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1 dicembre 2014 1 01 /12 /dicembre /2014 18:16

Il 1 Dicembre 1934 a Leningrado, presso l’edificio dell’ex collegio femminile dal quale Lenin e Trotskij diressero le ultime fasi della rivoluzione d’Ottobre, viene ucciso Kirov Sergej Mironović. Costui era molto vicino a Stalin e considerato da vari osservatori come suo delfino.

Leonid Nikolaev fu il suo assassino, trovato con la pistola fumante sulla scena del delitto. Era il marito di Larissa Nikolaeva, la segretaria particolare di Kirov. Il fatto venne liquidato come delitto passionale motivato dalla gelosia, ma rimangono succosissimi dubbi soprattutto sul lato politico della storia.

A raccontarceli bene, in poche pagine e senza fronzoli, è lo storico/giornalista Arrigo Petacco nel suo libro LA STORIA CI HA MENTITO (Mondadori 2014). Egli sostiene che Stalin sfruttò l’episodio con sospetta velocità per accelerare la svolta autoritaria che diede avvio alle purghe. Stalin infatti fu avvertito subito per telefono della morte di Kirov e partì immediatamente da Mosca per partecipare agli interrogatori. Ma in quegli istanti, pochi minuti tra la telefonata e la partenza, scrisse di suo pugno il testo di una delle leggi più liberticide del secolo scorso: “1 - Si ordina a tutti i tribunali di accelerare i processi contro i cittadini sospettati di essere nemici dello Stato. 2 – Si ordina che gli imputati siano privati di ogni diritto di difesa, appello e grazia. 3 - Si ordina che le sentenze siano eseguite immediatamente. ”

Sembra impossibile a leggerlo ora. Anche la peggior propaganda anticomunista oggi come oggi stenterebbe a credere in un simile testo. Ma Petacco la riporta in questi esatti termini forte della credibilità della sua fonte, niente meno che il segretario del PCUS Chruscev al XX Congresso.

Da quel momento si poteva fare il processo al mattino e l’esecuzione nel pomeriggio sulla base di un semplice sospetto. E così infatti avvenne in molti casi, culminati nel 1936 – ‘38. In proposito un vecchio lettore di tanta, troppa, letteratura comunista come me non può non citare Zinoviev e Kamenev processati e condannati a morte poco più di un anno dopo. Ma anche Radek e Piatakof che ebbero la stessa sorte nei mesi in cui usciva il formidabile libro di Trotskij La rivoluzione tradita.

Oggi non c’è dubbio che era vero quello che scrisse subito Trotzkji dall’eslio: “Stalin ha fatto uccidere il suo amico più caro per addebitare il delitto alla opposizione interna e ottenere man libera nel liquidarla completamente.” Ma all’epoca, si sa, egli non fu creduto neanche dagli anticomunisti, ai quali andava bene che durante la guerra di Spagna venissero fatti fuori i trozkisti e gli anarco-rivoluzionari dagli stessi comunisti stalinisti. Ma alla fine a tagliare la testa al toro in favore della verità (ammesso che sia questa perché non si sa mai…) fu proprio un comunista vent’anni dopo, quando appunto al XX Congresso sotto la guida di Chruscev il capo della polizia sovietica Sciegliepin dichiarò: “L’assassinio di Kirov fu usato da Stalin, Molotov e Kaganovic come pretesto per eliminare i compagni che erano loro antipatici.” E oggi rimane anche nei vecchi comunisti la convinzione che quel decreto fosse in realtà già pronto al momento della notizia.

Larissa era molto bella ed era l’amante, si dice appassionata, di Kirov il quale, si dice, ricambiava al punto che aveva fatto trasferire il marito, funzionario di partito, a Murmansk a dirigere un campo di concentramento. Costui, il Nikolaev, si era visto negare il permesso di rientrare a Leningrado varie volte e, incazzato, era rientrato in violazione degli ordini sorprendendo i due amanti. Il fatto che quel rientro illegale non fosse stato bloccato dalla polizia è molto insolito, vista l’efficienza, e costituisce un forte indizio di complicità del potere. Come pure il fatto che egli sia entrato di notte senza alcuna difficoltà nel sorvegliatissimo edificio del Comitato Centrale. Infine le ricerche svolte ai tempi del XX Congresso dimostrarono che Borisov, l’ufficiale della polizia segreta cui era stata affidata la protezione di Kirov perì in un incidente d’auto mentre veniva portato a Mosca.

