi esistenziale: un << suicidio filosofico>> come già è accaduto a molti poeti, scrittori e musicisti.”

Poi Lucarelli attacca l’indagine della polizia. E infatti è questo il punto critico della storia, non tanto perché sia stata manipolata la scena del crimine, ma perché quelle palesi sciocchezze commesse durante la notte da autorità che erano sì preposte, ma sottomesse alla direzione del Festival, sono state secretate per oltre vent’anni. Com’è possibile? lucarelli-luna.jpg

Lucarelli ci informa che l’autopsia e il recupero del corpo hanno chiuso le indagini propendendo per il suicidio.

 

Nell’Aprile del 2011 è uscita la seconda edizione di “DELITTI ROCK, da Robert Johnson a Michael Jackson:  200 indagini sulla scena del crimine.” Edito da ARCANA, di Ezio Guaitamacchi, ha una postfazione dedicata al caso Tenco, in quella che l’autore definisce la never ending story  italiana dei delitti rock. Gli autori di questa ricostruzione, Antonio Amodio  e Ferdinando Molteni,  compendiano la vicenda in otto facciate, delle quali una dedicata alle foto in bianco e nero dell’epoca, ma si guardano bene dal deviare l’analisi al di fuori delle cronache già note. L’unico aspetto significativo sta nel fatto che quest’antologia di delitti contempla solo casi stranieri e pertanto collocarvi il caso Tenco significa dargli uno status di caso internazionale.delitti-rock.jpg

 

E infine sulla rete ho scoperto questo.

 

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13 febbraio 2012 1 13 /02 /febbraio /2012 18:57

Polidoro-Elvis.jpgNel suo bel libro del 2006 “Elvis è vivo!” Massimo Polidoro, mente analitica e scrittore efficace, dedica il secondo capitolo a Luigi Tenco.

 

 

Ovviamente Polidoro non intende sostenere che Elvis sia vivo bensì indicare attraverso il titolo, che l'ggetto della sua analisi è la assai prolifica mitologia dei delitti rock. Egli si occupa, con scrupolo, di vari casi, io qui commento solo alcuni aspetti relativi alla ricostruzione del caso Tenco. Ritengo infatti che ci sia ancora molto da dire e che quella vicenda coinvolga responsabilità politiche e militari di alto livello.

 

                                               *

 

Nella ricostruzione polidoriana Luigi Tenco, in definitiva, è un personaggio malinconico perché nato sfortunato. Era un “bâtard”, cioè un “figlio del peccato” come si diceva ancora ai suoi tempi. Però ebbe la fortuna/sfortuna di attraversare il periodo ancestrale della rivoluzione giovanile, quel ’68 che non  vide mai, ma seppe intuire e alimentare con le proprie canzoni.

 

Questo senso di anticipazione dei temi della contestazione giovanile si vede bene ad esempio a pg. 70, dove l’autore considera le novità che Tenco portava nella musica italiana e le indica soprattutto nei testi. E si rifà alle prime canzoni, anche meno note Se sapessi come fai, Una brava ragazza, per poi approdare a Mi sono innamorato di te, rilevandone gli aspetti testuali decisamente innovativi.

Ma è soprattutto in Cara maestra che emerge il contenuto contestatore perché il testo non è intimistico, ma schiettamente sociale. Perché a scuola si insegna che siamo tutti uguali, ma quando arriva il preside bisogna alzarsi in piedi , mentre quando arriva il bidello si rimane seduti? Perché il curato dice che la chiesa è la casa dei poveri ma la riveste d’oro e marmi colorati cosicché il povero non si sente affatto a casa sua? Ecc. ecc. sono temi che anticipano le critiche di Barbiana contenute in Lettera ad una professoressa. In quegli anni di nascente centro-sinistra (siamo nel ’60 – ’62) il socialista Tenco che era iscritto al PSI, iniziava a veicolare contenuti antagonistici e antiautoritari nei canali mediatici, direi che inseminava quella cultura giovanile che poi proprio attraverso le canzoni e i dischi, sarebbe esplosa nel movimento rock.

  In queste pagine traspare una certa stima  per l’opera di Tenco, una stima che condivido perché  è vero che - almeno sullo scenario italiano – ancor’oggi quelle canzoni fanno scuola. O meglio, ancor oggi fanno scuola coloro che hanno imparato da quelle canzoni.

 

A pg. 71 si apprende che Tenco recitò in un film di Luciano Salce del ‘62, La Cuccagna. In tale film il personaggio – un giovane contestatore - assume un  tono profetico laddove dice:”… moriremo protestando contro la società”. E già qui si prefigura lo schema a tesi con cui ragiona Polidoro: la fine di Tenco (come quella degli altri divi considerati) è già scritta nella sua biografia. In qualche modo era scritta fin dal suo concepimento visto che egli ebbe un rapporto conflittuale col vero padre e tendeva a replicare la sua colpa (aver avuto una storia con una donna sposata, desiderare la donna d’altri). Qui ruppe l’amicizia con Gino Paoli soffiandogli per un po’ Stefania Sandrelli.

