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7 giugno 2011 2 07 /06 /giugno /2011 16:43

puina-e-pinot.jpg 

Eccolo. Al centro della pubblicazione, da pagina 125 a pagina 143, abbiamo la summa del complottismo: i servizi segreti. Piero Colaprico, del quale so dalle note di copertina che ha scritto romanzi gialli con Pietro Valpreda fin che quest’ultimo era ancora in vita, si sbizzarrisce in un ultra claustrofobico minithriller. Un condensato di scene tipiche con esposizione di piani segretissimi e scene d’azione. C’è anche il colpo di scena e il finale dietrologico allusivo. Qui Colaprico, con un marcato gusto della frecciatina sull’attualità e della citazione storiografica, non risparmia né Giorgio Napolitano né Bernardo di Chiaravalle. Con una certa scioltezza, da giornalista scrittore scafato, ci conduce nella cupola delle cupole: il servizio segreto del Vaticano. Forse può sembrare troppo ambizioso o al contrario troppo semplicistico, ma non lo trovo eccessivo, sono normali svolazzi dietrologici che vanno di moda e che hanno trovato in Dan Brown una certa formula ormai ripetitiva. Apprezzo molto invece il rinvio ad Aldous Huxley, più precisamente al suo “Brave New World”, che non viene sviluppato, ma evoca prospettive biotecnologiche che mi solleticano.

 

Il racconto sembra concepito in continuità con racconti precedenti, in particolare Carlotto (con gli altri due) e Varesi. La classe dirigente internazionale è corrotta sotto ricatto, settori variamente integrabili di reti spionistiche combattono tra di loro e anziani protagonisti di storiche, quanto inutili, battaglie contro la mafia complottano ancora per avere la rivincita. Questa volta puntano ad un metodo simil-Assange, pronti a sparare in un sol colpo migliaia di verità letali da un misterioso quanto potente server in Ucraina, ma qui si tratterebbe di “dossier ben più corposi di quella mezza boiata fornita dall’infido Assange”… Un giudice, un carabiniere e un giornalista, figure quasi allegoriche, fanno la parte dei buoni e tutti e tre assieme aspettano l’incontro decisivo col quarto uomo. Ovviamente non dico chi è per non rovinare il pathos giallistico del racconto, ma su ciò che accade in quell’incontro si svolge il plot. Tutto questo a sua volta è raccontato dal narratore il quale è a sua volta uomo chiave della storia e, in fin dei conti, di tutto il complotto mondiale.  

Due le cose che mi piacciono: le puntatine allusive ai fatti reali (Agcà, la Magliana, De Pedis ecc.), l’idea che la “battaglia anti-vaticano sul tema dei pedofili” sia in pratica solo un assaggio per aggiustare il tiro più in alto. Mentre invece trovo irriverente e poco nobile la citazione delle parole di Giorgio Napolitano. “Che faccia la sua parte”, dice il finale, “noi faremo la nostra. Non ci ha spaventato Nerone, figuriamoci se possiamo temere questi maneggioni. Siamo o non siamo nella Città Eterna?”.

Ecco è un semplicistico delirio di onnipotenza che può cambiare un buono in un cattivo e lasciare, come in effetti accade, senza gusto il finale. Peccato perché era iniziato bene. Occorre quindi compensare questo gusto incompiuto con un dolce.

Cosa mangiare?

Proporrei una torta di ricotta, anzi puina, alla veneta come uno dei personaggi. Però semplice, senza arricchimenti esotici come potrebbero essere dei canditi tropicali oppure strani sciroppi che si trovano facilmente nei supermercati, ma non hanno niente di veneto. Penso ad esempio al mango sciroppato. Comunque se qualcuno volesse proprio mettercelo la cosa avrebbe il senso richiamarci il contesto latinoamericano e la lingua ispanica, che in effetti ricorre continuamente in varie parti di testo (pendejo, garrimba, pirobo ecc.).

 

Cosa ascoltare?

Se uno volesse gravare l’atmosfera del racconto già cupa di per sé di ulteriori oscurità, potrebbe sintonizzarsi su Radio3 nella fascia oraria tardo serale, ma forse è meglio alleggerire con qualcosa che richiami piuttosto il vento andino o i grandi spazi di chi domina dall’alto e vede lontano. Non sarebbe male quindi ascoltare El Condor Pasa. Armonia e ritmo semplici ma solenni compenseranno con un’idea popolare, autentica di spiritualità la pesantezza e l’angustia del potere. Inoltre, per onorare alla vicentina il termine OMBRA, scelto dall’autore, degusterei un calice di Pinot.

 

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2 giugno 2011 4 02 /06 /giugno /2011 23:32

 

la-caduta-del-monolite.jpgMaroc è l’antica pronuncia di Marrakech. Oggi questo termine definisce il Marocco, una nazione dal territorio complicato, magico e suggestivo come i suoi abitanti. Laggiù ci sono metropoli come Casablanca, ma c’è soprattutto Marrakech, dove si annusa il profumo dell’Africa. Non lontano da quelle terre di dune, montagne e donne velate, si ergono i resti di quello che fu il confine meridionale dell’impero romano. Ebbene, quei resti ci raccontano di una civiltà che fu apoteosi del sistema militare. Ma oggi di quell’enorme macchina da guerra, tra quelle pietre vergate in latino rimane solo un silenzio profondo e mistico, un’intima emozione che ci sussurra nell’animo l’estremo consiglio: ubi solitudo, pacem appellant.

