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19 marzo 2018 1 19 /03 /marzo /2018 12:51

 

 

 

 

Tra gli abili narratori di regime c’è Pino Corrias. Costui scrive bene ed ha una qualità spiccata nella sterilizzazione delle notizie. Con lui ogni catastrofe diventa un fatto destinato ad un malinconico, ma tollerabile fatto della nostra cultura nazionale. Una delle tante sfighe che incorrono nel normale fatalismo della vita.

Egli dedica nel suo ultimo libro, freschissimo di stampa, una ventina di pagine al caso Moro. Si occupa di luoghi topici per la nostra cronaca e si sofferma a commentare la lapide dedicata ai caduti di via Fani. Quando l’ha scritto non sapeva evidentemente che la lapide è stata insozzata di scritte ignominiose a metà Febbraio ultimo scorso per cui coglie ciò che in essa non c’è ovvero il nome di Aldo Moro.

 

Il sedici Marzo Moro ha una camicia bianca che indosserà anche il giorno della sua morte lavata e stirata. Da chi, dalle Br? Barbara Balzerani, Adriana Faranda, Anna Laura Braghetti? O dalle suore di Marcincus? Certo qualcuno gliel’ha lavata. E poi stirata con amore, anche se magari non sapeva che era sua. Ma se lo sapeva il messaggio è chiaro: torna a casa pulito e stirato. E’ finita.

La Fiat 130 blu cha passa di lì ogni mattina è guidata da Ricci con Leonardi che sta con Moro da 20 anni ed è “uno di famiglia”. Viene sorpassata da una 128 guidata da Moretti. Si l’ingegner Moretti, quello che oggi lavora da 14 anni alla Regione Lombardia, quella di Maroni e Formigoni…

Ma chi c’è alla destra di Moretti, chi sta con lui? Chi è che smonta e fulmina Leonardi in un lampo?

La strage di via Fani è “un’azione analizzata nei 40 anni successivi in 5 processi, 23 sentenze, 3 commissioni parlamentari, centinaia di libri, migliaia di interrogatori, milioni di pagine, milioni di parole.” Scrive Corrias. Ma non sappiamo chi c’era. Forse un super tiratore americano, o uno dei super addestrati del Mossad. Mah! Comunque quello ha sparato 49 colpi da solo, su 92 totali a giudicare dai bossoli e dai buchi sulle carrozzerie… ed appare piuttosto improbabile che fosse Seghetti. E non era neanche Moretti stesso perché era impegnato a tenere il piede sul freno e la mano sul freno a mano per non la sciar spazio a Ricci, sulla Fiat 130, il quale a sua volta tentava di farsi largo tra le auto che lo bloccavano. A proposito, chi ha messo la Mini a parcheggio sulla destra, trovata geniale che si è rivelata logisticamente decisiva? Quello che è certo è che si tratta di un’auto riconducibile ai servizi segreti italiani. Lo ha scritto l’ultima commissione parlamentare. Vuoi vedere che l’on. Giuseppe Fioroni, medico, ex sindaco di Viterbo, ex ministro della Pubblica Istruzione, uomo di Prodi è passato coi complottisti?

E chi ha ucciso con fenomenale colpo di pistola l’agente Jozzino, il quale era nel sedile posteriore destro dell’Alfetta di scorta e fece in tempo a scendere, posizionarsi al centro della strada prendere la mira in posizione di tiro prima di venire abbattuto? Morucci ha scritto nel memoriale che fu Bonisoli, il cui mitra si era inceppato e aveva tirato fuori la sua pistola. Ma è più probabile che sia stato un supervisore dall’esterno del commando, uno dei tanti presenti sulla scena per aiutare le Br a non fallire. Infatti è questo il punto chiave del mistero irrisolto: chi c’era veramente in via Fani quel mattino?

Di sicuro c’era il colonnello Guglielmi, esperto addestratore di Gladio presente sul posto fin dalle otto, quando era andato a trovare un amico che abitava lì vicino perché era da costui stato invitato a pranzo. Ma guarda che caso.  Se c’era uno da mettere a supervisione in quel luogo, in quella mattina, ebbene era proprio lui.

Poi c’è la storia della motocicletta. Ci sono testimonianze, acquisite dalla Commissione Parlamentare, secondo cui quel mattino c’erano due uomini, dei quali uno armato, che tenevano a bada i passanti e che sarebbero, dopo aver sparato sul parabrezza di un passante in vespa, partiti di gran carriera nella stessa direzione dell’auto che conteneva Aldo Moro appena rapito.

Ma di tutte queste cose Pino Corrias non si occupa, perché sono complottismi e anzi scrive: “Nessun militante brigatista, nessun fiancheggiatore o killer pentito… ha mai rivelato doppie identità o fini ulteriori, remoti o differenti da quelli ciclostilati e diffusi…”   E poi:

“…il grosso ormai è noto e la sua semplicità è disarmante. Moro è stato sequestrato e ucciso dai brigatisti. E non ha niente a che vedere con le poderose macchine narrative – il superclan e la scuola Hiperion di Parigi, la CIA di Steve Pieczenik e l’agente russo nonché maestro d’orchestra Igor Markevic – che specialmente le commissioni parlamentari hanno messo in moto per aumentare a dismisura l’elenco dei colpevoli, dei complici e (certamente) attenuare il senso di colpa che sempre si intravede al fondo delle loro monumentali indagini.” (pg. 142)

 

 

Mah… o c’è o ci fa.

Se c’è bisogna spiegargli che l’intelligence esiste nella realtà e non nei romanzi. Ciò che esiste nei romanzi può essere rifiutato, basta un piccolo sforzo mentale. Ma ciò che fa l’intelligence nella realtà lo si può solo subire. Le polizie segrete esistono nella realtà, non nei romanzi. E sono fatte di infiltrati, di doppie identità ed, haimè, di vite false che possono solo essere negate. Non svelate. Se si vuole si può pensare che si tratti di pochi e rari casi. Casi lontani dalla nostra integra quotidianità, ma non è così. E’ una malattia degenerativa delle civiltà moderne, una metastasi difficile da diagnosticare proprio perché nascosta dalla falsa comunicazione. Una realtà ben nota alle moderne scienze sociali, diagnosticata dai vari Packard, Marcuse, Chomsky ecc. ma mistificata e derisa da un esercito di moderni giullari che ignorano ogni principio di obbiettività in nome di un polically correct meschino ed autocensorio. Penne e mezzibusti spesso inconsapevoli, ma a volte consapevolmente malevoli. Assassini della verità.

E se ci fa? Allora bisogna difendersi. Ed è quello che gli elettori stanno facendo. E’ proprio sulla coscienza e l’istinto democratico della gente comune che possiamo fare riferimento. Perché il cosiddetto popolo non è fatto di stupidi, non è fatto di casi disperati, casi umani di disgraziati come quelli caricaturizzati dalla cronaca allarmistica. Il popolo è fatto di persone, madri, padri figli che lavorano o che ogni giorno affrontano l’arte e la fatica di vivere. Persone che meritano rispetto e giustizia.  

