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16 maggio 2011 1 16 /05 /maggio /2011 14:41

Bosch, intendendo con questo non una contrazione del mio cognome, ma il pittore Jeronumus, fornisce col gli-uomini-dell-ombra.jpgsuo “Cristo portacroce” le facce da mostrare in copertina. Sono facce dure, ma anche ironiche come nei fumetti di Dylan Dog, a dimostrazione che quando si esagera nell’abbruttimento si perde di rango e l’immagine diventa poco credibile. E’ la copertina di MicroMega n°3/2011.

 

Io mi considero un lettore esigente. Ho maturato negli ultimi anni un approccio agnostico nei confronti di ogni idea di schieramento politico e propendo a considerare destra e sinistra parti di un gioco che mi ha stufato. Tuttavia davanti all’attuale scenario di devastazione morale avverto un certo richiamo e perciò condivido lo spirito di questo numero. La citazione d’apertura è questa:

Bisogna ridicolizzare i fautori o diffusori di romanzi gialli e talora giallissimi, parto di fantasie malate, bisognose di energiche cure. Benito Mussolini”. Nell’editoriale introduttivo rivolto ai lettori si definisce l’attuale regime politico come l’equivalente postmoderno del fascismo. Sono d’accordo.

 

Quindi leggere un giallo è un atto di contrasto, di opposizione, di ricerca della libertà. Bene. E’ quello che dico io nella presentazione di questo Blog. Eccezionale!  Ma per apprezzare questo numero monografico bisogna accettare l’idea della manipolazione dei fatti e delle coscienze. Che succede, ho perso qualche puntata? Da quando soloni sessantottardi come quelli del gruppo editoriale l’Espresso ammettono la dietrologia? E la trita e ritrita condanna del complottismo? Mah… forse nel 2011 lo ha sdoganato Umberto Eco.

In ogni caso il titolo di questa monografia è promettente perché non si tratta di semplici crimini di stato, (le solite trame nere, “roba vecchia” dice il personaggio di Lucarelli) si tratta di qualcosa di più: l’establishment. Eccola l’entità manipolatrice secondo il lessico post Orwelliano, moderna dietrologia!

 

Chiaro che non si tratta di un saggio, ma di un’operazione narrativa, anzi di immaginazione. Ma è proprio su questo piano che dobbiamo abbattere il Sistema. Noi, coscienze di tutto il mondo, dobbiamo unirci ed ingaggiare una lotta che surriscaldi la blogosfera e spezzi le catene delle nostre menti. Perciò lettori esigenti e gran teste fine, prendiamo la qwerty e impugniamo il cervello, scendiamo nel social networking e picchiamo con quello, smentiamo per sempre l’assunto di questa monografia secondo cui: “la realtà di regime riesce ogni giorno a superare la più fertile immaginazione”. No. La più fertile è la nostra. E con quella vinciamo, siamo vivi, respiriamo. E’ la libertà della mente, la libertà nel presente! Non nel futuro utopico indifferenziato. Coraggio. Andiamo quindi a vedere, anzi a leggere, fiduciosi.

 

Parto subito dal più bello di tutti i racconti qui pubblicati, nel senso di quello che più di tutti mi ha coinvolto nella lettura. Si tratta di ORDINI DALL’ALTO, di Carlo Lucarelli. Confesso che mi fa un po’ soggezione metterlo prima di Camilleri, ma è la verità, secondo me questo c’azzecca molto più degli altri.

 

La storia è centrata sulla memoria fotografica di Serena, poliziotta impegnata in operazioni di ordine pubblico e i clic che lei scatta scandiscono il ritmo del racconto. Ciò che lei vede assieme al suo collega Mastrota e che fotografa con la mente, costituisce il piccolo mistero del racconto e non viene mai completamente descritto. Non è importante infatti di che cosa si tratta, ma la manipolazione della sua denuncia. Si può pensare che lei abbia visto chi ha sparato e ucciso durante la manifestazione del G8, un ipotetico G8 romano. In quel poco che viene descritto c’è un ragazzo che richiama alla mente, pur senza dirlo esplicitamente, Mario Ferrandi, nella manifestazione del 1977 in cu venne ucciso Antonino Custrà poliziotto come lei. Il richiamo a mi avviso è volutamente simbolico perché quella foto è l’icona dello scontro armato di piazza, dove il morto viene cercato con le armi in un’ottica di provocazione voluta dai servizi. Niente di nuovo, è l’ottica dichiarata dallo stesso Cossiga in parlamento. Ferrandi 1977

La polizia stessa è una delle prime vittime di queste manipolazioni omicide. Antonino Custrà è una delle tante vittime dell’establishment omicida, verso la quale è giusto riservare una solidarietà di tipo pasoliniano (Pasolini, altra tragica vittima dell’establishment, era, com’è noto, dalla parte dei poliziotti negli scontri di piazza).

Il racconto è lungo dodici pagine, dense ed efficaci, ed è perfetto, non manca proprio niente. Una specie di micro manuale del crimine manipolativo: c’è scritto il perché e il come e tu lettore stai dalla parte della vittima, Serena, che è una vincente. Serena è una nuotatrice che sta nuda in casa quando viene intimidita ed è una bella scena, cinica e realistica. Poi è in piscina col costume intero quando se la cava dalla situazione che è diventata opprimente. Me la immagino come una Federica Pellegrini col corpo dolce e massiccio avvolto di muscoli mentre è in piscina a “distruggersi di bracciate”.