Anche Svetlana, la figlia di Stalin, rivelò circostanze sul caso riguardante la morte dello “zio Sergej”. Disse che fu Berja, non suo padre, ad ordire il finto assassinio passionale al fine di eliminare colui che lo teneva in pugno perché conosceva i termini della sua (di Berja) segreta partecipazione al movimento musulmano Musavat durante la guerra civile contro l’Armata Rossa. Situazioni molto complicate. Sta di fatto che dopo l’eliminazione dell’ostacolo che stava tra lui e Stalin la carriera di Berja fu fulminea. E sta di fatto che il gruppo stalinista sfruttò “oggettivamente”, come si diceva una volta nelle analisi leniniste, l’evento, al fine di consolidare il potere proprio e liquidare il vecchio bolscevismo.

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21 novembre 2014 5 21 /11 /novembre /2014 19:18

Il G20 di Brisbane avrebbe avuto l’ovvia priorità di cercare un nuovo impulso al mercato globale, ma anziché predisporre una agenda mirata ad affrontare le questioni mondiali ha visto il gruppo del G7 tentare di imporre una agenda che riguardasse al massimo la congiuntura dei 20 paesi più ricchi del mondo.
Quindi la lente distorta dei media occidentali ha imposto i temi di un dibattito fuori agenda. Stando a questo maistream a Brisbane il mondo, scandalizzato dall’invasione russa dell’Ucraina, ha isolato e condannato Putin che se ne è andato prima con la coda tra le gambe.
I nostri strapagati giornalisti, quelli che usano abbeverarsi a Washington, hanno fatto la loro parte con pieno senso della disciplina. Complimenti.


Peccato che la realtà sia ben diversa: a Brisbane un Obama definitivamente delegittimato dalle elezioni di medio-termine, una UE inconsistente rappresentata da un ragazzino delegittimato dalla proprie piazze e una Merkel cortesemente odiata da Francia e Inghilterra hanno nascosto il proprio pantano finanziario dietro una falsa polemica antiputiniana che ha fatto ridere i cinesi, gli indiani i sudafricani e i brasiliani.

@@@

Il vero problema che l'Occidente ha con Putin è che in prospettiva la Russia, nell'anno in cui il PIL cinese supererà ogni record mondiale, avrà una forza contrattuale notevole sui tavoli internazionali, in particolare il WTO. E pertanto sta giocando l'unica carta che rimane: la NATO.

Ma è proprio tale alleanza militareche sta diventando il primo problema mondiale ed ha le sue radici nelle miopi furbizie di 25 anni fa.

Riporto qui di seguito alcune considerzioni di un esperto russo, pubblicate nei giorni dl BRISBANE.

Andrey Shushentsov
Com’è noto Russia e Occidente interpretano in modo differente il processo di espansione della NATO. Tali differenze sono radicate nel modo diverso di intendere la fine della guerra fredda. Secondo l’interpretazione dei leaders russi essa fu il risultato dello sforzo congiunto messo in atto da USA e URSS alla fine degli anni ottanta per spostare le relazioni dal confronto alla cooperazione.