 

In lingua araba, che è la lingua ufficiale del Marocco, El Ma viene usato per definire l’acqua, mentre la parola Melha definisce il sale e dona colore alla frase. L’Atai Benaana è il Tè alla menta: acqua infusa, di colore intenso…

…a Marrakech, in Piazza Djemaal el Fnà, c’era ressa, come sempre peraltro, di turisti e soprattutto di ragazzi che taccheggiavano i turisti per ottenere mance o altre forme di gratitudine. Erano giorni buoni perché il re aveva appena annunciato la democratizzazione. Avvolto nel suo turbante Al – Mohal, detto anche Ferin nel suo ambiente, era un grande esempio di flessibilità. Uomo di mente cangiante, personalità complessa e fede incrollabile, ai corsi di sopravvivenza aveva realizzato i massimo punteggio Crawl, il test di attitudine alla lotta per la fede, e per questa ragione era stato scelto come esecutore materiale di quel gesto che in occidente era chiamato attentato terroristico, ma che nella mezzaluna fertile era invece ritenuto, dagli integralisti, una preghiera, un momento di perfetta immolazione, ovvero un atto attraverso il quale il fedele eletto si trasformava immediatamente in sostanza divina.

 

In quell’anno di continui corsi e ricorsi lunari, le bombe avevano varie forme. Per gli esperti non c’era niente di nuovo, si trattava del fenomeno noto come PSL, (Plural Shape Law), fenomeno secondo il quale vi sono le bombe che cadono dall’alto, quelle che ristagnano in superficie, quelle che corrono lungo le creste dorate e quelle che il Signore Iddio ne abbia pietà.

Una di queste ultime fu la vera causa dell’esasperato numero di morti della strage di Marrakech. Evento terribile, caratterizzato da un macabro itinerario di intelligence che, per quanto ispirato a sani principi democratici, ne molesta ancor oggi la memoria.

                                                                                                     

Al-Mohal Ferin decise di porre la sostanza esplosiva nell’antro del catoblepa, intuizione d’alto livello, e sostenne con la preghiera il tempo dell’attesa. Vide il servo versare l’acqua sulle mani di ciascun invitato. Notò che il liquido colava sopralzando una bacinella di rame ed egli sapeva che questo gesto si sarebbe ripetuto più volte prima che arrivasse l’intero agnello arrostito. Sapeva anche che i resti di ciascuna portata, ancora caldi dopo che gli invitati se ne erano serviti, sarebbero stati passati alle donne tra vassoi e casseruole. E dopo che mogli e concubine ne avessero tratto soddisfazione, gli ulteriori resti sarebbero passati alla servitù, maschia prima e femmina dopo, per finire, come l’ordine naturale richiede, a mendicanti e parassiti.

Pensò che quello era l’ordine dei giusti, ma poi notò la donna occidentale cacciare le dita sotto la pelle calda e croccante dell’agnello nudo servito. E pensò che ciò non era nell’ordine dei giusti. La moglie, si fa per dire, dell’ambasciatore straniero occidentale, portava abiti succinti come la poca luce dei suoi occhi e non stava con le dame dell’harem, disdegnandone anzi lo sguardo. Quei commensali, pensò, non avrebbero meritato il pasticcio di fichi e mandarini gelati, né avrebbero onorato la Legge rinfrescandosi con le fettine delicate che si abbandonavano profumanti sul letto di piselli e mandorle. Sarebbe stato quindi solo il Tè alla menta quel giorno, come nei millenni, il momento del giudizio.

 

L’acqua è la grande benedizione dei giusti. Essa è la pace, ma diviene guerra, santa guerra, se usata in errata miscela. L’avrebbe bevuta lungo il cammino dei sette rifugi del massiccio del Toubkal, per inerpicarsi nella sete fin sulle vette dell’Atlante. Ma aveva una missione da compiere e doveva porre il suo liquido misterioso, - che poi tanto misterioso non era perché la commissione d’inchiesta stabilì trattarsi di tri-nitro porene marsico in concentrazione critica, - nelle borracce di pelle impermeabilizzate con cera e pece. E Al Mohal Ferin lo fece.   V-essentia-exaltata.jpg

Appena il liquido toccò la superficie rameosa del vassoio un terribile spruzzo fumigante investì il salone degli ospiti. Non fosse stato per la successiva esplosione i danni a questo punto si sarebbero limitati alla pelle e alle dita dei convenuti, ma invece la seconda ci fu ed ebbe il suono dell’inferno. Erano le micro cariche Q2 “Erpix” collegate ai sensori termici dell’impianto di aria condizionata dell’Hotel Riad Diana. Erano state piazzate dagli inglesi nelle cucine usufruendo dei fondi del Piano “Disposizioni per il rilancio dell’offerta turistica”, un piano co-finanziato dalla famiglia reale. Tali cariche hanno un effetto cumulativo spiraliforme, già noto agli esperti fin dai bombardamenti israeliani di Beirut dell’estate 1982. Ma ciò che non era ancora noto era che la cuspide gaussiana da esse stesse generata può, in condizioni particolari di umidità relativa, superare i duecento metri d’altezza in linea d’aria. E qui entra in gioco la terza esplosione. La versione ufficiale la considerò simultanea, ma oggi sappiamo che non fu così. Essa fu causata da fattori resi noti solo venticinque anni dopo per effetto del declassamento del segreto militare: l’antenna satellitare che si trovava a poche decine di metri, sul tetto del Palais du Setam, ebbe uno shock termico e trasmise al satellite Sirius Ex-Treaming 2 un segnale anomalo - così venne definito dalla commissione d’inchiesta - al server NATO Eucalipt cover Siro 4. Fu tale centro automatico di calcolo ad interpretare erroneamente il segnale attivando il conseguente start-up.