 

“Bracciata, bracciata, rotazione della testa, bocca appena fuori del pelo dell’acqua, aria, bracciata, bracciata, le gambe che oscillano regolari come un pendolo, capriola, le dita dei piedi pronte a spingere contro la parete della piscina e ancora bracciata, bracciata, aria.”

 

Qui Lucarelli prepara il lettore come un personal trainer allo sforzo della resa dei conti. E spende una pagina straordinaria secondo la più classica agnizione giallistica: l’assassino ha in pugno la vittima e, certo della sua imminente eliminazione, si apre spiegando tutto. Lo fa alzando un dito, per indicare il cielo e seguendo quel dito il lettore potrà cogliere tutta la teoria della manipolazione. Vale la pena di riportare queste sedici righe magiche, sperando nella benevolenza di Lucarelli. Vediamo.

 

L’uomo alzò il dito indicando il cielo. << prima ci hanno fatto sparare alla manifestazione. Così il movimento si sporca e si alza il livello dello scontro, la gente si spaventa e si chiude in casa, il governo si compatta, insomma, roba vecchia, strategia della tensione. Ora, però c’è gente lassù>> e di nuovo alzò il dito, ma più inclinato, << che vorrebbe prendere il posto di chi comanda. E allora ecco che devo farti spedire il rapporto insabbiato dai tuoi, così quelli che hanno dato l’ordine>>, dito dritto, <<sono sputtanati e quegli altri>>, dito inclinato, <<prendono il loro posto. Ma io sono vecchio del mestiere>>, l’uomo fece un passo avanti, <<lo sapevo che cambiavano idea. Si sono spaventati perché hanno paura di non controllare più la rabbia della gente così quelli lassù>>, dito dritto e dito storto, << si sono messi d’accordo e mi hanno chiesto di intercettare il tuo rapporto>>, altro passo avanti, faccia a faccia con Serena, <<fortuna che te l’ho fatto spedire, se glielo portavi adesso ce lo aveva il magistrato e come facevamo? >> ecc. ecc.

 

Ecco, qui abbiamo il messaggio. Serena, eroina della verità, ha visto durante una manifestazione di piazza una circostanza che potrebbe configurare un reato, lo ha denunciato ai suoi superiori, ma il rapporto è stato insabbiato. Lo stesso uomo che ha commesso quel reato l’ha poi intimidita con la violenza per farle ripresentare il rapporto, ma scavalcando i suoi superiori diretti e andando dritta dal magistrato di turno. Come mai? Non certo per farsi prendere, no, questo passaggio risponde ad una esigenza manipolatoria dell’establishment: qualcuno in alto vuole più potere e vuole utilizzare la denuncia per far fuori qualcun altro attraverso la magistratura. Ma chi ha esperienza di conflicts of governance sa che costoro prima poi si metteranno d’accordo e blocca anche questa seconda denuncia prima che arrivi al magistrato, se no come si fa? Qui ci sono due cose che mi piacciono: l’idea che la magistratura sia in qualche modo fuori dal gioco sporco e soprattutto l’idea che i manipolatori dell’establishment abbiano “paura di non controllare più la rabbia della gente”.

Ecco, qui c’è una speranza non retorica. Forza allora! Portiamo le dita sulla nostra qwerty.

 

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9 maggio 2011 1 09 /05 /maggio /2011 09:07

 

 

Questa scrittura chiede una lettura tranquilla, non schiacciata ansiosamente verso il finale – andamento tipico dei giallisti – ci vuole il passo del montanaro, che permette di cogliere suggestioni come questa: “ I tuoni scoppiavano in alta quota, rimbombando nei canaloni alpini, le folgori crepitavano vicino a loro, illuminandoli di paura”. Si riferisce ai bambini protagonisti nell’estate 1956, una parte decisamente incantevole di questa storia.

Per me questa frase è emblematica del valore aggiunto di Umberto Matino perché nasce da qualcosa che sta dentro la sua infanzia, e molte di quelle cose le ho dentro anch’io. Solo che lui è uno scrittore ed è molto in gamba. Insomma: era una notte buia e tempestosa? No. Qui c’è molto di più, sono suggestioni che può cogliere chi come lui conosce i costoni del massiccio del Pasubio, ovvero chi sa, perché ha provato, che quando arriva il maltempo del Pasubio “ la pioggia è fitta e fredda… e batte dura sulla testa”. E’ quella pioggia ad ispirare questa frase, non i corsi di scrittura creativa. Quindi lasciamoci andare al ruolo del lettore complice, perché quella di Matino è una scrittura che ti dice: leggi con calma, con passo da montagna, perché quello che è bello è proprio leggere. E se lo fai entri nelle contrade, dove i muri hanno le orecchie, ma “le liti in famiglia sono famose e frequenti e uguali a se stesse che perfino le pettegole chiudono la finestra” ecc ecc.

