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2 luglio 2016 6 02 /07 /luglio /2016 19:53
Sette martiri

La commemorazione dei SETTE MARTIRI di Valdagno si riferisce ad un fatto accaduto il 3 Luglio del 1944, sempre di Domenica. Fu un episodio della Resistenza che avvenne qui a Valdagno, città medaglia d’argento al valor militare. La comunità cittadina da allora celebra ogni anno la memoria di coloro che persero la vita in tale circostanza.

Vennero fucilate sette persone catturate pubblicamente in piazza a Valdagno come rappresaglia per un attacco mortale ai militari tedeschi. Il maggiore Diebold, l’ufficiale tedesco che ordinò l‘operazione, incaricò gli alleati italiani, ovvero i fascisti armati della Brigata Nera “Turcato”, di scegliere le persone ed eseguire gli arresti. Di conseguenza "uno strumento cieco ed indiscriminato come la rappresaglia fu trasformato in operazione selettiva..."

L'apposito libro, scritto da Maurizio Dal Lago ed editato dal Comune di Valdagno, nelle pagine 18/19 si occupa della proporzione scelta per la rappresaglia. In proposito Dal Lago scrive che il famoso rapporto "uno a dieci" non sarebbe stato la regola, ma sarebbe solo il frutto di una nostra interpretazione dei fatti di Via Rasella, Quindi sappiamo perché i martiri divennero sette, ma non perché sarebbero stati otto.

*

Il 3 Luglio 1945, un anno esatto dopo la fucilazione dei martiri, era un martedì e vennero celebrati i funerali dopo la riesumazione delle salme e la loro esposizione in una solenne camera ardente ricavata presso la ex sede della Casa del Fascio, ovvero dove oggi ha sede l’Agenzia delle Entrate. Le sette bare vennero trasportate a spalla dai partigiani fino alla Chiesa di San Clemente ove fu celebrata la messa funebre. Poi nel cimitero di Valdagno ebbe luogo l’orazione ufficiale, tenuta dall’operaio Virgilio Pretto del Partito Comunista. In quella circostanza alcuni familiari dei caduti contestarono il segretario comunale (Pietro Guiot) accusandolo di essere stato complice dei tedeschi e dei fascisti. Successivamente, con la scopertura della lapide, la strada che prima veniva chiamata “del Gambero” prese il nome che porta tutt’oggi di via sette martiri.

I valdagnesi ricordano sempre in questa circostanza che i martiri avrebbero dovuto essere otto se non fosse stato per la forza d’animo di Raffaele Pretto che fuggì durante la fucilazione riuscendo a nascondersi poi tra i boschi. Nella sua fuga Pretto fu aiutato da gente di contrada e alcune contrade furono infatti l’obiettivo della repressione tedesca dei giorni successivi. A tal proposito il prof. Dal Lago ha pubblicato la riproduzione di un manifesto nel quale il Comando tedesco dichiara di aver “distrutto” il 5 luglio 1944 le contrade di Marana, Bosco, Cengio, Zovo, Bertoldi, Tomba e Ferrazza.

Tra quelle persone c'erano dei partigiani veri e propri, membri cioè di una organizzazionw clandestina che combatteva il fascismo della Repubblica Sociale e questi erano Bietolini (segretario provinciale del PCI in missione sotto falso nome) Virgilio Cenzi (falegname in fabbrica ma anche sindacalista comunista fin dal 1921) e Giovanni Zordan detto Nani Sette. Poi c'erano dei semplici cittadini antifascisti come Ceccon, Guadagnin e Ferruccio Baù, casolìn da Vilaverla, che era noto ai fascisti locali perchè il 27 Luglio 1943 aveva avuto i coraggio di salire in Comune e buttare dalla finestra le foto del Duce, Fino a Francesco Rilievo, il più giovane, il quale non centrava nente nè con la lotta partigiana, nè con l'antifascismo.

La memoria serve per non dimenticare e trarre delle lezioni dalla storia. Qui abbiamo un esempio che ci ricorda che se oggi abbiamo una certa libertà essa non è venuta gratis.

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2 giugno 2016 4 02 /06 /giugno /2016 22:04
La diplomazia di Francesco

Un paio di settimane fa IL GIORNALE se ne è uscito con la pubblicazione di un saggio sulla diplomazia vaticana.

Il titolo ovviamente è scentrato verso la odierna moda trendy per il mistero: POTERE VATICANO, la diplomazia segreta di papa Francesco. In realtà non c’è alcuna diplomazia segreta, almeno non più di quanto si possa già immaginare col buon senso, ma c’è una buona sistematizzazione del nuovo quadro diplomatico vaticano, ovvero quella riorganizzazione delle relazioni internazionali che si sta configurando sotto Pope Francis.

La tenerezza e la misericordia sono le parole che introducono lo stile di questo papa e trovano importanti esempi sugli scenari di Palestina, Cuba e, auspicabilmente in Cina. Ma non mancano i colpi un po’ più duri come in Turchia sulla questione degli Armeni o i rischi di scivoloni come in Ucraina. Nel complesso però si vede un Vaticano che opera mediazioni efficaci e che procede tracciando un “cammino di pace” in ogni direzione.