Già, giustizia. Sapendo che, come dice Giovanni Moro, l’unica giustizia possibile è la verità.

 

 

 

 

 

 

 

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5 febbraio 2018 1 05 /02 /febbraio /2018 21:48

 

 

 

 

 

Nella prospettiva delle imminenti elezioni politiche nei mesi scorsi si sono intensificate le esplorazioni sull’identità e la consistenza del Movimento 5 Stelle, la forza politica che domina i sondaggi.

Si tratta come è noto del soggetto parlamentare più temuto dal quadro istituzionale e dal ceto politico preesistente perché, nato e consolidato al di fuori del mainstream mediatico, si è addirittura mostrato resistente ad esso e ai suoi attacchi delegittimanti.

Definito col termine di “populismo” il Movimento 5 Stelle è assolutamente legittimo, non violento, garantista e legalista con una forte animosità contro gli endemici fenomeni di corruzione che caratterizzano la vita politica italiana, nonché portatore di istanze innovative circa le regole della politica.

All’inizio della legislatura, nonostante i suoi nove milioni di voti, esso è stato ignorato dall’establishment. E’ stato visto come un infortunio elettorale che ha portato in parlamento una massa di dilettanti incompetenti e rompiscatole di cui sarebbe stato facile liberarsi mostrando al paese la loro inconsistenza. Alle elezioni europee, svoltesi sotto l’abbaglio renziano, sinistra e destra si erano illuse che quella fosse la linea giusta. Ma alle successive elezioni amministrative (parziali) illustri candidati come Piero Fassino e Giachetti sono risultati sonoramente battuti da giovani figure del Movimento 5 Stelle come Raggi e Appendino. Allora si è passati all’attacco diretto ma dopo due anni di persistente e pesante bombardamento contro la sindaca di Roma Raggi il recente test municipale si è risolto a suo favore, rivelando pertanto tale linea inefficace e forse addirittura controproducente. E non solo a Roma pervhè alle elezioni regionali siciliane il candidato pentastellare non ce l’ha fatta, ma il Movimento 5 Stelle è diventato la prima forza politica.

 

Appare chiaro quindi che si tratta di un fenomeno non passeggero, che va preso sul serio e affrontato cambiando approccio.

In questo senso mi aspettavo, dopo una positiva presentazione televisiva di Corrado Augias, che il libro di Alessandro Dal Lago “POPULISMO DIGITALE” rappresentasse questa nuova tendenza. Perciò l’ho acquistato e letto con attenzione.

 

Il testo è il risultato di alcuni approfondimenti e monitoraggi che lo studioso, sociologo della cultura, ha portato avanti nell’ultimo anno consultando una ricca bibliografia e seguendo i comportamenti di questa nuova forza politica soprattutto nella dimensione digitale. Ne esce una interessante comparazione con gli altri populismi, storici e contemporanei, e una individuazione dei pericoli potenziali ad esso connessi. Quest’ultima parte però si lascia andare al recupero di vecchi schematismi propagandistici fino a definire il Movimento come un “fascismo travestito da democrazia diretta” e ciò determina una imerdinable caduta di stile. Il paragone col regime anticostituzionale sarebbe a malapena tollerabile se non ci fosse un reale pericolo fascista, ma i fatti recenti sono di tutt’altro segno ed è sempre meglio non scherzare con le etichette.

 

Prevale quindi nel libro la tentazione all’ossequio verso l’establishment sull’obiettività scientifica.

                                                                        

 

 ***

Il nuovo è nella Rete, con i suoi pericoli. E’ chiaro che sia la rete che il populismo portano con sé dei rischi. Ma ai populismo in Italia è già insediato e governa da un quarto di secolo con Berlusconi e Bossi ed è stato costruito essenzialmente col sistema televisivo, ovvero i vecchi media.  La vera novità è l’integrazione di questi con l’internet dello stadio 2.0 ovvero il social networking. E se finora la partecipazione in rete ha fornito nuove opzioni politiche non è detto che sarà sempre così perché il potere si sta trasferendo dagli stati nazionali ai nuovi padroni globali i quali operano al di fuori del controllo democratico. E questo è l’allarme che condivido tra quelli lanciati da Da Lago.

Il buon Antonio Gramsci, mentre si trovava in cattività con Pertini, annotava nei suoi quaderni molte riflessioni acute e ancora attuali circa la politica e la cultura nazionali.

E la frase che è stata scelta come incipit da Dal Lago, ne è un esempio felice:

La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Con questa citazione Dal Lago colloca il fenomeno politico che sta studiando in un quadro transitorio, critico e morboso. E infatti introduce il libro evidenziando il fenomeno della imprevedibilità dei comportamenti elettorali come caratteristica della attuale fase di transizione dall’opinione pubblica all’opinione digitale. Nella prima i media generalisti pilotano il consenso, nel secondo caso no. Anzi con Internet i cittadini possono agire direttamente sul sistema politico e lo fanno. E qui l’inattendibilità dei sondaggi, vedi Brexit e Referendum, sembra dargli ragione. Ecco quindi che la rete ha un ruolo rivoluzionario e consente “l’auto-organizzazione di movimenti impermeabili ai condizionamenti dell’establishment politico e informativo”. Una nuova libertà democratica.

Ma questa libertà è illusoria, scrive Dal Lago, perché mette i cittadini in una sorta di acquario, un ambiente artificiale nel quale nuotiamo illudendoci di essere liberi mentre in realtà ci muoviamo al servizio di interessi che ci restano sconosciuti. Esistono infatti i padroni de web, Zuckemberg ecc. che ne controllano i destini e di fatto ci offrono una illusione di indipendenza che produce soggezione inconsapevole. (pg 16)

 

Trovo l’osservazione degna di attenzione. Ma è comunque grazie a queste nuove libertà che giovani protagonisti come Di Maio ( e non Grillo e Casaleggio) possono portarsi sulla soglia di chi guida una delle dieci principali economie del mondo senza bisogno di un partito. E lo scopo della democrazia è appunto quello di permettere un ricambio dei leaders attraverso legittime spinte dal basso.

Anche l’avvento di Trump è stato un fenomeno di ricambio prodottosi al di fuori dei piani dell’establishment e oggi, nonostante l’isterismo degli attacchi sferrati dagli apparati interni (FBI), ad un anno dall’insediamento vi sono netti segnali di consolidamento del suo consenso anche nei mercati finanziari.

 

Aldilà di quali politiche faranno Trump e, ipoteticamente, Di Maio, la democrazia sembra pertanto, anche nell’era di internet, in grado di assicurare l’alternanza. Altro che fascismo.