 

Detto questo, L’ultima Anguana è un’opera diversa dal primo libro. Sarebbe sbagliato a mio avviso attendersi uno sviluppo del primo, o peggio come si dice oggi, un sequel. Quello era un noir, questo è un giallo, precisamente un giallo poliziesco dove il protagonista non è la vittima o l’assassino stesso, ma è colui che indaga, in questo caso un carabiniere. Insomma la formula storica del giallo. Ma è originale perché è una storia immersa nel contesto che ora possiamo definire tipico di Matino, con la cultura e l’identità locali, le parole dei cimbri, il punto di vista pedemontano vicentino ecc. Insomma c’è il meglio del primo libro, ma con una narrazione più leggera senza oscurità mentali, claustrofobie e soprattutto con uno sviluppo del procedimento narrativo più ricco, disteso, coinvolgente. Ci sono tante idee e i fatti sono terribilmente credibili e fiabeschi al tempo stesso. I personaggi sono chiari,  immediati e l’enigma sta nei fatti narrati, nella sequenza temporale in cui si svolgono. Siamo finalmente lontani da quei romanzi in cui non si capiscono mai i nomi dei personaggi e bisogna sempre tornare indietro per capire chi è colui del quale si sta leggendo in quel momento. La parte dedicata all’estate del 1956 con la brigata dei ragazzini, le loro risate, le loro marachelle e scemenze che fanno ridere è solare. I bambini sono autentici, simpatici; le battute e gli scherzi che si fanno sono quelli veri di quell’epoca, non sono stereotipi attuali riadattati (lo so perché avrebbero la mia età). Non voglio scomodare sommi maestri (Meneghello) ma l’atmosfera, oltre che molte cose del contesto geografico, gli sono vicine.

 

E poi ci sono le note. Come nel primo libro le note sono delle piccole perle di letteratura, sono ciò che fa la differenza tra Matino e gli altri. Quando cita qualche libro che ho letto anch’io ho sempre l’impressione che l’abbia capito meglio di me e soprattutto che quella citazione non potesse essere utilizzata meglio di così. Creando cioè un contesto narrativo adatto a spenderla. E si tratta sempre di un’osservazione che ci aiuta a capire noi stessi, i nostri modi di dire, la nostra identità e anche il nostro valore.  Siamo montanari? Siamo gente dura? Può darsi, ma lì c’è scritto perché e non c’è proprio niente da vergognarsi. Siamo ex “slandròni” ovvero straccioni, vagabondi ci dice Matino, ebbene si, ma provate a inseguirci nei boschi se ci riuscite, allora capirete!

 

Cosa mangiare leggendolo ce lo dice il testo stesso. Non è il caso di avventurarsi in gastronomie localistiche cercando frutti di bosco per torte e dolcetti anche se l’idea che ti viene dalla lettura è quella. Ma c’è il rischio stropa-culi, frutti della Rosa Canina, col loro effetto astringente da bacche rosse in cespuglio. Forse varrebbe la pena una ricerca dei i fagioli di Posina (legumi autoctoni “celebri in tutto il mondo” come Fasòla Posenàta, un cultivar appartenente alla specie Phaseolus coccineus, varietà fagiolo del diavolo) ma qui il cibo ideale è quello molto condito e saporito: “bigoli al sugo d’anatra, capriolo in umido con polenta abbrustolita e un quarto di cabernet”.  Dieta diabolica per chi usa la pausa pranzo per la pedana vibrante. Ma per capire questa dieta bisogna andare a pagina 183 e trovarci assieme a Baldelli in contrada Molini di Sopra, una contrada che non esiste, ma che in quattordici righe ci racconta tutto il cambiamento, il passaggio di civiltà che ha interessato il Nord est nel dopoguerra. Quella dieta è la nostra cultura, siamo noi, quelli testoni che lavorano e basta. Quelli che vengono dall’ “isola etnica di stirpe germanica isolata in mezzo alla popolazione latina”… un’identità che da decenni sta uscendo di scena con l’arrivo di questo modello di benessere al cemento.

La scrittura di Matino tocca questa nostra corda sensibile e illumina ciò che l’oblio ha quasi cancellato: la storia di un  piccolo popolo “isolato in una valle persa, fuori dal tempo e privo ormai di memoria”.

 

Cosa ascoltare. Non cercherei qualcosa di bucolico, non sarebbe autentico, anche se il secondo movimento della quinta sinfonia di Behethoven starebbe benissimo con alcune scene movimentate tra i boschi; ma forse è solo una suggestione Disneyana. Direi piuttosto De Marzi … “contava la vecia dei Pieri, in contrà de la fata, del principe d’oro… ecc. ecc.

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4 maggio 2011 3 04 /05 /maggio /2011 09:08

Vedere il mondo dal punto di vista di un disabile con spina bifida e idrocefalia, che sta in sedia a rotelle non sembra una prospettiva accattivante. Forse è per questo che l’io narrante di questo racconto rivela questa sua condizione solo dopo la prima pagina, ovvero dopo averti pienamente convinto che vale la pena leggerlo tutto. E’ formidabile.

La qualità letteraria di questo racconto sta nell’originalità e la efficace semplicità con cui Bianchi ti mette sulla sedia a rotelle, in un ambiente di lavoro fatto anche di dispetti e di barriere per coinvolgerti nella problematica emotività di un disabile. Alla fine ovviamente ne esci più che convinto della necessità di fare qualcosa contro le barriere architettoniche e ne esci consapevole di cosa possa essere la televisione coi suoi programmi per persone che non hanno la vita standard. I conduttori sono gli amici di Pietro, il disabile che racconta, e sono anche i suoi confidenti, i personaggi che sanno offrirgli una chiave affettiva della realtà. Da Ambra a Maria De Filippi fino a Mike Bongiorno, che appare in bagno, il bagno delle donne perché quello degli uomini ha un gradino, come un’entità mistica che lo consola: “Allegria, Pietro. Allegria.”

 

Pietro puzza davvero o no? In quelle accuse c’è solo malvagità o anche un briciolo di fondamento? Il lettore è libero di pensarla come crede, ma in ogni caso c’è qualcosa che si potrebbe fare e che invece non viene fatto… e quello è un ambiente di lavoro, non un programma televisivo. 