 

In otto minuti la squadriglia Junkers giunse sopra il cielo di Marrakech e scaricò le triadi ermotiche. Erano del tipo a ristagno superficiale e pertanto bloccarono immediatamente le comunicazioni locali e devastarono i sensi. I soccorsi, che nel frattempo erano giunti – tra l’altro con straordinaria velocità, visto che si trattò di soli otto minuti - vennero completamente annientati. Gli ospedali di Avenzoar e Ibn Tofail non furono in grado accogliere feriti e salme straziate per oltre sei ore, mentre le cliniche Elantaqui e Ibn Nafis furono subissate di ragazzini accecati e madri imploranti.

 

Che il Signore Iddio ne abbia pietà. E’ la scritta in arabo e francese che oggi sovrasta l’ingresso dell’elegante ed armonioso minareto della Koutubia, a ricordo della strage. E dalla sua cupola sono stati tolti i tre globi di Quivre dorée dentro ai quali erano stati nascosti i segnalatori di indirizzo che mantengono sintonizzati i sensori orbitali del satellite.

 

Floressentia dosL’unico colpevole individuato è il server della NATO. Smontato e lobotomizzato, ora ha un nuovo nome: Hal 9001 e si trova nel museo internazionale “Global Emphasis” di Sigonella, in Sicilia. Accanto ad esso, qual monito escatologico, è esposta la bobina del film “2001: A Space Odyssey”, di Stanley Kubrik.

 

Pianeta Terra – Giugno 2061

 

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25 maggio 2011 3 25 /05 /maggio /2011 23:56

Vedo in televisione che gli operai tornano a farsi notare. Di solito gli operai non li fanno più vedere per televisione… non sono "trendy". Mah, forse sarà perché guardo solo la fascia mattutina. Certo che questi che si vedono sono molto incazzati! Beh, devo dire chWe-can-do-it-.jpge io, che sono un uomo libero, propendo istintivamente per loro. Non conosco niente di quella situazione (Fincantieri ecc.) ma il cuore mi dice che hanno ragione loro. Alla faccia di tutte le analisi sociologiche, la globalizzazione ecc. A volte penso che la globalizzazione non sia altro che un sistema di balle globali; del resto lo dice la parola stessa… Mi riprendo quindi questo libretto dell’Einaudi, LAVORO DA MORIRE e gli occhi mi cadono sul racconto di Carmen Covito. Ecco, si. Lo rileggo e lo commento. In fin dei conti è un piccolo, intimo, gesto di solidarietà da lettore.

 

Non parla di operai, parla di una impiegata, ma sempre lavoro è, quello vero, fatto di rogne, problemi e forse questo giovane personaggio della protagonista non è molto diverso da mia figlia.

 

E’ un testo veloce e graffiante, scritto in modo giovane, col piglio di chi integra un lessico lavorativo da laurea con master in ingegneria gestionale con tanto spirito di competizione e ansia della performance. E’ il lavoro visto dalle giovani generazioni, in questo caso una donna. Una donna che diventa madre con lo stesso spirito col quale fa la manager e scopre che la maternità cambia la vita, ma le regole del lavoro e la sua organizzazione non la considerano compatibile col lavoro. La storia mette il focus sul part – time, istituto tutt’altro che gradito dalle moderne organizzazioni e si sviluppa bene, in modo che appare molto documentato e veritiero. Procedendo poi si vede che ancora meno viene gradito il ricorso alla consigliera di parità. E infine, considerandolo nel suo insieme, si vede che anche se il focus problematico e il titolo del racconto vengono centrati sul part – time, vero mito della moderna madre lavoratrice, in realtà il tema del racconto aggredisce il rapporto tra la maternità e il lavoro. Anche se qui la maternità della protagonista viene tollerata anche perché le colleghe sono donne, si vede bene come essa sia una complicazione forte per la carriera lavorativa e come in definitiva fare la madre finisca per essere una scelta di autonomia dal lavoro, se non addirittura una scelta contro di esso.

 

Mi interessa la scrittura, ricca di effetti un po’ fumettistici, ma gradevoli, stemperati con un ritmo incalzante, sintetico ed efficace. Qui la Covito scrive un racconto che ha un retrogusto tipo curriculum, ma è buona letteratura. Ci vedo molta capacità di scrivere, capacità di guardare onestamente alla realtà e trasformare creativamente lo spunto sociologico. La Covito non è giovane. Questo racconto penso sia stato scritto nel 2008 e quindi all’età di sessant’anni ma è di notevole freschezza e pesca nello slang giovanile.

Ottimo esempio di professionalità per l’autrice de “LA BRUTTINA STAGIONATA”.

 

Grazie Carmen. Penso che anche questa generazione, coma ha saputo farlo la mia, saprà farsi valere.

 

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20 maggio 2011 5 20 /05 /maggio /2011 22:51

trinacria-di-scampi.jpgAndrea Camilleri fa il regalo più prezioso a questa monografia sui crimini dell’establishment. LA ROTTAMAZIONE  s’intitola ed è un racconto con Montalbano che più tipico non si può. Una venticinquina di splendide pagine in linguaggio camillerico che ci raccontano magistralmente una storia a sfondo sessuale, dove ci sono i vizi schifosi di una classe dirigente da bunga bunga. Ma come sempre in Camilleri la banalità non esiste e anche il più repellente e devastante sfregio ad un corpo nudo femminile diventa un racconto accettabile con serenità, come se ci fosse una convenzione reciproca tra lo scrittore e il lettore in cui si dice: facciamo finta che esistano queste cattiverie… e poi giù a ridere come matti! Insomma leggere Camilleri vuol dire stare al gioco, il gioco dove si prende sul serio l’ironia.trinacria symbol

