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3 novembre 2019 7 03 /11 /novembre /2019 23:52

 

 

 

 

“The House of Gucci: A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed.” Scritto Sara Gay Forben è il libro al quale si è ispirato Roberto Bentivegna per scrivere il film Di Ridley Scott interpretato da Lady Gaga e pubblicizzato in queste settimane.

Si tratta della murder story su un assassinio che ha visto la condanna della moglie dello stilista Patrizia Reggiani quale mandante.

Maurizio Gucci, noto per l’omonima importante casa di moda, venne assassinato nel 1995 e per tale omicidio la ex moglie venne condannata a diciotto anni di galera. Di questa vicenda mi interessa soprattutto la connessione con la pista che, nell’ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana, ha portato il giudice Guido Salvini a sviscerare le connessioni con il terrorista bombarolo arzignanese Delfo Zorzi.

 

Chissà se il film ne parla.

Delfo Zorzi è uno dei principali stragisti veneti protetti dai servizi segreti. Ha messo una bomba il 12 dicembre 1969 a Milano e nel 1974 è fuggito in Giappone dove è stato ampiamente aiutato a rifarsi una vita. Oggi è un cittadino nipponico e da imprenditore di successo svolge un ruolo di rappresentante del made in Italy. La cosa è tenuta in disparte con qualche imbarazzo dalla narrazione di regime, ma dimostra con nettezza che i militari dell’esercito segreto italo-statunitense che in nome dell’anticomunismo ha fatto 150 morti e 600 feriti tra inermi cittadini italiani vengono tutt’ora coperti, aiutati e ampiamente premiati.

Delfo Zorzi a Tokio è stato aiutato dal diplomatico e orientalista Romano Vulpitta che lo ha introdotto negli ambienti di import-export tra il ministero degli esteri nipponico e la Comunità Europea. Da lì venivano i 30 milioni di franchi francesi che aiutarono Maurizio Gucci, rampollo di un dinastia al tramonto, a salvare il marchio dalla scalata dei soci arabi. Questo enorme prestito fruttò poi a Delfo Zorzi un rientro di 37 miliardi di lire. Ma non salvò l’impero delle borsette.

 

Maurizio Gucci perse l’azienda, si buttò nella costruzione di casinò in Svizzera e la sua avventura finì il 27 Marzo 1995 dopo che un killer gli sparò sotto casa in via Palestro a Milano.

 

 

Mi auguro che il film con Lady Gaga ne parli, sono tutte verità accertate negli atti giudiziari, e mi auguro anche che Delfo Zorzi venga catturato almeno nel giudizio morale dell’opinione pubblica. Ridley Scott è un cineasta in gamba, e potrebbe permetterselo.

 

 

 

 

 

 

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14 ottobre 2019 1 14 /10 /ottobre /2019 22:06

 

 

 

Paolo Mieli nel suo ultimo Rizzoli uscito in settembre si occupa di trenta casi in cui la storia sarebbe stata manipolata per nascondere la verità.

Nel suo schema le verità nascoste sono di tre tipi: quelle INDICIBII, quelle NEGATE e quelle CAPOVOLTE. Criterio arbitrario ma lusinghiero che attribuisce una decina di casi per ciascun raggruppamento.

 

Le indicibili sono per lo più legate alla politica, anche attuale come ad esempio le origini rivoluzionarie della mafia, e lo sono perché urtano sensibilità ancora vive. E’ il caso di De Gasperi, il Duce, Chruscev, il SISDE ecc. Le negate riguardano invece una serie di fatti più antichi che vanno da Roma antica a Tommaso Campanella, la guerra dei 30 anni passando per il medio evo. Le capovolte sono un misto di attualità del secolo scorso con alcune biografie che toccano Montini, Stalin e Mao. Il tutto confluisce in una conclusione centrata sul concetto chiave di oblio come “PATTO DI DIMENTICANZA” che viene esaminato in vari momenti della storia mettendone in luce il suo netto potenziale pacificatorio.

Insomma nella storiografia la verità è sempre sfuggente e relativa ma non c’è alcun complotto universale a renderla tale, mentre l’oblio patteggiato - come nei casi di Mandela o delle FARC – tra parti in conflitto danneggiate anche dall’inattendibilità della narrazione storiografica, può essere un rimedio riparatore.

Per carità c’è un certo ottimismo parrocchiano, ma tutto sommato il messaggio mi piace.

 


 

 

 

Tra le verità capovolte di Mieli ce n’è una che mi ha subito incuriosito. Essa riguarda la Chiesa e la riscossa degli esorcisti.

A suo tempo io fui molto impressionato dal film l’Esosrcista di William Friedkind realizzato e uscito nel 1973. E più tardi lessi il libro di William Peter Blatty. Da qui l’interesse per il tema che mi viene risvegliato in un breve capitoletto di questo libro che ne parla nelle pagine 239 – 248.

Le pratiche esorcistiche sono in costante ripresa dalla fine del secondo millennio, ma è opportuno sapere che esse durante il medioevo furono accantonate e raramente praticate. La ripresa la dobbiamo, secondo Mieli, al risveglio conservatore determinatosi durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Si tratta infatti di pontificati che avrebbero creato il contesto favorevole alla pubblica esternazione di tali pratiche, le quali in realtà non avevano mai smesso di essere attuate.