Insalata per Pietro.Pranzando con Pietro mangerei un’insalata di fagiolini con mozzarelline e olio d’oliva. Ci starebbero bene anche delle patate lesse con fagioli borlotti, ma è meglio stare attenti al gonfior di pancia…

Se la giornata è calda ci starà molto bene invece del pomodoro datterino. Ne esce un piatto tricolore che simbolicamente ci richiama alle nostre responsabilità: siamo di fronte a Pietro e a quelli come lui; ci decidiamo o no a superare i nostri pregiudizi? Continueremo a tagliare le spese pubbliche perché sono “improduttive”? Continueremo a togliere loro la parola con le offese come si fa in parlamento? Dico: non in fabbrica, ne bagno degli spogliatoi, nel PARLAMENTO DELLA REPUBBLICA!

 

Come vino suggerirei un bicchiere, non di più, di bianco fermo trevigiano. Niente bollicine, neanche nell’acqua, perché danno un’allegria artificiale, quando invece quella autentica è dentro di lui.

 

La musica giusta potrebbe essere nelle canzoni più ironiche di De Gregori… sotto le stelle del Messico a trapanàr.

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19 aprile 2011 2 19 /04 /aprile /2011 11:05

Il cancello della memoria” di Annalisa Castagna - Editrice Veneta – Vicenza 2010

 

Cancello-della-memoria--copertina.jpgE’ una fiaba. O meglio è un romanzo breve, un racconto di 150 pagine che attraggono, toccano il cuore e in definitiva piacciono. Il racconto è posato, contestualizzato, quasi realistico, ma intimamente è una fiaba. Il mondo è cattivo, la vita è dura, la guerra spietata, ma l’amore avvolge tutto e ci riporta nella grande dignità di chi ama.  In questo tipo di mondo una ragazza buona, brava e perfetta , figlia di poveri operai con vita e tradizioni contadine (assolutamente veneto pedemontane), spinta dall’intimo richiamo di una verità che vuole caparbiamente farsi strada, scopre il segreto delle sue origini. Ed è l’antico segreto delle fiabe.

Il messaggio è chiaro e pervade ogni pagina del libro: umiltà e moralità danno forza, sicurezza. Fede. E tutto questo dona la verità e la giustizia. Ciò avviene percfoto-68-Valdagno.jpghè nel cuore della nostra gente alberga l’amore, non c’è il male, non c’è il peccato, c’è la dignità e la forza di una cultura secolare fondata sul lavoro e la famiglia.

 

E’ una visione utopica del sessantotto e della Guerra di Liberazione. Ed è assolutamente legittima, anzi è affascinate e giusta come una fiaba appunto, una stupenda fiaba per chi legge, per immergersi nella speranza. Speranza e fiducia nell’umanità. Un mondo d’amore.

 

E’ vero, non c’è neanche il perdono, ma è proprio la sua mancanza che il lettore sentirà alla fine fino ad desiderare il completo perdono dell’odiato nemico. Ed è proprio questo il sentimento finale del libro.

E’ vero, c’è ancora il pregiudizio, come quello sociale fondato sulle differenze di classe, ma c’è la grande dignità di chi mette in campo l’arma la lotta per superarle.

La lotta è quella studentesca, operaia e sindacale del sessantotto; quella che a Valdagno ebbe il suo primo apice il 19 Aprile 1968.

 

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18 aprile 2011 1 18 /04 /aprile /2011 16:29

Il rubinetto di Pornacide - Miniracconto di Francesco Boschetto 

 

In quel dì diciotto d’Aprile del millenovecentosettantaquattro l’autostima del professor cosavaicercando era proprio andata a zero. La diagnosi era stata refertata e non v’erano più dubbi, si trattava di plessocrastia nerbo plastica.  Per gran parte della propria vita egli aveva temuto di finire i suoi giorni inginocchiato in un corridoio ospedaliero ed ora, carte alla mano, vedeva la sorte approssimarsi inesorabile. Per la verità, a quell’appuntamento con la sorte non era giunto impreparato, lo aveva infatti preconizzato per familiarità. Ma questa consapevolezza ora si rivelava insufficiente rispetto al bisogno di attenuare il morso dell’affanno. Il padre era morto tra le lacrime nell’inverno del quarantatrè mentre la sorella maggiore aveva lasciato la vita nel letto vedovile solo dopo la terza operazione di crestomazia del plesso. Di entrambe quelle morti ora ricordava l’espressione, l’incarnato ceruleo e gli occhi incavati. Certo la tenace, amata sorella si era battuta fino allo stremo, ma la morte aveva, appunto, avuto il sopravvento nel maggio del sessanta. Così il professor Pornacide Speroli sapeva che doveva morire, ma non era questo a ferire il suo animo, quanto piuttosto l’assillo di voler intuire dove, in quale organo e soprattutto fra quanto tempo si sarebbero manifestati i sintomi e, haimè, gli effetti di quella umiliante malattia. Il morbo avrebbe attaccato, ma dove? Nei piedi, come per il padre, costringendolo a sedersi sulle caviglie e a trascinarsi in carrozzella? Oppure il flaccido abbandono degli sfinteri, che abbatté la sorella con l’umiliante corredo di maleodoranti pulizie? Ma di tutti i malanni il terrore massimo era ciò che aveva colpito il nonno, la “septicemia in casu penis”. Del cui supplizio alla sola evocazione Pornacide diede conati e ne scacciò il pensiero con violenza. Che fare?

