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12 febbraio 2020 3 12 /02 /febbraio /2020 17:58

 

 

Leggo oggi Savana Padana, romanzo edito da TEA (Tascabili Editori Associati) nel 2012.

 

Il cuore geografico del Veneto è la Bassa Padovana. “Savana” è un termine che significa vasta prateria con alte erbe e rari alberi (savannah treeless plain) da qui l’espressione savana padana. Ma significa anche assenza di acqua, cosa questa che non corrisponde  alla realtà geografica e neanche, peraltro, alla vicenda narrata.

Siamo quindi in una ambientazione narrativa che delimita una zona ambientalmente atipica ma geograficamente centrale in una più vasta regione. Qui fa molto caldo, un concetto questo che vien più volte richiamato nei capitoli iniziali, si beve alcool assai e girano soldi e coca.

E’ il primo romanzo di Matteo Righetto. Costui è oggi un operatore affermato nel campo della narrativa resosi noto all'inizio con questo breve romanzo di 130 pagine scritto con piglio ironico e graffiante. In esso la savana padana, un’area veneta centrata nel paesello di San Vito, é terra di scorrerie violente poste in essere da banditi autoctoni ed etnie immigrate. Cinesi, rom e bande alla Maniero interagiscono localmente determinando anche dei rischiosi cortocircuiti criminali che a loro volta alimentano la storica xenofobia veneta già messa alla prova dall'immigrazione di stato.

La cronaca purtroppo ci dice che non siamo molto lontani dalla realtà. Anzi, forse il clima velenoso ivi narrato è solo troppo concentrato in un solo episodio. Forse il clima è un po’ troppo parossistico e i personaggi troppo caricaturali, ma questa è anche la cifra righettiana che si inserisce in un filone ormai fluente e fertile. Un filone dove troviamo Carlotto per il noir e gli altri autori di taglio splatter come ad esempio Matteo Strukul e, se vogliamo allargarci Matteo B. Bianchi e Sandrone Dazieri. E contribuisce a consolidare un’immagine narrativa del Veneto che è indelebilmente segnata dalla caricatura che ne ha fatto il film La lingua del santo di Mazzacurati (con Antonio Albanese che scorazza in bicicletta per i colli euganei) nell’anno 2000.

In ogni caso otto anni dopo l’uscita il piacere di leggerlo è ancora intatto, e alcuni fatti di cronaca lo rendono più allusivo. Come gli sviluppi del caso dell’allevatore Valerio Sperotto di Velo d’Astico, in cui recenti analisi del DNA su resti di unghia hanno dimostrato che il cadavere della moglie era stato eliminato grazie alla voracità dei suoi maiali. Inoltre dal 2017 questo breve romanzo è diventato un’opera teatrale di successo, prodotta dal Teatro Stabile del Veneto con la direzione di Scandaletti.

 

Mi risulta comunque poco consolante osservare che nella realtà di questi otto anni il tema dell’immigrazione, centrale nel libro, è certamente attuale ed ha assunto una triste centralità nella politica ma non si è saldato coi fenomeni di criminalità violenta e non abbiamo scontri così clamorosi tra etnie. E se la vertenza autonomista, che è già partita, dovesse assumere toni polemici più aspri di quanto non sia stato finora, opere come questa non contribuirebbero a farne comprendere i termini reali e potrebbero essere usate propagandisticamente per alimentare il discredito dei veneti.

 

 

 

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26 novembre 2019 2 26 /11 /novembre /2019 23:45

 

 

 

Il GdiVi di oggi riporta un articolo che, dando notizia di un convegno archeo-antropologico di Creazzo, richiama alla attenzione dei vicentini un argomento riguardante aspetti misteriosi dell’America Latina. Il Paititi.

La “ciudad perdida” di Paititi è da tempo al centro delle ricerche. Si tratta infatti di uno dei tanti mitici luoghi dell’eldorado INCA che si troverebbe nel bacino del rio Madre del Dios a sud est del Perù. Ne erano convinti almeno trent’anni fa Jacek Palkiewicz e Carlo Lenci, componenti vicentini di un team internazionale incaricato di sviluppare un apposito progetto di ricerca. Tale progetto era sostenuto anche dal governo peruviano e utilizzava già allora il ground penetrating radar ovvero particolari immagini satellitari. Ora la notizia è corroborata da una foto che mostra una montagna quadrata perché tagliata come una piramide tronca. La foto è suggestiva perché lascia pensare ad una piattaforma aeroportuale spaziale. Un sogno che rimanda a suggestioni kolosimiane. Ma l’articolo è molto politically correct e non si permette sbandate complottistiche anche perché a lavorarci è impegnata l’archoeastronoma Silvia Motta di Milano. In quelle aree potrebbe essere esistita una civiltà agricolo-idrica fino al 1610; cioè quando scompare l’impero dei quattro cantoni Tahuantinsuyo che si estendeva dal sud dell’attuale Colombia al nord dell’Argentina con ad occidente l’oceano e ad oriente l’Amazzonia. Tale impero, espressione di una civiltà scomparsa era nato nel 500 d.C. (o nel 1130 a seconda delle scuole archeologiche) ed era crollato nel XVI secolo sotto le armi dei conquistadores. Esso avrebbe avuto come capitale CUZCO che sorge in una fertile e riparata valle laterale dell’Urubamba. Pakawara è il nome di una tribù realmente esistente fino a pochi decenni fa. Alcuni archeologi delle civiltà precolombiane sostengono che l’ultimo discendente potrebbe essere deceduto nel nordest della Bolivia nel 1992.

