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14 giugno 2017 3 14 /06 /giugno /2017 13:37

 

LiMes di giugno. La quinta monografia di quest’anno è dedicata agli scenari di un divorzio atlantico possibile. Più precisamente è dedicata alla Germania, la sua cultura e il suo potenziale geopolitico, come perno di una svolta che Lucio Caracciolo nel suo articolo introduttivo definisce: ”processo di emancipazione dal vincolo americano e progressiva normazione della normalità”.

La Germania attuale è il risultato di una fuoriuscita vincente dalla subordinazione cui l’avevano sottoposta i vincitori di WW2. L’America in particolare “vinta la seconda guerra mondiale, inventò la sua Europa per controllare la Germania ed impedirne l’aggregazione all’impero sovietico” scrive Cracciolo. Questo piano rispondeva ad una strategia di “doppio contenimento, antitedesco e antirusso” in una idea che richiama una sorta di Euramerica.

Il battesimo del marco, nel 1948, fu favorito unilateralmente dall’iniziativa americana. Esso fu poi seguito dal robusto schieramento militare che, a partire dal 1949, creò la Repubblica Federale di Germania in funzione anticomunista, uno Stato satellite cui venne contrapposta la creazione della Repubblica Democratica Tedesca. In tal modo “la spartizione della potenza sconfitta era la garanzia reciproca tra vincitori… per cui nessuno poteva aggregarla interamente al proprio carro”. In un primo tempo il processo fu condiviso anche da britanni e francesi, ma il disegno egemonico era soprattutto americano. “Accordi segreti mai denunciati – scrive sempre Caracciolo – consentivano all’intelligence statunitense di intercettare a piacimento ogni genere di comunicazioni aperte o riservate dello Stato alleato” (pg 12). E la stessa intelligence della Repubblica Federale fu creatura totalmente USA.

 

Dopo gli anni di Guerra Fredda l’unificazione ha favorito la Germania al di sopra delle aspettative. La stessa creazione dell’Euro fu concepita da “francesi e italiani come riparazione che i tedeschi dovevano agli europei per essersi unificati” ma in realtà oggi funziona “da moltiplicatore della potenza commerciale tedesca nel mondo. “E ultimamente, anche con l’avvento di Trump, siamo giunti al tempo delle recriminazioni palesi.

Al G7 di Taormina il nuovo clima è stato in pratica solennizzato.

A tenere in vita l’Euro, scrive Caracciolo, resta la paura di catastrofi monetarie. Ma è pronto un Piano B. Merkel infatti pensa ad un euro del Nord (una moneta che nell’articolo viene definita ‘Neuro’, non so se ironicamente o seriamente) pronto a scattare in caso di emergenza. Si tratterebbe di passare ad una Unione Monetaria ristrutturata, germanocentrica, che coinvolga, tra i principali partners commerciali europei, un gruppo più ristretto di paesi. In pratica una eurozona consolidata, ma più piccola della attuale. Qui è interessante notare che nella cartina che la prospetta l’Italia appare spezzata in due: Italia del nord e resto del Paese. IL testo non ne parla, ma la mappa è chiarissima.

 

 

 

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27 maggio 2017 6 27 /05 /maggio /2017 20:00

 

La direttrice del Santuario ci accoglie accompagnata dal giovane Servo di Maria e ci conduce nella cappella interna, modernamente arredata, ove lumeggia il candelabro del Santissimo. Volgendo a Lui le spalle, non certo per irriverenza, ma per calcolo acustico, il Coro inizia gli esercizi di respirazione e riscaldamento vocale. Sollecitazioni dei diaframmi, e impegnativi svuotamenti del volume toracico ridisegnano in pochi secondi le linee dei corpi, in particolare quelli femminili che, superbamente agghindati, si proiettano nel denso strato di armonici del Mi bemolle.

“Bocca chiusa, dov’è il suono?” Dice il maestro con voce sferzante.

Il suono è lì, tra la punta della lingua, la dentatura vibrante e le labbra. Sì, le labbra mute e frementi che caricano via via il suono di una densità carnosa che attutisce un po’ la vocalità, ma al tempo stesso lo arricchisce degli armonici più bassi. E la sala diventa profonda. Con le voci maschili siamo quindi immersi nel suono vocale, il nostro e quello degli altri. Ecco, è lì in quel momento, in quel contesto, che il Coro rinasce ogni volta. Il concerto che seguirà nasce lì perché quello è il momento della fusione, quando le voci diventano unità e il turbillon della perfetta armonia avvolge i nostri corpi. Li circonda, li penetra e riceve da esso, il corpo con tutte le sue membra, il feed back totale. Ecco, siamo un sol corpo. E qui dal Mi bemolle possiamo levarci dolcemente verso la quinta che, raggiunta, ci donerà la tensione verso il ritorno alla tonica.

“Attenti a non calare, pensate di salire! “ Dice il maestro con voce suadente.

L’esplorazione dell’intervallo di quinta prosegue ripetuto in vari gradi della scala diatonca e forma la nostra percezione tonale. Da quel momento possiamo iniziare il canto. Dal suono al canto. Inizia il viaggio dell’anima.

*

Il Santuario è illuminato, strapieno e rumoreggiante di seggiole e colpi di tosse. Il Coro prende posizione nel transetto, tra le pietre ove il sole del tramonto filtra gli ultimi raggi d’occidente. E illumina l’Oriente nel suo mistero.

“ Deus in adiutorium meo intende”

… L’invocazione del dominus pervade immediatamente la navata e di pietra in pietra l’eco di quelle parole potenti, la formula di Gregorio Magno, impongono il silenzio totale.