Il percorso di analisi non si sofferma sul tema del terrorismo nonostante un breve accenno al fatto che il Vaticano riceve informazioni importanti sulla sicurezza delle comunità cristiane situate nelle zone del radicalismo islamico.

Si parte dallo scorso 11 Gennaio quando Francis ha ricevuto il corpo diplomatico nella sala Regia (il cui nome si pronuncia come se avesse origine monarchica mentre sarebbe più chiaro se pronunciato con l’accento sulla penultima vocale) rilevando che il numero degli ambasciatori residenti si è ulteriormente accresciuto. In tale occasione sono stati evidenziati anche i primi frutti della sua diplomazia in termini di contatti con i paesi islamici e inviti da nuovi paesi come Pakistan o Irak.

Il gesto più eloquente della nuova diplomazia è stata comunque l’apertura della Porta Santa in Africa. Indica che San Pietro non è più il centro, ma che bisogna ripartire dai luoghi del nostro oblìo come la Repubblica Centro Africana.

Poi sono seguite le notizie di un disgelo vero come quella di Cuba che dialoga con USA, un processo che ha un sapore di rilancio di tutto il dialogo Nord Sud del mondo in momento che tirerebbe dall’altra parte. Di questo comunque si avevano sentori fin dall’estate del 2014 quando si iniziò a fiutare la portata dei movimenti di Parolin, un segretario di stato che promette assai bene.

Altri due momenti importanti sono la Palestina e la Turchia. Il primo tra questi due fronti diplomatici particolarmente critici è stato trattato sinora con notevole abilità sul piano simbolico. Francis e Peres hanno piantato un ulivo proveniente dal Getzemani nel giardino di Gerusalemme il 26 Maggio del 2014, lo stesso ulivo che poi è stato piantato con tanto di badili in mano nei giardini dell’Oltretevere da Francis, Peres, Abu Mazen e Bartolomeo (patriarca di Costantinopoli) in segno di speranza e pace per la polveriera mediorientale.

Insomma una diplomazia fatta di preghiera e spiritualità, una diplomazia del terzo millennio che manda messaggi inequivocabili.

***

Nel caso dei rapporti con Erdogan invece non c’è stato altrettanto successo.

Il punto assai critico è dato dalla vicenda degli Armeni nel secolo scorso. La comunità internazionale si appresta a dare riconoscimento a quello che potrebbe essere stato un vero e proprio genocidio tra i più grandi della storia. La Turchia moderna, nonostante ripudi tutti gli errori del passato Impero Ottomano, non riconosce quei milioni di morti come un genocidio e rifiuta tale termine. Sostiene che non ci fu alcuna persecuzione etnica, ma che c’era la guerra e gli Armeni, nonostante sudditi dell’Impero, collaboravano col nemico russo. La comunità armena superstite, diasporizzata per quasi un secolo, vuole oggi ricostituirsi con piena identità nazionale agli occhi del mondo e chiede il riconoscimento del genocidio come è avvenuto per la shoàh. L’atteggiamento del Vaticano non è per niente indifferente e i toni di Erdogan sono stati polemici. Ciò costituisce una cattiva premessa per il viaggio apostolico di tre giorni che si prevede pope Francis faccia a fine Giugno.

L’autore del saggio è il giornalista free lance del gruppo Mediaset Fabio Marchese Ragona. La lettura è buona, ma sul piano dei contenuti questa edizione de IL GIORNALE (quotidiano della destra berlusconiana) non è esattamente “fuori dal coro” come prometterebbe il logotipo.

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3 maggio 2016 2 03 /05 /maggio /2016 01:44

Si tratta di uno strano libro, pubblicato nel 2010 da Hobby & Work, che si occupa di Miti,congiure ed enigmi all'ombra della unificazione europea.

E' una raccolta, strutturata in duecento pagine, di più scritti da mani diverse. Si apre con il politologo di chiara fama Giorgio Galli, autore di saggi che indagano la relazione tra cultura politica e culture esoteriche, il quale introduce la lettura esponendo le proprie considerazioni sul valore e la attendibilità delle carte sottopostegli da Paolo Rumor.

Egli le considera interessanti ed attendibili.

Giorgio Galli passa in rassegna le “memorie riservate” di Giacomo Rumor. Egli le confronta e verifica con quanto scritto da Baigent, Leight e Lincoln nel loro secondo libro “The Messianic Legacy” quindi passa ad esaminare il ruolo avuto dal collaboratore di De Gaulle Maurice Shumann (ex ministro della difesa francese) ravvisando analogie tra i rispettivi ruoli di Shumann e Rumor in Francia e Italia. E si profila il disegno secondo cui la costruzione europea vanta protagonisti al di fuori della scena ufficiale.Sia l'elaborazione di Galli sia le carte Rumor evidenziano infatti come il Vaticano abbia da subito sostenuto, in chiave anticomunista, la prospettiva postbellica di costruzione dell'Europa.