 

 

 

 

 

 

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18 novembre 2019 1 18 /11 /novembre /2019 15:13

 

 

 

 

 

Scott ha anche diretto il film ALL THE MONEY IN THE WORLD, il quale si ispira alla storia del rapimento del giovane Paul Getty.

Costui era il giovane e dissoluto sedicenne erede dell’uomo più ricco del mondo, ovvero l’omonimo petroliere, ma viveva a Roma senza reddito vendendo chincaglierie a Piazza di Spagna. Fu la ‘ndrangheta calabrese a prenderlo alle 3 di notte del 10 Luglio 1973 all’uscita del Tree Top, vicino all’ambasciata di Francia ovvero lo stesso luogo del rapimento Orlandi che avverrà dieci anni dopo. Egli venne liberato il 15 dicembre dello stesso anno dopo penose trattative con la famiglia culminate col famoso taglio dell’orecchio.

Il riscatto fu di un miliardo e settecento milioni. Un’enormità per l’epoca. E non può essere considerato come un semplice caso di cronaca. Anche qui c’è infatti qualcosa di più …

 

A questo caso Imposimato dedica un capitolo del suo libro L’ITALIA DEI SEQUESTRI, edito da Newton Compton nel 2013. Egli lo considera un caso guida per la stagione successiva dei sequestri italiani ed individua delle anomalie sospette. In particolare la competenza territoriale selettiva che indicherebbe la presenza di qualche manina.

 

La banda dei rapitori era composta da ‘ndranghetisti calabresi che avevano base operativa a Roma per le trattative mentre la prigione era in Calabria. Il nonno Getty, che all’inizio non voleva pagare perché sospettava che si trattasse di una manovra estorsiva interna alla famiglia, incaricò un personaggio del suo entourage petrolifero che era stato anche un abile ex agente della CIA, di condurre la partita in Italia e fu sotto la sua iniziativa che avvenne la consegna del denaro e la liberazione del ragazzo. Tale liberazione che avvenne dopo due giorni dal pagamento, e nel giorno dell’ottantesimo compleanno del magnate, comportò per il prigioniero centinaia di chilometri a piedi con una marcia forzata bendato nella neve prima e un lungo cammino notturno da solo in autostrada poi, sotto un’acqua tempestosa. Il giovane indossava un semplice maglione al momento in cui, annichilito dal freddo, fu trovato da un camionista ma i rapitori gli avevano fornito abiti nuovi e di qualità.  

Tale camminata lo spostò dalla Calabria alla Basilicata ed ebbe come effetto una accorta selezione della competenza territoriale. Venne infatti sottratta ogni competenza alla magistratura di Roma, a quella di Palmi e di Reggio Calabria relegandola al tribunale penale di Lagonegro; ovvero il luogo ove era cessata l’attività dei sequestratori, come prevedeva la legge dell’epoca. “Ciò significa”, osserva Imposimato, “che qualche raffinato esperto giuridico aveva informato i mafiosi circa la competenza territoriale” (pg 46). Tale sede infatti non aveva la preparazione e la dotazione necessaria per tale tipo di attività criminale.

L’episodio del pagamento che era avvenuto due giorni prima, dopo 158 giorni dal rapimento, si era svolto appunto all’uscita Lagonegro della Salerno Reggio Calabria ed era stato attenzionato dalla polizia. Mr. Chace consegnò tre sacchi di juta contenenti il denaro direttamente a tre persone in un terrapieno. La polizia giudiziaria individuò una banda di sedici persone, ma il processo non riuscì a provare il nesso col rapimento e gli accusati vennero assolti per insufficienza di prove.

Soldi spariti e due sole condanne: il proprietario dell’auto usata e un personaggio sorpreso a riciclare pochi soldi provenienti dal riscatto.

 

 

Paul, figlio di alcoolizzati distrutti dalla droga, non ebbe vita felice. Ebbe il figlio Balthazar a diciannove anni, del quale sposò la madre incinta e a causa di questo matrimonio fu diseredato dal nonno. Restò paralizzato nonché semicieco quando, nel 1981, fu colpito da un ictus causato da una miscela di Valium, alcool e metadone in overdose. Passò in carrozzina gli altri due decenni della sua vita e morì in Inghilterra, con la famiglia sfasciata, nel 2011.

 

Il libro di IMPOSIMATO insegna che l’Italia dei sequestri è la stessa Italia delle trame eversive.

Hanno ammazzato Pablo. Pablo è vivo… Da Garibaldi ad oggi, passando per Ippolito Nievo, Matteotti, Portella della Ginestra, Mattei, Piazza Fontana, Moro, Emanuela Orlandi e tanti altri, fino a Capaci, ad Abu Omar e chissà chi altro O, Oh ooh! ancora i tuoi quattro assi bada bene di un colore solo li puoi nascondere e giocare con chi vuoi… o farli rimanere buoni amici come noi… ecc.ecc.

 

 

 

 

 

 

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17 novembre 2019 7 17 /11 /novembre /2019 18:56

 

 

 

 

 

Interessante dibattito la sera del 15 a Palazzo Festari di Valdagno dove è stato presentato il romanzo-Thriller che si ispira alla vicenda di Francesca Benetti, ex valdagnese scomparsa in circostanze attenzionate dalle cronache nazionali.

L’autore è l’avvocato della famiglia della vittima, apparso più volte in circostanze televisive, il quale è anche promotore di una proposta di legge per il procedimento d’ufficio, anziché per querela, nei casi di violenza entro le mura domestiche.