 

Il soprannome di “cosavaicercando” se l’era dato da sé, sulla scorta del verso di De Andrè. Negli ultimi anni egli aveva infatti varcato per decine di volte il portone di colei che, unica, gli avrebbe potuto dare la lezione. E lo faceva non per futile ludibrio, ma per onorare l’imperituro insegnamento di Tertuliano Postumo, cui aveva dedicato intense letture giovanili. “Duc in stabulis nec postea cum equo firmiter obscratis, sed Pone stabulum equo antequam perire potuisse animo”. (metti il cavallo nella stalla prima di perderlo). Ora gli restavano pochi attimi, forse qualche mese, per “trovar della vita pia sortita” e si  diresse quindi a quel portone. In animo aveva il desiderio e nell’inguine il sommovimento, mentre glottolaliava passo dopo passo le parole del Pharmacum, testo di Nequizio Banchieri (1562), ovvero: “proferir gioie di sesto in selva amara”.

 

S’era a Genova, in Via della porta Sperola 45 in mattinata afosa. La Fiat 124 color crema con alla guida Carlos Carlotti, capo della colonna ligure, sfrecciò preceduta dal motociclo d’avvistamento. L’auto del giudice fu tamponata in un attimo e nell’urto si sollevò il cofano. Questo effetto imprevisto fece uscire dalla vista il settore portante del quadro visuale di Moreno Daziali, che era stato preposto al presidio del settore nord della strada e il colpo di pistola colpì il nostro professore. Nonostante l’imprevisto danno collaterale l’azione venne portata a termine con freddezza ed efficacia dal commando, mentre l’inguinale recisa spruzzava flutti di sangue imbibente sui pantaloni. Al professor Pornacide Speroli furono necessari sei minuti per morire dissanguato. Sei minuti di eterna ed assetata morte durante i quali egli vide la sua vita intera dissolversi nel vuoto mutilo del proprio inguine. Da qui fuoriusciva il sangue come da un  rubinetto. E da lì detto sangue percorreva le fughe tra i blocchi di travertino fino a tuffarsi nel tombino dove, ingoiato l’ultimo sogno, il professor Pornacide potè finalmente arguire la conclusione che non era mai riuscito a trovare negli Annales (Tacito): “Haedus vitam cessat si tapulum necat”. (Se perdi il rubinetto, fai la fine del capretto).

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17 aprile 2011 7 17 /04 /aprile /2011 22:54

pan_di_spagna.jpgDi seguito commento una lettura adatta a chi non si sente padrone del mondo.

 

LUCE NELLA BATTAGLIA: STORIA DI MATILDE di Barbara Garlaschelli

 

Una ragazza che ha il tratto fondamentale della propria vita già nel suo nome, si narra in nove pagine con un testo leggero, ma intenso, che viene intervallato da sogni di tre frasi.

 

MATILDE, scrive la protagonista, deriva dalla fusione di due etimi dal tedesco: mathi + hildjo ovvero forza e battaglia, mentre il nome della madre di Matilde è Lucia che significa luce. Da qui Luce nella battaglia, espressione che nei suoi toni evocativi spiega questa vita difficile, ma tutto sommato felice e serena perché la presenza della madre è la forza di Matilde. Una forza che non le danno né il suo cuore né i suoi reni, organi operati in diversi momenti della sua giovane età. Matilde infatti è “una persona normale rinchiusa in un corpo che non le sta dietro”, dice Lucia, ed è a mio avviso in quel “rinchiusa” che sta il senso della fatica di vivere che trasmette il racconto.

Anche qui come in Matteo B.Bianchi il racconto ti dona il punto di vista di una persona diversamente abile. E così scopri che in quella battaglia la luce è fatta di tanto amore, vera medicina della vita di Matilde. Attorno a questa ragazzina c’è infatti un continuo lavoro d’amore, tanto affetto che lei sente e di cui si nutre per affrontare la vita. E così la vita vince sulla morte, tante volte annunciata dai medici. Ciò nonostante “Nessuno, a parte mia madre e qualche medico, mi ha aiutata.”

 

I genitori ottengono entrambi il part – time pagandone il prezzo dell’emarginazione al lavoro e questo è l’unico accenno che accomuna il racconto al tema della raccolta in cui è stato pubblicato, che ricordo:”LAVRORO DA MORIRE. Racconti di un’Italia sfruttata”. Le note biografiche dicono che Barbara Garlaschelli è un’autrice, tra l’altro, di libri per ragazzi.

 

Con questa lettura non è male gustare un dolce, ma non un dolce esagerato, di quelli che ti tirano su dalla depressione, ma ti fanno star svegli alla notte, come potrebbe essere una Sacher ad esempio. Direi un dolce semplice, sincero e pieno d’amore: un pan di spagna con l’alchermes ad esempio.

 

Come musica penso che Le Nuvole di Fabrizio De Andrè possano dare il tono giusto.

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15 aprile 2011 5 15 /04 /aprile /2011 14:52

Impero-delle-bombe-democratiche.jpg

L’impero delle bombe democratiche.

Microracconto – by Francesco Boschetto

 

Nell’autunno dell’Era Civile l’imperativo monocratico globale si fece potente e caustico. La presidenza della commissione OIG per i Diritti di Datazione era appena passata all’esponente dei momogameti, cui spettava per turno, col conseguente aumento di influenza delle nazioni Tardive. Queste non erano ancora un gruppo particolarmente coeso e perciò non vennero percepite subito come un pericolo dalle nazioni Uniche; le quali tralasciarono di rafforzare il proprio cartello e si presentarono disunite alla conferenza di Berlino.