 

 

Galli indaga le correlazioni tra il mito di Rennes-les-Chateau e le memorie rumoriane e ciò costituisce il punto di maggior sorpresa e curiosità dl testo. Coloro che hanno letto e conoscono le formidabili inchieste storico politiche dal taglio fortemente esoterico introdotte negli anni ottanta con il libro "il Santo Graal" possono infatti trovare qui un insperato riscontro.

 

Ecco quindi il tema centrale della prima parte del libro: De Gaulle e l’esoterismo.

Appare “plausibile” a Galli che gli appunti di Rumor derivino dalla cultura esoterica che era presente ai vertici del movimento di De Gaulle fin dagli anni quaranta. (pg.51) Il mito di Rennes Les Chateau ha influenzato il gollismo che a sua volta aveva un retroscena esoterico che quadra con le carte di Rumor. Ecco il portato principale del libro. Il resto è piutosto nebuloso volatile.

 

 

 

 

In un successivo post mi occupo della seconda parte, più ifficile da approcciare ma altrettanto curiosa.

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30 marzo 2016 3 30 /03 /marzo /2016 21:42
SICARI DELL'ECONOMIA

L’autore, John Perkins, ha dato alle stampe questa autobiografi professionale uscita nel 2004 con un preciso obiettivo di riscatto morale. E’ un economista pentito. Un promettente americano che ha lavorato per la MAIN di Boston come esperto in pianificazioni dello sviluppo. Egli si definisce sicario dell’economia (Economic Hit Man) perché il suo mestiere è consistito per decenni nell’indebitare i paesi in via di sviluppo al fine di mettere gli Stai Uniti d’America in grado di controllarli e dominarli. Ebbene all’apice della carriera l’autore scopre di vergognarsene, lascia il suo ruolo e si mette nelle energie alternative. Dall’esterno vede però gli effetti disastrosi di ciò che egli stesso aveva contribuito a determinare e decide di scrivere il libro.

Nel 2005 i diritti di copia per l’Italia sono stati acquistati e, con la traduzione di Giuliana Lupi, è uscito “Confessioni di un sicario dell’economia. La costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider”. Dopo la terza ristampa Il Sole 24 Ore lo ha diffuso nelle edicole nel novembre 2013.

Penso che la scelta del quotidiano di Confindustria sia legata all’opportunità di far capire che quando l’indebitamento pubblico diventa insostenibile finisce anche ogni libertà economica e con essa anche l’autonomia di un paese, di una intera nazione.

In ogni caso il messaggio di Perkins, che non è assolutamente comunista, è chiaro: l’indebitamento è lo strumento strategico utilizzato dagli USA per il dominio globale. Ovvero la sottomissione delle economie al controllo della “corporatocrazia”. E il valore del messaggio sta nel fatto che lo dice lui, un uomo di successo, esperto in queste tecniche, che ha fatto la svolta etica.

Il tema in questi ultimi anni è di particolare attualità anche per via delle trattative TTIP ecc. infatti da quanto si può capire esso tratta proprio dei rapporti tra governi e multinazionali. Ovvero il futuro assetto della geopolitica corporatocratica.

In ogni caso il libro è una lettura utile e piacevole. Nessun trattato di economia, niente catastrofismo, niente angoscia, niente massonerie mitiche: pura narrazione di fatti. La vera ricchezza della narrazione è in effetti proprio questa. I fatti storici.

Il canale di Panama, il ciclo dei petrodollari sauditi, l’aggressione alla foresta pluviale amazzonica e tant’altro sono stati la sua vita e lui ce la racconta. Raccontandoci di fatto tutta la storia degli ultimi cinquant’anni e passa. Da leggere assolutamente.

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27 gennaio 2016 3 27 /01 /gennaio /2016 19:32
Piombo di Stella

Alessandro Stella, spiega la quarta di copertina, è direttore di ricerca al CNRS francese e ha pubblicato vari studi sulle rivolte sociali, la schiavitù, il meticciato, le relazioni di genere e la sessualità. Negli anni ’70 è stato militante dell’Autonomia Operaia nel vicentino. Egli ha recentemente scritto questo libro:

"ANNI DI SOGNO E DI PIOMBO. Una Storia di compagni nell’Italia degli anni settanta."

Il libretto di 115 pagine è pubblicato da Edizioni Arcadia Libri con la prima (e unica, credo) edizione uscita in Aprile 2015. Io ho avuto tra le mani la copia custodita nella biblioteca pubblica del Comune di Chiuppano. La pubblicazione è stata curata dalla associazione culturale Contèiner di ROANA, che si occupa anche di cultura cimbra, e dal centro ARCADIA, di Schio, di estrema sinistra.

La lettura è stata interessante, anche se la scrittura è ancora quella tipica del lessico sinistrorso anni settanta. E ha il pregio di offrire una ricostruzione dei fatti che, per quanto parziale, non è quella dei vincitori.

Tra quelle pagine infatti c'è un documento di memoria non retorica e forse più umana di quella che si può oggi ricostruire sfogliando i quotidiani dell'epoca.