 

Egli avrebbe anche dovuto interpretare il ruolo di protagonista ne “La Ragazza di Bube” di Luigi Comencini. Per questo ruolo era stato selezionato, ma gli fu preferito all’ultimo momento Gorge Chakiris, fresco del successo di West Side Story.

 

Poi, nelle pagine successive, si passa in rassegna la evoluzione etica di Tenco, lo svilupparsi di una concezione secondo la quale un artista moderno deve “passare sotto le forche caudine del successo” per diffondere il proprio messaggio; in pratica da una concezione dell’artista come poeta non integrato, personaggio alternativo, eroe romantico- emarginato, Tenco passa in queste pagine ad una accettazione del ruolo del divo mediatico, in cambio della potenza che i media gli offrono. Un disegno che vuole dare potere alla contestazione, alla critica , alla lotta di controcultura. Un disegno che caratterizzerebbe anche la storia artistica di Bob Dylan negli stessi anni e che Tenco stesso citò in un dibattito televisivo. (v. pgg. 78 e 79)

Al tempo stesso Polidoro ci informa della storia d’amore segreta che Tenco ebbe con “Valeria” nome di comodo per una persona ancor oggi misteriosa. Una donna sposata, forse più vecchia di lui. Questo per la verità non lo dice Polidoro, ma è ciò che credo di intuire leggendo i brani di lettera citati in quelle pagine. Valeria è importante perché potrebbe essere una delle chiavi della morte di Tenco, il quale appare sinceramente innamorato di lei e con lei avrebbe coltivato il sogno di una fuga d’amore segreta in America Latina subito dopo San Remo. Ma proprio Valeria avrebbe in quel periodo negato la fuga, distruggendo così il sogno d’amore e rompendo definitivamente la relazione. In questo caso la morte di Tenco sarebbe un suicidio da delusione amorosa.

Ma è troppo semplice. La ricostruzione della sua morte mostra infatti una situazione molto più complicata. Egli infatti in quel periodo stava reggendo una commedia divistica concordata con Dalida e con la RCA, una commedia finta, pianificata per i media che prevedeva anche l’annuncio in conferenza stampa del suo matrimonio con Dalida. E forse proprio a causa di tale commedia era andato rotto il rapporto con Valeria.

 

                                                                     **

 

Questo però è ancora il quadro di ricostruzioni già noto fin dagli anni ’80 con le ricostruzioni di Augias per Telefono Giallo. Le novità Polidoro le introduce quando chiama in causa gli esperimenti lisergici. La pg 81 in particolare, contiene passaggi rivelatori.

 

“In quel periodo, Luigi decise di sperimentare l’LSD, un allucinogeno che all’epoca era molto diffuso, soprattutto nei paesi anglosassoni, dove non era ancora fuorilegge.”…

 

“Tenco conosceva e leggeva i teorici del viaggio lisergico, da Henry Michaux a William S. Burroughs e si era informato presso un amico medico circa le precauzioni da adottare per non rischiare passi falsi. Fu l’unica droga di cui Tenco si servì, non fece mai uso di cocaina, che riteneva un “additivo” borghese, o di eroina od oppiacei, che considerava droghe degenerative e involutive.”

 

”Non riuscì a esercitare un analogo controllo critico sui farmaci cui ricorreva per vincere il terrore del pubblico, come la “metedrina”, ottenuta da un artigianale miscuglio composto da aspirina e Coca-Cola, e che aveva l’effetto stimolatore di un’amfetamina.

Più avanti Polidoro ci  dice che la sera della morte Tenco assunse molto alcol (una bottiglia di grappa di pere) e del PRONOX, un sedativo. (pg. 92)

 

Queste poche frasi sul rapporto tra l’artista e le droghe nascondono alcune tracce lessicali che potrebbero rivelare uno scenario inquietante. Se Tenco “accettò di sperimentare” l’acido lisergico significa evidentemente che qualcuno glielo aveva proposto. Se Tenco “conosceva” e leggeva i teorici del viaggio lisergico significa potrebbe averli frequentati personalmente. Se si conosce la sua opinione su ogni tipo di droga significa che su questo era stato a suo tempo indagato e che da qualche parte probabilmente di queste ricerche esiste documentazione (es. un’anamnesi).

 

In pratica Tenco faceva parte di un  gruppo internazionale di soggetti che a sua volta rientrava in un progetto per la sperimentazione segreta di allucinogeni sintetici, era sotto controllo medico e voleva uscirne. Ma non gli fu permesso perché si trattava di un segreto militare. In una prima fase venne controllato e manipolato per via sedativa, poi quando decise di giocare più pesante e il gioco si fece duro (Tenco si era armato) venne eliminato.

 

Il suo carattere di giocatore d’azzardo lo aveva indotto a cercare il gioco pesante e la sua del resto è la fine tipica di un giocatore che perde: un colpo di pistola alla tempia.

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13 febbraio 2012 1 13 /02 /febbraio /2012 15:13

Stalino PravdaHa vinto inaspettatamente il candidato outsider indicato dal non politico Don Ciotti, candidato che sa da Pisapia. Penso che se il ceto buropolitico PiDista si ostina a non capire cosa sta avvenendo nelle fasce profonde dell’elettorato di centro sinistra, farà la fine della Costa Concordia.