Ma veniamo a noi; qui il crimine dell’establishment è lo stesso del Commissario Pepe. L’accostamento, anche se un po’ irriguardoso sul piano del successo editoriale, mi viene volentieri perché tira in ballo la mia Vicenza e la accomuna con Vigata in uno svolazzo di fantasia che in definitiva è poco sostenibile sul piano letterario. Ma la Vicenza moralmente corrotta, descritta da Ugo Facco de la Garda nel suo romanzo del 1965 presenta un intreccio perverso tra contesse e curia vescovile votato alla stessa copertura e secretazione che avviene qui nella storia di Camilleri scritta nel 2010.  Il crimine è questo silenzio, questa perenne complicità del nostro sistema istituzionale. Un silenzio grave almeno quanto il trattamento riservato alle giovani prostitute dell’Est che vengono “rottamate”. Cos’è cambiato in questi quarantacinque anni che intercorrono tra il Commissario Pepe e il Commissario Montalbano? E’ cambiata la tecnica con cui il lato oscuro dell’establishment tratta i fatti di cronaca in funzione manipolativa. Una volta la manipolazione consisteva nel silenziare per non far sapere; ebbene, oggi abbiamo il rovesciamento gattopardesco e si manipola per propinare una verità alternativa, la verità dei talk show televisivi. Ma il risultato è sempre lo stesso. Forse però Montalbano ci dà un suggerimento, una piccola speranza: farsi fare da Catarella un riversamento dei dvd per tinilli ammucciati bono, nella spranza di tempi migghiuri.

                    

Cosa mangiare? Beh, con il racconto di Lucarelli è d’obbligo mangiare la pizza di Serena, prima che diventi fredda… glielo dobbiamo visto che è stata così brava da liberarci dal bruto, killer dell’establishment. Mentre qui con Montalbano, lasciando stare gli arancini, bisogna andare alla zuppa di pesce, o forse, se a Vigata non c’è troppo sole, ci sta bene anche una frittura con scampi e vino Aglianico (bianco, fresco, in una caraffa che trasuda).

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16 maggio 2011 1 16 /05 /maggio /2011 14:41

Bosch, intendendo con questo non una contrazione del mio cognome, ma il pittore Jeronumus, fornisce col gli-uomini-dell-ombra.jpgsuo “Cristo portacroce” le facce da mostrare in copertina. Sono facce dure, ma anche ironiche come nei fumetti di Dylan Dog, a dimostrazione che quando si esagera nell’abbruttimento si perde di rango e l’immagine diventa poco credibile. E’ la copertina di MicroMega n°3/2011.

 

Io mi considero un lettore esigente. Ho maturato negli ultimi anni un approccio agnostico nei confronti di ogni idea di schieramento politico e propendo a considerare destra e sinistra parti di un gioco che mi ha stufato. Tuttavia davanti all’attuale scenario di devastazione morale avverto un certo richiamo e perciò condivido lo spirito di questo numero. La citazione d’apertura è questa:

Bisogna ridicolizzare i fautori o diffusori di romanzi gialli e talora giallissimi, parto di fantasie malate, bisognose di energiche cure. Benito Mussolini”. Nell’editoriale introduttivo rivolto ai lettori si definisce l’attuale regime politico come l’equivalente postmoderno del fascismo. Sono d’accordo.

 

Quindi leggere un giallo è un atto di contrasto, di opposizione, di ricerca della libertà. Bene. E’ quello che dico io nella presentazione di questo Blog. Eccezionale!  Ma per apprezzare questo numero monografico bisogna accettare l’idea della manipolazione dei fatti e delle coscienze. Che succede, ho perso qualche puntata? Da quando soloni sessantottardi come quelli del gruppo editoriale l’Espresso ammettono la dietrologia? E la trita e ritrita condanna del complottismo? Mah… forse nel 2011 lo ha sdoganato Umberto Eco.

In ogni caso il titolo di questa monografia è promettente perché non si tratta di semplici crimini di stato, (le solite trame nere, “roba vecchia” dice il personaggio di Lucarelli) si tratta di qualcosa di più: l’establishment. Eccola l’entità manipolatrice secondo il lessico post Orwelliano, moderna dietrologia!

 

Chiaro che non si tratta di un saggio, ma di un’operazione narrativa, anzi di immaginazione. Ma è proprio su questo piano che dobbiamo abbattere il Sistema. Noi, coscienze di tutto il mondo, dobbiamo unirci ed ingaggiare una lotta che surriscaldi la blogosfera e spezzi le catene delle nostre menti. Perciò lettori esigenti e gran teste fine, prendiamo la qwerty e impugniamo il cervello, scendiamo nel social networking e picchiamo con quello, smentiamo per sempre l’assunto di questa monografia secondo cui: “la realtà di regime riesce ogni giorno a superare la più fertile immaginazione”. No. La più fertile è la nostra. E con quella vinciamo, siamo vivi, respiriamo. E’ la libertà della mente, la libertà nel presente! Non nel futuro utopico indifferenziato. Coraggio. Andiamo quindi a vedere, anzi a leggere, fiduciosi.

 

Parto subito dal più bello di tutti i racconti qui pubblicati, nel senso di quello che più di tutti mi ha coinvolto nella lettura. Si tratta di ORDINI DALL’ALTO, di Carlo Lucarelli. Confesso che mi fa un po’ soggezione metterlo prima di Camilleri, ma è la verità, secondo me questo c’azzecca molto più degli altri.