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10 gennaio 2018 3 10 /01 /gennaio /2018 01:49

 

 

 

 

Il libro Le mani rosse sulle forze armate è un pamphlet uscito ne gennaio del 1966 con firma di tal Flavio Messalla. Si trattava però di uno pseudonimo dietro al quale si celava il lavoro di Pino Rauti, Guido Giannettini ed Edgardo Beltrametti. I primi due sono nomi molto noti della destra eversiva con coinvolgimenti nelle trame nere e in particolare Giannettini funzionario dei servizi segreti, mentre il terzo fu relatore e curatore degli atti del convegno sulla guerra rivoluzionaria tenutosi a Parco dei Principi nel 1965. Un convegno di estrema destra avente come tema centrale una chiamata al ruolo anticomunista delle forze armate.

Il volume fu auspicato dal generale Aloia, rivale dell’allora capo dei servizi segreti militari generale De Lorenzo. E contribuì alla campagna per la destituzione di quest’ultimo che avvenne nell’Aprile del 1967.

Esso sostiene una tesi politico militare secondo la quale l’impostazione neutralista del generale in capo De Lorenzo si traduce in un mancato contrasto che mette a rischio le nostre forze armate difronte alla pressione comunista. Si presuppone infatti che i comunisti lavorino per preparare l’invasione sovietica.

 

Io posseggo l‘edizione realizzata da Savelli nel 1975 la quale raccoglie un saggio analitico prodotto da una apposita commissione di studio creata da Lotta Continua in collaborazione con militari di leva. In esso nelle prime cinquanta pagine vengono esaminati i materiali e gli atti collegati al convegno e al libro. Il primo testo fuori circolazione era stato ritirato dal mercato su iniziativa dell’Ammiraglio Eugenio Henke, ma la commissione di Lotta Continua, disponendone di una copia sopravvissuta, rese possibile la pubblicazione fotostatica delle 75 pagine originali nella seconda parte del libro.

 

 

 

Citazione:

In una guerra futura due componenti di rilievo dovranno essere tenute in considerazione: quella atomica e quella sovversiva. Quest’ultima, a differenza della prima che è basata essenzialmente sula tecnologia, ha come soggetto principalissimo l’uomo, con tutti i suoi problemi d’ordine morale e materiale, le sue ideologie, le sue passioni, i suoi eccessi di fanatismo, di odio, di cupidigia; esso deve, quindi, essere oggetto di una accurata preparazione materiale e morale.”

 

 

 

 

 

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12 dicembre 2017 2 12 /12 /dicembre /2017 18:56

 

 

 

 

 

Dopo la umiliazione ricevuta sulla guerra siriana, che è stata contrabbandata per quattro anni da primavera araba mentre si trattava solo del tentativo occidentale di ridimensionare la Siria abbattendo Assad, gli USA impegnano il mainstream a non celebrare la vittoria di Putin (e dell’Iran) contro il terrorismo e lanciano una specie di piano B.

 E’ il piano che prevede il lancio di un nuovo asse di interessi sul teatro mediorientale tra Arabia Saudita e Israele. Il novo leader saudita Salman non può permettersi di sostenere Nethaniahu ma può tollerare che Trump sposti l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. A sua volta Nethaniahu può vedere bene la guerra di contenimento dell’Iran messa in atto dai sauditi nello Yemen.

 

In questo quadro leggo le fake news della settimana passata. Sono finalizzate ad orientare l’opinione pubblica verso questa nuova soluzione. I paesi NATO non possono permettere che Puntin, forte della vittoria siriana consolidi ora il ruolo di mediatore, preferiscono farlo fare a Macron il quale sta verificando la fattibilità di una mediazione che abbia al centro Gerusalemme. Vediamo come procederà.

 

Anche l’attentato alla stazione Bus di Manhattan potrebbe far parte del piano. Quando il sistema è in difficoltà ricorre al false flag e quelli recenti, come abbiamo in evidenza fin dal Boston Bombing, sono accompagnati dalla messa in scena di un Drill ovvero una modalità operativa per la formazione delle forze speciali. Si testano le procedure da seguire in caso di emergenza nell’ambito di esercitazioni militari. Il trucco è che nell’ambito del drill si piazza anche una bomba vera che esplode. Gli stessi pianificatori della manovra vengono ingannati da una componente occulta sita nel board direttivo. In pratica ci sono dei veri terroristi ma inconsapevoli di essere manipolati dentro la manovra che credono di fare. Detonatori e timer sono quasi sempre truccati. La detonazione avviene sempre in luoghi massivi per testare il controllo antipanico.

L’evento viene quindi speso secondo la strategia comunicativa più utile in quel determinato frangente e questo lo decide la componente politica del board.

In questo caso rilanciare l’allarme anti ISIS è utile ad affievolire l’effetto vittoria di Putin in Siria. Collegarlo poi alla storiella di Gerusalemme significa potenziare (nelle intenzioni dei pianificatori) il ruolo americano. Infine il fatto di localizzare l’evento terroristico a NY è utile per mettere sotto tensione l’ONU nei giorni decisivi per la presa d’atto del rafforzamento russo.

 

Trump, che sull’arte del negoziato ha scritto un libro di successo,(il best seller Art of the Deal uscito nel 1987) è esperto negoziatore e fa un punto d’onore nel dimostrare di riuscire ove i predecessori hanno fallito. Il negoziato più fallimentare degli ultimi decenni è quello relativo al tema palestinese e lui ci sta provando. Gli alleati devono sostenere l’operazione e si adeguano alle fake specifiche. Tutto qui. Criminale ma vero.

 

 

 

 

Tutta la comunicazione di questi giorni in area NATO ha cercato di sminuire l'immagine di Putin arrivando anche a superbufale come quella attribuita a Joe Biden. In raltà l'ex vice Obama non ha detto niente di strano, è solo una ipotesi sull'atteggiamento strategico russo. Ma qualche pecora belante è arrivata al punto di chiedere un incontro con l'ambascitore americano facendo così ricordare agli italiani che l'ambascitore USA lo scorso anno, in piena campagna referendaria entrò a gamba tesa per il Sì.

Quella fu un'ingerenza reale il resto sono chiacchere.

In proposito mi diverto a ricordare che Confindustria presentò uno "studio" secondo il quale se avesse vinto il NO ci sarebbe stata una decrescita del PIL di 4 punti in tre anni...

 

12 dicembre 2017

Oggi i gionaloni cantano la loro parte ma con una insolita reticenza de La Repubblica. Forse gli interessi della proprietà e la formazione agnelliana del direttore incidono sulla scelta redazionale, sta di fatto che il quotidiano celebra la vittoria di Putin e, in sintonia forse casuale con il New YorkTimes, si chiede nel corpo degli articoli se il regime di Assad sarà ora in grado di affrontare la sfida della ricostruzione. Anche Avvenire canta il coro sottovoce ed evidenzia le nuove opportunità di business che si offrono ora alla Russia.