Nella plancia di comando ci sono già gli schettino, ovvero coloro i quali quando vengono informati che i passeggeri si stanno arrangiando, dicono : “vabbuò”. Ma ci sono anche i novelli Bernado Gui, i quali, quando vedono il male lo esorcizzano rilanciando l’anatema dell’antipolitica.

 

 

E’ prorpio un peccato perché costoro non solo incaglieranno e distruggeranno il Partito Democratico, sul quale si erano imbarcati quattro milioni di democratici alle primarie a pagamento del  16 ottobre 2005, ma rischiano anche la distruzione di ogni futuro democratico annegando la nuova generazione. A proposito, come mai è iniziato prorpio in questi giorni un attacco mediatico ai giovani ( bamboccioni sfigati ecc.)?

 

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10 febbraio 2012 5 10 /02 /febbraio /2012 16:19

Stalino-Pravda.jpgPenso che il quotidiano Il Manifesto, storico strumento cartaceo della vecchia politica, faccia bene a fare come Lucio Magri: andarsene in silenziosa dignità. Ciò permetterà di non cadere nel  rischio di nostalgismo intellettuale e forse contribuirà a sostenere la nuova politica. Detto questo auguro sinceramente a chi lo dirige di ottenere in questi giorni un sostegno dai lettori che permetta loro di trattare con il liquidatore alle migliori condizioni. E anche di poter garantire il meglio a chi ancora ci lavora.

 

Se non ricordo male il mitico “quotidiano comunista”, letto e comprato soprattutto da anticomunisti, come ad esempio i sindacalisti della CISL, è nato nell’Aprile del 1971. Altri tempi. Prima era una rivista che seppe diventare quotidiano al momento giusto per dar via ad una battaglia critica che ha contribuito a formare la mia generazione di militanti. Ora quella battaglia critica è finita da un pezzo e gli strumenti della politica non possono essere gli stessi per tutte le stagioni. Ora è il momento di strumenti come Il fatto Quotidiano che non c’entra niente con gli aiuti di Stato. Sono certo che verrà il momento in cui anche Il Fatto Quotidiano dovrà ritirarsi, e spero che lo saprà fare dignitosamente, in nome di una politica ancora migliore. Ma fino ad allora è quello il quotidiano che mi varrà la pena di comprare ogni giorno, anche senza avere il tempo o la voglia di leggerlo, così, per il semplice gusto di aver fatto qualcosa per la Libertà, la Giustizia e l’Uguaglianza. Contro il potere delle balle mediatiche.

 

Penso anche che una cooperativa che vive solo coi soldi dello Stato sia una cosa che non appartiene ai sogni della sinstra. Lo Stato, come ogni padrone di mezzi di comunicazione di massa, ti da i soldi solo in cambio delle sue balle. E questo non è esattamente quello che avrebbero voluto Lucio & C.

 

Ho sessant’anni, sono un uomo libero, sono un uomo di sinistra.  Ne vado fiero. Non tanto per essere così, quanto per il fatto di poter essere così. E voglio che questa libertà resti un diritto anche per quelli che non sono né sessantenni, soprattutto se giovani, né di sinistra. kustodiev_the_bolshevik.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grazie uomini e donne del Manifesto per quello che avete fatto. Ora smettete, è giunto il momento.

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28 gennaio 2012 6 28 /01 /gennaio /2012 00:39

Essex.jpgNel 2011, dopo "Indipendence day", The day after tomorrow e 2012, Roland Emmerich ha presentato un film dedicato all' authorship debate sul corpus shakespeariano. E' un film tedesco (non so quanto gradito in terra inglese) che rinarra la storia di qeen Elizabet the virgin, (Vanessa Redgreave) reinterpretando, tra l’altro, la vicenda Ben Jonson. La visione di questo film mi stimola alcune considerazioni.

 

[ N.B. colui che desideri vedersi il film senza saperne prima i dettagli più emozionanti, rimandi la lettura del seguente testo. Esso non risparmia i dettagli che il film riserva solo alla parte finale. Colui il quale invece ami riflettere sulla narrazione e il suo significato ermeneutico prescindendo dalla ricerca delle emozioni affabularorie, lo legga prima. Capirà meglio dopo.]

 

 

                                                                          

 

 

                                                                               

                                                                                      *

 

L' "Anonymous" del titolo è Edward de Vere, vero, secondo il film, autore dell' opera shakespeariana, figlio della regina e padre di Southempton, il quale a sua volta è di costoro stessi, figlio incestuoso. C’è da chiedersi come mai tante energie, e tanti soldi, investiti su questo tema apparentemente accademico, o tutt’al più adatto ad un pubblico amante di trasmissioni tipo Voyager (peraltro spesso solleticanti).