E questa la tesi di un recente libro di Francis Young (Possessione. Esorcismo ed esorcisti nella storia della Chiesa cattolica) secondo il quale l’interesse per tali pratiche si risveglia storicamente assieme alla idea che una nuova minaccia inizi ad incombere sulla Chiesa e cioè la “COSPIRAZIONE GLOBALE SATANICA DIRETTA DALLA MASONERIA”. (pg 241). Cospirazione alla quale sarebbero riconducibili sia la rivoluzione francese, sia la rivoluzione russa. Ed è solo col Concilio Vaticano II che inizia l’allontanamento da tale teoria cospirativa. Ma quel concilio ignorò il tema dell’esorcismo lasciando quindi una nuova libertà di fatto ai teologi nel periodo successivo. E così l’ala tradizionalista anticonciliare ricominciò a porre l’accento sul tema delle congiure sataniche sotto la guida del gesuita Rodewyk precursore di Amorth. I loro libri sono oggi riferimento per il nuovo esorcismo. Ma molto dobbiamo tutt’oggi al libro di Blatty uscito ne 1971.

 

A metà degli anni settanta, il 1 Luglio 1976, in Baviera morì Anneliese Michel dopo mesi di pratiche esorcistiche. Young giudica tale caso come l’espressione di una follia collettiva che riguarda l’identità tedesca del secondo dopoguerra, intenta ad esorcizzare la memoria nazista. In quel caso la posseduta riceveva messaggi da apparizioni mariane che dichiaravano approvazione per le innovazioni del Concilio Vaticano II. Fu considerata una indemoniata profetica che dimostrava che se il diavolo (travestito da Madonna) approvava il concilio significava che esso era il male.

La causa della morte di Anneliese era la denutrizione e i genitori andarono sotto processo. Pur non ricevendo gli imputati alcun sostegno dalla Diocesi di Wűrzburg il Vescovo fu sospettato di complicità per aver inizialmente autorizzato l’esorcismo. La Conferenza episcopale tedesca reagì al caso istituendo una commissione di indagine. Lo scopo della iniziativa era quello di prevenire casi analoghi e fornire alla Sacra Congregazione dei riti il materiale utile ad una riforma in questo campo. Ma la Chiesa non ne fece niente.

 

Ora Papa Francesco si è dimostrato un convinto sostenitore di questo rito. Al punto che il 3 Giugno del 2014 la Congregazione per il clero ha emesso un decreto che riconosce giuridicamente L’ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE degli ESORCISTI. E per la Chiesa l’esorcismo è considerato una opportunità missionaria. Il diavolo e la sua attività nel mondo sono percepite come cose reali e il rituale praticato viene considerato importante per i suoi “potenziali benefici psicologici”. Insomma è una delle tante opzioni disponibili nel mercato religioso (pg 245)

 

Tra le conferenze episcopali europee prevale ancora un orientamento scettico, ma l’influenza dei vescovi africani e sudamericani è in forte crescita.

L’esorcismo è una verità capovolta perché ha capovolto il Concilio.

 

 

 

 

 

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26 maggio 2019 7 26 /05 /maggio /2019 16:51

 

 

 

 

In vista dell’anniversario della Strage di Piazza Fontana, avvenuta il 12 Dicembre 1969, l’editoria prepara il terreno pubblicando ricca bibliografia. Ho per le mani quella di Aldo Giannuli appena uscita: Storia della Strage di Stato, il cui sottotitolo è immediatamente indicativo: “Piazza Fontana: la strana vicenda di un libro e di un attentato”.

Aldo Giannuli è un finissimo intenditore delle strategie ballistiche che hanno inondato l’Italia negli ultimi cinquant’anni. Ovvero nel periodo in cui Gladio ha dominato l’immaginario politico della Prima Repubblica.

 

E’ un libro su un altro libro, in questo caso una inchiesta giornalistica che ha deviato con successo il corso politico del Paese. Il cinquantesimo della Strage è anche il cinquantesimo di questo libro. Lo trovo un fatto di grande auspicio per l’odierna fake era. L’orgia delle balle. Ma soprattutto è quel libro che ha avuto grande peso nella vicenda giudiziaria che caratterizzò la strage, quella di Piazza Fontana; in pratica questo lavoro di Giannuli si occupa di un fatto grandemente indicativo delle potenzialità connesse col lavoro critico di controinformazione. Cioè molto di più di un caso editoriale.

E’ il cult book di una generazione ci ricorda Giannuli nell’introduzione. Ed è anche una scuola di giornalismo investigativo.

Il libro uscì nel giugno 1970, quando ancora non era uscito niente sul tema, e vendette per anni fino a cinquecentomila copie; più di tutti gli altri libri di analoga tematica messi assieme. Giannuli ci fa l’esempio di Cammilla Cederna, giornalista di gran fama che uscì col suo Pinelli una finestra sulla strage nel 1971, un libro che, con il marketing del gruppo L’ESPRESSO e la casa editrice Feltrinelli, vendette 60.000 copie. A rilanciare il primo parziale successo di vendita fu il golpe Borghese del dicembre 1970, alla luce del quale prese corpo tra la pubblica opinione la consapevolezza della pista nera. Cominciò così a saltare la narrazione di regime che presentava la strage di Piazza Fontana come anarchica.

