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15 ottobre 2017 7 15 /10 /ottobre /2017 20:31

 

 

 

 

L’anno scorso in Novembre LA NAVE DI TESEO, ovvero la casa editrice indipendente voluta anche da ECO in opposizione al cartello “mondazzoli” e diretta da Elisabetta Sgarbi, sorella del superloquace Vittorio, ha pubblicato A ESPIA, un romanzo col quale il supergrafomane Paulo Coelho celebra la memoria di Mata Hari nel centenario della morte.

L’opera vuole essere un romanzo e non una biografia per cui risulta piuttosto libera anche se di fatto veicola un attinente racconto della vita di una donna mitizzata per la sua supposta bellezza.

 

E’ opportuno premettere che lo spionaggio è sempre esistito. Ciò che sta cambiando oggi è semmai l’atteggiamento morale nei confronti di esso. Oggi un prezzolato delatore, un mentitore professionale, o un criminale di guerra tende ad essere eroicizzato, mentre le vittime di quell’opportunismo amorale vengono presentate come semplici danni collaterali.

 

Forse per questo uno scrittore di grido come Coelho romanzeggia di nuovo la biografia di una prostituta che vendeva informazioni captate alternativamente tra i letti di Parigi e Berlino seducendo ufficiali e ministri della Grande Guerra.

 

IL suo approccio è, tra l’altro, innocentista. Per lui Mata Hari era una grande attrice di spettacolo che vendeva l’amore per passione, come Bocca di Rosa direi, e tra una cosa e l’altra le capitò anche di scambiare informazioni. Più che altro per salvarsi la vita dalle spietatezze dei servizi d’informazione militari che la ricattavano.

 

La trovo una visione falsamente ingenua. Una visione che, in tempi di emancipazione femminile, può sedurre qualche decina di migliaia di lettrici o lettori disposti a spendere qualche decina di euro per un libro da vacanza.

Per me la verità è un’altra. E ho la fortuna di leggerla in un libro degli anni trenta, ormai senza copertina che appartenne a mio suocero e si trova oggi fortunosamente ancora in casa mia. Ovviamente nulla mi dice che la verità sia proprio quella, ma mi seduce.

 Si tratta di LE GRANDI SPIE , di H.R. Berndorff, che si può trovare anche in vendita sulla Rete in edizioni più eleganti di quella che posseggo io.

 Il libro si occupa di una quindicina di casi spionistici WW1 e, al centro, si occupa di Mata Hari, danzatrice, cortigiana e spia.

Il testo concede molto al mito della sua bellezza ma almeno non indulge in tentazioni innocentiste. La descrive con scarso realismo, basandosi ovviamente sulle fonti dell’epoca e ne produce una biografia scevra di apprezzamenti femministici. È solo una giovane donna meticcia olandese che fugge da un marito ostile lasciando la figlia per recarsi a Parigi ove ha l’avventura di vivere un particolare successo prima come prostituta di una casa di tolleranza di buon livello, poi come subrette spogliarellista in spettacoli orientaleggianti. Spettacoli che la portano in giro per quell’Europa che sta preparando, forse inconsapevolmente, WW1. Successi, uomini e disavventure la porteranno poi a riunirsi con la figlia e a morire fucilata con accuse si alto tradimento.

 

 

Vediamo quindi la ricostruzione di Berndorff.

Il 30 Marzo del 1895 la giovanissima Margareta Zelle, figlia di un giavanese sposato con una benestante olandese altolocata, sposa a L’Aja il capitano Mac-Leod (personaggio violento incline alle orge) con un matrimonio combinato. Se ne vanno ai tropici (Sumatra e Java) dove la giovane sposa impara la cultura e le mode espressive orientali. Ciò le si rivelerà più tardi essere un vero e proprio vantaggio strategico quando farà la ballerina spogliarellista nelle capitali europee. Quando, nei primi anni del nuovo secolo, nasce la figlia Jean Louise il capitano si è già giocata la carriera, il matrimonio è già in pezzi e i due son già rientrati in Olanda. Lei lascia tutto e se ne fugge a Parigi ove trova lavoro (forse dopo un breve periodo fatto in strada) in un casino. All’epoca la prostituzione, che era legale, era subordinata ad un sistema di visite mediche che, regolarmente documentate dal dr. Bizard, costituiscono la principale fonte documentale per quel periodo della vita di Margareta. Muore il marito, nel frattempo rientrato in ISCOZIA e inseguito dai debiti, e la figlia le si ricongiunge dopo che Margarete, grazie ad un amante facoltoso, ha acquistato casa a Nevilly (pare una specie di castello appartenuto anche alla Pompadour). Lei sfonda sulla scena dello spettacolo come “danzatrice indiana”. Nasce Mata Hari (nome d’arte approssimativamente orientale che evoca il concetto di “occhi del giorno”). Mata Hari frequenta Champs Elisées, Folies Bergères e anche La Scala di Milano. Compete con personaggi come La Bella Otero, Ida Rubinstein e niente popò di meno che Isadora Duncan. E quando l’amante si rivela un industriale fallito lei i soldi ha già imparato a farseli da sola. E’ una diva europea quando cade, o meglio cattura, nel suo letto il marchese Pierre de Montesac, alto, biondo (e forse) con gli occhi azzurri ma in ogni caso riccamente inserito negli alti livelli della Guardia parigina. E questo incontro, che la condurrà anche sulla scena berlinese, rappresenta il primo passo nella carriera di Mata Hari come spia internazionale.

Infatti mentre gli atti del processo non chiariscono chi sia realmente questo personaggio aristocratico, la verità emergerà nel 1927 quando Netley Lucas, autentico Arsenio Lupin, scriverà le proprie memorie per ammorbidire il carcere. Costui infatti, con un passato famigliare ricco e controverso, era un poliglotta avvezzo ai furti d’albergo, furti nei quali non sparivano solo oggetti di valore, ma anche preziose informazioni. Fu anche pilota e frequentatore assiduo di competizioni aviatorie. Vi sono tracce di lui con la falsa identità di “comandante russo Marzaw”. Insomma una mitica spia del periodo crepuscolare. Con lui Mata Hari lascia Parigi, svende in fretta il mitico castello e si trasferisce ad Amsterdam. Siamo nel 1914. In quell’anno l’Intelligence Service (Inghilterra) trasmette all’alleato francese una lista informale di sospette spie filo tedesche e in tale elenco figura già Mata Hari. Ma i Francesi, che in un primo tempo la fanno pedinare, non riscontrano. Torna a Parigi acclamata dalle folle nella primavere del 1916. Decide e ottiene di fare l’infermiera nell’ospedale di Vittel ove sta sorgendo il più importante campo di aviazione dell’esercito francese. Ammaliati ufficiali ed aviatori dipendono dal suo fascino per vari mesi, fino a quando il capitano La Doux (si, quello dell’Affaire Dreifuss) la fa prelevare al mattino presto da due agenti nella sua camera d’albergo. Minacciata di espulsione, riesce invece ad ottenere l’incarico di spiare in favore dei francesi. Da questo momento Mata Hari è un agente doppio in mano alla Francia.