 

C’è innanzitutto, a mio avviso, una ragione strategica globale. Essa risiede nella necessità ormai irrinviabile di far crollare, come le mura di Gerico, le vecchie compartimentazioni culturali. E ciò richiede un lento smantellamento delle vecchie narrazioni convenzionali. La globalizzazione, che in questa fase, dopo il ventennio dedicato al suo lato commerciale (WTO) punta alla costruzione di un  unico grande fratello orwelliano, ha bisogno non solo di una lingua, ma anche di una nuova narrazione unica. Ora, la possibilità realistica di arrivare a questo obiettivo in un periodo massimo di 10 – 15 anni è ancora lontana perché l’attuale narrazione unica (prevalentemente Hollywoodiana e rockettara) viaggia lenta a causa delle forti diversità culturali. E’ difficile parlare di darwin agli islamici perché ciò che su di lui è stato narrato in occidente da loro non è mai stato narrato, così come è difficile spiegare ad un occidentale che il Corano è un testo meno reazionario di quanto non lo siano gli Atti degli Apostoli, anzi non è affatto reazionario. Oppure è difficile spiegare ad un russo o ad un cinese che gli americani sono andati davvero sulla luna. E possiamo datare solo all’estate del 1967, con il concerto dei Beatles trasmesso in tutto il mondo via satellite, la data d’inizio della, ancor debole, attuale narrazione unica. Occorre quindi accelerare rafforzando il gran circo mediatico globale e dentro questo processo prende sempre più piede la tendenza a mettere in discussione alcune mitologie storiografiche sulle quali si reggono le teorie che legittimano l’oligarchia globale. In pratica, se vogliamo fare più in fretta occorre ammettere che il castello di carte false su cui si fonda l’identità stessa dell’Occidente non regge, e occorre ristrutturarlo per evitare che cada. I colpi più pericolosi infatti vengono soprattutto dalle culture coraniche, ma non mancano scricchiolii dovuti a tensioni interne.

 

Ma c’è anche una seconda motivazione che può spiegare la produzione di questo film ed è legata all’operazione in atto con gli accordi ACTA. Ovvero un trattato internazionale ancora non tutto chiaro su alcuni filoni importanti di quella complessa materia che riguarda i diritti di proprietà intellettuale. E’ un tavolo di elaborazione strategica sovranazionale molto poco trasparente - a differenza del WTO  e i suoi vari rounds - sul quale passa il futuro dei diritti d’autore. Ecco, questo film è uin’ottima fabula a sostegno di quel tavolo e della sua ragion d’essere.

 

**

 

Questa premessa mi serve a dire perché, a mio avviso, sta circolando un film come questo. Ma detto questo nulla va tolto al piacere di gustarselo. E’ un  po’ come le fiabe della mamma: quand’anche il bambino crescendo realizza che la mamma gliele racconta solo per addormentarlo, ciò non fa venir meno il piacere di ascoltarle.

Veniamo quindi al film. La sua realizzazione è stata affidata ad un super esperto di effetti speciali e globalità catastrofiche, per lo più tedesco, per quanto hollywoodianizzato. Ciò risponde alla necessità di offrire al moderno pubblico cinematografico, sempre più affamato di misteri e complotti, una nuova narrazione sgradita agli ambienti britannici, ancorchè oxfordiani, senza lasciarsi condizionare dalle buone maniere dell’understatement. E devo dire che ci riesce bene.

Nell’ultimo decennio di vita della regina Elisabetta I, come anche nei decenni successivi alla sua morte, il teatro assunse un ruolo sociale decisivo nella formazione del consenso popolare orientando la formazione delle opinioni e sviluppando la capacità stessa di mobilitare il popolo. Cronache dell’epoca parlano di periodi in cui 2000 persone ogni giorno riempivano le sale teatrali formandosi opinioni, umori e stati d’animo sulla situazione politica dell’Inghilterra sulla base delle commedie. Un’opera contro i francesci avrebbe sostenuto una guerra contro di essi, la denigrazione di un determinato personaggio politico avrebbe determinanto la sua caduta in disgrazia inducendo prima o poi la regina a sostituirlo. I testi del Bardo sembrano dotati di una particolare efficacia nel colpire l’umore delle masse e il loro eccitamento contro Robert Cecil, identificabile surretiziamente dalla gobba nel Riccardo III,  sarebbe stato una precisa variabile del piano ordito contro di lui e sventato sanguinosamente nel febbraio 1601. Il fatto è storico, la novità sta nel racconto della sua pianificazione che, da come viene narrata nel film, sarebbe stata concepita appunto dal vero Shakespeare. 

Nella iconografia ufficiale e nelle brochure turistiche Elisabetta I viene ancor oggi chiamata “the Virgin Qeen” lasciando stare, più o meno consapevolmente, il margine di ambiguità che questa espressione implica nel lessico cattolico. Ma Elisabetta I era tutt’altro che vergine, ci dice questo film, e come un po’ tutti i Tudor faceva dei gran pasticci nello scegliersi chi portare a letto.

 

Ma l’aspetto sessuale scandalistico, per quanto in questi anni sia innegabilmente un’arma molto usata e in taluni casi efficace (se non nel caso di Bill Clinton, certamente in quello dell’ex presidente israeliano Moshe Katzav, come in quello recente dell’ex direttore FMI Dominique Strauss-Kahn, senza escludere Berlusconi tanto per non porre limiti alla provvidenza…) non è quello principale nella strategia di attacco al mito della regina vergine, almeno quanto lo sia quello spettacolare legato a Shakespeare. Qui l’attacco è molto più duro e su di esso si poggia la forza eversiva del film.