“ Domine, ad adiuvandum me festi – ina…” …

Di colpo la monodia avvolge i silenti nella fede, e chi tra il pubblico fede non ha, predispone comunque il proprio animo all’ascolto. Fede e ascolto ora si associano e accolgono il canto. Trepidazione. Il cantore avverte il flusso tellurico salire per le gambe, sino al brivido dell’inguine e il primo suono prende forma nel respiro, il respiro del Coro.

“ In Te, Domine speravi”.

Le quattro voci del canone dischiudono questa atmosfera sospesa annunciando il viatico del Signore perché è In Te, o mio Signore, che ho riposto ogni speranza. Ora fa che io non sia mai confuso in eterno affinché io possa essere libero nella Tua giustizia.

Non importa che sia il Salmo trentunesimo, composto a Norimberga da Hassler per i suoi Canti di Chiesa, importa che qui il cantore si libera e scioglie la voce da ogni indugio ponendosi nella sacra polifonia della Riforma, dove le voci una dopo l’altra, una nell’altra, lanciano l’anima nella vertigine del tutto; e il tutto è maggiore della somma delle parti.

Non c’è la fede? Forse no, non c’è ancor la fede in Dio, ma c’è il canto. E c’è il Coro che della fede nel canto fa ragion di propria vita.

 

                                                                           *

 

Grazie o coro per la gioia che mi dai. Amo tutti i tuoi armonici e li bacerei ad uno ad uno, per sempre. Soffro ogni distacco e sogno ogni tuo abbraccio. Soffro la pena della vita ma preparo l’eterno. Così sia.

 

 

 

 

 

 

 

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29 aprile 2017 6 29 /04 /aprile /2017 13:47

 

Ilaria Capua è una virologa di fama internazionale, sta atterrando Florida dove inizierà a cinquant’anni una nuova vita e inizia il racconto di questo libro. Autobiografia che racconta e denuncia “una storia di scienza e di amara giustizia”.

 

Scrive bene, è intelligente e colta ed ha avuto una esperienza che è opportuno conoscere. Per questo il libro non è sembrato una scusa agiografica per una operazione di markenting, ma un’occasione per aggiornarsi su scienza e politica dei nostri giorni.

 

E' uscito il mese scorso (Marzo 2017). A spingermi alla lettura, dopo la presentazione del libro avvenuta a Valdagno, poi da Augias e da Minoli, è la curiosità di sapere se è stata vittima di infauste casualità, o se è caduta in una trappola globale.

 

Arriva a Orlando subito dopo la strage che ha portato per alcuni giorni il nome di quella città nei nostri telegiornali. C’è stata una sparatoria della polizia contro gente di colore. Ora Obama è in visita alla città: è l’America bellezza! Il senso di nuovo inizio è chiaro in questo primo capitolo che, come tutto il resto del libro, è stato scritto in collaborazione con Daniele Mont D’Arpizio, divulgatore.

Ci si introduce qui alla vita di Ilaria.

 

Contrariamente alle aspirazioni paterne Ilaria ha studiato veterinaria dopo un curriculum studentile di prim’ordine tra Roma e Perugia. Vuole fare ricerca e vuole farlo nel pubblico. Vince un concorso che la porta a Teramo e qui avvia un’esperienza di partnership col settore privato. O così o niente fondi. Le aziende hanno i dati e glieli forniscono, lei col suo laboratorio offre di fatto in cambio un servizio di controlli. Funziona, arrivano i fondi e lei comincia a produrre test diagnostici per le malattie dei volatili senza dover comprarli dagli inglesi. Impara all’estero ad estrarre il DNA virale. Congelamento, scongelamento, centrifuga, etanolo ecc. Estende il metodo all’adenovirus, all’herpesvirus e finalmente pubblica col suo gruppo. Arrivano i premi. Fa pagare stipendi e impara che ci si diverte anche in laboratorio. Tra provette e centrifughe scoppiano storie che poi finiscono, lei sposa Giovanni ma non funziona.

 

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie lancia un bando e lei arriva in Veneto, a Legnaro, 10 Km da Padova. Scoppia l’epidemia di influenza aviaria e l’area, che è sovrappopolata con tanti allevamenti avicoli, è sotto emergenza. Il virus si attacca alle scarpe, alle ruote e si estende con un effetto domino devastante. Abbattimenti e controlli in prima linea, tra gli allevatori veneti ai quali spiegare come si diffonde il virus. Ilaria trentenne, donna che parla ai contadini veneti di regole europee da rispettare e lo fa con accento romanesco, non può fermarsi a pensare, deve uccidere i virus. E con i colleghi veterinari che la aiutano, abbatte 17 milioni di polli in quattro mesi. Un bagno di sangue che però contiene l’epidemia. Ma a lei non piace il ruolo dell’angelo sterminatore. Perché non cercare di salvare tutti questi animali per esempio sviluppando i vaccini?

Ecco, questa è probabilmente la domanda chiave della sua vita.

 

Il punto centrale del problema è che una volta somministrato il vaccino l’animale immunizzato non è distinguibile dagli altri ammalati perché sviluppa gli stessi anticorpi. Ma in altri paesi, extraeuropei, i vaccini invece si usano.

A PG 32 il libro spiega il procedimento attraverso il quale si può realizzare la distinzione, messo a punto da Ilaria. Esso è stato adottato nel protocollo europeo per gli allevamenti avicoli. Si chiama DIVA (Differentiating Infected from Vaccinated Animals).

La vita di milioni di persone dipende da questa idea messa punto a Legnaro, 10 Km da Padova in una struttura pubblica a dimostrazione, osserva il libro, che non si è mai ai confini dell’impero. Con la ricerca e la determinazione il successo, l’OMS, la Commissione Europea sono a due passi.