La più importante spiata in favore dei francesi si trova da lei stessa svelata agli atti del processo. In tale circostanza infatti Mata Hari cercava di salvarsi dimostrando di aver aiutato, anziché tradito, la Francia rivelando un’informazione, carpita con l’amor venale, relativa alla vera posizione di due sottomarini tedeschi che vennero effettivamente affondati dai francesi davanti alle coste marocchine. Per questo caso l’avvocato difensore riuscì anche a produrre documentazione relativa alla “grossa somma” di denaro pagata dai francesi a Mata Hari al fine di ottenerla in poche ore.

Ma non le fu bastevole. Caduta nel tranello delle “cinque lettere” architettato da La Douxe, Mata Hari fu alla fine identificata per essere l’agente H21 dello spionaggio tedesco e finì il processo a porte chiuse che si tenne il 24 e 25 Luglio presso il Tribunale di Guerra e le prigioni femminili di Sainte Lazare, con la condanna a morte.   

Questa fu puntualmente eseguita il mattino del 15 Ottobre 1917. Una circostanza che il particolare trasporto letterario di Berndorff così commenta: “Uno solo dei colpi sparati dai soldati la raggiunse e le trapassò il cuore.

Come dire che la bellezza di quella donna era tale da togliere il coraggio ai soldati di oltraggiarne il corpo. L’allusione è coerente con lo stile narrativo di una biografia che ispirò negli anni trenta gli sceneggiatori del film di George Fitzmaurice MATA HARI con Greta Garbo. In tale film, osserva Morando Morandini, Greta Garbo, seppur inadatta alla parte dà prova del suo fascino. Ma, precisa, “nella sequenza del ballo, un po’ lasciva ”- siamo nel 1932 -  “fu usata in parte una controfigura”.

 

 

 

Di tutta questa epopea mistificatrice fanno giustizia le vere foto. Venute alla luce nei decenni successivi, dalle quali si ricava la vera immagine di Margarete. Un donna semicreola dai capelli scuri che seduceva più con le movenze che con le forme di un corpo relativamente modesto.

 

 

  

 

Qualcuno insinua che ci fosse morfina nel suo ultimo tè.

 

 

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18 settembre 2017 1 18 /09 /settembre /2017 23:20

 

 

La serie delle verità fuori dal coro (si fa per dire) proposte da Il Giornale sotto la direzione di Alessandro Sallustri colpisce ancora. Questa volta pubblica una ricostruzione della sentenza relativa al processo contro Bossetti per l’omicidio Yara Gambirasio. Tale processo si è appena concluso anche in appello e conferma la condanna all’ergastolo del muratore di Mapello. Ma molte cose non quadrano e lasciano supporre di essere in presenza di un’altra storia complottistica dello Stato italiano.

Giovanni Terzi, giornalista, aveva già letto e ricostruito lo scorso anno la sentenza e le motivazioni evidenziando in questo libello le contraddizioni e gli elementi suggestivi ma non reali in essa presenti. E la rilettura torna utile.

Agli atti infatti vi è uno strano accanimento della Procura della Repubblica nel tenere fuori dalle rogne Silvia Brena e il fratello di costei, Alessandro, mentre sui media da sette anni vi è il tanto sistematico quanto inutile tentativo di ricondurre il delitto ad un succulento scandalo sessuale. Ma la tredicenne Yara Gambirasio è morta vergine senza tracce di violenza sessuale alcuna.

E’ morta di stenti e di freddo dopo essere scomparsa il 26 Novembre 2010, mentre i suo corpo è stato ritrovato in stato di abbandono in un campo di Chignolo d’Isola.  Gli esami autoptici e le indagini successive hanno permesso di stabilire che era stata conservata in un luogo chiuso, con scarsa circolazione di ossigeno e che il suo corpo è stato in realtà portato sul luogo del ritrovamento alcuni mesi dopo aver subito una violenta aggressione, da far pensare per capirci a bullismo estremo, mentre era nello spogliatoio di una palestra all’interno del Centro Sportivo di Brembate di Sotto.

La verità processuale e il can can mediatico, ci condannano a ritenere che sia stato il “lust murder” bergamasco Massimo Giuseppe Bossetti (ignoto 1), padre di tre figli colto da raptus, ad ucciderla lasciando tracce del proprio DNA sui leggins della ragazzina. Ma di DNA ve ne è stato trovato sugli abiti anche molto altro. In particolare quello della sua insegnante di danza ritmica. Inoltre molti altri aspetti della indagine e soprattutto della conduzione processuale lasciano intendere che quella di Bossetti sia una falsa pista per proteggere altri interessi dello Stato legati a misteriose indagini sulle infiltrazioni mafiose lombarde.

Il caso, per capirci, sarebbe un rapimento a scopo intimidatorio degenerato in delitto. Il padre della ragazzina, geometra Fulvio Gambirasio, è conoscente e frequentatore di Pasquale Locatelli arrestato e coinvolto in grandi inchieste internazionali per traffico di cocaina. Secondo alcuni giornalisti il geometra avrebbe testimoniato nell’ambito di una inchiesta a Napoli e la Camorra si sarebbe incaricata di intimorirlo.

A condurre le indagini dai Locatelli sarebbero stati i cani molecolari. Questa pista poi, secondo la difesa, sarebbe stata sottovalutata dai giudici. Il corpo, forse ancora vivo, di Yara sarebbe stato quindi portato fuori dal centro sportivo clandestinamente per essere consegnato e nascosto in un cantiere dei Locatelli.

Forse anche la testimonianza stessa di Gambirasio sarebbe stata già a suo tempo segretata e l’inchiesta internazionale, che presume infiltrati, servizi segreti ecc. non dovrebbe venire disturbata da altre scomode inchieste dei carabinieri o della polizia giudiziaria. E tali necessità di tutela e riservatezza sarebbero alla base del comportamento processuale. Sta di fatto che al funerale di Yara venne letto un messaggio del Presidente della Repubblica, segno di rilevante attenzione istituzionale al caso.