 

La storia è centrata sulla memoria fotografica di Serena, poliziotta impegnata in operazioni di ordine pubblico e i clic che lei scatta scandiscono il ritmo del racconto. Ciò che lei vede assieme al suo collega Mastrota e che fotografa con la mente, costituisce il piccolo mistero del racconto e non viene mai completamente descritto. Non è importante infatti di che cosa si tratta, ma la manipolazione della sua denuncia. Si può pensare che lei abbia visto chi ha sparato e ucciso durante la manifestazione del G8, un ipotetico G8 romano. In quel poco che viene descritto c’è un ragazzo che richiama alla mente, pur senza dirlo esplicitamente, Mario Ferrandi, nella manifestazione del 1977 in cu venne ucciso Antonino Custrà poliziotto come lei. Il richiamo a mi avviso è volutamente simbolico perché quella foto è l’icona dello scontro armato di piazza, dove il morto viene cercato con le armi in un’ottica di provocazione voluta dai servizi. Niente di nuovo, è l’ottica dichiarata dallo stesso Cossiga in parlamento. Ferrandi 1977

La polizia stessa è una delle prime vittime di queste manipolazioni omicide. Antonino Custrà è una delle tante vittime dell’establishment omicida, verso la quale è giusto riservare una solidarietà di tipo pasoliniano (Pasolini, altra tragica vittima dell’establishment, era, com’è noto, dalla parte dei poliziotti negli scontri di piazza).

Il racconto è lungo dodici pagine, dense ed efficaci, ed è perfetto, non manca proprio niente. Una specie di micro manuale del crimine manipolativo: c’è scritto il perché e il come e tu lettore stai dalla parte della vittima, Serena, che è una vincente. Serena è una nuotatrice che sta nuda in casa quando viene intimidita ed è una bella scena, cinica e realistica. Poi è in piscina col costume intero quando se la cava dalla situazione che è diventata opprimente. Me la immagino come una Federica Pellegrini col corpo dolce e massiccio avvolto di muscoli mentre è in piscina a “distruggersi di bracciate”.

 

“Bracciata, bracciata, rotazione della testa, bocca appena fuori del pelo dell’acqua, aria, bracciata, bracciata, le gambe che oscillano regolari come un pendolo, capriola, le dita dei piedi pronte a spingere contro la parete della piscina e ancora bracciata, bracciata, aria.”

 

Qui Lucarelli prepara il lettore come un personal trainer allo sforzo della resa dei conti. E spende una pagina straordinaria secondo la più classica agnizione giallistica: l’assassino ha in pugno la vittima e, certo della sua imminente eliminazione, si apre spiegando tutto. Lo fa alzando un dito, per indicare il cielo e seguendo quel dito il lettore potrà cogliere tutta la teoria della manipolazione. Vale la pena di riportare queste sedici righe magiche, sperando nella benevolenza di Lucarelli. Vediamo.

 

L’uomo alzò il dito indicando il cielo. << prima ci hanno fatto sparare alla manifestazione. Così il movimento si sporca e si alza il livello dello scontro, la gente si spaventa e si chiude in casa, il governo si compatta, insomma, roba vecchia, strategia della tensione. Ora, però c’è gente lassù>> e di nuovo alzò il dito, ma più inclinato, << che vorrebbe prendere il posto di chi comanda. E allora ecco che devo farti spedire il rapporto insabbiato dai tuoi, così quelli che hanno dato l’ordine>>, dito dritto, <<sono sputtanati e quegli altri>>, dito inclinato, <<prendono il loro posto. Ma io sono vecchio del mestiere>>, l’uomo fece un passo avanti, <<lo sapevo che cambiavano idea. Si sono spaventati perché hanno paura di non controllare più la rabbia della gente così quelli lassù>>, dito dritto e dito storto, << si sono messi d’accordo e mi hanno chiesto di intercettare il tuo rapporto>>, altro passo avanti, faccia a faccia con Serena, <<fortuna che te l’ho fatto spedire, se glielo portavi adesso ce lo aveva il magistrato e come facevamo? >> ecc. ecc.

 

Ecco, qui abbiamo il messaggio. Serena, eroina della verità, ha visto durante una manifestazione di piazza una circostanza che potrebbe configurare un reato, lo ha denunciato ai suoi superiori, ma il rapporto è stato insabbiato. Lo stesso uomo che ha commesso quel reato l’ha poi intimidita con la violenza per farle ripresentare il rapporto, ma scavalcando i suoi superiori diretti e andando dritta dal magistrato di turno. Come mai? Non certo per farsi prendere, no, questo passaggio risponde ad una esigenza manipolatoria dell’establishment: qualcuno in alto vuole più potere e vuole utilizzare la denuncia per far fuori qualcun altro attraverso la magistratura. Ma chi ha esperienza di conflicts of governance sa che costoro prima poi si metteranno d’accordo e blocca anche questa seconda denuncia prima che arrivi al magistrato, se no come si fa? Qui ci sono due cose che mi piacciono: l’idea che la magistratura sia in qualche modo fuori dal gioco sporco e soprattutto l’idea che i manipolatori dell’establishment abbiano “paura di non controllare più la rabbia della gente”.

Ecco, qui c’è una speranza non retorica. Forza allora! Portiamo le dita sulla nostra qwerty.

 

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9 maggio 2011 1 09 /05 /maggio /2011 09:07

 

 

Questa scrittura chiede una lettura tranquilla, non schiacciata ansiosamente verso il finale – andamento tipico dei giallisti – ci vuole il passo del montanaro, che permette di cogliere suggestioni come questa: “ I tuoni scoppiavano in alta quota, rimbombando nei canaloni alpini, le folgori crepitavano vicino a loro, illuminandoli di paura”. Si riferisce ai bambini protagonisti nell’estate 1956, una parte decisamente incantevole di questa storia.