 

Il tiro è centrato sulla figura del caturato, piantonato in ospedale, al quale fanno dire tutto, da ISIS alla vendetta anti israeliana. In realtà non hanno altro, ma devono tenere alto il tono allarmistico. Il deflusso è stato ordinato e non ci sono state vittime da panico. Viene confermato, senza enfasi, che la  bomba è stata detonata prima di quanto si aspetasse il terrorista.

 

 

 

 

 

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30 novembre 2017 4 30 /11 /novembre /2017 19:14

 

 

 

 

Ugo Facco De Lagarda, autore de IL COMMISSARIO PEPE, lo scrisse su richiesta amichevole dell’editore vicentino Neri Pozza che lo pubblicò per la prima volta nel 1965. Successivamente seguirono altre edizioni, tra le quali quella della casa editrice GIANO del 2009.

 

La mia generazione, che all’epoca non lo lesse per niente, venne a conoscenza della tematica che esso tratta attraverso il ben più famoso film omonimo interpretato da Ugo Tognazzi. In esso l’attore, diretto da Scola nel 1969, interpreta il ruolo di un poliziotto che deve condurre, un po’ controvoglia, un’inchiesta di buon costume nella città di Vicenza. Egli la porta a termine ma alla fine accetterà l’insabbiamento e si farà trasferire perché i personaggi coinvolti stanno molto in alto. E la mesta tranquillità cittadina, per quanto moralmente corrotta, non andrà turbata.

Film e libro sono un po’ diversi perché nel romanzo alla fine è il commissario stesso a distruggere il fascicolo per non far nulla e se nel film c’è malinconia e satira di costume, nel romanzo c‘è invece rassegnazione e addirittura, a mio giudizio, un po’ di paranoia. Ma entrambe le opere sono di qualità e l’ispirazione è molto realistica.

Il romanzo, che ho letto con piacere e curiosità pochi giorni orsono, va considerato un giallo come il Pasticciaccio di Gadda o La donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Ovvero romanzi che attraggono anche per il contesto realistico che descrivono. E’ fatto di interrogatori che si svolgono in sordina e buone maniere, e il commissario Pepe, che nonostante il cognome è un vicentino, per mantenere la riservatezza anche in questura si insedia per quindici giorni nella casa della sua donna, Matilde, mandandola per un po’ a stare a Milano. Ma via via che procede nell’inchiesta il povero commissario si trova sempre più accerchiato da un malcostume sessuale diffuso e protetto.

La vicenda viene collocata tra il 10 Aprile e il 5 Maggio 1964. In quell’arco di tempo cadono due festività importanti che normalmente si caratterizzano per commemorazioni e cerimonie pubbliche impegnative. Esse avrebbero potuto offrire al narratore l’occasione per descrivere l’ipocrisia di un ceto politico amministrativo cittadino corrotto dentro ma perbenista fuori. Ma l’autore non ha colto tale opportunità e non ne parla. Io non escludo però che inizialmente egli possa averci pensato altrimenti non si spiegherebbe la collocazione temporale scelta. Forse all’epoca, quando la politica ancora non interessava ai lettori, si è preferito lasciarla stare. E ne è uscito un racconto in cui sono descritte le nostalgie per il fascismo in ambienti religiosi e i torbidi intrecci di corruzione sessuale tra le famiglie bene della città. La città ovviamente non è una metropoli e trasuda provincialità. In essa, a differenza della situazione odierna la corruzione sessuale non è legata tanto al denaro quanto piuttosto ad una forte bramosia di “esperienze e sfoghi” e in questo si vede che la storia narrata è un po’ datata e non riproponibile.

Dal punto di vista della scrittura va detto che ci sono riferimenti sessuali anche espliciti, cosa rara all’epoca ma non sono efficaci come quelli di Fruttero e Lucentini che verranno sette anni dopo, nel 1972, stabilendo una contaminazione tra giallo ed erotismo che farà scuola. Inoltre, come osserva Alessandro Scarsella nella postfazione dell’edizione che ho letto, anche rispetto alla tipologia tipica del giallo vi sono anomalie come quella di coinvolgere nella sfera dei colpevoli la stessa donna del poliziotto; contravvenendo in tal modo uno stereotipo narrativo che resiste tutt’oggi (es. il commissario Montalbano).

 

                                                                                      **

 

Nel contesto vicentino sia il libro che il film non vennero accolti con favore. Ne riferisce Pupillo ad esempio nel suo “Il pesciolino rosso” laddove descrive l’attacco pesante del foglio cattolico locale La Voce dei Berici, che disconosce la storia narrata ne Il commissario Pepe, attribuendogli l’intento di voler colpire una provincia ancora sana, nella quale anche la stessa “contestazione” si richiama alla matrice del cattolicesimo.

Il riferimento è alle battaglie giovanili come quelle sulla obiezione di coscienza che ebbe risvolti interessanti proprio a Vicenza dove nel 1965 il Procuratore della Repubblica fece sequestrare con l’accusa di vilipendio delle forze armate il libro Appunti sulla Naja. Tale libro era stato scritto da Giuseppe Gozzini, primo obiettore cattolico, e pubblicato dalla casa editrice vicentina LA LOCUSTA, di Rienzo Colla.

 (Guido Crainz, Il paese mancato, pg 114)

 

 

                                                                                          ***

 

Ad un lettore valdagnese come me non può mancare la tentazione di cercare tra le pieghe di questa storia qualche allusione alla famiglia Marzotto che nel 1965 era molto in auge. Ma non c’è alcun riferimento e anzi l’intreccio tra contesse e curia vescovile ivi alluso allontana ogni possibilità di riferimento alla illustre famiglia valdagnese la quale com'è non non coltivava paticolari relazioni clericali. Tuttavia è opportuno notare che solo otto mesi dopo l’uscita del film avvenne la vicenda Casati Stampa.

In conclusione direi che la lettura di questo vecchio romanzo è ancora piacevle perchè ben scritto e perchè, soprattutto nella parte iniziale, offre ancora una descrizione suggestiva della cultura e dello stile di vita locali. Ma a cinquant'anni di distanza appare come limite pesante la totale assenza, in quella descrizione, de "i schei"  che sono fattore identitario portante del vicentino attuale.

Una cosa che trovo senz'altro indovinata invece è la copertina dove si mosta una donna vista dal basso mentre sale le scale. Mi risulta indovinata perchè richiama il verso di Fabrizio De Andrè che dice "... a vederla salir le scale/fino a quando il balcone è chiuso".

 

Ma soprattutto invita ad immaginare cosa ci sia sotto, che è esattamente ciò che scopre il commissario Pepe.