 

In tale messaggio inviato al sindaco, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano auspicava di far luce sull’orrendo crimine, ma avvertiva anche che il “cammino per questi risultati” sarebbe stato “davvero difficile…”

 

 

             ***

 

 

Vederla così è complottismo? Può darsi. Ma che le verità processuali italiane non siamo molto affidabili lo dice la storia, non i social networks. Così come è altrettanto noto che molte indagini sono seguite e manipolate dai servizi segreti i quali perseguono programmi strategici diversi da quelli delle legittime isituzioni... E in queso caso specifico il fatto che l’individuazione del DNA di Bossetti sia avvenuta senza dare alla difesa alcuna possibilità di controprova, il fatto che la palestra non sia mai stata sequestrata e trattata da scena del crimine, il fatto che i filmati del camioncino siano stati falsati dai Ros su ordine della procura e il fatto che il DNA della Silvia Brena trovato sul giubbotto della vittima sia stato accantonato sono tutte cose scritte negli atti. Non nei social.

 

Se mai verrà fatta quella luce auspicata da Napolitano allora si vedrà che questa volta a complottare e diffondere fake news sono stati proprio gli organi dello Stato, certo per difendere interessi superiori ma tutto ciò con la verità non ha niente da spartire.

 

 

 

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" Running over the same old ground, what have we found? The same old fears!

Whish you were here." (Roger Waters, 1977)

 

 

 

 

 

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7 luglio 2017 5 07 /07 /luglio /2017 10:33

 

Giuliano da Empoli, nato a Parigi nel 1973, oggi è consigliere di Matteo Renzi, nonché commentatore giornalistico di fama. E’ stato amministratore delegato della Marsilio, casa editrice che gli ha pubblicato lo scorso mese di Maggio un pamphlet sul Movimento Cinque Stelle. (LA RABBIA E L’ALGORITMO. IL GRILLISMO PRESO SUL SERIO. Marsilio 2017)

 

                                                    **

 

Il “grillismo” in esso viene visto come fenomeno politico da comprendere più che sputtanare. E, soprattutto il primo capitolo, costituisce una analisi approfondita di quella che lui presenta come fenomenologia politica moderna in fase di piena diffusione nelle democrazie occidentali. Essa è legata a due fattori motivazionali: la Rabbia e l’Algoritmo. Vediamo cosa sono.

In premessa voglio dire che il libretto mi è piaciuto mi è piaciuto anche se nella seconda parte si allinea al mainstream.

 

In questa analisi la forza di M5S appare come il risultato della fusione tra le due componenti, quella analogica (rabbia) e quella digitale (algoritmo). Beppe Grillo è il gestore del fattore analogico, i Casaleggio di quello digitale.

 

La Rabbia, intesa come categoria della politica, è stata studiata da Peter Sloterdijk, filosofo tedesco contemporaneo di Karlsruhe. Costui la descrive come un sentimento insopprimibile che attraversa tutte le società ed è alimentato dagli esclusi. Una volta era la Chiesa a raccogliere e rappresentare questo sentiment, poi, dall’ottocento lo hanno fatto i partiti di sinistra. Questi ultimi si sono costituti come “vere e proprie banche della collera” ovvero gestori di energie che anziché venire spese subito venivano investite per costruire un progetto più ampio. Odio e risentimento presenti nella società venivano controllati e ricondotti ad un piano generale di cambiamento rivoluzionario. In questo modo “Il perdente si trasformava in militante e la sua rabbia trovava uno sbocco politico.” (pg11)

 

Oggi la Chiesa cattolica non è più portatrice di un messaggio escatologico che catturi gli esclusi dando loro un sogno da coltivare, ma di un semplice messaggio di regolazione etico-sociale. E dal canto loro i partiti di sinistra, con l’accettazione della democrazia liberale e del mercato, hanno svalutato la rabbia disorganizzandola. La collera del terzo millennio genera pertanto solo individualismi cinici oppure movimenti no global e banlieue. Nessun progetto generale di trasformazione.

Beppe Grillo è un comico con una sapienza televisiva consolidata. Egli la usa magistralmente per conferire verve e passionalità al movimento. La sua carriera televisiva è il frutto del felice sodalizio con Antonio Ricci, l’ideatore di Drive In e Striscia la Notizia. Si tratta di programmi che anche se non sembrava andavano ben oltre l’intrattenimento mettendo l’informazione ufficiale in una gogna mediatica. In essi il potere viene quotidianamente ridicolizzato dalle risate preregistrate e dalle “inchieste” del gabibbo. Inoltre c’è l’avvento del reality: lo spettatore non è più tale ma “entra in scena” da protagonista. Ecco il punto: accoppiandosi con Casaleggio Beppe Grillo ha portato questo sentiment protagonistco dall’intrattenimento alla politica. L’elettore rabbioso diventa militante protagonista e televota contro. Per mesi e mesi si è cercato di attaccare la credibilità del Movimento Cinque Stelle denunciando la pratica delle espulsioni. Ma è esattamente quello che si fa col televoto dei reality. E infatti i sondaggi dimostravano che quel tipo di campagna antiglillina non modificava niente. Forse si limitava ad alienare qualche tentazione di simpatia dai militanti ortodossi della sinistra storica. Niente più. E intanto invece il nuovo atteggiamento collerico di chi gode la politica come un reality si consolida.

Una conferma è poi arrivata con la vicenda elettorale di Trump. Le folle che lo accoglievano ai comizi intonavano “Lock her up!” (sbattila in galera). Stavano televotando contro la Clinton.

 

                                                           ***

 

L’Algoritmo è un tema ancora più affascinante. Si tratta dell’apporto di Casaleggio alle dinamiche di rabbia, o meglio si tratta del suo server, il server della Casaleggio Associati. Casaleggio senior era una specie di san Francesco che invece di lupi parlava di Internet. Così almeno lo definisce Grillo. Il Movimento Cinque Stelle, scrive Da Empoli, in sé non ha cultura, il massimo che vi si può trovare è l’autobiografia di Alessandro Di Battista. Ma ha l’Algoritmo. Appunto.

Si tratta di una macchina discreta e sofisticata della quale non abbiamo capito subito la potenza. E’una piattaforma digitale che ha un ruolo superiore a quello degli altri software simili usati da altri partiti ed organizzazioni. Questa è la “fonte primaria della identità e dell’appartenenza al Movimento.