 

 

La presentazione del libro è stata trasformata in un dibattito sul tema della violenza in vista della imminente scadenza del 25 Novembre. In tal modo, grazie al magico Guanxì, è stata evitata l’ignavia ovvero il rischio di non fare niente col Comitato per le Pari Opportunità in fase di dismissione dopo le elezioni amministrative.  

La nuova assessora ha fatto il suo piacevole debutto informandoci sulla drammatica attualità del fenomeno la cui casistica è in costante aumento mentre il giornalvicentino Diego Neri ha diretto il trafficato dibattito.

Il risultato è stato quello di una bella serata, dignitosamente partecipata dal pubblico cittadino.

 

Caso Benetti

Francesca a 55 anni, vedova ex insegnante di educazione fisica, è scomparsa i primi giorni di Novembre 2013 dopo aver comunicato ad Aldo, il suo uomo da poco tempo, che si sarebbe recata nella villa di Potassa vicino a Grosseto, di sua proprietà. Francesca aveva in mente di trasformare la villa in un Bed & breakfast e a questo proposito aveva incaricato il custode sig. Bilella suo dipendente, di alcuni lavori che però non venivano eseguiti. Pertanto lei aveva deciso di licenziarlo. I media hanno molto insistito sull’esistenza da parte di costui di un amore ossessivo ma negato, nei confronti di Francesca. Ciò avrebbe costituito il movente per un delitto passionale. In questi termini si è espressa anche la sentenza di primo grado con una condanna all’ergastolo.

Il corpo di Francesca non è mai stato rinvenuto, ma le indagini hanno evidenziato tracce ematiche sull’auto del custode e sui sanitari dell’abitazione tali da rendere sostenibile l’ipotesi di un uso del coltello per uccidere e distruggere il cadavere.

L’assassino però, pur confermando l’attrazione amorosa, si dichiara innocente e su questa base ha impugnato la sentenza ricorrendo in appello.

 

Il caso Field

E’ una storia immaginaria ambientata in Inghilterra tra la cittadina di Hamble e i boschi di New Forest, che ricalca il caso italiano. A scriverla è stato l’avvocato, già autore di un thriller su temi analoghi. La storia si sviluppa in duecento pagine che raccolgono due linee narrative parallele caratterizzate da due diverse grafiche: una immaginariamente scritta in prima persona dalla vittima, Lorna Field; l’altra in terza persona come cronaca dell’indagine che vede protagonisti l’ispettore Norse e i suo vice Freeman. Tempi e fatti coincidono con quelli avvenuti per Francesca, cambia solo l’ambientazione geografica e alcuni approfondimenti relativi a circostanze retrostanti la biografia di alcuni personaggi.

La struttura in 43 capitoli è quella del classico giallo la cui tensione “Who’s the murder” viene tipicamente risolta in ultima istanza dopo il passaggio da un sospetto all’altro.

La vicenda narrata si ferma al momento della cattura senza inoltrarsi nell’iter giudiziario secondo un modello e uno stile di narrazione molto più vicino all’ispettore Barnaby di Caroline Graham che, per fare un esempio, al cacciatore del buio di Donato Carrisi.

 

Caso Francesca/Lorna

La nota che segue è imprecisa anche per evitare di svelare il finale.

La narrazione in prima persona è inquietante e toccante al medesimo tempo. E’ la parte che più può coinvolgere emotivamente il lettore mentre la parte in terza persona è coinvolgente più che altro per un lettore che voglia cercare nel testo messaggi su ciò che il processo italiano non ha detto. A mio avviso questi ci sono. E stimolano l’immaginazione di chi non si sia accontentato della verità giudiziaria.

Io sono, nel mio piccolo mondo di lettore giallista, tra costoro. La lettura infatti mi ha stimolato, nel mio privato e ludico delirio dietrologico, l’idea che ci troviamo difronte ad un caso, ahimè uno dei tanti, in cui anche gli organi riservati dello stato hanno qualcosa da nascondere; tipo coperture, doppie identità, criminalità organizzata ecc.

Ma certamente apprezzo e condivido l’eccellente omaggio che l’autore implicitamente fa alla madre della vittima e al suo presentimento, al suo desiderio, che Francesca Lorna sia in realtà ancora là. Dietro quella finestra…

Ed è quindi in questa lettura che si possono porre dei fiori per Francesca.

 

 

 

 

 

 

 

 

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3 novembre 2019 7 03 /11 /novembre /2019 23:52

 

 

 

 

“The House of Gucci: A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed.” Scritto Sara Gay Forben è il libro al quale si è ispirato Roberto Bentivegna per scrivere il film Di Ridley Scott interpretato da Lady Gaga e pubblicizzato in queste settimane.

Si tratta della murder story su un assassinio che ha visto la condanna della moglie dello stilista Patrizia Reggiani quale mandante.

Maurizio Gucci, noto per l’omonima importante casa di moda, venne assassinato nel 1995 e per tale omicidio la ex moglie venne condannata a diciotto anni di galera. Di questa vicenda mi interessa soprattutto la connessione con la pista che, nell’ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana, ha portato il giudice Guido Salvini a sviscerare le connessioni con il terrorista bombarolo arzignanese Delfo Zorzi.

 

Chissà se il film ne parla.