 

 

 

 

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30 ottobre 2017 1 30 /10 /ottobre /2017 21:24

 

 

 

Tra le commemorazioni di Caporetto, nel centenario della disfatta, leggo quella di Filippomaria Pontani. Mi piace molto e prendo appunti.

 

Egli rilancia l‘attualità del libro a suo tempo scritto da Curzio Malaparte, uscito inizialmente nel 1921. Quel libro, nel caratteristico stile di un autore passato alla storia per l’indipendenza di spirito e l’enfasi polemica in favore della verità, nella prima edizione portava il titolo Viva Caporetto. Ma evidentemente aveva un sapore polemico che l’establishment non fu in grado di tollerare e fu sequestrato e ristampato. Esso uscì pertanto con un testo riveduto e rabbonito che portava il titolo del La rivolta dei santi maledetti.

Anche questa versione però non piacque e dopo un paio d’anni con il consolidamento del fascismo esso venne risequestrato. Il punto critico infatti dell’analisi di Malaparte è la vera motivazione di quella che è ancor oggi la peggior sconfitta miliare della storia d’Italia. Si sarebbe infatti trattato di una rivolta di popolo, il popolo delle trincee. I militari avrebbero messo in atto una vera e propria rivoluzione. Volontà di denuncia delle inutili stragi, sabotaggio e disobbedienza agli ordini: questo fu Caporetto secondo Curzio Malaparte. Da qui il termine disfattismo. Che non significa altro che “dire la verità”. Il concetto, scrive Pontani, sarebbe stato espresso nientemeno che dal Comandante della IV Armata, generale De Robilant.

Alla luce di questa visione trovo più comprensibile il famoso comunicato di Cadorna che dava l’intera colpa della rotta alla codardia dei soldati italiani. Una insolita presa di posizione che stride con l’impostazione austera e verticistica di Cadorna il quale aveva sempre sostenuta l’idea che i comandanti dovessero sempre assumersi meriti e demeriti dei sottoposti.

In ogni caso, destituito Cadorna, Diaz rivitalizzò l’armata mettendo al centro della propria azione non l’élite militare che era stata responsabile delle inutili stragi degli anni precedenti, ma gli ufficiali di trincea, coloro che avevano condiviso l’insensatezza e l’orrore delle precedenti carneficine.

 

                                           ***

 

L’approccio di questa analisi dei fatti di Caporetto, ci ricorda Pontani alla fine dell’articolo, è lo stesso di Emilio Lussu nel suo famosissimo Un anno sull’altipiano, ma la differenza sta nel fatto che questo non fu scritto a bocce ferme bensì a caldo. Fu una operazione di “verità in presa diretta” che finì per interpretare e favorire il risentimento dei reduci. Un risentimento sociale di popolo contro la casta che si convertì in grande viatico per il fascismo.

Questa visione della disfatta fu censurata e repressa dalla propaganda del ventennio successivo e ancora oggi non costituisce approccio sereno negli ambienti storiografici, ma uno sguardo più sobrio di quell’enorme atto di dissidenza è doveroso. E quel libro ne costituisce documento utile.

 

 

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15 ottobre 2017 7 15 /10 /ottobre /2017 20:31

 

 

 

 

L’anno scorso in Novembre LA NAVE DI TESEO, ovvero la casa editrice indipendente voluta anche da ECO in opposizione al cartello “mondazzoli” e diretta da Elisabetta Sgarbi, sorella del superloquace Vittorio, ha pubblicato A ESPIA, un romanzo col quale il supergrafomane Paulo Coelho celebra la memoria di Mata Hari nel centenario della morte.

L’opera vuole essere un romanzo e non una biografia per cui risulta piuttosto libera anche se di fatto veicola un attinente racconto della vita di una donna mitizzata per la sua supposta bellezza.

 

E’ opportuno premettere che lo spionaggio è sempre esistito. Ciò che sta cambiando oggi è semmai l’atteggiamento morale nei confronti di esso. Oggi un prezzolato delatore, un mentitore professionale, o un criminale di guerra tende ad essere eroicizzato, mentre le vittime di quell’opportunismo amorale vengono presentate come semplici danni collaterali.

 

Forse per questo uno scrittore di grido come Coelho romanzeggia di nuovo la biografia di una prostituta che vendeva informazioni captate alternativamente tra i letti di Parigi e Berlino seducendo ufficiali e ministri della Grande Guerra.

 

IL suo approccio è, tra l’altro, innocentista. Per lui Mata Hari era una grande attrice di spettacolo che vendeva l’amore per passione, come Bocca di Rosa direi, e tra una cosa e l’altra le capitò anche di scambiare informazioni. Più che altro per salvarsi la vita dalle spietatezze dei servizi d’informazione militari che la ricattavano.

 

La trovo una visione falsamente ingenua. Una visione che, in tempi di emancipazione femminile, può sedurre qualche decina di migliaia di lettrici o lettori disposti a spendere qualche decina di euro per un libro da vacanza.

Per me la verità è un’altra. E ho la fortuna di leggerla in un libro degli anni trenta, ormai senza copertina che appartenne a mio suocero e si trova oggi fortunosamente ancora in casa mia. Ovviamente nulla mi dice che la verità sia proprio quella, ma mi seduce.

 Si tratta di LE GRANDI SPIE , di H.R. Berndorff, che si può trovare anche in vendita sulla Rete in edizioni più eleganti di quella che posseggo io.

 Il libro si occupa di una quindicina di casi spionistici WW1 e, al centro, si occupa di Mata Hari, danzatrice, cortigiana e spia.

Il testo concede molto al mito della sua bellezza ma almeno non indulge in tentazioni innocentiste. La descrive con scarso realismo, basandosi ovviamente sulle fonti dell’epoca e ne produce una biografia scevra di apprezzamenti femministici. È solo una giovane donna meticcia olandese che fugge da un marito ostile lasciando la figlia per recarsi a Parigi ove ha l’avventura di vivere un particolare successo prima come prostituta di una casa di tolleranza di buon livello, poi come subrette spogliarellista in spettacoli orientaleggianti. Spettacoli che la portano in giro per quell’Europa che sta preparando, forse inconsapevolmente, WW1. Successi, uomini e disavventure la porteranno poi a riunirsi con la figlia e a morire fucilata con accuse si alto tradimento.

 

 

Vediamo quindi la ricostruzione di Berndorff.