I russi si aspettavano che, dopo una fine consensuale della fase di confronto, le due parti potessero determinare congiuntamente il futuro delle aree di reciproco interesse. Il nodo principale era proprio il futuro della NATO. Durante i colloqui relativi al futuro della Germania infatti tale tema era stato più volte toccato. Alla fine i sovietici convennero di non opporsi alla riunificazione mentre gli stati membri della NATO convennero di non redistribuire le infrastrutture militari nel territorio della ex Germania Est, accordo che ancora onorano. Ma rimase controversa l’interpretazione degli accordi sul punto che riguardava la possibilità o meno di espandersi negli altri territori dei paesi dell’Est.
Secondo le note personali dell’allora segretario di Stato James Baker il tema venne discusso in una conversazione con Gorbaciov a Mosca nel Febbraio del 1990. Tali note però non sono complete per quanto riguarda le posizioni finali delle parti. Si può però dire che nonostante tutto l’URSS esprimeva una adamantina opposizione ad ogni espansione.
Durante le discussioni precedenti (1989 – 90) il tema della espansione NATO non era mai stato discusso perché il patto di Varsavia era ancora in piedi ed era ancora aperta una speranza che si potesse raggiungere un nuovo status quo in Europa. Ma partendo dal 1991 l’URSS perse il controllo degli eventi anche nell’Europa dell’Est. I governi comunisti caddero e il Patto di Varsavia si dissolse. Da allora non vi fu più alcuna spinta occidentale alla ripresa dei colloqui con Mosca fino alla caduta e successivamente, con Boris Yelsin, le richieste di garanzie NATO vennero lasciate cadere. Addirittura iniziò a circolare l’idea di unirsi alla alleanza.


Da parte loro invece, i paesi membri della NATO percepivano la situazione come una chiara vittoria e iniziarono ad implementare un programma di iniziative atte a trasformare il blocco in una organizzazione di sicurezza universale. In tale contesto la Russia finì di essere percepita come partner di uguale livello diventando uno dei tanti paesi con cui sviluppare relazioni indipendenti.


[21 Novembre 2014]





Brisbane: vertice inutile
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14 novembre 2014 5 14 /11 /novembre /2014 23:50
International New York Times, november 12, 2014
International New York Times, november 12, 2014

La retorica di questi giorni sul venticinquennale della caduta del muro di Berlino non ha dato all’intervento di Gorbacev lo spazio che avrebbe meritato. Ci viene però in soccorso, almeno per coloro che non stanno al gioco delle balle occidentali, il New York Times col suo inserto a pagamento.

Si tratta di un supplemento che spiega direttamente le posizioni russe senza mediazioni più o meno strumentali della stampa occidentale; un foglio di quattro pagine che ci permette di conoscere un punto di vista alquanto oscurato.

I nostri telegiornali hanno in particolare messo in ombra le chiare critiche di Gorbacev all’inadempienza occidentale con riferimento alla Carta di Parigi per una nuova Europa. Un documento sottoscritto da tutti i paesi europei, gli Stati Uniti e il Canada nel 1990. Esso all’epoca costituì un fattore di affidabilità nei confronti dell’occidente da parte dei sovietici perché ad esempio prevedeva la creazione di un Consiglio di Sicurezza per l’Europa, ma non fu poi realizzato. Fu lasciato cadere lasciando il posto al processo di espansione della NATO che prese corpo nel decennio successivo.

Questa inadempienza sta alla base della incomprensione attuale, con il rischio di ricadere in una nuova guerra fredda.

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4 novembre 2014 2 04 /11 /novembre /2014 00:32


L'acronimo P.I.D. significa Paul is Dead ed è una tipica leggenda metropolitana. Essa si è consolidata con il presupposto implicito che il musucista (Paul McCarteney) sia morto e sostituito da un sosia. Ma è difficilissimo credere che un sosia sia bravo musicalmente, vocalmente, mediaticamente ecc. quanto colui che ha sostituito... Eppure dagli anni settanta la mia generazione si sbizzarrisce nel gioco di decodificazione delle tracce di verità che sarebbero state diffuse dai Beatles per farlo sapere. E' un gioco, certamente, Ma è anche un fatto politico. Un fatto che con l'avvento dei nuovi media si sta rafforzando.

Si tratta infatti della prima vicenda che ha fatto attraversare la soglia della Conspiracy Theory alla cultura sessantottina. Ovviamente i complotti e la relativa cultura, giusta o sbagliata che sia, esistevano eccome, pensiamo ad esempio alla uccisione di John Kennedy, ma si trattava di qualcosa che riguardava la sfera politica, qualcosa che stava aldilà dello schermo televisivo o della carta di giornale. Mentre con questa storia di Paul McCarteney il complottismo, le sue tecniche, il suo fascino, entrarono direttamente nel silenzio delle nostre camerette, sulle copertine degli albums che copiavamo e nei nostri giradischi. E oggi che una vita intera ci ha fatto crescere molto pelo nello stomaco, oggi che il web rende molto meno sostenibili le false narrazioni mediatiche, quella leggenda complottista è sempre più accattivante e, paradossalmente, sempre più credibile.