Su questo aspetto più che quella del regista, a mio avviso occorre tirare in campo la bravura di John Orloff, lo sceneggiatore col quale Emmerich ha passato tre anni a progettare il film nelle sue evoluzioni geniali, e occorre anche adottare una chiave di lettura intrinseca al Potere, soprattutto nella sua declinazione dinastica. Il gruppo di personaggi manipolatori che determina gli eventi narrati in questa storia, infatti, non opera concordemente, anzi ognuno di loro fa per sé, ma il risultato è una “verità “ storica che tiene ancor oggi: l’invenzione di Shakespeare (il Bardo).

 

Shakespeare ha dato un grande lustro a quel secolo e alla letteratura mondiale, nonché alla lingua inglese oggi candidata alla globalità, ma in realtà in quanto autore teatrale non è neanche esistito, ci dice il film. Si è trattato di un alias inventato dai giochi di potere cortigiani. Il vero autore delle opere a lui attribuite era infatti Edward De Vere, il conte di Oxford. Non da solo peraltro, ma con il concorso di un più vasto ambiente complottardo.

 

SAC_wallpaper.jpgThe mistery. Riassumendo la tesi del film è che Shake-speare non è altro che il nome inventato dal conte di Oxford per firmare le sue commedie con un alias. Costui infatti non potrebbe rivelare di essere l’autore perché condizionato dalla famiglia di sua moglie, i Cecil, William prima, Robert dopo. Edward si serve di Ben Jonson (spelling dell’epoca) come sceneggiatore e a lui lascia i suoi manoscritti al momento della morte. Costui continuerà a diffonderli come opere sue mentre l’attore che si era spacciato per Shake-speare continuerà la sua vita a Stratford upon Avon come businessman senza più scrivere commedie, cosa che peraltro non aveva mai fatto ma che, per sorte e per perfidia, aveva spacciato, diventando un mito in vita e nei secoli.

 

Si tratta di una elaborazione della già nota Oxford theory of Shakespeare autorship ed è funzionale agli obiettivi perseguiti dal manifesto della Shakespeare Authorship Cohalition.

I manoscritti delle opere scespiriane non esistono. Esistono solo copie e su questo si basa la tesi secondo la quale buona parte delle opere scespiriane sono posdatate. In qualche caso esistono anche opere che dimostrerebbero la vera provenienza delle commedie di Shakespeare, come nel caso di Giulietta e Romeo. Essa sarebbe in realtà una trascrizione di una commedia scritta da Luigi Da Porto (Vicenza 1485 - 1529) e che narra un fatto accaduto più di due secoli prima, nel 1304. La prima edizione  venne stampata dal Bondoni a Venezia nel 1531 e fu la prima in ordine di tempo di più di trenta edizioni. Essa viene a ragione ritenuta l'originale. Ed è' rifacendosi a questa novella che William Shakespeare ha scritto la sua famosa tragedia Romeo and Juliet. Ma il film non parla di questo, esso è abbastanza sfumato e nebuloso sulle questioni filologiche. Più preciso è lo sceneggiatore Orloff nelle sue interviste di presentazione del film.

Evard De Vere è morto nel 1604, un anno dopo la regina, e secondo la storiografia ufficiale almeno altri dieci lavori teatrali attribuiti al Bardo sono stati scritti dopo. Ma non è vero, spiega Orloff nelle sue interviste, sia The Tempest (1610) che The Winter Tale risalgono in realtà al 1594; in altri casi, come per King Lear (1606) esiste la possibilità di confusione sul titolo dell’opera, ad esempio esitono prove storiche della rappresentazione di un “King Leir” già nel 1594 e occorre tener presente che lo spelling all’epoca era una tecnica molto imprecisa. In ogni caso la spiegazione della manipolazione delle date sarebbe legata alla volontà di Robert Cecil, figlio di William e come lui eminenza grigia dell’epoca, di cancellare il De Vere e favorire Ben Jonson.

 

***

 

La foto che fa da cartellone al film assume e propone il punto di vista di chi sta dietro a Shakespeare, come per dire che lo spettatore si troverà nella posizione di capire chi e cosa gli stia dietro; ma sarebbe stato meglio che sul cartellone ci fosse il logotipo dell’ANONYMOUS Flag Campaigne. Così lo spettatore avrebbe capito anche chi sta dietro alla produzione del Film.

 

Tutto questo e molto altro ci racconta questo film, fatto bene e recitato ancor meglio. Sono contento di averlo visto anche se la dimensione complottarda della trama è un po’ troppo farcita.