Fu questa la tragica sottovalutazione che portò alla prima catastrofe umanitaria. Nel Giorno della Civiltà, infatti, gli angeli di Swedenborg lanciarono le rune cosmiche sulle basi elementari, causando enormi perdite collaterali tra i fedeli dell’intuito. Un fatto grave, che non poteva lasciare immutato il quadro motivazionale. Si rendeva perciò necessaria ed urgente una nuova Global Suasion.

 

Ad analisti ed osservatori la decisione apparve fin da subito nei suoi termini problematici. Non risultava infatti né semplice né scontata, ma alla fine l’aspetto che risultò intollerabile agli occhi di entrambe le fazioni mondiali, fu proprio il fattore datazione. La coincidenza di date per le Uniche esprimeva paradossalità, e quindi ingiustificata ostinazione, mentre per le Tardive esprimeva spregio numerologico e quindi immoralità. Da qui la decisione unanime di passare alle vie di fatto, decisione che venne presa con la sola riserva del Gran Polare Umido, rappresentato per l’occasione dal vice proferente Gregorio Strappovny in persona. I notisti riportano che costui fece un intervento di alto profilo, tanto da confermare nell’animo dei convenuti il suo ammirato senso della storia.

 

Come principale teatro di scontro venne indicato l’Empireo Secco sul quale si riversò già nella notte stessa la maggior parte delle stecche cianotiche, ma in realtà, e contraddicendo ogni previsione, ciò non ebbe il minimo effetto sulla struttura locale.

Gli strateghi OMUN  (l’organizzazione monocratica delle Nazioni Uniche) videro in questo il pericolo di uno stallo indesiderato e ne trassero occasione per attribuire le cause alla scarsa dotazione del dispositivo meteo-plotter. Ne ricavarono quindi una opportunità e ottennero, in sole sedici ore, un rifinanziamento della missione. Un successo. Un successo che venne riconosciuto anche dai rappresentanti del Catodo Australe, i quali però chiesero ed ottennero che il nuovo piano venisse subordinato ad una rimodulazione degli steps di verifica.

 

Ma l’autocompiacimento durò poco, perché fu proprio in questa nuova fase che si determinò la seconda catastrofe umanitaria. Migliaia di conferenti del sandalo, mobilitati per la Festa del pellegrinaggio Solare, vennero coinvolti negli effetti collaterali e fusero nel nucleo. Un vero disastro d’immagine. La missione era al collasso.

I sondaggisti colsero un tremito nella fascia mattutina, quando venne trasmesso in diretta l’intervento di salvataggio di Karima, la bambina bianca aggrappata al dorso dell’antilope a sei zampe, ma l’emozione positiva non prevalse e il sentimento di stabilità e fiducia durò poco.

Gli operatori d’immagine blaterarono per qualche ora di “future safety trends”, puntando soprattutto sulla raccolta fondi “una vita per Karima”, ma nelle ore successive il consenso dell’opinione pubblica mondiale raggiunse il più drammatico minimo storico. La missione venne sospesa, con destituzione dell’intera catena di comando, in attesa della nuova riunione del gabinetto di circonferenza.  

 

Ne approfittò subito il leader empirioseccico Al Menhaff per un repentino riposizionamento. Ed ebbe un certo successo perché fece saltare le dighe solari della Piana Empirea inondando i beduini di BES, beneficio energetico standard. Ma il successivo tentativo di sottomissione degli animali sferici venne percepito come un’ingerenza illegale e provocò l’immediata condanna dell’intero consesso internazionale. Il gabinetto di circonferenza espresse immediata ed univoca condanna e deliberò le opportune sanzioni di confisca derivativa e congelamento dei marchi fruttiferi.

 

E fu il terzo ed ultimo passaggio di fase, ciò che determinò la caduta dell’Impero delle bombe democratiche. La manovra di rifinanziamento del terzo attacco attraverso le risorse confiscate, manovra che aveva suscitato gran plauso negli ambienti finanziari e al tempo stesso stimolato un proficuo interesse nei piccoli e medi investitori, non fece in tempo a dispiegarsi perché fu preceduta dalla grande esplosione. L’asse terrestre si rovesciò in quattro tempi e la massa terracquea polarizzò dando luogo al fenomeno, tristemente noto, della campana cosmica dematerializzata.

 

Ed è esattamente questo istante finale che ora traccia l’empowerment in ciascuno di noi.

 

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8 aprile 2011 5 08 /04 /aprile /2011 07:26

Qui siamo su un altro piano. Il giovane Bajani, già autore de: “MI SPEZZO MA NON M’IMPIEGO” (Einaudi molto ben recensito e lettura promettente), è bravo.

Il materiale da cui parte è una perizia di incidente sul lavoro. Un incidente grave, mortale che avviene a nove metri di altezza dove in pratica il corpo dell’Operaio imbianchino vittima della folgorazione si “inceppa” “in un punto che non é né in cielo né terra”. In pratica una morte che non sta né in cielo né in terra… Ma attenzione, qui non c’è svolazzo letterario né fiction, non c’è polemica e non c’è ironia, qui c’è la scrittura. Una corrosiva, creativa, sottile e umana tecnica lessicale da scrittore evoluto. Interessante perchè non c’è particolare vis polemica nel testo, infatti il giovane scrittore non se la prende e non accusa nessuno, ma è come se lo facesse. E si induce nel lettore un rifiuto emotivo per una morte che trova tutta la sua drammatica assurdità e incomprensibilità nello sguardo del giovane Tirocinante. Costui lo guarda dal basso all’alto e chiama, lo chiama stupito, forse inebetito e così nasce la consapevolezza della morte sul lavoro. Semplice e drammatico.