 

                                          ***

 

Diventa leader, conosciuta in tutto il mondo. Il suo gruppo passa da otto a sessanta, con donne e stranieri. Arriva anche l’amore, quello giusto stavolta: Richard uno scozzese che non parla ancora bene l’italiano. Con lui arriva Mia, cui è dedicato il libro perché un giorno lei dovrà capire. E l’esperienza della maternità a trentott’anni è forte, rischiosa e dolorosa, ma è anche grande e dà equilibrio alla sua vita. Si trasferisce ad Asiago con la madre.

Ma nel 2005 scoppia l’ennesima influenza aviaria. Si diffonde rapidamente in tre continenti, ma l’Europa con i suoi protocolli è più sicura e l’Istituto diventa punto di riferimento globale. E perciò quando un laboratorio nigeriano riesce ad isolare il virus lo manda a lei, a Legnaro dove viene decodificata la sequenza genetica. E’ fatta. Ora da lì si può partire per sviluppare test diagnostici ecc. A questo punto però, haimé, spuntano i guai. l’Organizzazione Mondiale della Sanità vuole la sequenza, nessun problema, ma la vuole per segretarla in un database di Los Alamos ad accesso ristretto. Loro, quelli di Legnaro, sarebbero del club, avrebbero accesso a quel database, entrerebbero nella élite del potere sanitario globale. Premi e riconoscimenti. Ma Ilaria, interrogata la propria coscienza e i propri colleghi, dice NO. La fuori c’è il mondo in pericolo e quell’impronta digitale che lei ha per le mani è decisiva per salvarlo. No, Ilaria crede nell’Open Access e sente di non dover “rispondere ad un board il cui unico interesse è far soldi” (pg 42) e non ci sta proprio: mette tutto in un database pubblico, accessibile a tutti i laboratori del mondo.

 

La sequenza viene scaricata e condivisa da migliaia di fonti e si sviluppa un dibattito sulla opportunità di condividere i dati in fase prepandemica con piena trasparenza e grazie a ciò nel 2009 il virus della influenza suina verrà tracciato a tempo di record.

 

Nel 2007 riceve il premio Scientific American 50 per aver “promosso la trasparenza e la condivisioni dei dati scientifico in tutto il mondo” ma l’esposizione e la notorietà non le danno vantaggio, si sa, suscitano invidie. Donna, mamma, burbera, aggressiva e distaccata - così viene definita – l’aria si fa di piombo all’Istituto.

Con la prima vaccinazione per l’avaria del 2000 il fatto di aver reso pubblica la sequenza del virus ha segnato un passo davvero importane per la scienza Open Access è ciò è stato riconosciuto ufficialmente nella motivazione del premio internazionale più importante nel campo della veterinaria, il Penn Vet World Leadership Award e il tour americano per la consegna è trionfale. La motivazione dice tra l’altro che la Capua ha cambiato in modo sostanziale “la pratica e l’immagine della professione veterinaria”.

 

In questi anni Ilaria Capua sa già di essere intercettata perché avvertita da un biglietto anonimo, ma non capisce perché. Quando riceve un avviso di garanzia si adopera per incontrare il giudice per le indagini preliminari che se ne occupa e lo incontra il 2 Luglio 2007. L’incontro è generico e non avrà più seguito fino alla vera e propria imputazione della primavera 2013. Quando, dopo un servizio-inchiesta del settimanale Espresso si ritroverà addosso accuse pesantissime collegate al traffico di virus.

A questo punto lei è già deputato alla Camera, eletta nelle liste di Mario Monti.

 

La vicenda che l’ha portata ad accettare tale candidatura è abbastanza complicata e nel libro viene descritta nei capitoli centrali, dove si narra della sua vincente selezione presso il Weybridge, Central veterinry Laboratory in Inghilterra. Il posto sarebbe di grande prestigio e avvicinerebbe la famiglia al ramo anglosassone di suo marito. Ma il ministro della Sanità del quarto governo Berlusconi Ferruccio Fazio viene a saperlo e mostra di non gradire che l’Italia perda un cervello di chiara fama. La invita al ministero e le offre di impegnare il Fondo annuale per gli istituti zooprofilattici in un progetto per un mega laboratorio in Veneto sotto la sua completa direzione. Una proposta molto lusinghiera che sembra concepita per rilanciare la ricerca di eccellenza in Italia. Lei accetta e rinuncia al prestigioso progetto anglosassone. Ma Fazio rimane in carica solo fino a quando cade Berlusconi e nel frattempo le cose si complicano. In pratica sfuma tutto dopo un frustrante gingillìo di progetti per la costruzione della Torre della scienza in Veneto, a Padova.

 

 

La sua vision, quella che lei chiama One Health, non è mai stata così vicina alla possibilità di essere realizzata. Ma forse Ilaria, abituata alla precisione scientifica, non ha chiaro cosa sia il muro di gomma della politica e parte in quarta sulla pista sbagliata. Gli altri istituti zooprofilattici non sono per niente entusiasti di queste nuove idee partite dal ministro, il suo stesso istituto ha impegni di investimento precedenti che vincolano la spesa e soprattutto non c’è chiarezza sul fatto che lo stanziamento previsto dal ministro sia aggiuntivo o meno. Alla fine di dieci milioni ne restano uno e mezzo. Inutile pensare di procedere da sola, perché” forse è vero che il singolo non conta niente, se il sistema non è disposto ad ascoltare.” Non è il momento, scrive, e forse neanche il paese giusto per andare controcorrente. Intanto però le aspettative per il nuovo laboratorio si sono sviluppate anche tra i suoi colleghi e i dipendenti dell’Istituto e diventa quindi rilevante il fatto che lì vicino, a Padova, c’è un progetto promosso dalla Fondazione Città della Speranza in fase di realizzazione avanzata: la costruzione della Torre della Ricerca.