Per me questa frase è emblematica del valore aggiunto di Umberto Matino perché nasce da qualcosa che sta dentro la sua infanzia, e molte di quelle cose le ho dentro anch’io. Solo che lui è uno scrittore ed è molto in gamba. Insomma: era una notte buia e tempestosa? No. Qui c’è molto di più, sono suggestioni che può cogliere chi come lui conosce i costoni del massiccio del Pasubio, ovvero chi sa, perché ha provato, che quando arriva il maltempo del Pasubio “ la pioggia è fitta e fredda… e batte dura sulla testa”. E’ quella pioggia ad ispirare questa frase, non i corsi di scrittura creativa. Quindi lasciamoci andare al ruolo del lettore complice, perché quella di Matino è una scrittura che ti dice: leggi con calma, con passo da montagna, perché quello che è bello è proprio leggere. E se lo fai entri nelle contrade, dove i muri hanno le orecchie, ma “le liti in famiglia sono famose e frequenti e uguali a se stesse che perfino le pettegole chiudono la finestra” ecc ecc.

 

Detto questo, L’ultima Anguana è un’opera diversa dal primo libro. Sarebbe sbagliato a mio avviso attendersi uno sviluppo del primo, o peggio come si dice oggi, un sequel. Quello era un noir, questo è un giallo, precisamente un giallo poliziesco dove il protagonista non è la vittima o l’assassino stesso, ma è colui che indaga, in questo caso un carabiniere. Insomma la formula storica del giallo. Ma è originale perché è una storia immersa nel contesto che ora possiamo definire tipico di Matino, con la cultura e l’identità locali, le parole dei cimbri, il punto di vista pedemontano vicentino ecc. Insomma c’è il meglio del primo libro, ma con una narrazione più leggera senza oscurità mentali, claustrofobie e soprattutto con uno sviluppo del procedimento narrativo più ricco, disteso, coinvolgente. Ci sono tante idee e i fatti sono terribilmente credibili e fiabeschi al tempo stesso. I personaggi sono chiari,  immediati e l’enigma sta nei fatti narrati, nella sequenza temporale in cui si svolgono. Siamo finalmente lontani da quei romanzi in cui non si capiscono mai i nomi dei personaggi e bisogna sempre tornare indietro per capire chi è colui del quale si sta leggendo in quel momento. La parte dedicata all’estate del 1956 con la brigata dei ragazzini, le loro risate, le loro marachelle e scemenze che fanno ridere è solare. I bambini sono autentici, simpatici; le battute e gli scherzi che si fanno sono quelli veri di quell’epoca, non sono stereotipi attuali riadattati (lo so perché avrebbero la mia età). Non voglio scomodare sommi maestri (Meneghello) ma l’atmosfera, oltre che molte cose del contesto geografico, gli sono vicine.

 

E poi ci sono le note. Come nel primo libro le note sono delle piccole perle di letteratura, sono ciò che fa la differenza tra Matino e gli altri. Quando cita qualche libro che ho letto anch’io ho sempre l’impressione che l’abbia capito meglio di me e soprattutto che quella citazione non potesse essere utilizzata meglio di così. Creando cioè un contesto narrativo adatto a spenderla. E si tratta sempre di un’osservazione che ci aiuta a capire noi stessi, i nostri modi di dire, la nostra identità e anche il nostro valore.  Siamo montanari? Siamo gente dura? Può darsi, ma lì c’è scritto perché e non c’è proprio niente da vergognarsi. Siamo ex “slandròni” ovvero straccioni, vagabondi ci dice Matino, ebbene si, ma provate a inseguirci nei boschi se ci riuscite, allora capirete!

 

Cosa mangiare leggendolo ce lo dice il testo stesso. Non è il caso di avventurarsi in gastronomie localistiche cercando frutti di bosco per torte e dolcetti anche se l’idea che ti viene dalla lettura è quella. Ma c’è il rischio stropa-culi, frutti della Rosa Canina, col loro effetto astringente da bacche rosse in cespuglio. Forse varrebbe la pena una ricerca dei i fagioli di Posina (legumi autoctoni “celebri in tutto il mondo” come Fasòla Posenàta, un cultivar appartenente alla specie Phaseolus coccineus, varietà fagiolo del diavolo) ma qui il cibo ideale è quello molto condito e saporito: “bigoli al sugo d’anatra, capriolo in umido con polenta abbrustolita e un quarto di cabernet”.  Dieta diabolica per chi usa la pausa pranzo per la pedana vibrante. Ma per capire questa dieta bisogna andare a pagina 183 e trovarci assieme a Baldelli in contrada Molini di Sopra, una contrada che non esiste, ma che in quattordici righe ci racconta tutto il cambiamento, il passaggio di civiltà che ha interessato il Nord est nel dopoguerra. Quella dieta è la nostra cultura, siamo noi, quelli testoni che lavorano e basta. Quelli che vengono dall’ “isola etnica di stirpe germanica isolata in mezzo alla popolazione latina”… un’identità che da decenni sta uscendo di scena con l’arrivo di questo modello di benessere al cemento.

La scrittura di Matino tocca questa nostra corda sensibile e illumina ciò che l’oblio ha quasi cancellato: la storia di un  piccolo popolo “isolato in una valle persa, fuori dal tempo e privo ormai di memoria”.

 

Cosa ascoltare. Non cercherei qualcosa di bucolico, non sarebbe autentico, anche se il secondo movimento della quinta sinfonia di Behethoven starebbe benissimo con alcune scene movimentate tra i boschi; ma forse è solo una suggestione Disneyana. Direi piuttosto De Marzi … “contava la vecia dei Pieri, in contrà de la fata, del principe d’oro… ecc. ecc.

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4 maggio 2011 3 04 /05 /maggio /2011 09:08

Vedere il mondo dal punto di vista di un disabile con spina bifida e idrocefalia, che sta in sedia a rotelle non sembra una prospettiva accattivante. Forse è per questo che l’io narrante di questo racconto rivela questa sua condizione solo dopo la prima pagina, ovvero dopo averti pienamente convinto che vale la pena leggerlo tutto. E’ formidabile.