Già tre giorni dopo l’esplosione delle bombe infatti “il telegiornale annunciò che il colpevole era Pietro Valpreda e il suicidio di Pinelli ne era la definitiva conferma”. Contemporaneamente veniva attribuita la competenza del caso alla procura romana il cui p.m. Vittorio Occorsio aveva raccolto la testimonianza Rolandi, accusatore dell’anarchico Valpreda. L’inchiesta era quindi unificata a Roma sottraendola all’ambiente milanese. Per realizzare questa confluenza in un unico fascicolo processuale veniva operato anche un illecito ritocco ai verbali che anticipava l’orario di esplosione delle bombe romane. (verrà dimostrato in sede processuale) Questo forzato indirizzamento sinistrorso dell’indagine veniva fin da subito sostenuto dalla narrativa giornalistica che, con il Corriere della Sera a firma Alberto Grisolia, pubblicava già il 13 Dicembre un articolo dal titolo: Un tragico precedente: lo scoppio al Diana. Un attentato anarchico che era avvenuto nel 1921. E non era la perizia storiografica a guidare il giornalista, ma un preciso atto di orientamento della opinione pubblica. Come dimostra il testo stesso che inizia con la perentoria affermazione secondo la quale: “Milano subisce la seconda ondata di anarchica violenza della storia…” Il “giornalista” Grisolia moti anni dopo apparirà nelle liste degli informatori Ufficio Affari Riservati nonché componente di quel servizio segreto illegale che Giannuli ha chiamato “Noto Servizio”. (L’Anello, di Andreotti).

All’inizio la sinistra storica era in stand by e non contestava la narrazione di regime. Giannuli nei suoi lavori peritali ha esaminato anche i verbali della riunione di Direzione nazionale del PCI tenutasi il 16 Dicembre 1969 (quattro gg dopo) dai quali emerge un atteggiamento non ostile verso la tesi anarchica. Ma quello stesso giorno arrivarono le notizie della morte Pinelli che erano avvalorate dal fatto che il primo giornalista ad avvertire il tonfo in questura era stato Aldo Palumbo, de L’Unità. Costui fornì alla direzione una ricostruzione che mostrava l’inattendibilità dei dati emanati dalla questura. In ogni caso per consolidare una svolta nell’atteggiamento della sinistra bisogna aspettare il successo della manifestazione del Movimento Studentesco (Capanna) tenutasi, con molta partecipazione della base storica, compreso il sindaco socialista Aldo Aniasi, il 30 Gennaio 1970.

Il fattore più importante però, nella vicenda di quei giorni, fu la riuscita dei funerali. La destra aveva l’idea di trasformarli in una manifestazione a favore della svolta autoritaria e invece l’ottima organizzazione dei sindacati fece del funerale stesso un grande momento di emozione e partecipazione che impressionò Rumor (presidente del Consiglio) confortandolo nella sua determinazione di non emanare leggi speciali. L’attentato del 12 Dicembre era stato infatti concepito come fattore di preparazione di un colpo di Stato alla greca. Ma Il disegno filogolpista connesso con la strage non passò e i sindacati divennero punto di riferimento nella la difesa democratica.

 

Il libro Strage di Stato, Controinchiesta nasce nel periodo immediatamente successivo allorquando, tra Gennaio e Giugno 1970, ha luogo la collaborazione di un gruppo di giornalisti nei modi descritti da Giannuli nelle pagine del secondo capitolo. Il testo, dopo il rifiuto dell’editore Feltrinelli, fu editato da Smonà & Savelli, un gruppo editoriale molto piccolo, politicamente vicino alla IV Internazionale (Trotzkisti). 150 pagine, inserto fotografico, 500 Lire.

 

 

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18 aprile 2019 4 18 /04 /aprile /2019 18:34

 

 

 

 

Lettura de “STORIE DELL’ITALIA REPUBBLICANA. Istituzioni, protagonisti, testimonianze a cura di Giorgio Giovannetti, scritto da Mario Pacelli.

 

Costui è un alto funzionario dello Stato che ha svolto durante la propria vita lavorativa molto lavoro per la Camera dei deputati. In particolare ha operato in qualità di segretario della Commissione Lavori Pubblici, ma soprattutto quelle di inchiesta sulla Mafia, le Stragi, la P2, il Terrorismo e il caso Moro. Come se non bastasse ha poi svolto il ruolo di responsabile della segreteria della Giunta per le Autorizzazioni a Procedere.

Insomma è uno che consce bene la storia del potere in Italia e la conosce non per come è stata raccontata, ma per come si è svolta nelle stanze che contano.

La lettura è coinvolgente e non pesa. I capitoli sono densi e veloci e non vi ho trovato supercazzole o inutili diluizioni se non forse nel capitolo centrale. Non mancano, anzi costituiscono la ricchezza del libro, aneddoti significativi esternati senza voler far scalpore. Vi si descrive in termini generali, senza quindi particolari approfondimenti, il ruolo della massoneria e dei servizi segreti sul parlamento. Si raccontano appunto, aneddoti noti e meno noti. Il periodo considerato abbraccia l’intera epoca delle istituzioni parlamentari dall’Unità d’Italia ad oggi, ma il fuoco principale è quello da lui vissuto. Guerra fredda, Centrismo, Centrosinistra, Compromesso Storico, pentapartito e seconda repubblica.