 

La Fondazione dispone di risorse che derivano soprattutto da un crowdfounding di successo e le ha impegnate in un progetto molto ambizioso. Il progetto riguarda l’oncoematologia pediatrica ma ad Ilaria viene consigliato da gente esperta di provare a cercare punti di contatto per un lavoro fianco a fianco. Si può intravvedere infatti una sinergia in tema di virus e sistemi di gestione time sharing con la parte della torre che si occupa di HIV pediatrico. Ilaria quindi sogna questa possibilità e si lusinga un’altra volta. Tra i vertici dell’Istituto e quelli della Fondazione avvengono incontri lusinghieri con forti strette di mano, ma poi tutto procede al rallentatore. L’Istituto dovrebbe comprare il settimo e il nono piano della Torre, la Fondazione ha fretta anche perché l’alternativa è il mutuo milionario, ma è proprio l’Istituto che non tira per concludere. Il nuovo presidente della Regione Zaia si esprime a favore del progetto ma ci sono vincoli tecnici di pubblica amministrazione, ad esempio i finanziamenti possono essere utilizzati solo per manutenzioni su terreni in proprietà ecc. ecc.; altre ipotesi di ristrutturazione dei laboratori con suddivisioni del personale non piacciono a Ilaria. In pratica si blocca tutto, la Fondazione pone un ultimatum alla fine del 2012 e l’appuntamento vien mancato.

 

 

Secondo commentatori della politica veneta il progetto “Capua in Torre” è caduto perché dietro di esso si è celebrato lo scontro interno tra la Lega di Zaia e quella di Tosi. Ilaria si dichiara “scossa, allibita, delusa e stanca” ma a chi, come me, un po’ di politica l’ha vista da vicino, risulta un atteggiamento tutto sommato ingenuo. Gli altri partner dell’Istituto, quelli che siedono nel consiglio di amministrazione ovvero la Regione Friuli e la Provincia Autonoma di Trento e Bolzano non erano interessati al progetto padovano e certo non vedevano bene il ministro Fazio. Tutto qui.

 

 

 

Nel capitolo settimo Ilaria si diffonde in una difesa strenua dei vaccini. Per lei i vaccini hanno salvato l’umanità e cita la poliomielite, la difterite e la meningite. Auspicherebbe che fossero gli Stati a produrre i vaccini, ma ammette che le aziende farmaceutiche hanno preso la palla al balzo e si sono ad essi sostituite. E non sono enti noprofit. E’ però giusto che sia così perché, scrive Ilaria, il trattamento medico-chirurgico che il paziente è costretto ad affrontare quando prende la malattia è molto più costoso di quello che comportano i vaccini. (pg 104)

 

 

La seconda parte del libro è altrettanto interessante. Ilaria non usa il libro per togliere sassolini dalle scarpe, ma persevera nella sua fede nella scienza ignorando i rischi che nascono quando quest’ultima interagisce con la politica.

 

 

 

 

 

 

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16 marzo 2017 4 16 /03 /marzo /2017 18:49

 

 

 

 

Nel 1949 Orson Welles, durante la lavorazione del film The Third Man, suggerì a Graam Green una battuta destinata a rimanere nella storia del cinema:

 

" In Italia per trent'anni sotto i Borgia hanno avuto guerre, terrore e criminalità con tanto spargimento di sangue. Ma venne prodotto il Rinascimento, con Michelangelo e Leonardo.

In Svizzera vivevano in amore fraterno, avevano cinquecento anni di pace e cosa ne è venuto fuori? L'orologio a cucù."

 

                          

 

L'impatto suggestivo della battuta è favorito dal biaconero espressionista di Kraser, e funziona ancora. Essa ad esempio, è stata ripresa recentemente anche nella serie televisiva The Good Wife. Il significato è connesso con l'idea un po' gothic british che senza il lato oscuro non vi sia creatività nell'animo umano, inoltre la fonetica del cognome richiama l'idea dell'orgia che aggiunge pruderie al dotto richiamo storico. Ma la battuta è sbagliata. La guerra dei trent'anni coi Borgia non c'entra niente e l'orologio a cucù è stato inventato dai tedeschi nel diciottesimo secolo.

 

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https://youtu.be/pBy5q-UdIrk

 

 

 

 

 

 

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16 marzo 2017 4 16 /03 /marzo /2017 11:05

 

 

 

I nuovi orientamenti delle opinioni pubbliche occidentali esprimono forte disagio popolare nei confronti della immigrazione e della delocalizzazione. Sono dinamiche conseguenti alla globalizzazione, ovvero un forte processo che riorganizza le relazioni commerciali mondiali, un processo che è soprattutto collegato agli accordi che hanno visto la Cina entrare nel WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel 2001.

Finora questo processo è stato narrato all’insegna del buonismo (accoglienza e solidarietà) ma in questo modo sono stati nascosti i pericoli e le popolazioni hanno scoperto le fabbriche che chiudono e l’arrivo di gente diversa, e a volte ostile, senza esserne preparati. Anzi, scoprendo di essere stati ingannati dalla narrazione “polically correct”. Le responsabilità sono soprattutto della sinistra che, in nome della modernità e dell’innovazione, ha piegato la propria cultura a quello che di fatto si configura come un sostegno incondizionato alle multinazionali che promuovono e incalzano la globalizzazione stessa.

In Europa ciò si traduce in sentimenti di insicurezza e paura. Paura di perdere le protezioni del welfare, paura del terrorismo islamisitco e precarietà per i figli. Si cerca pertanto rifugio nelle soluzioni estreme e in comportamenti politici delle opinioni pubbliche sono effettivamente estremi. C’è una retrogressione verso l’isolamento. Al contrario di ciò che si proponeva la sinistra (“…ce lo chiede l’Europa…”) non vi è più alcuna devozione verso il sovranazionale, anzi, palese ostilità.

Federico Rampini usa l’espressione “tradimento dell’élite”, nei confronti di quel ceto globale fatto di manager, finanzieri e politici che inneggiano alla società multietnica senza indicare anche l’enorme minaccia che matura nel mondo islamico: l’attacco radicale ai nostri sistemi di valori.