La qualità letteraria di questo racconto sta nell’originalità e la efficace semplicità con cui Bianchi ti mette sulla sedia a rotelle, in un ambiente di lavoro fatto anche di dispetti e di barriere per coinvolgerti nella problematica emotività di un disabile. Alla fine ovviamente ne esci più che convinto della necessità di fare qualcosa contro le barriere architettoniche e ne esci consapevole di cosa possa essere la televisione coi suoi programmi per persone che non hanno la vita standard. I conduttori sono gli amici di Pietro, il disabile che racconta, e sono anche i suoi confidenti, i personaggi che sanno offrirgli una chiave affettiva della realtà. Da Ambra a Maria De Filippi fino a Mike Bongiorno, che appare in bagno, il bagno delle donne perché quello degli uomini ha un gradino, come un’entità mistica che lo consola: “Allegria, Pietro. Allegria.”

 

Pietro puzza davvero o no? In quelle accuse c’è solo malvagità o anche un briciolo di fondamento? Il lettore è libero di pensarla come crede, ma in ogni caso c’è qualcosa che si potrebbe fare e che invece non viene fatto… e quello è un ambiente di lavoro, non un programma televisivo. 

Insalata per Pietro.Pranzando con Pietro mangerei un’insalata di fagiolini con mozzarelline e olio d’oliva. Ci starebbero bene anche delle patate lesse con fagioli borlotti, ma è meglio stare attenti al gonfior di pancia…

Se la giornata è calda ci starà molto bene invece del pomodoro datterino. Ne esce un piatto tricolore che simbolicamente ci richiama alle nostre responsabilità: siamo di fronte a Pietro e a quelli come lui; ci decidiamo o no a superare i nostri pregiudizi? Continueremo a tagliare le spese pubbliche perché sono “improduttive”? Continueremo a togliere loro la parola con le offese come si fa in parlamento? Dico: non in fabbrica, ne bagno degli spogliatoi, nel PARLAMENTO DELLA REPUBBLICA!

 

Come vino suggerirei un bicchiere, non di più, di bianco fermo trevigiano. Niente bollicine, neanche nell’acqua, perché danno un’allegria artificiale, quando invece quella autentica è dentro di lui.

 

La musica giusta potrebbe essere nelle canzoni più ironiche di De Gregori… sotto le stelle del Messico a trapanàr.

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19 aprile 2011 2 19 /04 /aprile /2011 11:05

Il cancello della memoria” di Annalisa Castagna - Editrice Veneta – Vicenza 2010

 

Cancello-della-memoria--copertina.jpgE’ una fiaba. O meglio è un romanzo breve, un racconto di 150 pagine che attraggono, toccano il cuore e in definitiva piacciono. Il racconto è posato, contestualizzato, quasi realistico, ma intimamente è una fiaba. Il mondo è cattivo, la vita è dura, la guerra spietata, ma l’amore avvolge tutto e ci riporta nella grande dignità di chi ama.  In questo tipo di mondo una ragazza buona, brava e perfetta , figlia di poveri operai con vita e tradizioni contadine (assolutamente veneto pedemontane), spinta dall’intimo richiamo di una verità che vuole caparbiamente farsi strada, scopre il segreto delle sue origini. Ed è l’antico segreto delle fiabe.

Il messaggio è chiaro e pervade ogni pagina del libro: umiltà e moralità danno forza, sicurezza. Fede. E tutto questo dona la verità e la giustizia. Ciò avviene percfoto-68-Valdagno.jpghè nel cuore della nostra gente alberga l’amore, non c’è il male, non c’è il peccato, c’è la dignità e la forza di una cultura secolare fondata sul lavoro e la famiglia.

 

E’ una visione utopica del sessantotto e della Guerra di Liberazione. Ed è assolutamente legittima, anzi è affascinate e giusta come una fiaba appunto, una stupenda fiaba per chi legge, per immergersi nella speranza. Speranza e fiducia nell’umanità. Un mondo d’amore.

 

E’ vero, non c’è neanche il perdono, ma è proprio la sua mancanza che il lettore sentirà alla fine fino ad desiderare il completo perdono dell’odiato nemico. Ed è proprio questo il sentimento finale del libro.

E’ vero, c’è ancora il pregiudizio, come quello sociale fondato sulle differenze di classe, ma c’è la grande dignità di chi mette in campo l’arma la lotta per superarle.

La lotta è quella studentesca, operaia e sindacale del sessantotto; quella che a Valdagno ebbe il suo primo apice il 19 Aprile 1968.

 

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18 aprile 2011 1 18 /04 /aprile /2011 16:29

Il rubinetto di Pornacide - Miniracconto di Francesco Boschetto 

 

In quel dì diciotto d’Aprile del millenovecentosettantaquattro l’autostima del professor cosavaicercando era proprio andata a zero. La diagnosi era stata refertata e non v’erano più dubbi, si trattava di plessocrastia nerbo plastica.  Per gran parte della propria vita egli aveva temuto di finire i suoi giorni inginocchiato in un corridoio ospedaliero ed ora, carte alla mano, vedeva la sorte approssimarsi inesorabile. Per la verità, a quell’appuntamento con la sorte non era giunto impreparato, lo aveva infatti preconizzato per familiarità. Ma questa consapevolezza ora si rivelava insufficiente rispetto al bisogno di attenuare il morso dell’affanno. Il padre era morto tra le lacrime nell’inverno del quarantatrè mentre la sorella maggiore aveva lasciato la vita nel letto vedovile solo dopo la terza operazione di crestomazia del plesso. Di entrambe quelle morti ora ricordava l’espressione, l’incarnato ceruleo e gli occhi incavati. Certo la tenace, amata sorella si era battuta fino allo stremo, ma la morte aveva, appunto, avuto il sopravvento nel maggio del sessanta. Così il professor Pornacide Speroli sapeva che doveva morire, ma non era questo a ferire il suo animo, quanto piuttosto l’assillo di voler intuire dove, in quale organo e soprattutto fra quanto tempo si sarebbero manifestati i sintomi e, haimè, gli effetti di quella umiliante malattia. Il morbo avrebbe attaccato, ma dove? Nei piedi, come per il padre, costringendolo a sedersi sulle caviglie e a trascinarsi in carrozzella? Oppure il flaccido abbandono degli sfinteri, che abbatté la sorella con l’umiliante corredo di maleodoranti pulizie? Ma di tutti i malanni il terrore massimo era ciò che aveva colpito il nonno, la “septicemia in casu penis”. Del cui supplizio alla sola evocazione Pornacide diede conati e ne scacciò il pensiero con violenza. Che fare?