 

In tema di servizi segreti egli dice che quelli italiani sono in realtà tra i migliori del mondo per capacità di analisi e infiltrazione. Ma lo sono soprattutto per quanto attiene al Mediterraneo ovvero, aggiungo io, il fianco sud della NATO. Ciò era chiaramente incompatibile con la struttura militare segreta conservata dal PCI fino alla fine degli anni cinquanta. Su questo Pacelli chiama a conferma ciò che hanno scritto Gianni Cervetti e Valerio Riva. Il primo è stato dirigente del PCI con incarichi legati ai rapporti e ai finanziamenti URSS, il secondo è stato i direttore editoriale della Feltrinelli. A lui dobbiamo, come ricorda wikipedia, il Dottor Zivago e Garcia Marquez.

Sono però i servizi civili, ovvero quelli del ministero degli Interni, ad aver conservato la struttura e la rete dell’OVRA, la ex polizia fascista. Ed è in questa rete che si è innervata ed è cresciuta la CIA in Italia. I servizi militari italiani infatti durante la guerra e la resistenza, rimanendo però sempre anticomunisti, avevano mantenuto fedeltà al Re. Su questo punto, quello che riguarda L’ufficio Affari Riservati di Federico Umberto D’Amato, l’osservazione che mi colpisce è che secondo Pacelli l’infiltrazione americana ha avuto in realtà un ruolo di garanzia antifascista. Ovvero si è conservata l’OVRA per controllare bene il PCI in funzione antisovietica, ma i suoi rigurgiti nostalgici sono stati tenuti buoni grazie alla CIA. Lo schema di ragionamento è sorprendente, ma spiegherebbe ad esempio il fallimento del golpe Borghese. E spiegherebbe anche come mai nella narrazione antigolpista del PCI, quella degli anni settanta per capirci, non venga fatta distinzione tra americani e fascisti.

Tornando ai servizi militari trovo scritto che fu Fulvio Martini, allora giovane ufficiale della marina, ad avere ruolo decisivo nella crisi di Cuba. Egli infatti comprese che le navi Russe che attraversavano il Bosforo convogliavano missili e testate nucleari. Vennero informati gli americani e prese il via la vicenda che portò Kennedy e Crusciov al dialogo di pace. Un dialogo che mise al sicuro per sempre la leadership castrista dall’intervento americano.

Da ammiraglio Fulvio Martini diventerà direttore del SISMI e alla fine scriverà le proprie memorie nel suo libro: “nome in codice Ulisse” (Rizzoli 1999). In tale libro si possono trovare aneddoti significativi delle sistematiche interferenze Mossad e CIA sullo scenario italiano.

 

 

Ma l’aspetto che impreziosisce il libro di Pacelli è la considerazione relativa all’uso che i partiti politici avrebbero fatto dei servizi. I partiti politici italiani infatti avrebbero sfruttato questa efficienza a partire dal caso Montesi che fu uno scandalo gestito in modo da far fuori il dirigente democristiano Attilio Piccioni in favore di Fanfani.

I politici, scrive Pacelli, si controllavano a vicenda utilizzando i servizi o parti di essi. La pratica è radicata e diffusa al punto da indurre Oscar Luigi Scalfaro, nel 1987, a dire che la vera colpa delle deviazioni dei servizi era delle meschinerie personali dei politici.

Il 25 Gennaio 1967 il senatore Girolamo Messeri pur essendo diplomatico di carriera presentò una interrogazione al ministro della difesa dai toni più duri di tutte. Egli si riferiva al SID parlando di “ignobili sicofanti pronti a raccattare dal liquame di tutti gli angiporti notizie false.”

Nel 1973 ci fu una inchiesta della procura di Roma che rivelò l’esistenza di radiospie e microfoni dappertutto. Erano di Tom Ponzi e Walter Beneforti, ex commissario di polizia e collaboratore dell’Ufficio Affari Riservati, quello appunto di D’Amato. Partì una inchiesta che si concluse solo nel 1981 con un plenum di assoluzioni. Ma il punto da cogliere è che in tutti quegli anni non se ne parlò quasi per niente nel Paese perché, lascia intendere Pacelli, i partiti in parlamento erano accomunati dall’interesse alla tacita archiviazione. Sono gli anni della Solidarietà Nazionale e del Compromesso Storico.

In tutti quegli anni “essere intercettati era un fatto comune” (pg 93) e la faccenda delle intercettazioni di Ponzi non era per niente segreta ai vari parlamentari susseguitisi alla Camera e al Senato: il furgone che riceveva i segnali di intercettazione era collocato al centro di Roma, nella piazzetta del Rosario.

 

IL CASO FERE. Si tratta di Saverio Fere massone e pastore protestante. Egli determinò la scissione che diede luogo alla creazione dell’altra massoneria, quella di Piazza del Gesù, ovvero la concorrente di quella di Palazzo Giustiniani. I membri del Gran Consiglio fascista erano in maggioranza affiliati, iscritti, a Piazza del Gesù. Gli altri, dice Pacelli, erano liberal democratici filo GB o Francia.