Delfo Zorzi è uno dei principali stragisti veneti protetti dai servizi segreti. Ha messo una bomba il 12 dicembre 1969 a Milano e nel 1974 è fuggito in Giappone dove è stato ampiamente aiutato a rifarsi una vita. Oggi è un cittadino nipponico e da imprenditore di successo svolge un ruolo di rappresentante del made in Italy. La cosa è tenuta in disparte con qualche imbarazzo dalla narrazione di regime, ma dimostra con nettezza che i militari dell’esercito segreto italo-statunitense che in nome dell’anticomunismo ha fatto 150 morti e 600 feriti tra inermi cittadini italiani vengono tutt’ora coperti, aiutati e ampiamente premiati.

Delfo Zorzi a Tokio è stato aiutato dal diplomatico e orientalista Romano Vulpitta che lo ha introdotto negli ambienti di import-export tra il ministero degli esteri nipponico e la Comunità Europea. Da lì venivano i 30 milioni di franchi francesi che aiutarono Maurizio Gucci, rampollo di un dinastia al tramonto, a salvare il marchio dalla scalata dei soci arabi. Questo enorme prestito fruttò poi a Delfo Zorzi un rientro di 37 miliardi di lire. Ma non salvò l’impero delle borsette.

 

Maurizio Gucci perse l’azienda, si buttò nella costruzione di casinò in Svizzera e la sua avventura finì il 27 Marzo 1995 dopo che un killer gli sparò sotto casa in via Palestro a Milano.

 

 

Mi auguro che il film con Lady Gaga ne parli, sono tutte verità accertate negli atti giudiziari, e mi auguro anche che Delfo Zorzi venga catturato almeno nel giudizio morale dell’opinione pubblica. Ridley Scott è un cineasta in gamba, e potrebbe permetterselo.

 

 

 

 

 

 

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14 ottobre 2019 1 14 /10 /ottobre /2019 22:06

 

 

 

Paolo Mieli nel suo ultimo Rizzoli uscito in settembre si occupa di trenta casi in cui la storia sarebbe stata manipolata per nascondere la verità.

Nel suo schema le verità nascoste sono di tre tipi: quelle INDICIBII, quelle NEGATE e quelle CAPOVOLTE. Criterio arbitrario ma lusinghiero che attribuisce una decina di casi per ciascun raggruppamento.

 

Le indicibili sono per lo più legate alla politica, anche attuale come ad esempio le origini rivoluzionarie della mafia, e lo sono perché urtano sensibilità ancora vive. E’ il caso di De Gasperi, il Duce, Chruscev, il SISDE ecc. Le negate riguardano invece una serie di fatti più antichi che vanno da Roma antica a Tommaso Campanella, la guerra dei 30 anni passando per il medio evo. Le capovolte sono un misto di attualità del secolo scorso con alcune biografie che toccano Montini, Stalin e Mao. Il tutto confluisce in una conclusione centrata sul concetto chiave di oblio come “PATTO DI DIMENTICANZA” che viene esaminato in vari momenti della storia mettendone in luce il suo netto potenziale pacificatorio.

Insomma nella storiografia la verità è sempre sfuggente e relativa ma non c’è alcun complotto universale a renderla tale, mentre l’oblio patteggiato - come nei casi di Mandela o delle FARC – tra parti in conflitto danneggiate anche dall’inattendibilità della narrazione storiografica, può essere un rimedio riparatore.

Per carità c’è un certo ottimismo parrocchiano, ma tutto sommato il messaggio mi piace.

 


 

 

 

Tra le verità capovolte di Mieli ce n’è una che mi ha subito incuriosito. Essa riguarda la Chiesa e la riscossa degli esorcisti.

A suo tempo io fui molto impressionato dal film l’Esosrcista di William Friedkind realizzato e uscito nel 1973. E più tardi lessi il libro di William Peter Blatty. Da qui l’interesse per il tema che mi viene risvegliato in un breve capitoletto di questo libro che ne parla nelle pagine 239 – 248.

Le pratiche esorcistiche sono in costante ripresa dalla fine del secondo millennio, ma è opportuno sapere che esse durante il medioevo furono accantonate e raramente praticate. La ripresa la dobbiamo, secondo Mieli, al risveglio conservatore determinatosi durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Si tratta infatti di pontificati che avrebbero creato il contesto favorevole alla pubblica esternazione di tali pratiche, le quali in realtà non avevano mai smesso di essere attuate.

E questa la tesi di un recente libro di Francis Young (Possessione. Esorcismo ed esorcisti nella storia della Chiesa cattolica) secondo il quale l’interesse per tali pratiche si risveglia storicamente assieme alla idea che una nuova minaccia inizi ad incombere sulla Chiesa e cioè la “COSPIRAZIONE GLOBALE SATANICA DIRETTA DALLA MASONERIA”. (pg 241). Cospirazione alla quale sarebbero riconducibili sia la rivoluzione francese, sia la rivoluzione russa. Ed è solo col Concilio Vaticano II che inizia l’allontanamento da tale teoria cospirativa. Ma quel concilio ignorò il tema dell’esorcismo lasciando quindi una nuova libertà di fatto ai teologi nel periodo successivo. E così l’ala tradizionalista anticonciliare ricominciò a porre l’accento sul tema delle congiure sataniche sotto la guida del gesuita Rodewyk precursore di Amorth. I loro libri sono oggi riferimento per il nuovo esorcismo. Ma molto dobbiamo tutt’oggi al libro di Blatty uscito ne 1971.