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24 gennaio 2012 2 24 /01 /gennaio /2012 13:33

tre-rose.jpgPoe Toaster, Nevermore? - Il Baltimore Sun e le agenzie americane ci informano che contrariamente alle previsioni quest’anno, quindi per la terza volta consecutiva, il rito dei Poe Toaster non ha avuto luogo. Pare anche che la cosa non dispiaccia agli addetti ai lavori. Forse è meglio così, in fin dei conti era una goliardata senza valore. Io comunque il mio piccolo tributo voglio darlo rileggendo qualche racconto dal libricino che Il Sole 24 Ore della domenica ha dedicato a Poe: Tre Donne (Berenice, Morella e Ligeia). E con questo post voglio restituirgli un piccolo ricordo affettuoso, omaggiando le emozioni che, oggi come trent’anni fa, la sua lettura mi ha sempre dato.

 

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Nella mia biblioteca Poe era entrato ancora molti anni fa con un libro edito da Sansoni nel 1965 (ben 450 lire) e in quel testo nel pool di traduttori, tra i quali c’era anche Fernanda Pivano, prevaleva un atteggiamento letterario se volgiamo un po’ ampolloso e byroniano, ma che secondo me coglieva meglio lo spessore romantico della sua scrittura di quanto non sappiano fare le traduzioni recenti. Questa del Sole 24 ore è tratta dalla BUR 2010 con il Copyright RCS per la traduzione di Maria Gallone che risale agli anni ottanta. Trovo quest’ultima, se posso permettermi, più precisa (ho controllato il testo in lingua originale solo per Morella) e se vogliamo, in quanto meno enfatica, meno romantica.

Tre-donne.jpgParadossalmente avviene il contrario nelle le copertine dei due volumi. L’edizione degli anni sessanta ci prospetta infatti un geometrico e policromo Paul Klee (“La morte e il fuoco”) poco consono alle atmosfere stregate di Poe mentre, al contrario, abbiamo la recente edizione che scommette su una copertina in bianco e nero con un lampo di luce che trascende la notte cimiteriale. Contestualizzando le epoche possiamo osservare che entrambe le copertine sono “trendy” e catturano il gusto del proprio tempo; confermandomi la convinzione che il marketing editoriale è indipendente dal contenuto dell’opera. 

 

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I tre racconti risalgono alla raccolta “Tales of the Grotesque and Arabesque”. Si tratta di tre donne con le quali l’autore, intrattiene esperienze di emozionante orrore. Nella prima, Berenice, c’è una trasfigurazione spiritistica magistralmente descritta nel suo potere allucinante. A me richiama la scena col fantasma in biblioteca del film Gostbusters. Il punto chiave sono i denti perché su quelli si concentra il fuoco narratore di Poe. Trovo il racconto molto efficace e suggestivo, ma c’è ancora di meglio.

 

Nella seconda infatti, Morella, entriamo in uno spazio intellettuale ancora più denso, dove il senso del mistero è legato al fascino dell’erudizione. Una passione travolgente lega il narratore alla donna cui è dedicato lo scritto, una donna che fin dal primo incontro gli fa “ardere l’anima di fuochi sconosciuti”, ma ciò non è dovuto ai fuochi dell’eros, bensì alle sue “titaniche facoltà mentali”. E’ quindi una novella che narra una relazione inizialmente basata sulla dimensione incendiaria dell’amore platonico, ma che poi prende tutta un’altra strada. Questa chiave, il platonismo nel senso di amor platonico, non è occulta e viene ostentata fin dall’epitome, dove si cita il Simposio di Platone (Convivio, 211, XXIX). Per me, essa serve a fornire una chiave di interpretazione filosofica di tutto il racconto.

 

Infine, last but not least, abbiamo Ligeia. Qui, richiamando aspetti già noti per le prime due, abbiamo una estensione ossessiva del rapporto tra il narratore e la donna amata. Anzi idolatrata. Egli prova per  “la sovrannaturale dilatazione di quegli occhi” come per ”le indomite parole che ella solitamente proferiva” un forte attaccamento passionale, conscio della sua (di lei) “infinita supremazia” al punto da rimettersi con fiducia infantile alla sua guida. Ma non è questo il centro della storia, che sta invece nel “desiderio di vita, di vita soltanto” e nello scontro tra la volontà e la morte. Uno scontro preconizzato dalla filosofia morale del filosofo moralista inglese Joseph Glanvill nelle cui parole “ Iddio non è che un immenso volere che pervade tutte le cose con la natura del suo intendimento” e dove la morte,  che Ligeia chiama “verme conquistatore” è più debole della volontà. Ligeia muore, apparentemente vinta dalla malattia, ma la figura retorica di donna trascendente è ancora più potente che in Morella, al punto da impadronirsi della vita della nuova moglie del narratore e fagocitarla in una resurrezione. Mentre in Morella il trepidante finale condensa in poche righe, qui le tutte le ultime pagine di questo racconto, in uno scenario gotico che passa dalle rive del Reno all’Inghilterra, sono un turbine extra-naturale nel quale il continuo andirivieni tra la vita e la morte delle due mogli, una amata e l’altra no, si risolvono nella riapparizione definitiva del corpo, dei capelli e dei fulgidi occhi dell’unico amore… Lady Ligeia.