E’ un testo attraverso il quale l’autore si rivolge al morto gli da de Tu: “Tu non sei morto per sbaglio, ma poi alla fine non c’è nessuno che muoia a ragione.” L’autore però non lo conosce e può rivolgersi a lui solo in congettura, come si farebbe con un nuovo vicino di casa del quale non si sa niente ma si cerca di capire che tipo sia interpretando i suoi rumori dall’altra parte del muro.

E il muro qui è la perizia stessa: una barriera che vieta, separa e in definitiva serve proprio a non farsi capire se non per congettura.

 

Ho apprezzato molto il testo di Bajani perché in qualche modo rende giustizia. C’è una sorta di appagamento, una sorta di paradossale contropartita letteraria che controbilancia l’effetto muro della perizia legale. E’ una morte senza senso agli occhi del giovane che la vede, ma quella morte trova qui un nuovo senso agli occhi del lettore. Grazie alle parole di Bajani.

 

Cosa mangiare ?

Qui bisogna fare i seri. Ci vuole qualcosa di autentico, direi qualcosa che dia un senso di rispetto, solennità, o meglio ancora dignità. Ecco: dignità è la parola che mi pare più appropriata; la dignità del lavoro sia per questa morte che per il tema del lavoro in generale. E allora prendiamo radici. Prodotti della terra che bisogna cercare, amare e curare e poi, quando ti danno il gusto, bisogna saper apprezzare.

Dalle mie parti i boschi ci offrono molte di queste cose: “carletti”, bruscandoli, asparagi selvatici, ma anche castagne, frutti di bosco, come i mirtilli e poi, soprattutto i funghi. Ma non voglio avventurarmi in un terreno che non è il mio. Ci sono autori straordinari, pensiamo solo a Rigoni Stern, che hanno saputo descrivere l’atmosfera intensa che è connessa con questi cibi, con la loro ricerca e il loro significato, se volgiamo anche antropologico. Per cui mi limito a postare questa foto, che ritrae il momento esatto in cui lo “sparase” viene colto, tagliato alla radice dove c’è la parte più buona. Ecco, associo questa immagine al racconto perché in quell’istante non è una vita che cessa, ma un cibo che nasce.photo Sparase

 

Cosa ascoltare?

La prima cosa che mi viene in mente è il Bolero, di Ravel. Scontato, si dirà; quello è talmente bello e solenne che può stare dappertutto. E’ vero, ma qui ha un legame in più: rende giustizia. Se si vuole lascir stare i motri sacri si può allora ascoltare “E canterà” scritta da Bepi De Marzi per i suoi Crodajoli. In entrambi i casi, a metà del pezzo, quando cambia la tonalità e prende suono la parte più intensa del crescendo, c’è un trasporto verso una dimensione superiore ove ci si accorge che tutto torna e anche la parte che si era ascoltata prima trova un nuovo significato, un “senso” migliore. Ecco, è questo il senso, un senso di dignità e pienezza, che, nel mio mondo emotivo merita chi muore sul lavoro.

Ed è appunto il senso che si può trovare in questa lettura di Bajani.

 

 

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5 aprile 2011 2 05 /04 /aprile /2011 08:14

lavoro-da-morire.jpgEinaudi nel 2009 ha pubblicato "LAVORO DA MORIRE", una raccolta di racconti sul tema del lavoro e la sua sicurezza. Alcuni mi sono piaciuti molto, altri un po' meno.

 

Tullio Avoledo, “IL PESCE GRANDE MANGIA IL PESCE PICCOLO” (2009)

Il breve racconto di quindici pagine è narrato da un padre cinquantenne del 4 giugno 2018. Il mondo è in piena crisi economica a causa dei cinesi che hanno vinto la battaglia economica e spiazzato le piccole imprese. La nuova generazione ha una crisi molto tosta da affrontare e la vita del futuro avrà decisamente meno benessere di quella dei padri. Il PIL non cresce da dieci anni i piccoli imprenditori sono figure scomparse e quasi leggendarie, al punto che si fanno interviste che ne ricostruiscono il passato. Mancano le lamette da barba perché nessuno le produce più e il narratore ne usa una, l’ultima, che non essendo più affilata fa rimpiangere l’epoca della opulenza e lascia pelacci ruvidi in giro per il mento. La metafora vuole indicare il livello di crisi economica che si è raggiunto, e forse allude al fatto che i cinesi di barba ne hanno poca e non sono esperti di lamette.

Il tema quindi riguarda il lavoro del piccolo imprenditore artigiano come specie eroica, ma estinta, e viene trattato senza ironie, con spirito malinconico e cinico, un po’ fantascientifico. Anzi fantatecnologico perché descrive complicati sistemi di rielaborazione dell’immagine il cui uso ormai ha fatto perdere il gusto dell’identità individuale, il gusto di mostrare la faccia.

L’accenno al tema della sicurezza sul lavoro sta nell’ultima pagina del racconto e mi fa sospettare che tutto sommato sia stato aggiunto senza far parte dell’ispirazione originaria. Un’ispirazione molto più centrata sull’impresa famigliare, in particolare sulla figura dell’artigiano piccolo imprenditore (tipo nord est e Lombardia) con l’assillo delle tasse, dell’INPs , ma anche con tanta voglia di fare e la consapevolezza del valore del welfare e dell’associazionismo. Valori che andranno perduti con la globalizzazione.

 

Un testo scorrevole, centrato in gran parte sull’intervista. Le pagine dell’ intervista contengono materiale che potrebbe essere assolutamente vero e attuale, ma che viene trasformato in materiale narrativo da un escamotage semplice, quasi infantile, ma tipicamente letterario: la post-datazione.