E lo fa nel suo ultimo libro, uscito il Ottobre 2016 pochi giorni prima della vittoria trumpista negli Stati Uniti.

Egli riprende alcuni temi già affrontati precedentemente, come l’autocolpevolizzazione permanente, la tendenza a giustificare gli scontri della banlieu come mancata integrazione, incapacità di assorbire i flussi crescenti di immigrazione quando invece il nuovo attacco islamista ci viene portato da soggetti di seconda o terza generazione, integrati e benestanti. Soggetti che però sono ostili alla nostra decadenza morale.

Egli esamina negli ultimi capitoli anche i limiti e le responsabilità della informazione e il ruolo dei media e indica la necessità di uscire da questa empasse libernado l’economia dalla soggezione e dai ricatti multinazionali, rilanciando la partecipazione e il dibattito civile nell’obiettività.

Il libro intuisce la svolta critica di cui necessita lo scenario globale e la narrazione occidentale. Ed è senz’altro una lettura utile e veloce.

 

 

 

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10 marzo 2017 5 10 /03 /marzo /2017 13:57

 

 

 

 

 

Il secondo numero di LiMes 2017 è dedicato a fare il punto sulla situazione mondiale sotto il titolo accattivante di CHI COMANDA IL MONDO.

La monografia, che è piuttosto libera e svolazzante, si divide nelle canoniche tre parti cercando di esaminare il profilo di un improbabile NUMERO UNO, quello degli SFIDANTI e degli ALTRI POTERI. Mentre il robusto editoriale ci spiega che “nessuno comanda né ha mai comandato il mondo anche se qualcuno ha sognato di farlo”, pagina dopo pagina si assiste alla disamina dei punti di crisi vecchi e nuovi del sistema internazionale nella prospettiva indefinita dei pericoli di guerra globale e delle incognite collegate all’avvento di Trump.

Trump e l’America non sono la stessa cosa: il primo è il dito, la seconda è la luna. Si tratta ora di capire se questa America duale possa/ voglia comandare il mondo. Intende o no esercitare la funzione imperiale della sua imago mundi? No, niente affatto dicono gli elettori del vincente; la globalizzazione dipinta come espansione della democrazia, libera circolazione di merci e capitali, affermazione totale dei diritti individuale è solo una gran balla. La globalizzazione è perdita del lavoro, arrivo di stranieri e arricchimento dei competitors esteri. Nient’altro.

Mi viene in mente Federico Rampini che nella sua analisi più recente, presentata col suo ultimo libro anche qui a Valdagno la scorsa settimana, dice cose simili. L’élite globale ci ha traditi con la sua narrazione globalista politically corect. Ci ha nascosto che siamo allo sfascio di quell’ordine internazionale che il mito americano auspicava. Ci ha nascosto e insiste a nascondere il potenziale letale dell’immigrazione. E’ un’élite accecata che non si accorge che arriva Tramp. Fortuna, dice Rampini che è cittadino americano con diritto di voto, che abbiamo le elezioni di midterm come occasione per rimediare. Beato lui che riesce ad essere così ottimista.

Qui su LiMes spicca tra i miei preferiti l’analisi di Aldo Giannuli, ricercatore in scienze politiche alla Statale ma soprattutto esperto di geopolitica e poteri occulti. Egli propone al centro della monografia un ELOGIO DEL DISORDINE MONDIALE. Considera plausibile l’idea di una escalation che porti ad un conflitto generalizzato mondiale. Critica la “globalizzazione neoliberista” con la sua frenetica delocalizzazione manifatturiera la quale, scrive, “ha modificato fortemente il pil di quei paesi consentendo loro una spesa militare senza precedenti”. Critica la debolezza delle analisi antigobali elaborate prima della globalizzazione, sostanzialmente Negri (Impero, 2000) e Huntington (scontro di civiltà, 1997), osservando che le cose non sono andate né come dicevano i sostenitori né come dicevano i critici. Nessuno ha previsto il crollo del 2008 che, dice, è ancora in atto e teme una ripresa dell’unilateralismo americano voluto da Bush. In proposito arriva a dire che: ”la presidenza Trump è solo una brusca accelerazione su una precedente traiettoria, che vede gli USA come unica superpotenza ma assediata dai suoi sfidanti e con un rapporto di forze sempre meno favorevole”.(pg167)

Ma se cambiamo il ragionamento sulle prospettive di guerra o pace ci accorgiamo che forse può delinearsi all’orizzonte una alternativa. In passato si pensava che il pericolo di guerra fosse legato ad uno scenario di anarchia degli stati, un processo conflittuale da evitare attraverso la costruzione di un ordine mondiale. Ma è proprio questa visione che ci ha portato alla convinzione che occorreva una potenza egemone, quella americana, una convinzione non più sostenibile. In quell’ottica il nuovo ordine mondiale sarebbe stato basato sul compromesso tra la spada e la moneta mentre oggi non è realistico che gli USA possano ripristinare il livello di spese militari pre-crisi, così come non è più realistico pensare che essi possano invertire la dinamica delle delocalizzazioni riportandosi a casa le manifatture. Oggi la reazione cinese ad una simile politica sarebbe insostenibile anche per l’America di Trump.

Meno irrealistica invece appare l’idea di “club dei sette imperi”. Essi sarebbero USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. I quali rappresenterebbero oltre il 50% della popolazione mondiale e i tre quarti del PIL mondiale. Ma ci sono ancora molte controindicazioni a partire dallo sgretolamento dei rapporti USA/UE e le prospettive di scontro sino-americano. Inoltre Trump non sembra proprio disponibile a destrutturare le 745 basi militari, le sette flotte e il dollaro come moneta internazionale. Siamo quindi difronte ad una suggestione solo auspicabile e non ancora praticabile. Ma accontentiamoci.