 

In quest’ultimo racconto, a differenza che nei precedenti, l’atmosfera surreale è ispirata dichiaratamente e ripetutamete da un preciso fattore: l’oppio e l’alcool di cui fa uso il protagonista fino al punto di “essere ormai abitualmente incatenato ai ceppi della droga”. E proprio questo a mio avviso è il valore aggiunto di questo testo. Al lettore moderno infatti, che dispone, tra le altre, delle opere di Huxley e Castaneda non può sfuggire il rinvio alla biografia dell’autore. Quando scrive, Edgar si trova nel periodo in cui: “He becomes seriously depressed and takes laudanum: a mixture Of alchool and opium”. Questa frase, che si trova in varie biografie straniere, non la traduco per protesta, essa infatti non si trova nelle biografie italiane - almeno quelle che ho letto io – per lo stesso motivo per il quale l’uso di droghe al fine di ispirazione artistica da noi è sempre stato un concetto sfumato, per non dire in pratica censurato.Poe-Klee.jpg

Anche nel mio testo degli anni sessanta, la biografia introduttiva punta tutto su quello che è stato il mainstream biografico di Poe, cioè il fatto che “morì di delirium tremens”, coprendo così, con l’idea di una malattia, la vera natura dei suoi sogni oppiacei.

 

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Egli si chiamava Edgar Poe. L'aggiunta di un secondo cognome (Allan) si deve alla volontà del patrigno/tutore John Allan, immigrato scozzese, al quale, sposato con Frances Feeling Valentie, il giovane orfano venne affidato. Costui potrebbe in realtà essere il padre naturale di Edgar, date le intemperanze della madre.., e ciò spiegherebbe l'aggiunta. In ogni caso egli non fu mai legalmente adottato.

Tra i sei e gli undici anni egli vive, e studia, in Inghilterra. Poi torna a Richmond, Stati Uniti, nel 1820. Nel 1935 egli sposa Virginia, la figlia di sua zia Maria Clemm, due donne con le quali già conviveva a Baltimora dalla morte di suo patrigno John Allan. Al momento del matrimonio lui ha 27 anni, lei quattordici.

 

Egli risulta autore già noto in Russia nel 1839. Ma la notorietà europea decolla a Parigi nel 1845 con la traduzione de "lo scarabeo d'oro" (the gold bug) da parte di Alphonse Borghers.

Baudelaire invece entra in contatto con l'opera di Poe nel 1846 durante la popolare vicenda connessa con la causa per plagio tra due giornalisti francesi che si contendono i diritti de: “il delitto della Rue Morgue". Da questo interessamento deriva il successo e l'influenza di Poe sui simbolisti francesi. E da lì parte il suo mito. Nel 1948 Baudelaire traduce “Rivelazione Mesmerica”. Un successo.

Nei suoi scritti Poe difese sempre l'idea di indipendenza dell'arte dalla morale e la sua opera, fino ad allora deprecata, con i saggi di Baudelaire inizia a ricevere quegli apprezzamenti critici che fanno di lui tutt'oggi una grande presenza della cultura americana dell'ottocento.

 

Morella venne pubblicato in Aprile 1935 sul Southern Literary Messenger. Ed è sempre il migliore.

 

 

 

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20 gennaio 2012 5 20 /01 /gennaio /2012 08:39

Paolo-e-i-demoni-del-mare.jpgPenso che per quanto domiciliari queste notti del Capitano Francesco Schettino della Costa Crociere non siano esattamente serene. E mi concedo due letture come spunti di meditazione.

 

1 - Il “Manoscritto trovato in una bottiglia” (1831) provoca l'emergere di ataviche paure ed emozioni tipicamente “horror”. In questo racconto di Poe il buio angosciante della scena si associa con l’allucinante dissoluzione nell’abisso. Questa rilettura mi richiama alla mente il Titanic, i bibblici Giona e Paolo (che vengono in mente quando il passeggero preannuncia, haimè inascoltato, la sventura al capitano della nave) e forse anche Umberto Eco, nella sua isola del giorno prima, quando la nave viaggia per giorni e giorni da sola verso l'ignoto. Riporto qui di seguito alcuni straordinari passaggi di Poe con parole sparse (nella traduzione Pivano, Rossi, Traverso del 1965)

 

Tutt’intorno alla nave è soltanto la tenebra della notte eterna e un caos d’acqua senza spuma; ma a destra e a sinistra … possiamo scorgere mostruosi baluardi di ghiaccio che torreggiano verso il cielo desolato e sembrano i bastioni dell’universo.”

Mentre cadevo essa si fermò e poi girò sulla prua; e alla confusione che seguì attribuii il fatto che l’equipaggio non si accorgesse di me… mi feci strada fino al boccaporto principale… e ben presto trovai il modo di nascondermi…

Perché lo facesi non saprei dire, vi fui indotto da un senso indefinito di paura, che s’era impadronito di me.”

 

E infine: “ Un  sentimento a cui non riesco a dare un nome s’è impossessato della mia anima – una sensazione che non ammette analisi, per la quale le lezioni del tempo andato sono inadeguate e della quale, temo, neanche il futuro mi fornirà alcuna chiave.”

 

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2 – In Atti, 27-28, la nave che porta Paolo di Tarso a Roma fa naufragio sulle coste di Malta. Con lui c’era anche Luca, l’autore neotestamentario, e le sue parole sono suggestive.