Attenzione: non stiamo parlando di qualche particolare segreto tecnologico, ma di una idealistica premonizione circa l’avvento della democrazia digitale. Qui la Rete è Partecipazione. Stiamo parlando di un nuovo strumento che, nella visione ideale del Movimento, può generare una vera e propria rivoluzione democratica capace di scardinare il potere della “casta” (i protagonisti della politica) e consegnarlo all’uomo comune. Bello! Una vera e propria “vision” nuova e affascinante, capace anche di appagare i desideri di rivoluzione sessantottini... Ma attenzione, sembra dirci Giuliano da Empoli, questo è il modo in cui la base vive il Movimento, mentre per l’élite che la guida, ovvero la diarchia grillo-casaleggina, si tratta in definitiva di uno strumento per l’accumulazione il trattamento Big Data. Come i grossi social network (Facebook), i motori di ricerca (Google) o i grandi negozi online (Amazon) l’Algoritmo pentastellare sarebbe quindi solo un software per la cattura e la vendita dei dati. La novità, la vera innovazione da cinque stelle, è che questa pratica, già operativa da decenni in ambito commerciale, ora è uscita da quella sfera per entrare nella politica. E c’è riuscita alla grande.

 

 Il segnale sul valore strategico dei Big Data in politica è partito dalla campagna elettorale di Obama per le presidenziali del 2008. In tale occasione una rete capillare di sostenitori mobilitò il web generando una raccolta di informazioni che, accumulata, permise, nonostante il voto segreto, di conoscere con precisione quattro anni dopo il nome e il cognome di 69.456.897 (pg.19) cittadini americani che lo avevano votato nel 2008. Ciò è reso possibile non da interviste e sondaggi, ma grazie al lavoro automatico di alcuni algoritmi che analizzano automaticamente i gusti e i comportamenti in Rete.

Per chi, come me, ha militato per qualche decennio nelle organizzazioni storiche della sinistra, anche con ruolo dirigente, è dura ammettere l’obsolescenza e la quasi totale inutilità del vecchio modello. Ma grazie all’Algoritmo casaleggino oggi vi sono nove milioni di voti a dimostrarlo: oggi è possibile una comunicazione radicalmente innovativa, difronte alla quale le vecchie forme di consultazione sono come le carrozze a cavallo rispetto agli elicotteri. Oggi sono possibili le Dog Whistle Polics ovvero un modello di comunicazione mirata che non solo va ben oltre la semplice comunicazione dall’alto di messaggi generalisti o agit prop (storici modelli rispettivamente pro e/o contro i regimi) ma anche oltre la semplice circolazione virale del 2.0. Oggi è diventato possibile, scrive Giuliano da Empoli, “sollevare gli argomenti più controversi RIVOLGENDOLI SOLO A QUELLI CHE SON SENSIBILI AL MESSAGGIO”. Una tecnica che offre un vantaggio strategico colossale, quello di evitare le controindicazioni, ovvero evitare di “alienare il consenso di altri elettori che la pensano in modo diverso”.

Ecco in che senso, aggiungo io, che sinistra e destra sono superate. Lo sono in termini di comunicazione elettorale, non necessariamente in termini etico-programmatici.

Dog whistle politics significa letteralmente “politiche del fischietto per cane” nel senso che soltanto il cane sente quel segnale, il che tradotto significa che solo alcuni avvertono il richiamo, gli altri non sentono nulla. (pg 21)

Per il momento, osserva il Da Empoli, nella politica italiana c’è solo il Movimento Cinque Stelle ad avere i Big Data, mentre in America le forze politiche sono da anni in competizione per gestirli.

 

 

 

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22 giugno 2017 4 22 /06 /giugno /2017 01:34

 

 

 

Il testo narra lo spasmo del buttero il quale, al ritorno dal gran pascolo, lungo un sentiero sterrato, già brama l'incontro con l'oggetto del suo desiderio.

Si sente la voce del buttero provenre dal sentiero sterrato mentre i cani latrano e il bestiame muggisce. Senti i galli che cantano all'alba fredda, senti ol mormorìo dell'acqua nel fossato.


Accidenti donna mia non languire, che ho già adocchiato una rosa in bocciolo per te!
Ti ho desiderata molto, mia strega, lontano da qui. Perciò lego stretto questo laccio ad un pezzo del mio cuore e te lo mando con la brezza di questa mia canzone. Assieme a tutto il mio amore!
Col tuo amore e la brama di una fiera al sole, io mi sento felice, determinato, coraggioso!
E ho il sentimento di un trovatore.

Guarda la nube di polvere nel sentiero sterrato: è il trotto del branco che lascia il pascolo!
(Perciò) forza ragazzo, dai! Apri la porta del recinto che da qui già vedo la fattoria del Signr Pietro.

Accidenti donna mia non languire! Ecc. ecc.

 

 

 

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14 giugno 2017 3 14 /06 /giugno /2017 13:37

 

LiMes di giugno. La quinta monografia di quest’anno è dedicata agli scenari di un divorzio atlantico possibile. Più precisamente è dedicata alla Germania, la sua cultura e il suo potenziale geopolitico, come perno di una svolta che Lucio Caracciolo nel suo articolo introduttivo definisce: ”processo di emancipazione dal vincolo americano e progressiva normazione della normalità”.

La Germania attuale è il risultato di una fuoriuscita vincente dalla subordinazione cui l’avevano sottoposta i vincitori di WW2. L’America in particolare “vinta la seconda guerra mondiale, inventò la sua Europa per controllare la Germania ed impedirne l’aggregazione all’impero sovietico” scrive Cracciolo. Questo piano rispondeva ad una strategia di “doppio contenimento, antitedesco e antirusso” in una idea che richiama una sorta di Euramerica.

Il battesimo del marco, nel 1948, fu favorito unilateralmente dall’iniziativa americana. Esso fu poi seguito dal robusto schieramento militare che, a partire dal 1949, creò la Repubblica Federale di Germania in funzione anticomunista, uno Stato satellite cui venne contrapposta la creazione della Repubblica Democratica Tedesca. In tal modo “la spartizione della potenza sconfitta era la garanzia reciproca tra vincitori… per cui nessuno poteva aggregarla interamente al proprio carro”. In un primo tempo il processo fu condiviso anche da britanni e francesi, ma il disegno egemonico era soprattutto americano. “Accordi segreti mai denunciati – scrive sempre Caracciolo – consentivano all’intelligence statunitense di intercettare a piacimento ogni genere di comunicazioni aperte o riservate dello Stato alleato” (pg 12). E la stessa intelligence della Repubblica Federale fu creatura totalmente USA.

 

Dopo gli anni di Guerra Fredda l’unificazione ha favorito la Germania al di sopra delle aspettative. La stessa creazione dell’Euro fu concepita da “francesi e italiani come riparazione che i tedeschi dovevano agli europei per essersi unificati” ma in realtà oggi funziona “da moltiplicatore della potenza commerciale tedesca nel mondo. “E ultimamente, anche con l’avvento di Trump, siamo giunti al tempo delle recriminazioni palesi.

Al G7 di Taormina il nuovo clima è stato in pratica solennizzato.