Intanto leggiamoci LiMes e Rampini forse brancoleremo un po’ meno nel buio di questi tempi.

 

 

 

 

 

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27 febbraio 2017 1 27 /02 /febbraio /2017 17:31

 

 

 

 

 

Dopo la morte di Jane Seymour Enrico VIII era rimasto già due anni senza una moglie e tale fatto, dopo la rottura con Roma, cominciava a preoccupare il già indaffarato ministro Thomas Cromwell. L’Inghilterra era isolata e fu chiaro da subito che un nuovo matrimonio non sarebbe stato solo un fatto di corte, ma un affare internazionale. Un affare nel quale le considerazioni diplomatiche sarebbero state anche più importanti di quelle personali.

Ma certo anche queste ultime non potevano essere trascurate. Re Enrico insisteva fermamente sul fatto che la prossima moglie avrebbe dovuto essere prima di tutto una donna di suo gradimento. Di conseguenza quella che intercorse tra il 1538 e il 1539 fu proprio una bella sciarada. Agenti del Re vennero riservatamente incaricati di osservare con discrezione aspetto e carattere di varie potenziali spose. Pittori di corte, compreso Holbein, viaggiarono all’estero a caccia di somiglianze. Al Re di Francia venne chiesto di spedire a Calais dame della sua corte affinché esse potessero essere ispezionate da Enrico medesimo. Vennero fatti molti nomi e circolarono varie chiacchere, ma alla fine le candidate rimasero solo quattro.

La prima era Maria di Guisa, giovane vedova del Duca di Loungueville. Ma costei preferì concedersi al nipote Jacomo V di Scozia. Allora venne considerata la sorellina, ma venne anche spedito Holbein ad esplorare Cristina, la giovane sedicenne vedova del Duca di Milano. Gli schizzi di costei dal pittore ritratti avrebbero anche ottenuto un discreto successo, ma la fama, l’età e la stazza fisica di Re Enrico alla fine non lo favorirono.

Così trascorse inutilmente tutto il 1538, ma l’anno successivo l’opera di Cromwell si fece pressante fintantoché, per calcolo diplomatico legato a prospettive di pace con la Germania, Holbein fu inviato a ritrarre le due sorelle Anna e Amelia, sorelle del Duca di Cleves, vicino al confine con l’Olanda. E grazie al ritratto Anna suscitò finalmente l’interesse di Enrico.

Aveva 24 anni, era cresciuta nella corte di Dűssendorf con una educazione poco orientata ai libri e alla musica ma nonostante codeste qualità, gradite da Enrico, fossero mancanti, l’aspetto “dignitoso” la rendeva in qualche modo interessante anche nel confronto con la precedente moglie Jane. Il matrimonio fu contratto il 6 Gennaio 1540 (dopo conversione anglicana).

Esperta di ricamo e sapiente nel gestire il personale domestico, non riusciva però a generare desiderio in Enrico, causandone anzi repulsione tanto che il matrimonio non venne consumato. Questa almeno è la versione dei fatti che venne data a supporto della richiesta di annullamento, ma anche altre cause di natura diplomatica intervennero nella decisione di liberarsi di questa nuova moglie. In pochi mesi infatti erano maturate nuove ostilità tra l’imperatore e il ducato di Cleves, tali da rendere opportuno lo scioglimento del legame matrimoniale dopo solo un. semestre.

La maggior parte di questo tempo venne spesa nel tentativo di stabilire che il precedente fidanzamento di Anna con il duca di Lorena non era mai stato ripudiato formalmente e pertanto costituiva una barriera legale alla liceità del matrimonio.

Sarebbe stata una via di uscita onorevole ma il fattore decisivo fu poi la mancata consumazione che venne dichiarata dalla stessa Anna. Ella fu di fatto collaborativa col Re e accettò l’onorevole titolo di “KING’S SISTER” (sorella de re) con case e terre in Inghilterra per compensazione. Si ritirò quindi dalla scena politica e visse in confortevole riservatezza fino alla morte che sopraggiunse nel 1557.

 

 

 

 

 

 

Nota. Thomas Cromwell fu il ministro vicario nonché segretario del regno che supervisionò alla dissoluzione dei monasteri beneficiando del favore reale fino alla sua stessa esecuzione che avvenne, appunto, nel 1540.

 

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1 febbraio 2017 3 01 /02 /febbraio /2017 16:08

 

 

L’autore viene presentato come un ex agente della CIA che ha coordinato azioni in tutto il mondo. Il romanzo è il classico figlio della cultura antisovietica che ha formato l’establishment USA nei decenni scorsi e la sua uscita è cronometricamente coincidente con la firma dei trattati nucleari con l’Iran (Luglio 2016).

L’anno scorso Iran e USA hanno raggiunto accordi nucleari che hanno posto fine al regime sanzionatorio e al tempo stesso hanno imposto all’Iran di non sfruttare militarmente le sue potenzialità atomiche. Ma quell’accordo non piace a Netanyahu ed ecco che gli storytellers di regime si mettono al lavoro.

 

La protagonista è un po’ sensitiva e sexi al punto da sedurre Putin stesso. Ne esce una storia tesa a mostrare l’indole manipolatrice di Mosca nei confronti dell’alleato Iraniano.

L’unica buona trovata narrativa è quella delle ricette gastronomiche a chiusura di ogni capitolo.

 

 

 

 

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24 gennaio 2017 2 24 /01 /gennaio /2017 16:49

 

La serie degli opuscoli di una cinquantina di pagine continua. Sallusti, noto come direttore de Il Giornale, sta arricchendo il panorama comunicativo con queste pubblicazioni che non sono noiosi saggi scientifici, ma che colgono con una certa precisione le nuove tendenze della politica. Questa è la volta del populismo. A farlo è un promettente blogger che dalla foto sembra anche molto giovane, Francesco Boezi.