A tutt'oggi lo stato della narrazione italiana di tale vicenda è quello che si può vedere nella trasmissione di Roberto Giacobbo nel 2012 (vedi clip allegata).

In essa si mostrano due aspetti relativamente nuovi per la narrazione italiana ovvero l'intervista a Bettina Kirshbin e a sua figlia, concepita ad Amburgo in un rapporto sessuale con Paul e la ricerca biometrica condotta dalla università di Pavia. Entrambe novità che depongono a favore della tesi complottista.

Gabriella Carlesi, medico legale anatomopatologa esperta nel riconoscimento craniometrico, e Francesco Gavazzeni, esperto in informatica, hanno riesaminato il caso. Sono esperti che in altre occasioni hanno collaborato con il team che conduceva le indagini sul caso del Mostro di Firenze. E ciò i rende particolarmente credibili perchè nel caso Mostro di Firenze sono coloro che hanno esaminato i documenti fotografici realtivi alla morte di Francesco Narducci sul lago Trasimeno. Si tratta di atti ufficiali dello Stato Italiano.

Nel caso del Mostro di Firenze, come in questo di Paul McCarteney è stata utilizzata questa metodologia di indagine che viene chiamata "biometria" e sviluppa le concezioni applicate nell'ottocento dalla polizia francese. Essa viene applicata anche realizzando perizie antropometriche su fotografie e filmati.
La perizia è stata condotta nell'Istituto di Medicina legale di Pavia, diretto dal prof. Giovanni Pierucci, titolare della cattedra di Medicina Legale.
La perizia McCarteney è stata condotta analizzando immagini di Paul dagli anni sessanta ad oggi. Una volta individuate le foto migliori per qualità ed inquadratura si è proceduto a misurazioni, confronti e comparazioni.
Il Paul dei successi da solista, campagne vegetariane, tour e divorzi miliardari vienen chiamato "Faul" (radice di "False" e fusione tra Fake e Paul). Ma per quanto riguarda le foto dei primi anni c'è una forte incertezza di datazione. Le stesse istantanee professionali dell'epoca ancor oggi hanno date diverse. Sgt. Pepper's (Giugno 1967) è il primo disco pubblicato dopo il supposto incidente mortale e conterrebbe la prima foto di Faul. Segna un cambio di look e di stile. In quella foto il volto di Paul è stato oggetto di interventi correttivi, ad esempio i baffi hanno lo scopo di alterare la percezione del punto naso-spinale.

La caratteristica di questo tratto è che non può essere cambiato per via chirurgo plastica, se risulta modificato quindi significa che qualcuno ha voluto modificare la foto in fase di stampa. Anche la forma del palato rilevabile da foto post '67 è incompatibile con quella rilevabile dalle foto pre- 66. Il canino superiore destro ante 66 sporge rispetto all'arcata dentale, mentre quello post 67 sporge, ma per effetto di correzioni stampa ed è incoerente con l'arcata dentale. Quest'ultima dopo il 67 ha i denti che non ruotano più sul proprio asse, ad eccezione proprio del canino. Si tratta di un intervento maxillo facciale già di per sè improbabile e comunque irrealizzabile negli anni sessanta.

Nota: un aspetto non secondario di questa possibilità e che a questo punto tutte le analisi esoteriche, comunicative e musicali che portavano a concludere in favore della la tesi complottistica e tacciate di essere spazzatura verrebbero rivalutate

L'altra novità più giallistica e meno scientifica, coinvolge le prospettive di eredità McCarteney. esiste infatti una pretendente figlia di Paul ed Erika Wohlers i quali ebbero un rapporto negli anni di Amburgo. Bettina Krischbin nacque nel 1961 e non venne riconosciuta da Paul come sua figlia, ma le parti addivennero ad un accordo che impegnò Paul ad aiutare il mantenimento della bambina con un versamento mensile di 200 Marchi. Nel 1979, giunta all'età adulta Bettina fece causa e il risultato in tribunale (non è chiaro il tipo di test di paternità) fu negativo. Ciò ovviamente non porta alla identificazione di Faul, ma costituisce un particolare intrigante. Infatti Bettina non ha ancora perso le speranze perchè se si dimostrasse la falsa identità di Faul si riaprirebbe per lei la possibilità di rimettersi in corsa per il riconoscimeto della linea ereditaria.