 

La P2. E’ stata sciolta dal Governo Spadolini e il suo scandalo coincide con la fine della DC. Ad ispirare la legge di scioglimento fu il giurista di alto profilo Paolo Ungari. (Gran Maestro di elevato grado).

 

Il banchiere Cesare Merzagora fu presidente del Senato italiano per un lunghissimo periodo. Dal 1953 al 1967. Al centro di questo arco temporale sta l’esperienza politica più importante delle sua intera biografia politica. Fu Presidente della Repubblica nell’ultimo semestre del 1964. Il presidente in carica Mario Segni infatti fu colpito da trombosi e Merzagora nella sua qualità di Presidente del Senato lo sostituì. Da questa posizione egli si illuse di riconquistare la carica che con Gronchi non era riuscito a vincere, ma le cose andarono diversamente. Venne eletto Saragat. Egli era stato il candidato alla Presidenza della Repubblica alternativo a Gronchi ed era Massone ateo dichiarato. Ciò nonostante era sostenuto da una DC, partito cattolico al cui interno però germogliava una certa idea di centro sinistra. Venne eletto Gronchi che esprimeva questa seconda impostazione. Il leader era Fanfani mentre i suoi oppositori sostenevano appunto Merzagora. Costui perse la battaglia, rimase presidente del Senato, ma continuò anche ad essere punto di riferimento per forze esterne al parlamento.

La situazione esplose nel Luglio ’60 con forti manifestazioni di piazza le quali ebbero come apici Genova e Reggio Emilia.

Sono tutti fatti noti, ma Pacelli aggiunge la considerazione che Merzagora fosse espressione di un piano riconducibile a forze del capitalismo europeo che con Cefis, Carli, Cuccia, Sindona e il generale De Lorenzo volevano togliere potere al sistema partitocratico che già si profilava. Forze riconducibili ad una loggia segreta nell’ambito della massoneria di Piazza del Gesù (forse Giustizia e Libertà).

 

In sintesi in queste 150 pagine si può trovare una piccola e preziosa miniera di indizi sulle eterne manipolazioni del potere, cattive pratiche e poteri occulti che hanno intossicato - e certamente intossicano tutt’ora – il sistema istituzionale della nostra Repubblica.

Una lettura affascinante e semplice; un esempio di equilibrio.

Quindi un libro da non accantonare: Mario Pacelli, STORIE DELL’ITALIA REPUBBLICANA, Istituzioni, protagonisti, testimonianze. A cura di Giorgio Giovannetti

 

                                                                ***

 

Egli segnala anche, nello scorrere del testo, dei libri, romanzi e/o saggi, che evocano, fatti politici non palesati nelle varie epoche. Me ne sono segnati alcuni cercando anche in taluni casi dei riscontri.

Essi sono:

                Il CUORE NERO DEI SERVIZI, di Piero Messina (BUR, Rizzoli 2012)

              GOVERNO OMBRA, di Maurizio Molinari (Rizzoli 2012)

                LA GABBIA, romanzo di Gluglielmo Negri (1992), Premio Viareggio.

                ROMANZO DELLA CONFINDUSTRIA, di Donato Speroni (Sugarco 1975)

                MONTE MARIO, romanzo di Carlo Cassola (1973)

 

 

 

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7 aprile 2019 7 07 /04 /aprile /2019 00:51

 

 

L’assalto al cielo.

Edito da Gallucci alla fine dell’anno scorso, è uscito dalla penna di Ermanno Detti questo breve romanzo centrato sugli ideali del 68.

L’oggetto principale della narrazione è la memoria di una ragazza, Francesca, che nel corso di quell'anno di lotte studentesche perse conoscenza sotto i colpi della polizia a Valle Giulia. La sua progressiva ripresa di coscienza scorre lungo una narrazione che ricompone la memoria dei famigliari per più di una generazione. Non mancano le incomprensioni famigliari e la femminilità dell protagonista. L’ambiente maremmano si alterna con ricordi studenteschi romani e si dipana fino ai primi anni settanta.

 

L’andamento è tipico. Si parte dalla manifestazione per la morte di Che Guevara nel novembre 1967, l’attivismo scolastico e gli scontri col preside. Francesca conosce il leaderino Oscar che le insegna cose come questa:” l’occupazione non è solo la conquista di un locale, ma di uno spazio del potere”. Poi verrà Valle Giulia, la botta, la guarigione e l’università. Una formazione tipica che segnerà la protagonista anche nel ricordo dei famigliari più giovani. Di striscio infatti si intuisce che Francesca da grande sceglierà la cooperazione internazionale lasciandoci infine anche la vita. 

 

Nel dipanarsi del racconto, organizzato in vari flash backs, vi si sciorina un altrettanto convenzionale elenco di idee ed obiettivi di riforma che hanno abbracciato tutta la storia di quella generazione, fino al ripensamento dei sogni rivoluzionari, qui affidato alle parole di Oscar:” Vedi, noi studenti siamo sati troppo … impulsivi. Con gli operai non si scherza, si sta stilando una piattaforma comune, obiettivi precisi, come l’abbassamento del voto dai 21 ai 18 anni, la pensione sociale per i poveri, una legge che preveda la possibilità di divorziare, un nuovo diritto di famiglia per l’abolizione del delitto d’onore, uno statuto per i diritti dei lavoratori, la chiusura dei manicomi e tante altre novità.”