La lettura, per quanto veloce, mi è risultata buona. Non vi sono banalità ma fatti ed interpretazioni stimolanti. Il tema viene trattato con attenzione e le conclusioni attendibili. Ovviamente bisogna leggere senza paraocchi ideologici e accettare l’idea che il mondo politico sta cambiando alla grande. I ferri vecchi dei decenni scorsi bisogna lasciarli perdere perché se ci mettiamo a cercare la destra o la sinistra in queste analisi non arriviamo da nessuna parte. Inoltre qui se vogliamo assolutamente e caparbiamente farlo dobbiamo prepararci ad incontrare qualche traccia più ascrivibile al bagaglio conservatore che progressista. Ma è proprio questo che mi ha arricchito la curiosità: lo stesso strudel con o senza cannella rimane buono, ma se c’è la cannella, poca, attrae di più.

Nella mia lettura la premessa porge subito i termini del problema. Il capitalismo è al collasso a causa del processo di concentrazione della ricchezza. Poche persone che si nascondono dietro “impersonali multinazionali” detengono la ricchezza mondiale in denaro e la impiegano in speculazione finanziaria e delocalizzazione produttiva. Tale processo ha generato e sta aggravando una crisi dei rapporti tra sistemi politici e sistemi economici subordinando di fatto la politica. La proliferazione del populismo si spiega sulla base della nuova contraddizione globale: “un minuscolo gruppo elitario domina i processi globali mentre un enorme insieme ne subisce solo gli effetti”. E’ la dicotomia élite/popolo.

A tale situazione non è però applicabile il modello secondo il quale prima o poi dovrebbe innescarsi una riscossa dei poveri contro i ricchi. E’ la classe media che usando la democrazia partecipativa (elezioni) sta guidando la riscossa dal basso. Stanno emergendo leadership che non accettano la sottomissione “alle pressioni della finanza, cui invece sono assoggettati i governi democraticamente eletti”.

 

Boezi fa riferimento ai dati Oxfam (Oxford Comitee for Famine Relief; http://policy-practice.oxfam.org.uk/) elaborati nel 2015 e pubblicati nel rapporto di inizio anno 2016. Questi dati sono stati recentemente rilanciati in occasione del World Economic Forum tenutosi a Davos. In tale rapporto spiccano le statistiche sulla distribuzione della ricchezza mondiale, dove si vede che la ricchezza totale è detenuta per il 50% dall’1% della popolazione mondiale e che questo un percento è poi riconducibile ad una ottantina di persone che detengono una ricchezza pari a quella dell’insieme della fascia povera, ovvero 3,5 miliardi.

In questa situazione il populismo non è una favoletta giornalistica, dice Boezi, ma un preciso fenomeno politico in atto in varie parti del mondo. Un fenomeno che un certo conformismo continua a ricondurre a derive autoritarie. Qualunque posizione esca dall’egemonia culturale del neoliberismo viene boollata come populista.

Partendo da questi presupposti Boezi arriva ad estremizzare il populismo in un elogio vero e proprio definendolo un movimento che sta: “assumendo le fattezze del riscatto dal basso della democrazia, del popolo che cerca la rivoluzione copernicana per mezzo dell’unica arma rimastagli: la matita indelebile dei seggi elettorali scagliata contro le decisioni calate dall’alto.” (pg 12)

Non essendo questo un saggio, ma come lo definisce l’autore stesso un pamphlet, non vengono citate le fonti. Vi si accenna comunque ad alcuni autori come Taguieff, Yves Mény e Yves Sure, Albertazi e Mc Donnell e Marco Tarchi. C’è comunque una citazione del giornalista politico francese Jack Dion che può risultare efficace: “Quando i partiti che si succedono al potere si trasformano in strumenti di difesa dell’ordine stabilito (rappresentato dall’establishment), il popolo diventa un nemico, esso simboleggia un pericolo potenziale.” (Pg 15)

 

Nel suo percorso Boezi passa per la vittoria di Trump, l’ascesa della Le Pen e la battaglia contro l’ideologia gender combattuta in Italia.

 

Trump. E’ il miliardario dato inizialmente a meno dell’1% alle primarie repubblicane che invece ha vinto. Contro di lui si è accanito il media mainstream e lui lo ha sbaragliato. Egli non si è mai infilato nella dicotomia destra-sinistra, ma ha basato tutta la sua comunicazione sulla lotta al gruppo numericamente minoritario di persone che da qualche decennio governa i processi decisionali degli States e di gran parte del pianeta. Così facendo ha dimostrato che esiste una alternativa alla oligarchia trionfante, ha convinto la middle class, compresi gli operai delle grandi industrie e li ha portati con sé nel più grande vaffanculo della storia democratica.

L’energia di questa spinta ha superato e battuto clamorosamente una delle macchine elettorali più potenti che si potessero immaginare, quella di Hillary Clinton. Ecco, qui c’è uno dei passaggi migliori del pamphlet di Boezi, quando descrive la potenza della macchina clintoniana. (pg 20) La campagna di Hillary, scrive Boezi, è stata condotta con una meticolosa operazione di storytelling che egli definisce: “un’operazione di ingegneria narrativa”. In America l’80% dei media è controllato da sei potenti gruppi i quali TUTTI hanno finanziato la Clinton. Costei quindi rappresentava Wall Street e la finanza speculativa nonché la quasi totalità della stampa e le aziende HI-TECH. Ha avuto a sua disposizione le celebrità di Hollywood da utilizzare come testimonial e il sostegno attivo della power élite di New York. Questa coalizione di fatto ha rovesciato addosso a Trump le peggiori accuse descrivendolo come un mostro sessuomane e xenofobo. Ma lui ha vinto lavorando sulla pancia dell’america midle class. Boezi non lo dice, ma l’ho sentito spiegare da Paolo Mieli: è vero che egli ha preso due milioni e mezzo di voti in meno, ma questi sono concentrati in California e nello Stato di New York, se tiriamo via questi due stati sul rimanente Trump ne ha presi tre milioni di più. Ed è tutta questa America che lo ha votato facendolo vincere tappa dopo tappa.