A giudizio della perizia Carlesi/Gavazzeni il particolare decisivo è però quello del TRAGO. (un pezzo d'orecchio) ...






òòò

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29 ottobre 2014 3 29 /10 /ottobre /2014 16:36
Appunto del gufo: gettonare i sindacati?

Renzuschino sta cambiando l’Italia. Grande verità: mi è toccato vedere la ex ministra Gelmini dar ragione a Cgil. Il fatto è che renzuschino la sta facendo così fuori dal vasino che sta risvegliando gli istinti materni.

Che gli operai dovessero reagire alla balorda situazione sindacale che si sta creando nel paese l’avevo già intuito, ma che le belle ministre leopoldine non sapessero cosa significa “operai incazzati” quello ancora no. Operai incazzati per chi è vissuto a Valdagno significa monumenti rovesciati, città indignata, parrocchie costernate, giovani avviati sulla strada della contestazione ecc. Insomma, un sessantotto. Ma oggi chi lo vorrebbe? Io no, ricordo ancora le angosce di quei giorni. E sinceramente penso che non lo voglia nessuno.

Ma allora cosa cerca renzuschino? Spero che voglia solo vedere fin dove poter spingersi per poi fermarsi. I sondaggi di questa settimana gli diranno quanto paga, o quanto costa, l’attacco al sindacato. E non vorrei che il governo si riducesse ad avere bisogno che parli D’Alema per riguadagnare qualche punto…

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20 ottobre 2014 1 20 /10 /ottobre /2014 19:54
Beatificato un riformista, mainstream buonista

Il sinodo ha avuto risonanza internazionale e oggi si trovano vari servizi nei giornali stranieri. In Italia il quotidiano L'Avvenire, di ispirazione cattolica, dedica alcuni paginoni speciali. Interessanti alcune differenze di comportamento, seppur sottili, tra i principali quotidiani latinoamericani e nordamericani.

El Clarin, di Buenos Aires dedica molta più attenzione al lavoro sulla famiglia e al travaglio del documento finale, relegando in second'ordine la notizia relativa alla beatificazione di Paolo VI, mentre International New York Time in una corrispondenza da Roma dedica maggior enfasi alla beatificazione.

Il vaticano beatifica un riformatore è comunque il tema principale che costituisce il mainstream politically correct.

Un ritornello buonista che copre anche i venti di guerra libica cui anche il Vaticano sembra adeguarsi per difendere i cristiani arabi in pericolo.

Riporto qui alcuni passaggi tradotti alla svelta dell'articolo nordamericano.