A tenere in vita l’Euro, scrive Caracciolo, resta la paura di catastrofi monetarie. Ma è pronto un Piano B. Merkel infatti pensa ad un euro del Nord (una moneta che nell’articolo viene definita ‘Neuro’, non so se ironicamente o seriamente) pronto a scattare in caso di emergenza. Si tratterebbe di passare ad una Unione Monetaria ristrutturata, germanocentrica, che coinvolga, tra i principali partners commerciali europei, un gruppo più ristretto di paesi. In pratica una eurozona consolidata, ma più piccola della attuale. Qui è interessante notare che nella cartina che la prospetta l’Italia appare spezzata in due: Italia del nord e resto del Paese. IL testo non ne parla, ma la mappa è chiarissima.

 

 

 

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27 maggio 2017 6 27 /05 /maggio /2017 20:00

 

La direttrice del Santuario ci accoglie accompagnata dal giovane Servo di Maria e ci conduce nella cappella interna, modernamente arredata, ove lumeggia il candelabro del Santissimo. Volgendo a Lui le spalle, non certo per irriverenza, ma per calcolo acustico, il Coro inizia gli esercizi di respirazione e riscaldamento vocale. Sollecitazioni dei diaframmi, e impegnativi svuotamenti del volume toracico ridisegnano in pochi secondi le linee dei corpi, in particolare quelli femminili che, superbamente agghindati, si proiettano nel denso strato di armonici del Mi bemolle.

“Bocca chiusa, dov’è il suono?” Dice il maestro con voce sferzante.

Il suono è lì, tra la punta della lingua, la dentatura vibrante e le labbra. Sì, le labbra mute e frementi che caricano via via il suono di una densità carnosa che attutisce un po’ la vocalità, ma al tempo stesso lo arricchisce degli armonici più bassi. E la sala diventa profonda. Con le voci maschili siamo quindi immersi nel suono vocale, il nostro e quello degli altri. Ecco, è lì in quel momento, in quel contesto, che il Coro rinasce ogni volta. Il concerto che seguirà nasce lì perché quello è il momento della fusione, quando le voci diventano unità e il turbillon della perfetta armonia avvolge i nostri corpi. Li circonda, li penetra e riceve da esso, il corpo con tutte le sue membra, il feed back totale. Ecco, siamo un sol corpo. E qui dal Mi bemolle possiamo levarci dolcemente verso la quinta che, raggiunta, ci donerà la tensione verso il ritorno alla tonica.

“Attenti a non calare, pensate di salire! “ Dice il maestro con voce suadente.

L’esplorazione dell’intervallo di quinta prosegue ripetuto in vari gradi della scala diatonca e forma la nostra percezione tonale. Da quel momento possiamo iniziare il canto. Dal suono al canto. Inizia il viaggio dell’anima.

*

Il Santuario è illuminato, strapieno e rumoreggiante di seggiole e colpi di tosse. Il Coro prende posizione nel transetto, tra le pietre ove il sole del tramonto filtra gli ultimi raggi d’occidente. E illumina l’Oriente nel suo mistero.

“ Deus in adiutorium meo intende”

… L’invocazione del dominus pervade immediatamente la navata e di pietra in pietra l’eco di quelle parole potenti, la formula di Gregorio Magno, impongono il silenzio totale.

“ Domine, ad adiuvandum me festi – ina…” …

Di colpo la monodia avvolge i silenti nella fede, e chi tra il pubblico fede non ha, predispone comunque il proprio animo all’ascolto. Fede e ascolto ora si associano e accolgono il canto. Trepidazione. Il cantore avverte il flusso tellurico salire per le gambe, sino al brivido dell’inguine e il primo suono prende forma nel respiro, il respiro del Coro.

“ In Te, Domine speravi”.

Le quattro voci del canone dischiudono questa atmosfera sospesa annunciando il viatico del Signore perché è In Te, o mio Signore, che ho riposto ogni speranza. Ora fa che io non sia mai confuso in eterno affinché io possa essere libero nella Tua giustizia.

Non importa che sia il Salmo trentunesimo, composto a Norimberga da Hassler per i suoi Canti di Chiesa, importa che qui il cantore si libera e scioglie la voce da ogni indugio ponendosi nella sacra polifonia della Riforma, dove le voci una dopo l’altra, una nell’altra, lanciano l’anima nella vertigine del tutto; e il tutto è maggiore della somma delle parti.

Non c’è la fede? Forse no, non c’è ancor la fede in Dio, ma c’è il canto. E c’è il Coro che della fede nel canto fa ragion di propria vita.

 

                                                                           *

 

Grazie o coro per la gioia che mi dai. Amo tutti i tuoi armonici e li bacerei ad uno ad uno, per sempre. Soffro ogni distacco e sogno ogni tuo abbraccio. Soffro la pena della vita ma preparo l’eterno. Così sia.

 

 

 

 

 

 

 

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29 aprile 2017 6 29 /04 /aprile /2017 13:47

 

Ilaria Capua è una virologa di fama internazionale, sta atterrando Florida dove inizierà a cinquant’anni una nuova vita e inizia il racconto di questo libro. Autobiografia che racconta e denuncia “una storia di scienza e di amara giustizia”.

 

Scrive bene, è intelligente e colta ed ha avuto una esperienza che è opportuno conoscere. Per questo il libro non è sembrato una scusa agiografica per una operazione di markenting, ma un’occasione per aggiornarsi su scienza e politica dei nostri giorni.

 

E' uscito il mese scorso (Marzo 2017). A spingermi alla lettura, dopo la presentazione del libro avvenuta a Valdagno, poi da Augias e da Minoli, è la curiosità di sapere se è stata vittima di infauste casualità, o se è caduta in una trappola globale.

 

Arriva a Orlando subito dopo la strage che ha portato per alcuni giorni il nome di quella città nei nostri telegiornali. C’è stata una sparatoria della polizia contro gente di colore. Ora Obama è in visita alla città: è l’America bellezza! Il senso di nuovo inizio è chiaro in questo primo capitolo che, come tutto il resto del libro, è stato scritto in collaborazione con Daniele Mont D’Arpizio, divulgatore.

Ci si introduce qui alla vita di Ilaria.

 

Contrariamente alle aspirazioni paterne Ilaria ha studiato veterinaria dopo un curriculum studentile di prim’ordine tra Roma e Perugia. Vuole fare ricerca e vuole farlo nel pubblico. Vince un concorso che la porta a Teramo e qui avvia un’esperienza di partnership col settore privato. O così o niente fondi. Le aziende hanno i dati e glieli forniscono, lei col suo laboratorio offre di fatto in cambio un servizio di controlli. Funziona, arrivano i fondi e lei comincia a produrre test diagnostici per le malattie dei volatili senza dover comprarli dagli inglesi. Impara all’estero ad estrarre il DNA virale. Congelamento, scongelamento, centrifuga, etanolo ecc. Estende il metodo all’adenovirus, all’herpesvirus e finalmente pubblica col suo gruppo. Arrivano i premi. Fa pagare stipendi e impara che ci si diverte anche in laboratorio. Tra provette e centrifughe scoppiano storie che poi finiscono, lei sposa Giovanni ma non funziona.