Infine ha azzeccato il tema della politica estera proponendo una linea non interventista. Obama, premio Nobel sulla fiducia, ha sbagliato in Siria, Afghanistan, Irak, Libia, Pakistan, Somalia e Yemen. La Clinton stessa, ex segretaria di Stato della prima legislatura Obama, lo criticava e proponeva una accelerazione degli scontri. Donald Trump ha proposto di risppacificarsi con Putin. L’elettorato lo ha premiato. Certo, conclude Boezi, bisognerà che il mondo vigili, ma le premesse sembrano meno terribili di quanto abbiano provato a raccontarci.

Fin qui è la parte che ho trovato interessante e innovativa. Ora vediamo quella che mi lascia piuttosto scettico.

 

Le Pen. Le primarie di centrodestra in Francia hanno visto prevalere Fillon che si configura quindi come un candidato più adatto di Sarkò a competere con Marine Le Pen, iscritta dal mainstream nell’albo populista. Fillon propone quote per immigrati, riapertura a Putin/Assad e rilancio del conservatorismo cattolico. La Le Pen, data per favorita alle presidenziali, risponde cavalcando istanze popolari di sinistra come l’antirigorismo di bilancio. Punta a prendere i voti dei socialisti al secondo turno. Insomma si vuol fare del popolo francese una Koinè visto che la destrizzazione del voto operaio oggi e possibile ed anzi è già avvenuta in Italia con Berlusconi. Ni droite ni gouche, un altro esempio dell’anacronismo dello schema destra/sinistra.

Sua figlia, Marion Le Pen, si è candidata nel 2015 alle regionali prendendo il 41% dei voti. Lei gioca la carta del ricambio generazionale, è una sorta di start up della nuova politica. Insomma anche in Francia si sta sconvolgendo la politica.

 

La famiglia come battaglia antropologica.

Più complesso è quest’ultimo capitolo. Il Defence of Marriage Act è stato dichiarato incostituzionale dalla corte americana ancora nel 2013. Boezi ci ricorda che Goldman Sachs e J.P.Morgan hanno salutato l’evento con comunicati favorevoli. Evidentemente il dubbio che le grandi multinazionali abbiano interessi in gioco nella campagna per la promozone di leggi aperte ai gay è legittimo. Boezi attribuisce alle multinazionali il disegno di voler distruggere la Famiglia tradizionale e mi dà l’impressione di voler imbarcare l’area Family Day per sfruttare l’onda populista in sua difesa. Rendere l’uomo sempre più solo ed incapace di relazioni attraverso la distruzione ella famiglia significa trasformarlo in un consumatore e suddito perfetto. L’uomo del futuro consumerà compulsivamente per colmare la propria solitudine. Ecco quindi che l’establishment mostra di voler influenzare il quadro valoriale di riferimento. Qui Boezi mostra di strizzar l’occhio all’integralismo cattolico e alle esperienze tipo Tea Party per contrastare tale tendenza. Una visione con la quale sono assolutamente distonico.

 

In conclusione cito direttamente Boezi:

Oggi ci viene raccontato che il tentativo di cambiare la storia viene messo in atto da un’orda di irresponsabili, ma il dubbio che gli irresponsabili siano stati color che hanno indirizzato la storia nel punto tragico in cui siamo è venuto a molti”. li chiamano populisti.

 

 

 

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18 gennaio 2017 3 18 /01 /gennaio /2017 19:21

 

Lo studioso britannico con forti legami in Italia raccoglie in questo libro le riflessioni maturate durante la prima metà egli anni duemila quando elaborava la visione politica globale conosciuta oggi come Postdemocrazia. Il termine viene dal titolo del libro più famoso da lui scritto, con collaborazione italiana, e le riflessioni ivi contenute arricchiscono il suo pensiero sulla modernità politica. Nonostante quindi la prima stesura del libro sia ormai datata, il suo pensiero ci appare oggi in tutta la sua attualità.

 

Egli sostiene che stiamo assistendo ad una transizione che va verso una società, che egli definisce appunto post – democratica, nella quale si conservano le istituzioni tipiche delle democrazie del secolo scorso, come il mercato e il regime elettoralistico, ma nel contempo esse diventano sempre più un fatto formale, una sorta di scatola vuota.

 

Si tratta di un processo in corso d’opera ma non ancora completato. Non stiamo ancora vivendo in una società postdemocratica, ma puntiamo verso di essa. E questo perché il controllo di scelte e decisioni su economia e diritti non si svolge più nell’arena democratica ma nelle mani di una élite ristretta di decisori extaistituzionali.

 

Trovo il ragionamento lucido e accattivante, ma incompleto. Il politologo infatti non analizza le caratteristiche di tale élite. La lascia in un limbo indefinito mentre si sofferma molto sul superamento dello stato sociale. Anzi in alcuni capitoli ho trovato una secca identificazione tra democrazia e Welfare State. Mi pare una semplificazione poco utile.

 

 

In ogni caso si tratta di ancora di una lettura utile, anzi quasi doverosa direi, per l comprensione delle reali dinamiche politiche in atto.

I rapporti tra istituzioni nazionali e UE sono esattamente spiegabili con le dinamiche descritte nel libro. Anche se una attualizzazione della riflessione di Crouch mirante alla descrizione del ruolo delle nuove multinazionali della oligarchia telematica non sarebbe male.

 

 

 

 

 

 

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