Pope Francis ha presieduto domenica scorsa (ieri) la beatificazione di Papa Paolo VI, morto nel 1978 dopo aver guidato la chiesa attraverso un periodo di riformismo interno in una era di cambiamento politico sociale caratterizzata dalla sfida dei fedeli agli insegnamenti tradizionali. La cerimonia ha concluso una assemblea bisettimanale di vescovi convocati da Francesco per stabilire come possa la chiesa offrire la miglior guida al proprio gregge alla luce delle crescenti difficoltà incontrate dalle famiglie. Il messaggio che emerge dal documento finale approvato dal sinodo sabato pomeriggio è che la chiesa farà un passo avanti. Ma le tumultuose discussioni a porte chiuse suggeriscono che molti vescovi si sentano sfidati a cambiare gli insegnamenti tradizionali con riferimento alla comunione per i divorziati con secondo matrimonio civile così come per le coppie di fatto od omosessuali. Ma il linguaggio calmo ed accogliente del documento viene annacquato proprio su questi punti, coppie gay e divorziati, rispetto alla prima versione del documento rilasciata lunedì scorso quando il sinodo era a metà percorso. Pope Francis ha indirizzato i vescovi nella sessione finale indicando un allarme contro le “rigidità ostili” dei cosiddetti tradizionalisti ed invitndo alla cautela i progressiti dal “fasciarsi la testa prima di rompersela”. (Tipica espressione dell’Italia del nord dai cui emigrati egli stesso discende). Nell’omelia domenicale Pope Francis ha citate le parole di Paolo VI che portò a termine i lavori del Concilio Vaticano II introducendo significativi cambiamenti e avviandola chiesa al dialogo con le altre fedi e con i non credenti. Il cambiamento non va temuto perché Dio non lo teme, dice Francis, e “questa è la ragione per la quale esso ci sorprende continuamente aprendo i nostri cuori verso nuove vie”. Il cardinale Giovanni Battista Montini di Milano fu eletto Papa nel 1963 succedendo ad un altro riformatore: Giovanni XXIII che è appena diventato santo all’inizio di quest’anno assieme a Giovanni Paolo II. Paolo VI fu un Papa di molti primati, ha commentato l’altro giorno il cardinale Giovanni Battista Re. Egli fu il primo a dismettere la tiara per mostrare che l’autorità papale non è legata al potere temporale e quando essa venne venduta egli dette i soldi ai poveri come segno del suo impegno per la giustizia sociale. Egli abolì la Corte Pontificia e semplificando la Curia, braccio amministrativo del Vaticano. Egli comprese l’importanza dell’arte per la Chiesa e iniziò la collezione di arte moderna nel Museo Vaticano. Egli promosse l’unità dei cristiani e il dialogo ecumenico. Fu il primo papa a viaggiare in Israele prima che lo Stato del Vaticano riconoscesse ufficialmente lo stato di Israele. Visitò sei continenti durante il suo papato, che durò 15 anni. Egli è anche ricordato per la sua schietta enciclica Humanae Vitae del 1968, che riaffermò l’opposizione della Chiesa al controllo artificiale delle nascite. La beatificazione consegue alla certificazione avvenuta in Maggio di un miracolo attribuito alla sua intercessione ovvero la guarigione nel 2001 di un feto non nato del quale il medico aveva diagnosticato gravi difetti d nascita. Invece il ragazzo americano, che oggi ha 13 anni è un sano teenager la cui identità è tenuta segreta su richiesta dei genitori. Per essere dichiarato santo è comunque richiesta la certificazione di un secondo miracolo. E il reverendo Antonio Marrazzo, che ha promossa la causa di beatificazione, sostiene che anche dopo la morte Paolo VI continua a difendere la vita. Nel suo papato Paolo VI ha sempre cercato un terreno comune tra gli elementi conservatori e progressisti della chiesa e, dopo il Concilio Vaticano II, ha istituito il Sinodo per promuovere il dialogo continuo.

Va segnalato che nessuno riporta, neanche L'Avvenire, che domenica c’era anche la marcia per la Pace Perugia Assisi, evidentemente l’immanente guerra libica rende inopportuno ricordarlo…

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20 ottobre 2014 1 20 /10 /ottobre /2014 01:22

Luce nella fede, che è il titolo della prima enciclica di Francesco papa, è stato presentato da alcuni telegiornali come il motto della beatificazione di Paolo Sesto. Ebbene esso significa: “la massoneria in vaticano”. Ovviamente è una semplificazione perché significa anche molto altro, ma solo apparentemente quelle parole prendono senso nella continuità del lavoro di Ratzinger.

Papa Paolo sesto è stato descritto come massone da varie fonti, soprattutto anglofone, ed è provato che con le sue nomine venne creato il cordone massonico ai vertici dello IOR. Poi saltò per aria con la fine di Sindona, Calvi e, ahimè, Aldo Moro.

La massoneria nel continente americano, dal quale proviene il gesuita Bergoglio, oggi Francesco papa, è molto diffusa e rappresenta una forza positiva, legata in molti casi ai gesuiti. E’ in Italia che c’è un pregiudizio antimassonico tale da renderne difficile anche la sola evocazione.

Ebbene ora bisogna superarlo per progredire nel dialogo tra le religioni monoteistiche, in particolare sul lato islamico. Il passaggio è reso particolarmente acuto e urgente dalla invasività dello Stato Islamico e dalla imminente guerra libica. Perciò il sinodo sulla famiglia ha in realtà ospitato un confronto riservato sulla definitiva accettazione della massoneria tra i cattolici, dialogo che è stato coperto mediaticamente dal tema delle coppie di fatto e dei gay.