Il 12 Aprile 1979 (settimana santa se non ricordo male) poco dopo le cinque e trenta del pomeriggio in centro a THIENE, nell’appartamento affittato da Lorenzo Bortoli e Antonietta Berna in via Veneto avviene l’esplosione di una bomba artigianale: 17 candelotti di Vulcan 3 in una pentola a pressione.

Seguono sirene spiegate, fermi, interrogatori e perquisizioni per tutta la notte.

Una notte durante la quale Alessandro Stella, all'epoca forse il più alto dirigente di Autonomia Operaia nel vicentino, informato dell'esplosione si rende conto della potente reazione delle forze dell’ordine e lavora per fermare l’attuazione della “notte dei fuochi”. Con questa espressione, notte dei fuochi, si intendeva un momento apicale di lotta violenta da attuarsi con armi ed esplosivi in tutto il Veneto simultaneamente. Autonomia Operaia, "AO", era una organizzazione politica di estrema sinistra insurrezionalista. Le cui azioni violente e distruttive erano dirette contro obiettivi materiali quali aziende, sedi, caserme ecc.

Quella prevista per quella notte è considerata particolarmente importante dai militanti pechè era stata dagli autonomi programmata in risposta al più importante evento repressivo: 7 Aprile di Calogero. Ovvero una retata che aveva portato in carcere la struttura di vertice ed intermedia di AO.

Pietro Calogero era il giudice che all'epoca portava avanti una inchiesta, centrata su Padova e la sua università, seguendo un filone investigativo secondo il quale il docente universitario Toni Negri era non soltanto il numero uno di AO, ma anche il punto più alto di direzione di tutta la lotta armata italiana, Brigate Rosse comprese.

Quella notte dei fuochi nella caserma dei carabinieri di Bagnoli, nel sud padovano, un nucleo autonomo piazzava una bomba con lo stesso tipo di esplosivo.

A Thiene intanto i corpi sono straziati e i carabinieri durante la notte organizzano un riconoscimento che coinvolge senza troppi riguardi genitori e parenti. I giornali del giorno dopo riportano il fatto in prima pagina; il Giornale di Vicenza in quell’occasione parla di “Gente sbandata, senza ideologie”. Una espressione che contraddice il leit motiv dei trent'anni successivi durante i quali si è sempre parlato di giovani imbottiti di ideologie dai cattivi maestri.

Nella casa sventrata vengono trovate anche armi, quali una pistola e un mitra e addirittura il mazzo dei volantini, pronti, già scritti, per la rivendicazione. Le vittime dell'esplosione sono tre, Antonietta Berna, figlia del capostazione di Thiene; Alberto Graziani, studente di medicina a Padova e Angelo Dal Santo, operaio politicizzato.

Il Corriere della Sera se ne occupa con Tobagi (futura vittima del terrorismo) il 14 Aprile, ma non fa un gran servizio, parla ad esempio di giovani con entrate economiche poco chiare. Maurizio Chierici è un po’ più accorto e si reca a Thiene, giorni dopo, a casa della madre di Alberto Graziani per una buona intervista che esce sul Corriere il 28 Aprile 1979. Ne esce una immagine più chiara: Alberto era a un passo dalla laurea in medicina, amava il volontariato ed era impegnato nel sostegno dei soggetti deboli. Era conosciuto come leaderino del Cineforum.

Antonietta al momento della esplosione stava lavorando con la macchina da cucire nell'altra stanza. Era la compagna di Lorenzo, che verrà arrestato. Angelo Dal Santo e Alberto Graziani stavano invece costruendo la bomba.

A pagina 32 Stella riassume il curriculum di Angelo Dal Santo. “Finito il liceo andò a lavorare in fabbrica, la Lima di Lugo, metalmeccanica, ove si impegnò nella lotta sindacale. Mise in piedi un gruppo di operai della sua fabbrica. Iniziò e condusse in porto una vertenza sulle condizioni di lavoro e sulla mensa aziendale, fu eletto nel CdF e poi delegato di zona dei metalmeccanici della FIM-CISL. Quando morì Angelo era conosciuto da decine di operai e sindacalisti della zona di Schio Thiene al punto che, dopo la sua morte e l’arresto di Lorenzo e degli altri compagni, i metalmeccanici della FIM-CISL diedero un aiuto importante al comitato dei familiari per costituire un collegio degli avvocati di difesa pagandone le spese.

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Il 19 Giugno 1979 Lorenzo, il logistico del nucleo, muore suicida impiccato alla finestra del bagno mentre è isolato in carcere a Verona. Ha lasciato un biglietto che non lascia dubbi sul carattere suicidiario del gesto. Suicida per amore di Antonia, morta per lo scoppio mentre nell’altra stanza cuciva a macchina i capi del suo lavoro a domicilio. Aveva già provato a togliersi la vita col Roipnol in carcere a San Biagio l’11 e il 22 Maggio. Lui faceva l’operaio ed era il locatario dell’appartamento. “Tutto casa e famiglia l’operaio arrestato per attività sovversiva”. (Gazzettino 13 Aprile).

Lorenzo Bortoli era nato 25 anni prima a Torrebelvicino e si era diplomato all’Istituto d’arte di Nove. Alessandro Stella dice di lui che era passato attraverso “la ricerca di paradisi artificiali”.