 

L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie lancia un bando e lei arriva in Veneto, a Legnaro, 10 Km da Padova. Scoppia l’epidemia di influenza aviaria e l’area, che è sovrappopolata con tanti allevamenti avicoli, è sotto emergenza. Il virus si attacca alle scarpe, alle ruote e si estende con un effetto domino devastante. Abbattimenti e controlli in prima linea, tra gli allevatori veneti ai quali spiegare come si diffonde il virus. Ilaria trentenne, donna che parla ai contadini veneti di regole europee da rispettare e lo fa con accento romanesco, non può fermarsi a pensare, deve uccidere i virus. E con i colleghi veterinari che la aiutano, abbatte 17 milioni di polli in quattro mesi. Un bagno di sangue che però contiene l’epidemia. Ma a lei non piace il ruolo dell’angelo sterminatore. Perché non cercare di salvare tutti questi animali per esempio sviluppando i vaccini?

Ecco, questa è probabilmente la domanda chiave della sua vita.

 

Il punto centrale del problema è che una volta somministrato il vaccino l’animale immunizzato non è distinguibile dagli altri ammalati perché sviluppa gli stessi anticorpi. Ma in altri paesi, extraeuropei, i vaccini invece si usano.

A PG 32 il libro spiega il procedimento attraverso il quale si può realizzare la distinzione, messo a punto da Ilaria. Esso è stato adottato nel protocollo europeo per gli allevamenti avicoli. Si chiama DIVA (Differentiating Infected from Vaccinated Animals).

La vita di milioni di persone dipende da questa idea messa punto a Legnaro, 10 Km da Padova in una struttura pubblica a dimostrazione, osserva il libro, che non si è mai ai confini dell’impero. Con la ricerca e la determinazione il successo, l’OMS, la Commissione Europea sono a due passi.

 

                                          ***

 

Diventa leader, conosciuta in tutto il mondo. Il suo gruppo passa da otto a sessanta, con donne e stranieri. Arriva anche l’amore, quello giusto stavolta: Richard uno scozzese che non parla ancora bene l’italiano. Con lui arriva Mia, cui è dedicato il libro perché un giorno lei dovrà capire. E l’esperienza della maternità a trentott’anni è forte, rischiosa e dolorosa, ma è anche grande e dà equilibrio alla sua vita. Si trasferisce ad Asiago con la madre.

Ma nel 2005 scoppia l’ennesima influenza aviaria. Si diffonde rapidamente in tre continenti, ma l’Europa con i suoi protocolli è più sicura e l’Istituto diventa punto di riferimento globale. E perciò quando un laboratorio nigeriano riesce ad isolare il virus lo manda a lei, a Legnaro dove viene decodificata la sequenza genetica. E’ fatta. Ora da lì si può partire per sviluppare test diagnostici ecc. A questo punto però, haimé, spuntano i guai. l’Organizzazione Mondiale della Sanità vuole la sequenza, nessun problema, ma la vuole per segretarla in un database di Los Alamos ad accesso ristretto. Loro, quelli di Legnaro, sarebbero del club, avrebbero accesso a quel database, entrerebbero nella élite del potere sanitario globale. Premi e riconoscimenti. Ma Ilaria, interrogata la propria coscienza e i propri colleghi, dice NO. La fuori c’è il mondo in pericolo e quell’impronta digitale che lei ha per le mani è decisiva per salvarlo. No, Ilaria crede nell’Open Access e sente di non dover “rispondere ad un board il cui unico interesse è far soldi” (pg 42) e non ci sta proprio: mette tutto in un database pubblico, accessibile a tutti i laboratori del mondo.

 

La sequenza viene scaricata e condivisa da migliaia di fonti e si sviluppa un dibattito sulla opportunità di condividere i dati in fase prepandemica con piena trasparenza e grazie a ciò nel 2009 il virus della influenza suina verrà tracciato a tempo di record.

 

Nel 2007 riceve il premio Scientific American 50 per aver “promosso la trasparenza e la condivisioni dei dati scientifico in tutto il mondo” ma l’esposizione e la notorietà non le danno vantaggio, si sa, suscitano invidie. Donna, mamma, burbera, aggressiva e distaccata - così viene definita – l’aria si fa di piombo all’Istituto.

Con la prima vaccinazione per l’avaria del 2000 il fatto di aver reso pubblica la sequenza del virus ha segnato un passo davvero importane per la scienza Open Access è ciò è stato riconosciuto ufficialmente nella motivazione del premio internazionale più importante nel campo della veterinaria, il Penn Vet World Leadership Award e il tour americano per la consegna è trionfale. La motivazione dice tra l’altro che la Capua ha cambiato in modo sostanziale “la pratica e l’immagine della professione veterinaria”.

 

In questi anni Ilaria Capua sa già di essere intercettata perché avvertita da un biglietto anonimo, ma non capisce perché. Quando riceve un avviso di garanzia si adopera per incontrare il giudice per le indagini preliminari che se ne occupa e lo incontra il 2 Luglio 2007. L’incontro è generico e non avrà più seguito fino alla vera e propria imputazione della primavera 2013. Quando, dopo un servizio-inchiesta del settimanale Espresso si ritroverà addosso accuse pesantissime collegate al traffico di virus.

A questo punto lei è già deputato alla Camera, eletta nelle liste di Mario Monti.

 

La vicenda che l’ha portata ad accettare tale candidatura è abbastanza complicata e nel libro viene descritta nei capitoli centrali, dove si narra della sua vincente selezione presso il Weybridge, Central veterinry Laboratory in Inghilterra. Il posto sarebbe di grande prestigio e avvicinerebbe la famiglia al ramo anglosassone di suo marito. Ma il ministro della Sanità del quarto governo Berlusconi Ferruccio Fazio viene a saperlo e mostra di non gradire che l’Italia perda un cervello di chiara fama. La invita al ministero e le offre di impegnare il Fondo annuale per gli istituti zooprofilattici in un progetto per un mega laboratorio in Veneto sotto la sua completa direzione. Una proposta molto lusinghiera che sembra concepita per rilanciare la ricerca di eccellenza in Italia. Lei accetta e rinuncia al prestigioso progetto anglosassone. Ma Fazio rimane in carica solo fino a quando cade Berlusconi e nel frattempo le cose si complicano. In pratica sfuma tutto dopo un frustrante gingillìo di progetti per la costruzione della Torre della scienza in Veneto, a Padova.