Tale servizio di copertura è stato fatto molto bene, tanto da meritarsi il pubblico encomio francescano ai giornalisti.

La beatificazione sancisce il passo effettuato e lo rende irreversibile come garanzia per gli interlocutori istituzionali.

Per Crucem ad Lucem

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19 ottobre 2014 7 19 /10 /ottobre /2014 13:48



Il 19 Ottobre 1974, quarant’anni fa, la rivista Civiltà Cattolica pubblicava un articolo, dal taglio un po’ insolito, firmato dal gesuita padre Giovanni Caprile. In esso venivano “tranquillizzati” i cattolici affiliati alla massoneria. Vi si argomentava infatti che erano passati molti anni da quando papa Clemente XII, nella prima metà del 18° secolo, aveva lanciato la bolla di scomunica contro di loro. E soprattutto erano passati molti papi.
Quest’ultimo accenno poteva, come infatti avvenne per alcuni vaticanisti dell’epoca, richiamare l’idea che ci fosse un messaggio di apertura pubblica verso la massoneria da parte del papa di allora, Montini (Paolo VI). Ed è probabile che fosse così, ma il suo carattere era strumentale.
Dall’inizio dell’anno infatti era in corso, all’interno del Vaticano, una inchiesta riservata sul grado di espansione della massoneria nella curia, e si voleva sbollire il clima interno. L’ inchiesta era stata affidata con estrema riservatezza all’arcivescovo Eduard Gagnon e monsignor Istvàn Mester. I due, l’ultimo dei quali all’epoca era responsabile della Congregazione per il Clero, avevano lavorato duro scarpinando tra i vari corridoi vaticani per poi contribuire alla redazione dello scottante rapporto Gagnon, che attendeva di essere consegnato al papa. Ma il voluminoso documento era misteriosamente sparito ancora il 2 Giugno 1974 secondo quanto denunciato alla stampa dal dottor Alessandrini, portavoce del Vaticano ed era in corso una indagine diretta da Camillo Cibin, ispettore del Corpo di Vigilanza. Interessante sapere che a costui era stato ordinato di riferire al segretario di Stato VILLOT senza redigere verbali.


La ricostruzione della vicenda si può trovare nel libro del 2004 “La Santa Alianza. Cinco Siglos de Epionaje in Vaticano” scritto da Eric Frattini giornalista spagnolo ex inviato di guerra. Costui ci racconta che successivamente il documento venne ricostruito a memoria da Gagnon nonostante l’inchiesta fosse stata affossata dallo stesso Paolo VI che l’aveva commissionata.

La misteriosa relazione sarebbe stata intitolata Nessun Dorma con simpatica allusione al verso: “Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà…” di pucciniana (e quindi massonica) memoria. Ma a differenza di quanto alluso dall’auspicio pucciniano i nomi usciranno eccome negli anni successivi.

Quattordici membri della curia vennero espulsi dal vaticano e altri cinque vennero mandati ad evangelizzare l’Africa.

Eduard Gagnon chiese di poter lasciare la Santa Sede e tornò in Canada, ma nel 1983 papa Voityla lo richiamò a Roma e lo elevò alla porpora cardinalizia.

Quarant'anni fa operazione Nessun dorma

Video ufficiale tratto dal Blog di Leonardo Metalli

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16 ottobre 2014 4 16 /10 /ottobre /2014 22:08
Venerdì 17, festa della legge

La terza settimana di questo mese d’Ottobre 2014 ospita una importante festività ebraica, la Festa della Legge (Simchat Torà) e la colloca di VENERDì 17.

Ora, non siamo certo superstiziosi né io né, tantomeno, gli ebrei italiani, ma un po’ d’ironia non guasta.

Il Venerdì è giorno sfigato in area cristiana per via della passione e morte di Gesù. E Luca nel suo vangelo al capitolo 17 ci spiega che:” Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’Uomo”. Il figlio dell’uomo cui si riferisce il verso lucano ovviamente è Gesù per cui il significato di tale versetto potrebbe essere inteso come se i due fatti (diluvio e passione) dovessero accadere nel medesimo TEMPO, ovvero entrambi di venerdì (mah!)