Funerali il 24 Giugno. Sepoltura al cimitero di Thiene, accanto ad Antonietta.

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16 novembre 2015 1 16 /11 /novembre /2015 18:25
Carrisi cacciatore del buio

Buona lettura. Siamo in presenza di uno scrittore che sa il fatto suo e che ci offre il meglio del suo filone al gusto di panpepato e morellino di scansano.

E’ giusto chiamarlo Thriller, all’americana perché la tensione pervade ogni pagina. Ma questa è la ricetta speciale di Donato Carrisi il quale infierisce sulla metropoli cattolica e sulla millenaria competenza vaticana in fatto di Male.

Marcus è un prete un po’ speciale che porta il segno del suo ritorno dalla morte sulla propria tempia. E c’è qualcos’altro di nascosto nella sua vita: il segno del male. Egli può leggere il male che si nasconde nella realtà. Ovvero quelle tracce del male che che Carrisi definisce anomalie.

Non è un agente della scientifica, non è un poliziotto, ma Marcus sulla scena del crimine è imbattibile perché le tracce non si sottraggono alla sua vista. Ed è un prete, anzi è un “penitenziere”.

I lettori di Carrisi lo sanno, la natura umana è attratta dalla malvagità e di essa ce ne sono vari tipi; ecco è proprio di tale ventaglio di tipologie e qualità che Marcus se ne intende. E in questa storia la lezione che Marcus impara è che: “Il modo per catturare un malvagio è capire come fa ad amare”.

Il mostro di Roma ammazza coppiette ed è furbo. Marcus è l’unico che può intuire e seguire la pista giusta, ma è tutta spirituale, se non esoterica, mentre il vicequestore Moro, per quanto esperto ed abile, può dispiegare forze d’indagine, può seminare Roma e i colli di coppiette – trappola, ma alla fine da solo non ci arriva.

Ci vuole un CACCIATORE DEL BUIO.

Inoltre ci sono i traumi infantili da conoscere. E i bambini di luce, di sale o quant’altro lo sanno bene.

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13 ottobre 2015 2 13 /10 /ottobre /2015 09:48
L'ultima notte del Rais

L’ultima notte del Rais di Yasmina Khadra (Sellerio 2015) –

150 pagine che romanzano la morte di Mohammar GEDDAFY. L’autore, algerino, si chiama Mohammed Moulesshoul ed è un militare di carriera che ama scrivere.

Un militare che scrive e pubblica con successo mi fa pensare, da qui quindi la mia curiosità.

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Notte a Sirte 19 Ottobre 2011. Geddafy riposa davanti alla tenda come lo zio tuaregh della sua infanzia che prendeva il tè nel deserto. Sente che le sue guardie del corpo dubitano, ma si sente ancora forte e sicuro, basterà la fede.

Ma si trova in una scuola abbandonata del distretto 2 e i cecchini sono appostati. Forse il rais sottovaluta e scambia due parole con l’attendente. Si rende conto che costui non sa perché succede ciò che succede in Libia e lo caccia perché aborre i suoi ragionamenti. Ma anche gli altri suoi fedelissimi come Abu Bakr, mostrano un profilo da “bandiera a mezz’asta”. La situazione è critica, vicina allo sfascio, con il rischio di bombardamenti. I figli di Geddafy con i loro incarichi militari sono deludenti.

Alla fine, nell’intimità con Amira verifica la scorta di eroina in esaurimento e rinuncia, cosa rara, ad onorarla a letto. Pensa alle donne che hanno ceduto al suo potere e a quella di cui ha abusato solo grazie al potere nel 1972. Sogna di incontrare Vincent Van Gogh nel deserto. Una visione che gli ricorda il successo del colpo di stato del 1 Settembre 1969 quando sfruttando l’assenza di re Idris, realizzò assieme ai suoi seguaci militari l’operazione “pugno di ferro”.

Geddafy vede nel suo onirico Van Gogh una sorta di ispiratore salvifico che appare in sogno per aiutarlo con messaggi e premonizioni. Anche il libro verde e il colore della bandiera nazionale da lui scelte si ispirano al cappotto di Van Gogh…

“Il potere è allucinogeno, perciò non si è mai al riparo dalle fantasie omicide “ PG61

In un colloquio col suo braccio destro Al Mansour, Geddafi perpetua il suo errore di valutazione sui pericoli immanenti e si mostra convinto che il popolo insorgerà in sua difesa perché si rederà conto che in giro per le strade della Libia c’è Al Quaeda. “Vinceremo entro la fine di Ottobre”.

Ed ha un terribile scatto d’ira quando l’interlocutore non nega ch’egli abbia commesso errori nella gestione degli affari si Stato tali da far sì che ora il popolo si ribelli. Tutto ha un prezzo, la fedeltà e il tradimento… il coccodrillo non si ammannisce asciugandogli le lacrime.