Il 30 Marzo del 1895 la giovanissima Margareta Zelle, figlia di un giavanese sposato con una benestante olandese altolocata, sposa a L’Aja il capitano Mac-Leod (personaggio violento incline alle orge) con un matrimonio combinato. Se ne vanno ai tropici (Sumatra e Java) dove la giovane sposa impara la cultura e le mode espressive orientali. Ciò le si rivelerà più tardi essere un vero e proprio vantaggio strategico quando farà la ballerina spogliarellista nelle capitali europee. Quando, nei primi anni del nuovo secolo, nasce la figlia Jean Louise il capitano si è già giocata la carriera, il matrimonio è già in pezzi e i due son già rientrati in Olanda. Lei lascia tutto e se ne fugge a Parigi ove trova lavoro (forse dopo un breve periodo fatto in strada) in un casino. All’epoca la prostituzione, che era legale, era subordinata ad un sistema di visite mediche che, regolarmente documentate dal dr. Bizard, costituiscono la principale fonte documentale per quel periodo della vita di Margareta. Muore il marito, nel frattempo rientrato in ISCOZIA e inseguito dai debiti, e la figlia le si ricongiunge dopo che Margarete, grazie ad un amante facoltoso, ha acquistato casa a Nevilly (pare una specie di castello appartenuto anche alla Pompadour). Lei sfonda sulla scena dello spettacolo come “danzatrice indiana”. Nasce Mata Hari (nome d’arte approssimativamente orientale che evoca il concetto di “occhi del giorno”). Mata Hari frequenta Champs Elisées, Folies Bergères e anche La Scala di Milano. Compete con personaggi come La Bella Otero, Ida Rubinstein e niente popò di meno che Isadora Duncan. E quando l’amante si rivela un industriale fallito lei i soldi ha già imparato a farseli da sola. E’ una diva europea quando cade, o meglio cattura, nel suo letto il marchese Pierre de Montesac, alto, biondo (e forse) con gli occhi azzurri ma in ogni caso riccamente inserito negli alti livelli della Guardia parigina. E questo incontro, che la condurrà anche sulla scena berlinese, rappresenta il primo passo nella carriera di Mata Hari come spia internazionale.

Infatti mentre gli atti del processo non chiariscono chi sia realmente questo personaggio aristocratico, la verità emergerà nel 1927 quando Netley Lucas, autentico Arsenio Lupin, scriverà le proprie memorie per ammorbidire il carcere. Costui infatti, con un passato famigliare ricco e controverso, era un poliglotta avvezzo ai furti d’albergo, furti nei quali non sparivano solo oggetti di valore, ma anche preziose informazioni. Fu anche pilota e frequentatore assiduo di competizioni aviatorie. Vi sono tracce di lui con la falsa identità di “comandante russo Marzaw”. Insomma una mitica spia del periodo crepuscolare. Con lui Mata Hari lascia Parigi, svende in fretta il mitico castello e si trasferisce ad Amsterdam. Siamo nel 1914. In quell’anno l’Intelligence Service (Inghilterra) trasmette all’alleato francese una lista informale di sospette spie filo tedesche e in tale elenco figura già Mata Hari. Ma i Francesi, che in un primo tempo la fanno pedinare, non riscontrano. Torna a Parigi acclamata dalle folle nella primavere del 1916. Decide e ottiene di fare l’infermiera nell’ospedale di Vittel ove sta sorgendo il più importante campo di aviazione dell’esercito francese. Ammaliati ufficiali ed aviatori dipendono dal suo fascino per vari mesi, fino a quando il capitano La Doux (si, quello dell’Affaire Dreifuss) la fa prelevare al mattino presto da due agenti nella sua camera d’albergo. Minacciata di espulsione, riesce invece ad ottenere l’incarico di spiare in favore dei francesi. Da questo momento Mata Hari è un agente doppio in mano alla Francia.

La più importante spiata in favore dei francesi si trova da lei stessa svelata agli atti del processo. In tale circostanza infatti Mata Hari cercava di salvarsi dimostrando di aver aiutato, anziché tradito, la Francia rivelando un’informazione, carpita con l’amor venale, relativa alla vera posizione di due sottomarini tedeschi che vennero effettivamente affondati dai francesi davanti alle coste marocchine. Per questo caso l’avvocato difensore riuscì anche a produrre documentazione relativa alla “grossa somma” di denaro pagata dai francesi a Mata Hari al fine di ottenerla in poche ore.

Ma non le fu bastevole. Caduta nel tranello delle “cinque lettere” architettato da La Douxe, Mata Hari fu alla fine identificata per essere l’agente H21 dello spionaggio tedesco e finì il processo a porte chiuse che si tenne il 24 e 25 Luglio presso il Tribunale di Guerra e le prigioni femminili di Sainte Lazare, con la condanna a morte.   

Questa fu puntualmente eseguita il mattino del 15 Ottobre 1917. Una circostanza che il particolare trasporto letterario di Berndorff così commenta: “Uno solo dei colpi sparati dai soldati la raggiunse e le trapassò il cuore.

Come dire che la bellezza di quella donna era tale da togliere il coraggio ai soldati di oltraggiarne il corpo. L’allusione è coerente con lo stile narrativo di una biografia che ispirò negli anni trenta gli sceneggiatori del film di George Fitzmaurice MATA HARI con Greta Garbo. In tale film, osserva Morando Morandini, Greta Garbo, seppur inadatta alla parte dà prova del suo fascino. Ma, precisa, “nella sequenza del ballo, un po’ lasciva ”- siamo nel 1932 -  “fu usata in parte una controfigura”.

 

 

 

Di tutta questa epopea mistificatrice fanno giustizia le vere foto. Venute alla luce nei decenni successivi, dalle quali si ricava la vera immagine di Margarete. Un donna semicreola dai capelli scuri che seduceva più con le movenze che con le forme di un corpo relativamente modesto.

 

 

  

 

Qualcuno insinua che ci fosse morfina nel suo ultimo tè.

 

 

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18 settembre 2017 1 18 /09 /settembre /2017 23:20

 

 

La serie delle verità fuori dal coro (si fa per dire) proposte da Il Giornale sotto la direzione di Alessandro Sallustri colpisce ancora. Questa volta pubblica una ricostruzione della sentenza relativa al processo contro Bossetti per l’omicidio Yara Gambirasio. Tale processo si è appena concluso anche in appello e conferma la condanna all’ergastolo del muratore di Mapello. Ma molte cose non quadrano e lasciano supporre di essere in presenza di un’altra storia complottistica dello Stato italiano.

Giovanni Terzi, giornalista, aveva già letto e ricostruito lo scorso anno la sentenza e le motivazioni evidenziando in questo libello le contraddizioni e gli elementi suggestivi ma non reali in essa presenti. E la rilettura torna utile.

Agli atti infatti vi è uno strano accanimento della Procura della Repubblica nel tenere fuori dalle rogne Silvia Brena e il fratello di costei, Alessandro, mentre sui media da sette anni vi è il tanto sistematico quanto inutile tentativo di ricondurre il delitto ad un succulento scandalo sessuale. Ma la tredicenne Yara Gambirasio è morta vergine senza tracce di violenza sessuale alcuna.