… Sta di fatto che il numero 17, espresso in cifre romane, contiene le stesse cifre della locuzione tombale VIXI (son morto) per cui il venerdì diciassette è il giorno della morte e della punizione divina sia per il nuovo (cristiani), che per l’antico (ebrei) testamento, sia per i nostri padri latini.

Meglio quindi fare le riunioni importanti prima e dopo, di questi tempi meglio non sfidare la sorte.

Foreign fighters - Ieri, nascosto tra le notizie sulle false polemiche della nostra politichetta, il Consiglio Supremo di Difesa ha preso atto delle decisioni americane sulla lotta all'ISIS. A noi tocca ovviamente la Libia e quando si deciderà di bombardare saranno i nostri a farlo.

Occorre però una maggiore integrazione tra le Armi e i sistemi globali, cioè americani e israeliani. Se l'Arma dei carabinieri ad esempio non vuol perdere il treno dell'aggiornamento tecnologico in atto deve sbrigarsi a mettere a disposizione dell'intelligence anti ISIS i nomi dei nostri sospetti jhadisti. e bisogna dare un'ottima impressione di security a Milano.

La NATO in questa fase è ferma e visto che la Turchia, pur essendone membro, rema contro bisogna sbrigarsi a chiudere la faccenda delle nomine.

Il governo ha detto che va bene tutto purché non ci sia da tirar fuori altri soldi non previsti...

Renzuschino e le sue belle ministre avranno il loro daffare. Buon lavoro.

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9 ottobre 2014 4 09 /10 /ottobre /2014 00:35
Ante Pavelic e l'assassinio di Marsiglia

Il 9 Ottobre 1934 il cacciatorpediniere Dubrovnik della marina jugoslava entra a Marsiglia. Alessandro I, re di Jugoslavia è in visita di Stato. Viene accolto a terra dal ministro degli esteri francese Louis Barthou. La visita ha una valenza antifascista internazionale e la stampa ha dato risalto all’evento.

Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia e Romania avevano dato vita alla Piccola intesa dopo il disfacimento dell’impero asburgico e la Francia si comportava da potenza protettrice. Due mesi prima era avvenuto il tentativo di Anschluss connesso con l’attacco mortale a Vienna contro Dollfuss, cancelliere nazista rivale di Hitler. Il movimento fascista era al vertice della propria parabola e Mussolini era reduce dal successo di (Monaco) ove aveva dimostrato di saper arginare le intemperanze hitleriane.

Emergevano in Europa tendenze all’imitazione del fascismo italiano oltre che in Germania ed Austria anche in Belgio, nei Balcani ed in Spagna. A Roma era stata fondata l’internazionale fascista che terrà di lì a poco, in dicembre, il primo congresso in Svizzera. Vi parteciperanno 14 delegazioni straniere.

Alessandro I aveva difficoltà interne. La Croazia non accettava facilmente i confini multinazionali disegnati a Versailles ed al proprio interno era nato il movimento clandestino filofascista degli Ustascia di Ante Pavelić. Costui era in Italia, a Siena, aiutato dall’OVRA nell’organizzazione dei seguaci. Documenti falsi ed armi di ogni tipo. Ospiti a Borgotaro di Parma per addestramenti clandestini sulla Cisa c’erano i suoi killer specializzati tra i quali Eugen Kvaternik. Costui raggiunse Marsiglia con una pattuglia di killer, incontrò Maria Vudrasek la quale fingendosi incinta aveva portato le armi. Alcuni spari tra la folla crearono scompiglio e un uomo armato saltò sulla vettura scaricando il caricatore su Alessandro e su Barthou. Venne abbattuto da una sciabolata del colonnello a cavallo. I giornali internazionali attribuirono subito la responsabilità dell’attentato ai servizi segreti italiani.

Pavelič nel 1941 diventerà con pieni poteri leader del Regno di Croazia, sul cui trono sarà posto (simbolicamente) Aimone d’Aosta, e morirà nel proprio letto a Madrid nel 1949.

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