 

Il soprannome di “cosavaicercando” se l’era dato da sé, sulla scorta del verso di De Andrè. Negli ultimi anni egli aveva infatti varcato per decine di volte il portone di colei che, unica, gli avrebbe potuto dare la lezione. E lo faceva non per futile ludibrio, ma per onorare l’imperituro insegnamento di Tertuliano Postumo, cui aveva dedicato intense letture giovanili. “Duc in stabulis nec postea cum equo firmiter obscratis, sed Pone stabulum equo antequam perire potuisse animo”. (metti il cavallo nella stalla prima di perderlo). Ora gli restavano pochi attimi, forse qualche mese, per “trovar della vita pia sortita” e si  diresse quindi a quel portone. In animo aveva il desiderio e nell’inguine il sommovimento, mentre glottolaliava passo dopo passo le parole del Pharmacum, testo di Nequizio Banchieri (1562), ovvero: “proferir gioie di sesto in selva amara”.

 

S’era a Genova, in Via della porta Sperola 45 in mattinata afosa. La Fiat 124 color crema con alla guida Carlos Carlotti, capo della colonna ligure, sfrecciò preceduta dal motociclo d’avvistamento. L’auto del giudice fu tamponata in un attimo e nell’urto si sollevò il cofano. Questo effetto imprevisto fece uscire dalla vista il settore portante del quadro visuale di Moreno Daziali, che era stato preposto al presidio del settore nord della strada e il colpo di pistola colpì il nostro professore. Nonostante l’imprevisto danno collaterale l’azione venne portata a termine con freddezza ed efficacia dal commando, mentre l’inguinale recisa spruzzava flutti di sangue imbibente sui pantaloni. Al professor Pornacide Speroli furono necessari sei minuti per morire dissanguato. Sei minuti di eterna ed assetata morte durante i quali egli vide la sua vita intera dissolversi nel vuoto mutilo del proprio inguine. Da qui fuoriusciva il sangue come da un  rubinetto. E da lì detto sangue percorreva le fughe tra i blocchi di travertino fino a tuffarsi nel tombino dove, ingoiato l’ultimo sogno, il professor Pornacide potè finalmente arguire la conclusione che non era mai riuscito a trovare negli Annales (Tacito): “Haedus vitam cessat si tapulum necat”. (Se perdi il rubinetto, fai la fine del capretto).

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17 aprile 2011 7 17 /04 /aprile /2011 22:54

pan_di_spagna.jpgDi seguito commento una lettura adatta a chi non si sente padrone del mondo.

 

LUCE NELLA BATTAGLIA: STORIA DI MATILDE di Barbara Garlaschelli

 

Una ragazza che ha il tratto fondamentale della propria vita già nel suo nome, si narra in nove pagine con un testo leggero, ma intenso, che viene intervallato da sogni di tre frasi.

 

MATILDE, scrive la protagonista, deriva dalla fusione di due etimi dal tedesco: mathi + hildjo ovvero forza e battaglia, mentre il nome della madre di Matilde è Lucia che significa luce. Da qui Luce nella battaglia, espressione che nei suoi toni evocativi spiega questa vita difficile, ma tutto sommato felice e serena perché la presenza della madre è la forza di Matilde. Una forza che non le danno né il suo cuore né i suoi reni, organi operati in diversi momenti della sua giovane età. Matilde infatti è “una persona normale rinchiusa in un corpo che non le sta dietro”, dice Lucia, ed è a mio avviso in quel “rinchiusa” che sta il senso della fatica di vivere che trasmette il racconto.

Anche qui come in Matteo B.Bianchi il racconto ti dona il punto di vista di una persona diversamente abile. E così scopri che in quella battaglia la luce è fatta di tanto amore, vera medicina della vita di Matilde. Attorno a questa ragazzina c’è infatti un continuo lavoro d’amore, tanto affetto che lei sente e di cui si nutre per affrontare la vita. E così la vita vince sulla morte, tante volte annunciata dai medici. Ciò nonostante “Nessuno, a parte mia madre e qualche medico, mi ha aiutata.”

 

I genitori ottengono entrambi il part – time pagandone il prezzo dell’emarginazione al lavoro e questo è l’unico accenno che accomuna il racconto al tema della raccolta in cui è stato pubblicato, che ricordo:”LAVRORO DA MORIRE. Racconti di un’Italia sfruttata”. Le note biografiche dicono che Barbara Garlaschelli è un’autrice, tra l’altro, di libri per ragazzi.

 

Con questa lettura non è male gustare un dolce, ma non un dolce esagerato, di quelli che ti tirano su dalla depressione, ma ti fanno star svegli alla notte, come potrebbe essere una Sacher ad esempio. Direi un dolce semplice, sincero e pieno d’amore: un pan di spagna con l’alchermes ad esempio.

 

Come musica penso che Le Nuvole di Fabrizio De Andrè possano dare il tono giusto.

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