Il mattino seguente Abu Bakr gli mette assieme una scorta di dodici auto con una cinquantina di soldati ben equipaggiati tra i quali il giovane tenente colonnello Brahim Trid, “l’Otto Skorzeni personale” il giovane militare intrepido e di intelligenza superiore che gli ha messo al riparo in Algeria alcuni componenti la famiglia. Ed è previsto inoltre l’arrivo delle milizie inviate dal figlio, capo delle forze armate. Basta solo aspettarlo preparati.

Un prigioniero davanti alla morte gli dà del bastardo e questa parola turba profondamente Geddafy come le apparizioni oniriche di Van Gogh.

Chi è Albert Preziosi? E’ il vero padre di Muhammar, un pilota corso abbattuto nel deserto nel 1941 e poi salvato e curato dalla famiglia di Geddafy. Il suo padre naturale. Questo è il risultato di una inchiesta condotta dall’esercito di sua maestà re Idris quando venne esaminata l’istanza di promozione a capitano. Muhammar capì che era la verità e ruppe i rapporti con la famiglia che glielo aveva taciuto.

Inizia il bombardamento e arriva la consapevolezza di essere stati presi nella trappola finale. (pg 122) Le prossime 40 pagine sono una frenetica ricostruzione della fine di Geddafy. La colonna d’auto blindate riesce a ricongiungersi con quella del figlio, ma sarà inutile. La superiorità militare degli insurgers, in particolare per l’uso dei droni, sarà decisiva. Il cerchio si stringe ed uno dopo l’altro i protagonisti del regime cadranno sotto colpi di ragazzini super armati e indiavolati.

In questa fiction sembra che sia il popolo a linciare Muhammad Geddafy , inoltre l’autore sembra mosso da un odio personale che condisce la scena con maltrattamenti estremi degni solo di fantasie infantili.

Il momento della morte di Geddafy è stato filmato col telefonino e diffuso in tutto il mondo. La ricostruzione di Yasmina Kadra (Mohmmed Moulessoul) ne fa una iperbole rivoluzionaria come se fosse stato il popolo giustiziere a uccidere il Rais mentre in realtà sono stati solo dei barbari ultra armati e foraggiati dall’occidente.

Ma l’autore, ex militare algerino che vive in Francia, è prigioniero della propaganda antilibica e racconta una storia che non va oltre le ricostruzioni di comodo fatte all’epoca. L’enfasi viene posta sui tratti istrionici ed egopatici dell’uomo Geddafy come se l’occidente si fosse mosso per liberare il popolo da un tiranno maniacale.

In realtà dopo la caduta di Muhammar Geddafy il mondo è cambiato in peggio e oggi la situazione dei gruppi tribali libici è allo sfascio. In Libia ci sono due governi e quelli stessi insurgers che hanno linciato il rais si sparano uno contro l’altro quotidianamente senza un senso, un obiettivo un’ideale o una speranza che li guidi. Quella operazione, quella guerra, voluta da Stati Uniti, Francia ed Inghiterra, è servita solo a forgiare una leva di terroristi che ora usano le armi e gli arsenali libici in Siria contro Assad. E la televisione occidentale tace, anzi nasconde una realtà che è più cruda delle stesse fantasie vendicative di questo libro. Un racconto sull’ultima notte del rais, che lo fa parlare in prima persona senza alcun accenno alla politica di Geddafy, allo sviluppo della Libia, alla battaglia per l’autonomia e il futuro dell’Africa.

C’è da chiedersi come mai la Sellerio, che di solito ha buon gusto, si presti ad operazioni propagandistiche dal sapore ripugnante come questa.

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24 giugno 2015 3 24 /06 /giugno /2015 21:51
E' arrivata la bufera di Giulietto Chiesa

e' arrivata la bufera! La crisi globale accelera e cambierà tutto: anche i rapporti di forza muteranno. Sta a noi decidere a vantaggio di chi.

L’impianto concettuale del testo oscilla tra l’analisi geo-sociopolitica della situazione internazionale, la sua interpretazione secondo un modello realcomplottista e la tesi per una ricostruzione del movimento politico di alternativa globale. Il tutto in trecento pagine piuttosto dense e ben scritte, le quali ripropongono in forma aggiornata quanto l’autore aveva già annunciato nel precedente lavoro, sempre con l’editrice PIEMME, titolato:” INVECE DELLA CATASTROFE”.

Quel titolo è nettamente appropriato rispetto ai contenuti perché premette l’idea che esista una alternativa al crollo totale. Si propone infatti una speranza alternativa alla catastrofe economica e sociale mondiale. Bisogna però assumere l’idea assiomatica secondo la quale lo sviluppo non è affatto inesauribile, ma limitato e siamo or ora arrivati davanti al precipizio.

Si parte dalle elaborazioni sessantottine del Club di Roma, rese note nel 1972 nel noto libro “I LIMITI DELLO SVILUPPO”, per riesaminare lo stato di progressivo esaurimento delle risorse con il conseguente approssimarsi della catastrofe. Viviamo nella illusione di una crescita senza limiti e siamo in piena fase di “overshooting” da quarant’anni, ci ricorda Giulietto Chiesa prendendo il concetto da Samuel Huntington. La catastrofe avrà la forma di una molto probabile Terza Guerra Mondiale, dovuta alla necessità di sopravvivere in questi ultimi anni sterminando i concorrenti nell’uso delle risorse energetiche. Fatto questo che rende la sopravvivenza dell’umanità meno probabile in questo secolo di quanto non lo sia mai stata.