 

A metà degli anni settanta, il 1 Luglio 1976, in Baviera morì Anneliese Michel dopo mesi di pratiche esorcistiche. Young giudica tale caso come l’espressione di una follia collettiva che riguarda l’identità tedesca del secondo dopoguerra, intenta ad esorcizzare la memoria nazista. In quel caso la posseduta riceveva messaggi da apparizioni mariane che dichiaravano approvazione per le innovazioni del Concilio Vaticano II. Fu considerata una indemoniata profetica che dimostrava che se il diavolo (travestito da Madonna) approvava il concilio significava che esso era il male.

La causa della morte di Anneliese era la denutrizione e i genitori andarono sotto processo. Pur non ricevendo gli imputati alcun sostegno dalla Diocesi di Wűrzburg il Vescovo fu sospettato di complicità per aver inizialmente autorizzato l’esorcismo. La Conferenza episcopale tedesca reagì al caso istituendo una commissione di indagine. Lo scopo della iniziativa era quello di prevenire casi analoghi e fornire alla Sacra Congregazione dei riti il materiale utile ad una riforma in questo campo. Ma la Chiesa non ne fece niente.

 

Ora Papa Francesco si è dimostrato un convinto sostenitore di questo rito. Al punto che il 3 Giugno del 2014 la Congregazione per il clero ha emesso un decreto che riconosce giuridicamente L’ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE degli ESORCISTI. E per la Chiesa l’esorcismo è considerato una opportunità missionaria. Il diavolo e la sua attività nel mondo sono percepite come cose reali e il rituale praticato viene considerato importante per i suoi “potenziali benefici psicologici”. Insomma è una delle tante opzioni disponibili nel mercato religioso (pg 245)

 

Tra le conferenze episcopali europee prevale ancora un orientamento scettico, ma l’influenza dei vescovi africani e sudamericani è in forte crescita.

L’esorcismo è una verità capovolta perché ha capovolto il Concilio.

 

 

 

 

 

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26 maggio 2019 7 26 /05 /maggio /2019 16:51

 

 

 

 

In vista dell’anniversario della Strage di Piazza Fontana, avvenuta il 12 Dicembre 1969, l’editoria prepara il terreno pubblicando ricca bibliografia. Ho per le mani quella di Aldo Giannuli appena uscita: Storia della Strage di Stato, il cui sottotitolo è immediatamente indicativo: “Piazza Fontana: la strana vicenda di un libro e di un attentato”.

Aldo Giannuli è un finissimo intenditore delle strategie ballistiche che hanno inondato l’Italia negli ultimi cinquant’anni. Ovvero nel periodo in cui Gladio ha dominato l’immaginario politico della Prima Repubblica.

 

E’ un libro su un altro libro, in questo caso una inchiesta giornalistica che ha deviato con successo il corso politico del Paese. Il cinquantesimo della Strage è anche il cinquantesimo di questo libro. Lo trovo un fatto di grande auspicio per l’odierna fake era. L’orgia delle balle. Ma soprattutto è quel libro che ha avuto grande peso nella vicenda giudiziaria che caratterizzò la strage, quella di Piazza Fontana; in pratica questo lavoro di Giannuli si occupa di un fatto grandemente indicativo delle potenzialità connesse col lavoro critico di controinformazione. Cioè molto di più di un caso editoriale.

E’ il cult book di una generazione ci ricorda Giannuli nell’introduzione. Ed è anche una scuola di giornalismo investigativo.

Il libro uscì nel giugno 1970, quando ancora non era uscito niente sul tema, e vendette per anni fino a cinquecentomila copie; più di tutti gli altri libri di analoga tematica messi assieme. Giannuli ci fa l’esempio di Cammilla Cederna, giornalista di gran fama che uscì col suo Pinelli una finestra sulla strage nel 1971, un libro che, con il marketing del gruppo L’ESPRESSO e la casa editrice Feltrinelli, vendette 60.000 copie. A rilanciare il primo parziale successo di vendita fu il golpe Borghese del dicembre 1970, alla luce del quale prese corpo tra la pubblica opinione la consapevolezza della pista nera. Cominciò così a saltare la narrazione di regime che presentava la strage di Piazza Fontana come anarchica.

Già tre giorni dopo l’esplosione delle bombe infatti “il telegiornale annunciò che il colpevole era Pietro Valpreda e il suicidio di Pinelli ne era la definitiva conferma”. Contemporaneamente veniva attribuita la competenza del caso alla procura romana il cui p.m. Vittorio Occorsio aveva raccolto la testimonianza Rolandi, accusatore dell’anarchico Valpreda. L’inchiesta era quindi unificata a Roma sottraendola all’ambiente milanese. Per realizzare questa confluenza in un unico fascicolo processuale veniva operato anche un illecito ritocco ai verbali che anticipava l’orario di esplosione delle bombe romane. (verrà dimostrato in sede processuale) Questo forzato indirizzamento sinistrorso dell’indagine veniva fin da subito sostenuto dalla narrativa giornalistica che, con il Corriere della Sera a firma Alberto Grisolia, pubblicava già il 13 Dicembre un articolo dal titolo: Un tragico precedente: lo scoppio al Diana. Un attentato anarchico che era avvenuto nel 1921. E non era la perizia storiografica a guidare il giornalista, ma un preciso atto di orientamento della opinione pubblica. Come dimostra il testo stesso che inizia con la perentoria affermazione secondo la quale: “Milano subisce la seconda ondata di anarchica violenza della storia…” Il “giornalista” Grisolia moti anni dopo apparirà nelle liste degli informatori Ufficio Affari Riservati nonché componente di quel servizio segreto illegale che Giannuli ha chiamato “Noto Servizio”. (L’Anello, di Andreotti).