 

 

La sua vision, quella che lei chiama One Health, non è mai stata così vicina alla possibilità di essere realizzata. Ma forse Ilaria, abituata alla precisione scientifica, non ha chiaro cosa sia il muro di gomma della politica e parte in quarta sulla pista sbagliata. Gli altri istituti zooprofilattici non sono per niente entusiasti di queste nuove idee partite dal ministro, il suo stesso istituto ha impegni di investimento precedenti che vincolano la spesa e soprattutto non c’è chiarezza sul fatto che lo stanziamento previsto dal ministro sia aggiuntivo o meno. Alla fine di dieci milioni ne restano uno e mezzo. Inutile pensare di procedere da sola, perché” forse è vero che il singolo non conta niente, se il sistema non è disposto ad ascoltare.” Non è il momento, scrive, e forse neanche il paese giusto per andare controcorrente. Intanto però le aspettative per il nuovo laboratorio si sono sviluppate anche tra i suoi colleghi e i dipendenti dell’Istituto e diventa quindi rilevante il fatto che lì vicino, a Padova, c’è un progetto promosso dalla Fondazione Città della Speranza in fase di realizzazione avanzata: la costruzione della Torre della Ricerca.

 

La Fondazione dispone di risorse che derivano soprattutto da un crowdfounding di successo e le ha impegnate in un progetto molto ambizioso. Il progetto riguarda l’oncoematologia pediatrica ma ad Ilaria viene consigliato da gente esperta di provare a cercare punti di contatto per un lavoro fianco a fianco. Si può intravvedere infatti una sinergia in tema di virus e sistemi di gestione time sharing con la parte della torre che si occupa di HIV pediatrico. Ilaria quindi sogna questa possibilità e si lusinga un’altra volta. Tra i vertici dell’Istituto e quelli della Fondazione avvengono incontri lusinghieri con forti strette di mano, ma poi tutto procede al rallentatore. L’Istituto dovrebbe comprare il settimo e il nono piano della Torre, la Fondazione ha fretta anche perché l’alternativa è il mutuo milionario, ma è proprio l’Istituto che non tira per concludere. Il nuovo presidente della Regione Zaia si esprime a favore del progetto ma ci sono vincoli tecnici di pubblica amministrazione, ad esempio i finanziamenti possono essere utilizzati solo per manutenzioni su terreni in proprietà ecc. ecc.; altre ipotesi di ristrutturazione dei laboratori con suddivisioni del personale non piacciono a Ilaria. In pratica si blocca tutto, la Fondazione pone un ultimatum alla fine del 2012 e l’appuntamento vien mancato.

 

 

Secondo commentatori della politica veneta il progetto “Capua in Torre” è caduto perché dietro di esso si è celebrato lo scontro interno tra la Lega di Zaia e quella di Tosi. Ilaria si dichiara “scossa, allibita, delusa e stanca” ma a chi, come me, un po’ di politica l’ha vista da vicino, risulta un atteggiamento tutto sommato ingenuo. Gli altri partner dell’Istituto, quelli che siedono nel consiglio di amministrazione ovvero la Regione Friuli e la Provincia Autonoma di Trento e Bolzano non erano interessati al progetto padovano e certo non vedevano bene il ministro Fazio. Tutto qui.

 

 

 

Nel capitolo settimo Ilaria si diffonde in una difesa strenua dei vaccini. Per lei i vaccini hanno salvato l’umanità e cita la poliomielite, la difterite e la meningite. Auspicherebbe che fossero gli Stati a produrre i vaccini, ma ammette che le aziende farmaceutiche hanno preso la palla al balzo e si sono ad essi sostituite. E non sono enti noprofit. E’ però giusto che sia così perché, scrive Ilaria, il trattamento medico-chirurgico che il paziente è costretto ad affrontare quando prende la malattia è molto più costoso di quello che comportano i vaccini. (pg 104)

 

 

La seconda parte del libro è altrettanto interessante. Ilaria non usa il libro per togliere sassolini dalle scarpe, ma persevera nella sua fede nella scienza ignorando i rischi che nascono quando quest’ultima interagisce con la politica.

 

 

 

 

 

 

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16 marzo 2017 4 16 /03 /marzo /2017 18:49

 

 

 

 

Nel 1949 Orson Welles, durante la lavorazione del film The Third Man, suggerì a Graam Green una battuta destinata a rimanere nella storia del cinema:

 

" In Italia per trent'anni sotto i Borgia hanno avuto guerre, terrore e criminalità con tanto spargimento di sangue. Ma venne prodotto il Rinascimento, con Michelangelo e Leonardo.

In Svizzera vivevano in amore fraterno, avevano cinquecento anni di pace e cosa ne è venuto fuori? L'orologio a cucù."

 

                          

 

L'impatto suggestivo della battuta è favorito dal biaconero espressionista di Kraser, e funziona ancora. Essa ad esempio, è stata ripresa recentemente anche nella serie televisiva The Good Wife. Il significato è connesso con l'idea un po' gothic british che senza il lato oscuro non vi sia creatività nell'animo umano, inoltre la fonetica del cognome richiama l'idea dell'orgia che aggiunge pruderie al dotto richiamo storico. Ma la battuta è sbagliata. La guerra dei trent'anni coi Borgia non c'entra niente e l'orologio a cucù è stato inventato dai tedeschi nel diciottesimo secolo.

 

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https://youtu.be/pBy5q-UdIrk

 

 

 

 

 

 

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16 marzo 2017 4 16 /03 /marzo /2017 11:05

 

 

 

I nuovi orientamenti delle opinioni pubbliche occidentali esprimono forte disagio popolare nei confronti della immigrazione e della delocalizzazione. Sono dinamiche conseguenti alla globalizzazione, ovvero un forte processo che riorganizza le relazioni commerciali mondiali, un processo che è soprattutto collegato agli accordi che hanno visto la Cina entrare nel WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel 2001.

Finora questo processo è stato narrato all’insegna del buonismo (accoglienza e solidarietà) ma in questo modo sono stati nascosti i pericoli e le popolazioni hanno scoperto le fabbriche che chiudono e l’arrivo di gente diversa, e a volte ostile, senza esserne preparati. Anzi, scoprendo di essere stati ingannati dalla narrazione “polically correct”. Le responsabilità sono soprattutto della sinistra che, in nome della modernità e dell’innovazione, ha piegato la propria cultura a quello che di fatto si configura come un sostegno incondizionato alle multinazionali che promuovono e incalzano la globalizzazione stessa.