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Non è la teoria marxista del crollo del capitalismo, ma in certi aspetti del retropensiero gli assomiglia. In termini però rovesciati. Il crollismo marxista si basava infatti sulla teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto che non solo non si è avverata, ma si è capovolta negli iperprofitti del capitalismo finanziario mondiale. Un sistema fondato sul debito, anzi: denaro – debito – denaro. Un ciclo che non si alimenta più del valore di risorse materiali, ma di comunicazione. Padroni del debito e proprietari della comunicazione globale coincidono infatti in una nuova élite politicamente irresponsabile la cui arma strategica è il MAINSTREAM. Il messaggio fondamentale per questo mondo dominato è TINA: There Is No Alternative. Non c’è alternativa…

E la confutazione di questo assioma è lo scopo del libro.

Per individuare i gestori di questo modello di “crisi polisistemica” che attanaglia il mondo globalizzato in un debito insostenibile Chiesa ricorre alla espressione “Masters of the Universe” coniata da Paul Krugman, premio Nobel dell’economia.

E chi sono? Sono quelli di pagina 187. O meglio del capitolo sulla crisi dell’Europa. Stanno nei CdA delle principali Banche di Investimento e anche delle agenzie di valutazione. Quelli del “binomio Wall Street/City of London” che Giulietto richiama in più parti. La crisi dell’Europa la vogliono loro e puntano sulla guerra a Putin.

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Che fare? “… aprire il fronte di un nuovo processo costituzionale, che parta dalla cancellazione dei trattati di Maastricht e di Lisbona e che rivendichi per i popoli europei il diritto di approvare i documenti fondanti mediante referendum.” Ma attenzione a non ripiegare, se non in caso estremo, sul nazionalismo, non uscire dall’Europa, non uscire dall’Euro, altrimenti si fa il gioco, appunto, del nemico. Leggendo il libro in questi giorni, caratterizzati dal mainstream allarmistico sull’uscita della Grecia, ci pare di sentire Sipras… Non stare al gioco del nemico che vuole dilazionare il collasso continuando (COME HANNO FATTO CON 9/11) a produrre debito. La liberazione non avverrebbe con l’uscita dall’Euro, ci troveremmo in un mare aperto in tempesta stando a bordo di una “barchetta nazionale”. Occorre invece attrezzarci per una battaglia che imponga regole alla finanza mondiale sottoponendola a controlli democratici.

La crisi dell’Euro è il dito, guardiamo alla luna. Il corposo capitolo dodicesimo, sul tema di “quale democrazia” conclude in proposito con tendenze che mi diverto a definire neoleniniste:

1) i tempi della crisi non aspettano le buone intenzioni di nessuno e non dipendono dalla politica ma dalla dinamica dei processi naturali che abbiamo sconvolto.

2) non sottovalutare la potenza dell’avversario, non avremo mai la maggioranza.

3) ci vuole organizzazione. Solo una minoranza organizzata e consapevole può influire sui processi. Anzi, ci vuole proprio un “partito” che, ferma restando l’impossibilità di transizione in un paese solo, sappia dove si deve andare e lo comunichi diffondendo le direttive (pg. 286)

Il libro è stato scritto ed è uscito prima della enciclica francescana, ma in più punti è attinente. Ad esempio laddove ci ricorda che l’ambiente naturale sta rispondendo alla corsa energetica spregiudicata dell’ultimo mezzo secolo e su tali fenomeni la dinamica del denaro è completamente cieca.

Gli scienziati del Club di Roma, scrive Giulietto, nei loro nove scenari avevano ragione. Tuttavia la vera situazione mondiale è ancor più grave: non hanno previsto la guerra come risposta. Sta a noi evitare, se ce la facciamo col poco tempo che rimane, lo scenario 10:

quello di WW3.

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29 aprile 2015 3 29 /04 /aprile /2015 21:38
IL TESORO DEI VINTI, di Gianni Oliva

IL TESORO DEI VINTI è un libro di Gianni Oliva edito da Mondadori che pubblica una ricostruzione storiografica secondo la quale nel ’45 il PCI fece scomparire il tesoro della Repubblica sociale per poi finanziarsi la rivoluzione. Gianni Oliva parte dal processo, esamina i documenti, gli usi politici della vicenda e approda al mistero. Oggi questa parola va di moda. Una volta si sarebbe scritto “giallo” oppure “enigma”, ma oggi con queste parole di vende meno.

Dal suo libro si ricava che la vicenda nota come “l’oro di Dongo” è uno dei misteri italiani ancora senza verità e giustizia. Una storia la cui verità costituisce uno dei tanti debiti morali della prima repubblica verso le nuove generazioni.