 

L’autore in pratica descrive un’evoluzione del pensiero sessantottino tesa a darne credibilità e riconduce alla nuova coscienza di Francesca – quale personaggio emblematico – tutta la piattaforma rifomista degli anni settanta.

 

 Una lettura per bene, semplice, adatta alle scuole.

 

 

 

 

 

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14 febbraio 2019 4 14 /02 /febbraio /2019 22:33

 

 

Il libro di Aldo Giannuli COME I SERVIZI SEGRETI STANNO CAMBIANDO IL MONDO, edito da Ponte alle Grazie e uscito negli ultimi mesi del 2018, costituisce una lettura interessante per chi voglia rimanere libero da condizionamenti e pregiudizi mediatici. Colui infatti il quale non faccia per mestiere l’analista di fonti aperte oggi è più che mai ingannato e strumentalizzato nonché impossibilitato a comprendere i fatti di cronaca e politica. E a chi, come me, legge la stampa e guarda i tg quotidianamente da più di cinquant’anni un libro come questo offre un modello di sistematizzazione delle informazioni che risulta senz’altro gratificante ed efficace.

Occorre però aprirsi a concetti e terminologie non scontati ed innovativi: concetti come “guerra catalitica”, “reverse engineering”,” termiti fiscali” ecc., i quali si aggiungono al già noto menù di strutture e tecniche della guerra coperta quali: landgrabbing, target killing, soft power o espressioni raffinate come tertius gaudens.

C’è poi una rassegna di fatto delle vicende politiche, economiche e finanziare anche recenti trattate con criteri interpretativi non giornalisticamente convenzionali; e ciò, devo dire, a volte apre la mente e gratifica lo spirito.

 

Nel mondo convenzionale eventi di particolare rarità e importanza come la lista Falciani o i Panama papers sono stati trattati come acqua corrente e accantonati rapidamente dall’informazione di regime mentre risultano in tutta la loro importanza strategica nella ricostruzione di Giannuli. Allo stesso modo le agenzie di rating, trattate dal mainstream come vere e proprie istituzioni della finanza globale vengono dall’autore presentate per ciò che effettivamente sono ovvero pura mistificazione oracolare. Insomma il libro richiede la disponibilità ad un approccio non facile per chi si abbevera da sempre, orgiasticamente, al Sole 24 Ore.

L’ho letto con un passo tranquillo, apprezzandone il gradevole disincanto e annotando le più sottili osservazioni.

 

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22 novembre 2018 4 22 /11 /novembre /2018 16:50

 

 

Ludmilla godeva in bicicletta. Più pedalava e più godeva. Teneva il rapporto basso per pedalare più forte e godere di più in meno strada. Il rapporto era inversamente proporzionale soprattutto in salita ove lei soleva pedalare e godere furiosamente, con tanta energia. Arrivava doppiamente sudata, stanca ma felice. Il problema era in discesa, quando pedalava poco e faceva un sacco di strada. Odiava le discese. Erano diseconomiche, le ghiacciavano le mani e l’aria che entrava nella scollatura le raffreddava la pancia. A poco servivano i guanti e le magliette a collo alto: arrivava comunque annoiata e stizzita. E soprattutto non godeva quasi mai. Doveva tenere il rapporto alto e pedalare piano, doveva frenare e stancare le dita. Insomma doveva soffrire pedalando inutilmente.

Un bel giorno di primavera uscì di strada in discesa mentre pedalava a vuoto come una pazza. Con gran fortuna non si fece niente e si accovacciò per riprendere fiato e riflettere.

Già. Si rese conto che non era la quantità percorsa che contava nella sua vita ciclistica, ma la quantità goduta. Nel suo intimo ordine di valori il rapporto pedale/chilometro era sostituito dal rapporto di orgasmo podalico. Ludmilla era ciclovenerea, orgasmopodalica e discesofoba. Erano queste le cause dei suoi continui stati ansiogeni. L’unica soluzione era la pianura. Se ne fece una ragione e pedalò in pianura. Meno orgasmo/meno freddo, più pedale, più godimento a parità di strada percorsa. Il rapporto era direttamente proporzionale. Forse poco stimolante, insomma un po’ banale. Ecco, sì. Trovò la giusta definizione e se ne fece una ragione: d’ora in poi la sua vita ciclistica sarebbe stata “orgasmobanale ma ciclomensurale”.

Alla fine quindo, grazie al piano orizzontale, Ludmilla visse felice e pedalò contenta fino alla fine dei suoi chilometri.

 

 

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22 ottobre 2018 1 22 /10 /ottobre /2018 20:59

 

 

il 14 ottobre del ’68 era un Lunedì. Mio padre, dopo 5 anni di vedovanza, si era risposato ormai da un anno con una operaia Marzotto che era maestra di orditura e faceva i turni. Avevamo cambiato casa passando da via Ugo Foscolo a via Carducci. Uno spostamento di una decina di metri in linea d’aria. Questo appartamento, anch’esso costruito da Marzotto ed assegnato con contratto di riscatto, era più piccolo, ma ben arredato e non mancava, ovviamente, la televisione. Ci volevano quattro piani di scale per raggiungerlo, ma aveva uno comodo scantinato facilmente accessibile. Ed era lì che mi rifugiavo dopo cena per fumare, cosa questa ancora altezzosamente vietatami nonostante i miei diciassette anni.