E’ morta di stenti e di freddo dopo essere scomparsa il 26 Novembre 2010, mentre i suo corpo è stato ritrovato in stato di abbandono in un campo di Chignolo d’Isola.  Gli esami autoptici e le indagini successive hanno permesso di stabilire che era stata conservata in un luogo chiuso, con scarsa circolazione di ossigeno e che il suo corpo è stato in realtà portato sul luogo del ritrovamento alcuni mesi dopo aver subito una violenta aggressione, da far pensare per capirci a bullismo estremo, mentre era nello spogliatoio di una palestra all’interno del Centro Sportivo di Brembate di Sotto.

La verità processuale e il can can mediatico, ci condannano a ritenere che sia stato il “lust murder” bergamasco Massimo Giuseppe Bossetti (ignoto 1), padre di tre figli colto da raptus, ad ucciderla lasciando tracce del proprio DNA sui leggins della ragazzina. Ma di DNA ve ne è stato trovato sugli abiti anche molto altro. In particolare quello della sua insegnante di danza ritmica. Inoltre molti altri aspetti della indagine e soprattutto della conduzione processuale lasciano intendere che quella di Bossetti sia una falsa pista per proteggere altri interessi dello Stato legati a misteriose indagini sulle infiltrazioni mafiose lombarde.

Il caso, per capirci, sarebbe un rapimento a scopo intimidatorio degenerato in delitto. Il padre della ragazzina, geometra Fulvio Gambirasio, è conoscente e frequentatore di Pasquale Locatelli arrestato e coinvolto in grandi inchieste internazionali per traffico di cocaina. Secondo alcuni giornalisti il geometra avrebbe testimoniato nell’ambito di una inchiesta a Napoli e la Camorra si sarebbe incaricata di intimorirlo.

A condurre le indagini dai Locatelli sarebbero stati i cani molecolari. Questa pista poi, secondo la difesa, sarebbe stata sottovalutata dai giudici. Il corpo, forse ancora vivo, di Yara sarebbe stato quindi portato fuori dal centro sportivo clandestinamente per essere consegnato e nascosto in un cantiere dei Locatelli.

Forse anche la testimonianza stessa di Gambirasio sarebbe stata già a suo tempo segretata e l’inchiesta internazionale, che presume infiltrati, servizi segreti ecc. non dovrebbe venire disturbata da altre scomode inchieste dei carabinieri o della polizia giudiziaria. E tali necessità di tutela e riservatezza sarebbero alla base del comportamento processuale. Sta di fatto che al funerale di Yara venne letto un messaggio del Presidente della Repubblica, segno di rilevante attenzione istituzionale al caso.

 

In tale messaggio inviato al sindaco, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano auspicava di far luce sull’orrendo crimine, ma avvertiva anche che il “cammino per questi risultati” sarebbe stato “davvero difficile…”

 

 

             ***

 

 

Vederla così è complottismo? Può darsi. Ma che le verità processuali italiane non siamo molto affidabili lo dice la storia, non i social networks. Così come è altrettanto noto che molte indagini sono seguite e manipolate dai servizi segreti i quali perseguono programmi strategici diversi da quelli delle legittime isituzioni... E in queso caso specifico il fatto che l’individuazione del DNA di Bossetti sia avvenuta senza dare alla difesa alcuna possibilità di controprova, il fatto che la palestra non sia mai stata sequestrata e trattata da scena del crimine, il fatto che i filmati del camioncino siano stati falsati dai Ros su ordine della procura e il fatto che il DNA della Silvia Brena trovato sul giubbotto della vittima sia stato accantonato sono tutte cose scritte negli atti. Non nei social.

 

Se mai verrà fatta quella luce auspicata da Napolitano allora si vedrà che questa volta a complottare e diffondere fake news sono stati proprio gli organi dello Stato, certo per difendere interessi superiori ma tutto ciò con la verità non ha niente da spartire.

 

 

 

**********

" Running over the same old ground, what have we found? The same old fears!

Whish you were here." (Roger Waters, 1977)

 

 

 

 

 

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7 luglio 2017 5 07 /07 /luglio /2017 10:33

 

Giuliano da Empoli, nato a Parigi nel 1973, oggi è consigliere di Matteo Renzi, nonché commentatore giornalistico di fama. E’ stato amministratore delegato della Marsilio, casa editrice che gli ha pubblicato lo scorso mese di Maggio un pamphlet sul Movimento Cinque Stelle. (LA RABBIA E L’ALGORITMO. IL GRILLISMO PRESO SUL SERIO. Marsilio 2017)

 

                                                    **

 

Il “grillismo” in esso viene visto come fenomeno politico da comprendere più che sputtanare. E, soprattutto il primo capitolo, costituisce una analisi approfondita di quella che lui presenta come fenomenologia politica moderna in fase di piena diffusione nelle democrazie occidentali. Essa è legata a due fattori motivazionali: la Rabbia e l’Algoritmo. Vediamo cosa sono.

In premessa voglio dire che il libretto mi è piaciuto mi è piaciuto anche se nella seconda parte si allinea al mainstream.

 

In questa analisi la forza di M5S appare come il risultato della fusione tra le due componenti, quella analogica (rabbia) e quella digitale (algoritmo). Beppe Grillo è il gestore del fattore analogico, i Casaleggio di quello digitale.

 

La Rabbia, intesa come categoria della politica, è stata studiata da Peter Sloterdijk, filosofo tedesco contemporaneo di Karlsruhe. Costui la descrive come un sentimento insopprimibile che attraversa tutte le società ed è alimentato dagli esclusi. Una volta era la Chiesa a raccogliere e rappresentare questo sentiment, poi, dall’ottocento lo hanno fatto i partiti di sinistra. Questi ultimi si sono costituti come “vere e proprie banche della collera” ovvero gestori di energie che anziché venire spese subito venivano investite per costruire un progetto più ampio. Odio e risentimento presenti nella società venivano controllati e ricondotti ad un piano generale di cambiamento rivoluzionario. In questo modo “Il perdente si trasformava in militante e la sua rabbia trovava uno sbocco politico.” (pg11)

 

Oggi la Chiesa cattolica non è più portatrice di un messaggio escatologico che catturi gli esclusi dando loro un sogno da coltivare, ma di un semplice messaggio di regolazione etico-sociale. E dal canto loro i partiti di sinistra, con l’accettazione della democrazia liberale e del mercato, hanno svalutato la rabbia disorganizzandola. La collera del terzo millennio genera pertanto solo individualismi cinici oppure movimenti no global e banlieue. Nessun progetto generale di trasformazione.