All’inizio la sinistra storica era in stand by e non contestava la narrazione di regime. Giannuli nei suoi lavori peritali ha esaminato anche i verbali della riunione di Direzione nazionale del PCI tenutasi il 16 Dicembre 1969 (quattro gg dopo) dai quali emerge un atteggiamento non ostile verso la tesi anarchica. Ma quello stesso giorno arrivarono le notizie della morte Pinelli che erano avvalorate dal fatto che il primo giornalista ad avvertire il tonfo in questura era stato Aldo Palumbo, de L’Unità. Costui fornì alla direzione una ricostruzione che mostrava l’inattendibilità dei dati emanati dalla questura. In ogni caso per consolidare una svolta nell’atteggiamento della sinistra bisogna aspettare il successo della manifestazione del Movimento Studentesco (Capanna) tenutasi, con molta partecipazione della base storica, compreso il sindaco socialista Aldo Aniasi, il 30 Gennaio 1970.

Il fattore più importante però, nella vicenda di quei giorni, fu la riuscita dei funerali. La destra aveva l’idea di trasformarli in una manifestazione a favore della svolta autoritaria e invece l’ottima organizzazione dei sindacati fece del funerale stesso un grande momento di emozione e partecipazione che impressionò Rumor (presidente del Consiglio) confortandolo nella sua determinazione di non emanare leggi speciali. L’attentato del 12 Dicembre era stato infatti concepito come fattore di preparazione di un colpo di Stato alla greca. Ma Il disegno filogolpista connesso con la strage non passò e i sindacati divennero punto di riferimento nella la difesa democratica.

 

Il libro Strage di Stato, Controinchiesta nasce nel periodo immediatamente successivo allorquando, tra Gennaio e Giugno 1970, ha luogo la collaborazione di un gruppo di giornalisti nei modi descritti da Giannuli nelle pagine del secondo capitolo. Il testo, dopo il rifiuto dell’editore Feltrinelli, fu editato da Smonà & Savelli, un gruppo editoriale molto piccolo, politicamente vicino alla IV Internazionale (Trotzkisti). 150 pagine, inserto fotografico, 500 Lire.

 

 

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18 aprile 2019 4 18 /04 /aprile /2019 18:34

 

 

 

 

Lettura de “STORIE DELL’ITALIA REPUBBLICANA. Istituzioni, protagonisti, testimonianze a cura di Giorgio Giovannetti, scritto da Mario Pacelli.

 

Costui è un alto funzionario dello Stato che ha svolto durante la propria vita lavorativa molto lavoro per la Camera dei deputati. In particolare ha operato in qualità di segretario della Commissione Lavori Pubblici, ma soprattutto quelle di inchiesta sulla Mafia, le Stragi, la P2, il Terrorismo e il caso Moro. Come se non bastasse ha poi svolto il ruolo di responsabile della segreteria della Giunta per le Autorizzazioni a Procedere.

Insomma è uno che consce bene la storia del potere in Italia e la conosce non per come è stata raccontata, ma per come si è svolta nelle stanze che contano.

La lettura è coinvolgente e non pesa. I capitoli sono densi e veloci e non vi ho trovato supercazzole o inutili diluizioni se non forse nel capitolo centrale. Non mancano, anzi costituiscono la ricchezza del libro, aneddoti significativi esternati senza voler far scalpore. Vi si descrive in termini generali, senza quindi particolari approfondimenti, il ruolo della massoneria e dei servizi segreti sul parlamento. Si raccontano appunto, aneddoti noti e meno noti. Il periodo considerato abbraccia l’intera epoca delle istituzioni parlamentari dall’Unità d’Italia ad oggi, ma il fuoco principale è quello da lui vissuto. Guerra fredda, Centrismo, Centrosinistra, Compromesso Storico, pentapartito e seconda repubblica.

 

In tema di servizi segreti egli dice che quelli italiani sono in realtà tra i migliori del mondo per capacità di analisi e infiltrazione. Ma lo sono soprattutto per quanto attiene al Mediterraneo ovvero, aggiungo io, il fianco sud della NATO. Ciò era chiaramente incompatibile con la struttura militare segreta conservata dal PCI fino alla fine degli anni cinquanta. Su questo Pacelli chiama a conferma ciò che hanno scritto Gianni Cervetti e Valerio Riva. Il primo è stato dirigente del PCI con incarichi legati ai rapporti e ai finanziamenti URSS, il secondo è stato i direttore editoriale della Feltrinelli. A lui dobbiamo, come ricorda wikipedia, il Dottor Zivago e Garcia Marquez.

Sono però i servizi civili, ovvero quelli del ministero degli Interni, ad aver conservato la struttura e la rete dell’OVRA, la ex polizia fascista. Ed è in questa rete che si è innervata ed è cresciuta la CIA in Italia. I servizi militari italiani infatti durante la guerra e la resistenza, rimanendo però sempre anticomunisti, avevano mantenuto fedeltà al Re. Su questo punto, quello che riguarda L’ufficio Affari Riservati di Federico Umberto D’Amato, l’osservazione che mi colpisce è che secondo Pacelli l’infiltrazione americana ha avuto in realtà un ruolo di garanzia antifascista. Ovvero si è conservata l’OVRA per controllare bene il PCI in funzione antisovietica, ma i suoi rigurgiti nostalgici sono stati tenuti buoni grazie alla CIA. Lo schema di ragionamento è sorprendente, ma spiegherebbe ad esempio il fallimento del golpe Borghese. E spiegherebbe anche come mai nella narrazione antigolpista del PCI, quella degli anni settanta per capirci, non venga fatta distinzione tra americani e fascisti.