 

               …

 

Quella sera di metà ottobre 1968 lasciai mio padre che fumava in cucina guardando i giochi olimpici e, una volta scese le scale a saltoni, mi recai alle panchine. Volevo fumare e chiacchierare con i miei amici. Ricordo che non si parlò della sanguinosa repressione studentesca appena avvenuta a Città del Messico, dove si tenevano appunto le olimpiadi, una repressione che vide la polizia aprire il fuoco sulla folla dagli elicotteri massacrando cinquecento studenti che manifestavano, ma si parlò di Hey Jude.

 

Questo pezzo dei Beatles nell’ottobre novembre di quell’anno primeggiava in classifica in mezzo mondo e divenne presto il preferito nelle nostre festine in cui si ballava stretti a luci spente. La sua forza, dal nostro punto di vista, era l’ultima parte molto lunga e ripetitiva, che costituiva il momento giusto per tentare il bacio appassionato. Già, infatti il bacio era considerabile “appassionato” solo se era effettuato con l’apporto della lingua mentre quello senza lingua non costituiva peccato con obbligo di confessione (salvo se accompagnato da cattivi pensieri). Quindi l’ultima parte di Hey Jude era, nel nostro sistema di valori, decisamente peccaminosa. E ciò rendeva quel pezzo affascinante e trasgressivo.

Ma non era cosi per i più politicizzati di noi. E qui occorre precisare che tra le panchine dove si cominciava a sentire l’aria del sessantotto, a politicizzarsi furono prima quelli di destra. Infatti la discussione della serata verteva sul tentativo di rifiutare quella canzone perché “israelita”. Il testo, secondo i destrorsi che si vantavano di conoscere l’inglese, si rivolgeva agli ebrei perché JUDE veniva inteso come “giudeo” e un successivo verso veniva inteso come “remenber the letter under your skin” considerandola una allusione al tatuaggio sulla pelle degli internati nei campi di stermino. Ora, la vicenda dei campi di sterminio con annessa camera a gas non era considerata vera dai nostri amici filonazisti i quali, è giusto precisare, lo erano molto ingenuamente e con approccio piuttosto infantile. Pertanto in quella fantasiosa interpretazione della canzone si vedeva un messaggio comunista filoebraico. “E’ stato il mona di John Lennon che ha perso la testa per quella …(poco di buono)… di comunista giapponese (Yoko Ono) a cambiare lo stile dei Beatles e metterci dentro la politica!” disse il più accalorato sostenitore della tesi negazionista. Mentre quelli come me che non sapevano l’inglese pensavano semplicemente che “gionleno” stesse dando un po’ i numeri per via dell’erba marijuana. La discussione fu lunga e accalorata. E forse anche troppo gridata e sboccata tanto da farci richiamare dal prete i giorni successivi. Pare che ci sia stata anche una richiesta, una petizione, da parte di alcune signore bene con le finestre affacciate lungo il viale delle panchine, affinché le panchine stesse venissero benedette al fine di scacciare il demone del turpiloquio. Ma alla fine l’intero gruppo di panchinari rimase unito e trovò relativa pacificazione nel convenire che in fin dei conti Jumping Jack flash dei Rolling Stones, era molto meglio di Hey Jude.

Sapevamo, perché ne aveva parlato Arbore a “per voi giovani” che questa canzone era stata composta durante l’estate da Keith e Mick una mattina dopo una notte brava, ma non sapevamo che essa, come racconta oggi Philip Norman, era stata riadattata nel testo in un’ottica censoria verso i genitori. Mick infatti non scriveva mai i propri testi, li improvvisava al microfono e così colei che lo trascrisse (Shirley Arnold) consapevole che quel giorno stava arrivando la madre di Mick per la visita settimanale, tagliò il verso “I was raised from a toothless, bearded hag” (sono stato allevato da una strega sdentata e barbuta) che fu poi ri-aggiunto nel 45 giri.

 

Oggi, cinquant’anni dopo, potendo disporre di un po’ di buon senso si può tentare di chiarire che il fattore decisivo che fece convergere la compagnia su quel pezzo molto ritmato e aggressivo, fu la convinzione che esso pur non avendo un momento buono per il bacio, faceva saltare le ragazze donandoci il relativo ballonzolamento dei seni. Occorreva però tenere le luci, seppur moderatamente, accese.

Ma alcuni di noi sanno, forse quelli più moderatamente sinistrorsi, che nel successivo periodo delle festività natalizie, quando si preparavano le prove per lo Stu-show dell’ANNO SCOLASTICO 1968/69, si era già affermata la pratica di far suonare prima i Rolling Stones per scaldare la festa e poi, a luci spente, i Beatles per baciare le ragazze.  Ragazze le quali, accaldate, non sempre avevano chiaro con chi stavano ballando e più di qualche volta generarono un po’ di confusione sotto l’effetto del verso che dice: “Hey Jude, don’t be afraid but take a sad song and make it better”. Anzi una li loro, che diceva di sapere l’inglese, mi disse che “remember to let her under your skin “ voleva in realtà dire:  “ricordati di lasciarla sotto la pelle”… Ed è proprio ciò che feci… Già. La differenza tra “Letter” e “Let her” può cambiare una storia.