In Europa ciò si traduce in sentimenti di insicurezza e paura. Paura di perdere le protezioni del welfare, paura del terrorismo islamisitco e precarietà per i figli. Si cerca pertanto rifugio nelle soluzioni estreme e in comportamenti politici delle opinioni pubbliche sono effettivamente estremi. C’è una retrogressione verso l’isolamento. Al contrario di ciò che si proponeva la sinistra (“…ce lo chiede l’Europa…”) non vi è più alcuna devozione verso il sovranazionale, anzi, palese ostilità.

Federico Rampini usa l’espressione “tradimento dell’élite”, nei confronti di quel ceto globale fatto di manager, finanzieri e politici che inneggiano alla società multietnica senza indicare anche l’enorme minaccia che matura nel mondo islamico: l’attacco radicale ai nostri sistemi di valori.

E lo fa nel suo ultimo libro, uscito il Ottobre 2016 pochi giorni prima della vittoria trumpista negli Stati Uniti.

Egli riprende alcuni temi già affrontati precedentemente, come l’autocolpevolizzazione permanente, la tendenza a giustificare gli scontri della banlieu come mancata integrazione, incapacità di assorbire i flussi crescenti di immigrazione quando invece il nuovo attacco islamista ci viene portato da soggetti di seconda o terza generazione, integrati e benestanti. Soggetti che però sono ostili alla nostra decadenza morale.

Egli esamina negli ultimi capitoli anche i limiti e le responsabilità della informazione e il ruolo dei media e indica la necessità di uscire da questa empasse libernado l’economia dalla soggezione e dai ricatti multinazionali, rilanciando la partecipazione e il dibattito civile nell’obiettività.

Il libro intuisce la svolta critica di cui necessita lo scenario globale e la narrazione occidentale. Ed è senz’altro una lettura utile e veloce.

 

 

 

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10 marzo 2017 5 10 /03 /marzo /2017 13:57

 

 

 

 

 

Il secondo numero di LiMes 2017 è dedicato a fare il punto sulla situazione mondiale sotto il titolo accattivante di CHI COMANDA IL MONDO.

La monografia, che è piuttosto libera e svolazzante, si divide nelle canoniche tre parti cercando di esaminare il profilo di un improbabile NUMERO UNO, quello degli SFIDANTI e degli ALTRI POTERI. Mentre il robusto editoriale ci spiega che “nessuno comanda né ha mai comandato il mondo anche se qualcuno ha sognato di farlo”, pagina dopo pagina si assiste alla disamina dei punti di crisi vecchi e nuovi del sistema internazionale nella prospettiva indefinita dei pericoli di guerra globale e delle incognite collegate all’avvento di Trump.

Trump e l’America non sono la stessa cosa: il primo è il dito, la seconda è la luna. Si tratta ora di capire se questa America duale possa/ voglia comandare il mondo. Intende o no esercitare la funzione imperiale della sua imago mundi? No, niente affatto dicono gli elettori del vincente; la globalizzazione dipinta come espansione della democrazia, libera circolazione di merci e capitali, affermazione totale dei diritti individuale è solo una gran balla. La globalizzazione è perdita del lavoro, arrivo di stranieri e arricchimento dei competitors esteri. Nient’altro.

Mi viene in mente Federico Rampini che nella sua analisi più recente, presentata col suo ultimo libro anche qui a Valdagno la scorsa settimana, dice cose simili. L’élite globale ci ha traditi con la sua narrazione globalista politically corect. Ci ha nascosto che siamo allo sfascio di quell’ordine internazionale che il mito americano auspicava. Ci ha nascosto e insiste a nascondere il potenziale letale dell’immigrazione. E’ un’élite accecata che non si accorge che arriva Tramp. Fortuna, dice Rampini che è cittadino americano con diritto di voto, che abbiamo le elezioni di midterm come occasione per rimediare. Beato lui che riesce ad essere così ottimista.

Qui su LiMes spicca tra i miei preferiti l’analisi di Aldo Giannuli, ricercatore in scienze politiche alla Statale ma soprattutto esperto di geopolitica e poteri occulti. Egli propone al centro della monografia un ELOGIO DEL DISORDINE MONDIALE. Considera plausibile l’idea di una escalation che porti ad un conflitto generalizzato mondiale. Critica la “globalizzazione neoliberista” con la sua frenetica delocalizzazione manifatturiera la quale, scrive, “ha modificato fortemente il pil di quei paesi consentendo loro una spesa militare senza precedenti”. Critica la debolezza delle analisi antigobali elaborate prima della globalizzazione, sostanzialmente Negri (Impero, 2000) e Huntington (scontro di civiltà, 1997), osservando che le cose non sono andate né come dicevano i sostenitori né come dicevano i critici. Nessuno ha previsto il crollo del 2008 che, dice, è ancora in atto e teme una ripresa dell’unilateralismo americano voluto da Bush. In proposito arriva a dire che: ”la presidenza Trump è solo una brusca accelerazione su una precedente traiettoria, che vede gli USA come unica superpotenza ma assediata dai suoi sfidanti e con un rapporto di forze sempre meno favorevole”.(pg167)

Ma se cambiamo il ragionamento sulle prospettive di guerra o pace ci accorgiamo che forse può delinearsi all’orizzonte una alternativa. In passato si pensava che il pericolo di guerra fosse legato ad uno scenario di anarchia degli stati, un processo conflittuale da evitare attraverso la costruzione di un ordine mondiale. Ma è proprio questa visione che ci ha portato alla convinzione che occorreva una potenza egemone, quella americana, una convinzione non più sostenibile. In quell’ottica il nuovo ordine mondiale sarebbe stato basato sul compromesso tra la spada e la moneta mentre oggi non è realistico che gli USA possano ripristinare il livello di spese militari pre-crisi, così come non è più realistico pensare che essi possano invertire la dinamica delle delocalizzazioni riportandosi a casa le manifatture. Oggi la reazione cinese ad una simile politica sarebbe insostenibile anche per l’America di Trump.

Meno irrealistica invece appare l’idea di “club dei sette imperi”. Essi sarebbero USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. I quali rappresenterebbero oltre il 50% della popolazione mondiale e i tre quarti del PIL mondiale. Ma ci sono ancora molte controindicazioni a partire dallo sgretolamento dei rapporti USA/UE e le prospettive di scontro sino-americano. Inoltre Trump non sembra proprio disponibile a destrutturare le 745 basi militari, le sette flotte e il dollaro come moneta internazionale. Siamo quindi difronte ad una suggestione solo auspicabile e non ancora praticabile. Ma accontentiamoci.

Intanto leggiamoci LiMes e Rampini forse brancoleremo un po’ meno nel buio di questi tempi.

 

 

 

 

 

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