 

Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava… Nel timore di finire contro gli scogli gettarono da poppa quattro ancore aspettando con ansia che spuntasse il giorno. Ma siccome i marinai cercavano di fuggire dalla nave e già stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prora paolo disse al centurione e ai soldati: se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo, Allora i soldati recisero le gòmene della scialuppa e la lascirono cadere in mare.”

 

E qui, pensando all’epilogo che si sta profilando per la tragedia del Giglio, possiamo aggiungere un precedente versetto.

Ma dopo non molto tempo si scatenò contro l’isola un vento d’uragano. La nave fu travolta nel turbine e abbandonati in sua balia andavamo alla deriva… Sbattuti violentemente dalla tempesta il giorno dopo cominciarono a buttare a mare il carico … e i terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave.”

 

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ACHAB e la balena biancaIo non credo nel capro espiatorio, credo che prima di giudicare sia necessario stabilire la verità dei fatti.  E penso anche che i media debbano servire a ricostruirli senza sbranare nessuno. Spero perciò che vengano buone le parole che ha scritto ieri Luca Telese sul fatto quotidiano:

Forse, fra qualche anno, scopriremo che Schettino in queste ore ha difeso qualcosa di più che se stesso. Forse da questa tragedia impareremo che il capitano non può restare solo sul ponte della nave come nelle canzoni di De Gregori e che un meccanismo di controllo deve impedire che la responsabilità possa sfociare nell’arbitrio.”

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18 gennaio 2012 3 18 /01 /gennaio /2012 23:21

Edgar.jpgIl 19 Gennaio 2012 dovrebbe essere il 203°anniversario della nascita di Edgar, ma come per la maggior parte dei dati storici, politici, letterari e scientifici della nostra cultura ufficiale, c’è il trucco. Ai tempi della scuola nozionistica mi insegnarono a imparare a memoria le date, e io lo feci, ma dovetti poi constatare numerose volte che erano inesatte o perlomeno dubbie. Insomma esse non sono “dati” nel senso scientifico del termine, sono simboli. Uno dei più belli è quello della famosa rivoluzione d’Ottobre, che in realtà è avvenuta in Novembre perché i bolscevichi adottarono il calendario gregoriano quattro mesi dopo la presa del potere e rispetto al calendario precedente, quello giuliano, ci sono 13 giorni di differenza, sufficienti per cambiare la vigenza mensile degli avvenimenti reali. Allo stesso modo la data di NASCITA di Poe è ballerina sia nel giorno che nell’anno.

 

“Nato a Boston il 19 Gennaio 1909…” si trova scritto oggi in tutte le biografie di Edgar, ma nel monumento che il comune di Baltimora (città della sua morte) gli dedicò nel 1875, la data scolpita nella pietra era il 20 Gennaio e solo dopo vari decenni la città di Baltimora accettò di cambiare la data. Baudelaire nei suoi saggi dedicati a Poe sbaglia l’anno di nascita (1813 anziché 1809) e da ciò discende l’errore commesso da tutta l'editoria europea (compresi manuali ed enciclopedie per capirci) per quasi un secolo.

 

E’ divertente poi sapere che è Poe stesso a mentire sulla propria età affermando, in una lettera del 15 Giugno 1846, di avere 33 anni. Ma il problema è che sua madre era già morta nell'11, per cui la balla dovette poi essere corretta, cosa che egli fece in una ulteriore lettera del 1850 ma, haimè mentendo di nuovo, questa volta su sua sorella, definendola “maggiore” di lui ecc. Ad approfondire ci sarebbe certo da divertirsi, ma in fin dei conti sono sciocchezze, io stesso ho una zia che l’ha sempre fatto per tutta la vita e in tarda età si confondeva anche quando dichiarava l’età a fini legali.

 

Non dev’essere così però per la società dei Poe Toaster, i misteriosi burloni che ogni anno celebrano uno strano rito sulla tomba di Edgar lasciando ogni volta, oltre a del cognac francese, tre rose. E’ presumibile che essi lo faranno anche quest’anno, anche se non è certo, come annuncia il Baltimore Sun di oggi; ma se lo faranno nel giorno 19 e non nel 20 dicembre, sarà per ribadire quella data di nascita che ormai è stata accettata come data convenzionale definitiva.

Giuseppe Marcenaro nel suo libro “Cimiteri, storie di rimpianti e di follie” (Bruno Mondadori 2008) ricama ironicamente sue queste perline della vicenda ricordandoci anche che sul piano storiografico ci dev’essere ancora molto da chiarire visto che nel museo c'è un giornale dell’epoca che riporta un'esibizione di sua madre, l’attrice Elizabeth Arnold, sulla scena di un teatro il 20 gennaio del 1909.

 

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Non parliamo poi del noir legato alla MORTE di Poe, sul quale può essere utile la lettura del romanzo di Matthew Pearl “THE POE SHADOW”, del 2006. Ma quella è avvenuta in Ottobre (quello vero, del calendario gregoriano) e come si usa dire, è un’altra storia.

O meglio, un altro post.L'ombra di Edgar

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