Tornando ai servizi militari trovo scritto che fu Fulvio Martini, allora giovane ufficiale della marina, ad avere ruolo decisivo nella crisi di Cuba. Egli infatti comprese che le navi Russe che attraversavano il Bosforo convogliavano missili e testate nucleari. Vennero informati gli americani e prese il via la vicenda che portò Kennedy e Crusciov al dialogo di pace. Un dialogo che mise al sicuro per sempre la leadership castrista dall’intervento americano.

Da ammiraglio Fulvio Martini diventerà direttore del SISMI e alla fine scriverà le proprie memorie nel suo libro: “nome in codice Ulisse” (Rizzoli 1999). In tale libro si possono trovare aneddoti significativi delle sistematiche interferenze Mossad e CIA sullo scenario italiano.

 

 

Ma l’aspetto che impreziosisce il libro di Pacelli è la considerazione relativa all’uso che i partiti politici avrebbero fatto dei servizi. I partiti politici italiani infatti avrebbero sfruttato questa efficienza a partire dal caso Montesi che fu uno scandalo gestito in modo da far fuori il dirigente democristiano Attilio Piccioni in favore di Fanfani.

I politici, scrive Pacelli, si controllavano a vicenda utilizzando i servizi o parti di essi. La pratica è radicata e diffusa al punto da indurre Oscar Luigi Scalfaro, nel 1987, a dire che la vera colpa delle deviazioni dei servizi era delle meschinerie personali dei politici.

Il 25 Gennaio 1967 il senatore Girolamo Messeri pur essendo diplomatico di carriera presentò una interrogazione al ministro della difesa dai toni più duri di tutte. Egli si riferiva al SID parlando di “ignobili sicofanti pronti a raccattare dal liquame di tutti gli angiporti notizie false.”

Nel 1973 ci fu una inchiesta della procura di Roma che rivelò l’esistenza di radiospie e microfoni dappertutto. Erano di Tom Ponzi e Walter Beneforti, ex commissario di polizia e collaboratore dell’Ufficio Affari Riservati, quello appunto di D’Amato. Partì una inchiesta che si concluse solo nel 1981 con un plenum di assoluzioni. Ma il punto da cogliere è che in tutti quegli anni non se ne parlò quasi per niente nel Paese perché, lascia intendere Pacelli, i partiti in parlamento erano accomunati dall’interesse alla tacita archiviazione. Sono gli anni della Solidarietà Nazionale e del Compromesso Storico.

In tutti quegli anni “essere intercettati era un fatto comune” (pg 93) e la faccenda delle intercettazioni di Ponzi non era per niente segreta ai vari parlamentari susseguitisi alla Camera e al Senato: il furgone che riceveva i segnali di intercettazione era collocato al centro di Roma, nella piazzetta del Rosario.

 

IL CASO FERE. Si tratta di Saverio Fere massone e pastore protestante. Egli determinò la scissione che diede luogo alla creazione dell’altra massoneria, quella di Piazza del Gesù, ovvero la concorrente di quella di Palazzo Giustiniani. I membri del Gran Consiglio fascista erano in maggioranza affiliati, iscritti, a Piazza del Gesù. Gli altri, dice Pacelli, erano liberal democratici filo GB o Francia.

 

La P2. E’ stata sciolta dal Governo Spadolini e il suo scandalo coincide con la fine della DC. Ad ispirare la legge di scioglimento fu il giurista di alto profilo Paolo Ungari. (Gran Maestro di elevato grado).

 

Il banchiere Cesare Merzagora fu presidente del Senato italiano per un lunghissimo periodo. Dal 1953 al 1967. Al centro di questo arco temporale sta l’esperienza politica più importante delle sua intera biografia politica. Fu Presidente della Repubblica nell’ultimo semestre del 1964. Il presidente in carica Mario Segni infatti fu colpito da trombosi e Merzagora nella sua qualità di Presidente del Senato lo sostituì. Da questa posizione egli si illuse di riconquistare la carica che con Gronchi non era riuscito a vincere, ma le cose andarono diversamente. Venne eletto Saragat. Egli era stato il candidato alla Presidenza della Repubblica alternativo a Gronchi ed era Massone ateo dichiarato. Ciò nonostante era sostenuto da una DC, partito cattolico al cui interno però germogliava una certa idea di centro sinistra. Venne eletto Gronchi che esprimeva questa seconda impostazione. Il leader era Fanfani mentre i suoi oppositori sostenevano appunto Merzagora. Costui perse la battaglia, rimase presidente del Senato, ma continuò anche ad essere punto di riferimento per forze esterne al parlamento.

La situazione esplose nel Luglio ’60 con forti manifestazioni di piazza le quali ebbero come apici Genova e Reggio Emilia.

Sono tutti fatti noti, ma Pacelli aggiunge la considerazione che Merzagora fosse espressione di un piano riconducibile a forze del capitalismo europeo che con Cefis, Carli, Cuccia, Sindona e il generale De Lorenzo volevano togliere potere al sistema partitocratico che già si profilava. Forze riconducibili ad una loggia segreta nell’ambito della massoneria di Piazza del Gesù (forse Giustizia e Libertà).

 

In sintesi in queste 150 pagine si può trovare una piccola e preziosa miniera di indizi sulle eterne manipolazioni del potere, cattive pratiche e poteri occulti che hanno intossicato - e certamente intossicano tutt’ora – il sistema istituzionale della nostra Repubblica.

Una lettura affascinante e semplice; un esempio di equilibrio.