 

Ma oggi, dicevo, che disponiamo di wikipedia e di libri che raccontano la vera storia dei Beatles, come ad esempio Shout! e/o Mick Jagger di Philip Norman, sappiamo dettagli che allora ci sfuggivano. Innanzitutto i giudei, le camere a gas ecc. non c’entrano niente con Hey Jude. Così come in Jumping Jack Flash non c’entrano i lampi sulle danzatrici saltellanti, ma semmai qualche fiaba o la diabolica pioggia di bombe della seconda guerra mondiale. Inoltre Hey Jude l’ha composta Paul con solo qualche sporadico suggerimento al testo da parte di John. Infine i Beatles erano profondamente divisi all’epoca con Paul (qualcuno dice Faul) che stava lanciando la Apple su una dimensione melodica scarsamente rivolta al rock. Anzi aveva appena prodotto il successo di Mary Hopkins “Those were the days” che volava in testa alle classifiche rimanendo seconda solo, appunto, a Hey Jude. Quella canzone in Italia era cantata da Gigliola Cinquetti e diceva “quelli eran giorni si, erano giorni che … noi ballavamo anche senza musica e quando il semaforo segnava rosso noi passavamo allegri ancor di più…“ecc. cioè si evoca il ballo come fattore di libertà trasgressiva. I nostri argomenti erano quindi sulla bocca di una cantante che consideravamo superata dal rock, inteso come espressione della nuova libertà.

 

Ma il dettaglio che possiamo sapere solo oggi è che quella canzone (Those were the days) venne usata come inno durante la fucilazione di massa che represse il tentato golpe in Guinea Equatoriale nel Natale del 1975. Il presidente Nguiema, che era salito al potere proprio a metà ottobre del 1968, aveva poi fatto fucilare nello stadio della capitale, i 150 traditori golpisti.

 

Da una fucilazione all’altra, da Città del Messico a Malabo passando per il ballo e il tradimento: Veritas filia temporis.

 

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Published by omniavulnerant - in racconti
11 maggio 2018 5 11 /05 /maggio /2018 16:52

 

In un suo scritto che risale al Marzo 1982, Borges narra dei suoi genitori. Fu suo padre Jorge Guillermo a stimolarlo a scrivere e per questa ragione penso proprio che il mondo contemporaneo gli debba infinita gratitudine. Scrivere quando se ne avverte necessità e poi nessuna fretta, a pubblicare c’è sempre tempo.

 

Jorge Luis lo racconta in una delle sue preziose autointerviste pubblicate da Il Giornale e oggi riproposte nella collana “fuori dal coro” sotto la direzione di Sallusti. E dopo aver descritto con simpatia le sue minime avventure pubblicistiche tra il 1923 e il1930 parla di sua madre: “Una creatura straordinaria” che “credo non ebbe alcun nemico”.

 

Egli ebbe un rapporto moto bello coi genitori e con tutta la famiglia e qui, in questo testo apparentemente semplice Borges richiama in poche righe alcuni dolci tratti biografici con la modestia dei grandi. In quelle poche righe c’è tutto, perché c’è il senso di una vita anche sofferta, ma sempre con amore.

 

                                                                                ***

 

In questo tempo nel quale si assiste al meschino fallimento del premio Nobel per la letteratura, un fallimento endogeno ma trattato dai media come scandalo sessuale per ottenere magnitudo, si rimpiangono in quelle righe le occasioni perdute. Borges è un Nobel mancato, ma forse non sentiremo più la mancanza del Nobel.

 

 

 

 

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5 maggio 2018 6 05 /05 /maggio /2018 22:02

 

 

 

Carlo Marx è nato a Treviri il 5 Maggio del 1818. Era figlio di Heinrich, un avvocato ebreo,  che per poter esercitare la professione si era convertito al cristianesimo protestante. La madre Henriette discendeva da rabbini di origne olandese.

Fu uno dei più importanti pensatori della storia, conosceva perfettamente cinque lingue e condusse una vita onesta in vari paesi dell'Europa dedicandosi allo studio e all'elaborazione di un sistema di pensiero analitico e critico verso la realtà materale e la sua storia. Da suo lavoro intellettuale derivano la cultura e la prassi del più importante movimento politico della storia moderna: il movimento operaio.

In una ettera alla filgia Laura dell'11 Aprile 1868 egli si descrive in questi termini:"Io sono una macchina, ccndannata a trangugiare i libri per buttarli fuori in forma diversa sul letamaio della storia".

 

Carlo Marx è morto a Londra il 14 Marzo del 1883.

Amò e fu amato dalla sua famiglia e dai suoi amici ed ammiratori. Dalla sua morte il suo ricordo perdura nel rispetto e nella memoria di innumerevolii milioni di persone.

 

Oggi a Treviri campeggia un monumento ideato e donato da artisti cinesi la cui patria è sulla soglia della leadership mondiale grazie ad un sistema economico sociale realizzato in suo nome.

 

 

 

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