A partire dal 27 Aprile 1945 e nei giorni successivi presso il municipio di Dongo vennero accumulate e inventariate le valigie e le varie cose raccolte dai partecipanti alle convulse fasi della intercettazione della colonna repubblichina in fuga. L’inventario venne portato avanti da due partigiani poi divenuti figure controverse: il Capitano Neri, ovvero Luigi Canali, e la partigiana Gianna, ovvero Tuissi Giuseppina e alla fine redatto e firmato da tutto il vertice della 52ma Brigata Garibaldi. Il Canali non era un comunista allineato. Il tesoro venne affidato alla federazione comasca del PCI tramite il suo segretario Dante Gorreri (poi parlamentare del PCI fino al 1972). Il trasporto di borse e valige venne effettuato dalla Gianna, che però venne arrestata per sospetto collaborazionismo. Sotto la direzione di Luigi Longo poi il tesoro scomparve. Nelle settimane successive scomparvero per sempre anche cinque tra i partigiani coinvolti nell’operazione, tra i quali ovviamente anche Tuissi e Canali. Venne aperto un processo per omicidio, malversazione, furto ecc. ma esso si impantanò tra le competenze militari alleate e quelle ordinarie.

Nel 1957, dodici anni dopo, il processo della magistratura ordinaria venne trasferito da Como a Padova, ma quel processo non verrà mai terminato a causa della malattia di un giudice popolare che alla fine si suicidò. Vergani morì nel 1970 quando era ancora parlamentare del PCI.

Rossella Favero, Silva Girallucci e la Cooperativa Sociale Altracittà hanno lavorato con i detenuti del carcere padovano alla digitalizzazone dei documenti, compresi i faldoni del processo rendendo così possibile il suo ripescaggio letterario.

Mirella Serri ha scritto il libro UN AMORE PARTIGIANO che restituisce al Capitano Neri e alla sua compagna Gianna una memoria degna.

Consiglio a chi, come me, ha ancora vecchie tessere del PCI disperse negli scatoloni della cantina, di leggerlo ora, senza aspettare l’estate perché si rovinerebbe le ferie.

Consiglio anche di accompagnare la lettura con cibo fresco, brodi di verdura e vini bianchi mossi dell’entroterra Veneto. Un posto d’Italia dove il PCI è sempre stato solo un piccolo pesciolino rosso in una vasca di squali bianchi affamanti di potere e di particole.

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25 aprile 2015 6 25 /04 /aprile /2015 11:29
LA BANDA DEGLI AMANTI, di Massimo Carlotto

Massimo Carlotto torna in libreria rilanciando il proprio standard noir.

Nelle interviste dice in giro che ormai (dopo sei anni) doveva farlo per la pressione dei lettori. Penso anch’io sia così perché si tratta di uno scrittore cult, che presuppone un codice lettore/scrittore condiviso. Chi cerca Carlotto difficilmente accetta il politically correct, o le donne idealizzate e pretende le allusioni alla realtà, quella veneta in particolare, con i suoi fatti di nera. E qui si ritrova.

L’alligatore, Pellegrini e Campagna si ritrovano sul medesimo stage. Un corto circuito che fa di questo romanzo una tappa miliare nell’itinerario carlottiano.

La lettura è quella tipica: non meditare, divora le pagine. Qualche volta i nomi dei nuovi personaggi devi ricontrollarli perché non ti ricordi più chi sono, ma questo è tipico dei gialli, soprattutto quelli americani con i nomi comprensibili solo a coloro che hanno studiato inglese. Di solito però non c’è problema e non si perde mai il filo.

In due tre casi qui cambia anche l’identità dell’io narrante e te ne accorgi dopo un po’. Di solito parla Buratti, ma un paio di volte parla Pellegrini. Niente male, si capisce meglio la situazione. Pellegrini è ordinato nella sua ratio criminale e quando parla lui ti offre un punto di vista risolutivo. Insomma il risultato è felice. Bravo Massimo.

La parte francese della storia è un po’ per conto suo e costituisce un preambolo emotivo alla storia principale del libro, la banda degli amanti, appunto.

Poi il ph tipicamente acido della narrazione carlottiana viene un po’ neutralizzato dal personaggio della riccona svizzera (Oriana Pozzi Vitali) troppo sentimentale per essere vera. Nelle sue pagine in corsivo, tipicamente femminili, si raggiungono sviolinate insolite, tipo: ”Mi ritrovai nuda tra sue braccia, sembrava che lui mi conoscesse da sempre. Sapeva come, dove…”(pg 57) Qui il ph punta verso Liala, contrastando palesemente con quello del narrante standard Giorgio Pellegrini il quale, per descrivere una circostanza similare, usa termini più precisi: “L’aiutai a scendere e la feci distendere sul parquet. Le strappai gli slip e le aprii le gambe con gesto secco. Martina mi accolse con gratitudine.” (pg 123)

Penso che LA BANDA DEGLI AMANTI possa aprire un nuovo filone, quello dei cross-over tra personaggi letterari altrimenti esausti. Alcune strizzatine d’occhio del finale lo lasciano intendere: chi dovrebbe morire non muore, qualche promessa di vendetta ecc. Mi auguro quindi che Carlotto ne scriva altri perché merita, anche questa volta, di essere letto.

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