Quindi un libro da non accantonare: Mario Pacelli, STORIE DELL’ITALIA REPUBBLICANA, Istituzioni, protagonisti, testimonianze. A cura di Giorgio Giovannetti

 

                                                                ***

 

Egli segnala anche, nello scorrere del testo, dei libri, romanzi e/o saggi, che evocano, fatti politici non palesati nelle varie epoche. Me ne sono segnati alcuni cercando anche in taluni casi dei riscontri.

Essi sono:

                Il CUORE NERO DEI SERVIZI, di Piero Messina (BUR, Rizzoli 2012)

              GOVERNO OMBRA, di Maurizio Molinari (Rizzoli 2012)

                LA GABBIA, romanzo di Gluglielmo Negri (1992), Premio Viareggio.

                ROMANZO DELLA CONFINDUSTRIA, di Donato Speroni (Sugarco 1975)

                MONTE MARIO, romanzo di Carlo Cassola (1973)

 

 

 

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7 aprile 2019 7 07 /04 /aprile /2019 00:51

 

 

L’assalto al cielo.

Edito da Gallucci alla fine dell’anno scorso, è uscito dalla penna di Ermanno Detti questo breve romanzo centrato sugli ideali del 68.

L’oggetto principale della narrazione è la memoria di una ragazza, Francesca, che nel corso di quell'anno di lotte studentesche perse conoscenza sotto i colpi della polizia a Valle Giulia. La sua progressiva ripresa di coscienza scorre lungo una narrazione che ricompone la memoria dei famigliari per più di una generazione. Non mancano le incomprensioni famigliari e la femminilità dell protagonista. L’ambiente maremmano si alterna con ricordi studenteschi romani e si dipana fino ai primi anni settanta.

 

L’andamento è tipico. Si parte dalla manifestazione per la morte di Che Guevara nel novembre 1967, l’attivismo scolastico e gli scontri col preside. Francesca conosce il leaderino Oscar che le insegna cose come questa:” l’occupazione non è solo la conquista di un locale, ma di uno spazio del potere”. Poi verrà Valle Giulia, la botta, la guarigione e l’università. Una formazione tipica che segnerà la protagonista anche nel ricordo dei famigliari più giovani. Di striscio infatti si intuisce che Francesca da grande sceglierà la cooperazione internazionale lasciandoci infine anche la vita. 

 

Nel dipanarsi del racconto, organizzato in vari flash backs, vi si sciorina un altrettanto convenzionale elenco di idee ed obiettivi di riforma che hanno abbracciato tutta la storia di quella generazione, fino al ripensamento dei sogni rivoluzionari, qui affidato alle parole di Oscar:” Vedi, noi studenti siamo sati troppo … impulsivi. Con gli operai non si scherza, si sta stilando una piattaforma comune, obiettivi precisi, come l’abbassamento del voto dai 21 ai 18 anni, la pensione sociale per i poveri, una legge che preveda la possibilità di divorziare, un nuovo diritto di famiglia per l’abolizione del delitto d’onore, uno statuto per i diritti dei lavoratori, la chiusura dei manicomi e tante altre novità.”

 

L’autore in pratica descrive un’evoluzione del pensiero sessantottino tesa a darne credibilità e riconduce alla nuova coscienza di Francesca – quale personaggio emblematico – tutta la piattaforma rifomista degli anni settanta.

 

 Una lettura per bene, semplice, adatta alle scuole.

 

 

 

 

 

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14 febbraio 2019 4 14 /02 /febbraio /2019 22:33

 

 

Il libro di Aldo Giannuli COME I SERVIZI SEGRETI STANNO CAMBIANDO IL MONDO, edito da Ponte alle Grazie e uscito negli ultimi mesi del 2018, costituisce una lettura interessante per chi voglia rimanere libero da condizionamenti e pregiudizi mediatici. Colui infatti il quale non faccia per mestiere l’analista di fonti aperte oggi è più che mai ingannato e strumentalizzato nonché impossibilitato a comprendere i fatti di cronaca e politica. E a chi, come me, legge la stampa e guarda i tg quotidianamente da più di cinquant’anni un libro come questo offre un modello di sistematizzazione delle informazioni che risulta senz’altro gratificante ed efficace.

Occorre però aprirsi a concetti e terminologie non scontati ed innovativi: concetti come “guerra catalitica”, “reverse engineering”,” termiti fiscali” ecc., i quali si aggiungono al già noto menù di strutture e tecniche della guerra coperta quali: landgrabbing, target killing, soft power o espressioni raffinate come tertius gaudens.

C’è poi una rassegna di fatto delle vicende politiche, economiche e finanziare anche recenti trattate con criteri interpretativi non giornalisticamente convenzionali; e ciò, devo dire, a volte apre la mente e gratifica lo spirito.

 

Nel mondo convenzionale eventi di particolare rarità e importanza come la lista Falciani o i Panama papers sono stati trattati come acqua corrente e accantonati rapidamente dall’informazione di regime mentre risultano in tutta la loro importanza strategica nella ricostruzione di Giannuli. Allo stesso modo le agenzie di rating, trattate dal mainstream come vere e proprie istituzioni della finanza globale vengono dall’autore presentate per ciò che effettivamente sono ovvero pura mistificazione oracolare. Insomma il libro richiede la disponibilità ad un approccio non facile per chi si abbevera da sempre, orgiasticamente, al Sole 24 Ore.

L’ho letto con un passo tranquillo, apprezzandone il gradevole disincanto e annotando le più sottili osservazioni.

 

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