Beppe Grillo è un comico con una sapienza televisiva consolidata. Egli la usa magistralmente per conferire verve e passionalità al movimento. La sua carriera televisiva è il frutto del felice sodalizio con Antonio Ricci, l’ideatore di Drive In e Striscia la Notizia. Si tratta di programmi che anche se non sembrava andavano ben oltre l’intrattenimento mettendo l’informazione ufficiale in una gogna mediatica. In essi il potere viene quotidianamente ridicolizzato dalle risate preregistrate e dalle “inchieste” del gabibbo. Inoltre c’è l’avvento del reality: lo spettatore non è più tale ma “entra in scena” da protagonista. Ecco il punto: accoppiandosi con Casaleggio Beppe Grillo ha portato questo sentiment protagonistco dall’intrattenimento alla politica. L’elettore rabbioso diventa militante protagonista e televota contro. Per mesi e mesi si è cercato di attaccare la credibilità del Movimento Cinque Stelle denunciando la pratica delle espulsioni. Ma è esattamente quello che si fa col televoto dei reality. E infatti i sondaggi dimostravano che quel tipo di campagna antiglillina non modificava niente. Forse si limitava ad alienare qualche tentazione di simpatia dai militanti ortodossi della sinistra storica. Niente più. E intanto invece il nuovo atteggiamento collerico di chi gode la politica come un reality si consolida.

Una conferma è poi arrivata con la vicenda elettorale di Trump. Le folle che lo accoglievano ai comizi intonavano “Lock her up!” (sbattila in galera). Stavano televotando contro la Clinton.

 

                                                           ***

 

L’Algoritmo è un tema ancora più affascinante. Si tratta dell’apporto di Casaleggio alle dinamiche di rabbia, o meglio si tratta del suo server, il server della Casaleggio Associati. Casaleggio senior era una specie di san Francesco che invece di lupi parlava di Internet. Così almeno lo definisce Grillo. Il Movimento Cinque Stelle, scrive Da Empoli, in sé non ha cultura, il massimo che vi si può trovare è l’autobiografia di Alessandro Di Battista. Ma ha l’Algoritmo. Appunto.

Si tratta di una macchina discreta e sofisticata della quale non abbiamo capito subito la potenza. E’una piattaforma digitale che ha un ruolo superiore a quello degli altri software simili usati da altri partiti ed organizzazioni. Questa è la “fonte primaria della identità e dell’appartenenza al Movimento.

Attenzione: non stiamo parlando di qualche particolare segreto tecnologico, ma di una idealistica premonizione circa l’avvento della democrazia digitale. Qui la Rete è Partecipazione. Stiamo parlando di un nuovo strumento che, nella visione ideale del Movimento, può generare una vera e propria rivoluzione democratica capace di scardinare il potere della “casta” (i protagonisti della politica) e consegnarlo all’uomo comune. Bello! Una vera e propria “vision” nuova e affascinante, capace anche di appagare i desideri di rivoluzione sessantottini... Ma attenzione, sembra dirci Giuliano da Empoli, questo è il modo in cui la base vive il Movimento, mentre per l’élite che la guida, ovvero la diarchia grillo-casaleggina, si tratta in definitiva di uno strumento per l’accumulazione il trattamento Big Data. Come i grossi social network (Facebook), i motori di ricerca (Google) o i grandi negozi online (Amazon) l’Algoritmo pentastellare sarebbe quindi solo un software per la cattura e la vendita dei dati. La novità, la vera innovazione da cinque stelle, è che questa pratica, già operativa da decenni in ambito commerciale, ora è uscita da quella sfera per entrare nella politica. E c’è riuscita alla grande.

 

 Il segnale sul valore strategico dei Big Data in politica è partito dalla campagna elettorale di Obama per le presidenziali del 2008. In tale occasione una rete capillare di sostenitori mobilitò il web generando una raccolta di informazioni che, accumulata, permise, nonostante il voto segreto, di conoscere con precisione quattro anni dopo il nome e il cognome di 69.456.897 (pg.19) cittadini americani che lo avevano votato nel 2008. Ciò è reso possibile non da interviste e sondaggi, ma grazie al lavoro automatico di alcuni algoritmi che analizzano automaticamente i gusti e i comportamenti in Rete.

Per chi, come me, ha militato per qualche decennio nelle organizzazioni storiche della sinistra, anche con ruolo dirigente, è dura ammettere l’obsolescenza e la quasi totale inutilità del vecchio modello. Ma grazie all’Algoritmo casaleggino oggi vi sono nove milioni di voti a dimostrarlo: oggi è possibile una comunicazione radicalmente innovativa, difronte alla quale le vecchie forme di consultazione sono come le carrozze a cavallo rispetto agli elicotteri. Oggi sono possibili le Dog Whistle Polics ovvero un modello di comunicazione mirata che non solo va ben oltre la semplice comunicazione dall’alto di messaggi generalisti o agit prop (storici modelli rispettivamente pro e/o contro i regimi) ma anche oltre la semplice circolazione virale del 2.0. Oggi è diventato possibile, scrive Giuliano da Empoli, “sollevare gli argomenti più controversi RIVOLGENDOLI SOLO A QUELLI CHE SON SENSIBILI AL MESSAGGIO”. Una tecnica che offre un vantaggio strategico colossale, quello di evitare le controindicazioni, ovvero evitare di “alienare il consenso di altri elettori che la pensano in modo diverso”.

Ecco in che senso, aggiungo io, che sinistra e destra sono superate. Lo sono in termini di comunicazione elettorale, non necessariamente in termini etico-programmatici.

Dog whistle politics significa letteralmente “politiche del fischietto per cane” nel senso che soltanto il cane sente quel segnale, il che tradotto significa che solo alcuni avvertono il richiamo, gli altri non sentono nulla. (pg 21)

Per il momento, osserva il Da Empoli, nella politica italiana c’è solo il Movimento Cinque Stelle ad avere i Big Data, mentre in America le forze politiche sono da anni in competizione per gestirli.

 

 

 

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22 giugno 2017 4 22 /06 /giugno /2017 01:34

 

 

 

Il testo narra lo spasmo del buttero il quale, al ritorno dal gran pascolo, lungo un sentiero sterrato, già brama l'incontro con l'oggetto del suo desiderio.

Si sente la voce del buttero provenre dal sentiero sterrato mentre i cani latrano e il bestiame muggisce. Senti i galli che cantano all'alba fredda, senti ol mormorìo dell'acqua nel fossato.


Accidenti donna mia non languire, che ho già adocchiato una rosa in bocciolo per te!
Ti ho desiderata molto, mia strega, lontano da qui. Perciò lego stretto questo laccio ad un pezzo del mio cuore e te lo mando con la brezza di questa mia canzone. Assieme a tutto il mio amore!
Col tuo amore e la brama di una fiera al sole, io mi sento felice, determinato, coraggioso!
E ho il sentimento di un trovatore.

Guarda la nube di polvere nel sentiero sterrato: è il trotto del branco che lascia il pascolo!
(Perciò) forza ragazzo, dai! Apri la porta del recinto che da qui già vedo la fattoria del Signr Pietro.

Accidenti donna mia non languire! Ecc. ecc.

 

 

 

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