 

L’autore ha anche scritto e pubblicato almeno altre quattro opere, tra le quali L’ELENCO TELEFONICO DI ATLANTIDE (2003)

 

 

Cosa mangerei con questo racconto.

Asparagi. Di stagione, tritando molto il gambo e salvando le punte, che aggiungerò dopo, in un buon risotto preparato con la pentola a pressione. Il soffritto direttamente in pentola, lo preparerei con meno cipolla e starei leggero col burro. Anzi, considerando che alla fine sarà dominante il profumo terroso, metterei niente burro e solo olio d’oliva che così si rosola più lentamente. Poi, prima di aggiungere brodo fino a copertura e chiudere la pentola, un angolino di dado al glutammato invece del sale. Quattro minuti di sbuffo quindi lascio sfogare e apro la pentola per il controllo di sapidità. Se del caso aggiungo un po’ di sale fino, ma attenzione: niente formaggio grattugiato, altrimenti ci freghiamo proprio il profumo di punta d’asparago. E a questo punto, tiepido e leggermente rappreso, via! In tavola, con un calice di Pinot Nero vivace, dei colli piacentini.

 

Che musica ascolterei.

Non so se è appropriato, ma penso a Puccini. Un bel dì vedremo, levarsi un fil di fumo… e magari canticchiarla facendosi la barba. Ma a proposito… io le lamette non le uso più da oltre vent’anni. Allora, pensando a questo racconto, è proprio il caso di dire: “Alla faccia” !!

 

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31 marzo 2011 4 31 /03 /marzo /2011 14:23

30.3.2011

L’amour di Cherubini

 

Cherubini-1.jpg

Il decollo è un po’ lento, pesantino, ma poi il romanzo vola alto. Vola alto e l’ultima parte è decisamente buona. All’inizio l’ho trovato anche opaco e diluito, poi, quando ho cominciato ad intuire la “fabula”, ovvero dove la storia va, o può andare a parare, ho capito che era il romanzo giusto. Avevo letto la recensione consultando Vibrisse, il sito di Mozzi, intuendo che l’idea narrativa era connessa con la clonazione. E questo è un tema che scatena le mie fantasie e curiosità dietrologiche da almeno una decina d’anni; quindi, è il caso di dire “era ora”.

 

Perché mi è piaciuto.

Principalmente perché sottintende l’ipotesi che la clonazione umana sia una realtà già esistente e operante tra noi da molto tempo e che ciò avvenga in un contesto di copertura e segretazione. In secondo luogo perché affronta questo tipo di storia senza ricorrere agli stereotipi degli scienziati pazzi e supereroi. Non ‘cè il registro fantascientifico, ma registro romantico. C’è un amore wagneriano, mortale ed eroico, che si realizza nel desiderio di dominare la vita. Dove questo “dominio” è quello moderno della genetica. Se la genetica è il dominio della vita, qui essa è il fuoco che realizza il desiderio dell’eroe romantico. E lo fa nel tempo differito, gabbando la morte. E’ un po’ contorto, ma solo per come lo spiego io; invece Cherubini lo fa con efficacia e dolcezza a pagina novantasette dove scrive:

 

“Quello di vivere dopo la morte è un desiderio che si può corteggiare ma non realizzare: da esso dipende nella sua essenza il successo delle religioni, tra tutti i rimedi gli unici che promettano, ove si rispettino tutte le clausole del contratto di adesione, un qualche tipo di vita eterna. Cornelio Rufi [un personaggio che fonda la storia n.d.r.] e la sua compagna d’elezione non desideravano l’immortalità in questa vita, poiché non era in essa che avrebbero potuto unirsi. Desideravano piuttosto che questo accadesse in una vita successiva, ma corporea e su questa terra.”

 

Ecco, queste parole sono sufficienti a presentare il nocciolo del romanzo senza addentransi troppo e togliere al lettore il gusto della scoperta.

C’è quindi il “mistero”, cioè l’ingrediente narrativo che oggi come oggi va per la maggiore,(Dan Brown docet), e c’è la genetica, quell’oscuro campo di nuove curiosità che si prospetta inquietante  di fronte all’opinione pubblica moderna.

Ovviamente i miei giudizi sono solo valutazioni pragmatiche e assolutamente soggettive. Il mio non è un punto vista professionale, io non mi pongo il problema di valutare se ho letto un testo che vale la pena di editare o no, non mi pongo neanche la pena di valutare l’attendibilità scientifica, o l’originalità narrativa ecc. Mi pongo il problema di quanto questa lettura, le ore che vi ho dedicato, i soldi che vi ho speso, le emozioni che ho provato siano state spese bene. E qui andiamo sul sicuro. Bilancio positivo.

 

Cosa mangerei con questo libro.

Più che di mangiare qui si tratta di bere. Anzi chi apprezza il libro deve bere un preciso cocktail indicato dall’autore: si chiama proprio HISTOIRE D’AMOUR. 3 parti di succo d’arancia; 1 parte di brandy d’albicocca; 1 parte di vodka.

 

Dice l’autore alla fine:

 “ Qui finisce l’avventura di Cornelio Rufi … se a voi è piaciuto leggerla bevetevi un histoire d’amour  alla mia salute. A ma è piaciuto raccontarla.

 

A me è piaciuto leggerla, ma non ho il brandy d’albicocca. Bevo comunque alla salute di Paolo Cherubini una spremuta di arance alla vodka. 

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