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13 ottobre 2015 2 13 /10 /ottobre /2015 09:48
L'ultima notte del Rais

L’ultima notte del Rais di Yasmina Khadra (Sellerio 2015) –

150 pagine che romanzano la morte di Mohammar GEDDAFY. L’autore, algerino, si chiama Mohammed Moulesshoul ed è un militare di carriera che ama scrivere.

Un militare che scrive e pubblica con successo mi fa pensare, da qui quindi la mia curiosità.

.

Notte a Sirte 19 Ottobre 2011. Geddafy riposa davanti alla tenda come lo zio tuaregh della sua infanzia che prendeva il tè nel deserto. Sente che le sue guardie del corpo dubitano, ma si sente ancora forte e sicuro, basterà la fede.

Ma si trova in una scuola abbandonata del distretto 2 e i cecchini sono appostati. Forse il rais sottovaluta e scambia due parole con l’attendente. Si rende conto che costui non sa perché succede ciò che succede in Libia e lo caccia perché aborre i suoi ragionamenti. Ma anche gli altri suoi fedelissimi come Abu Bakr, mostrano un profilo da “bandiera a mezz’asta”. La situazione è critica, vicina allo sfascio, con il rischio di bombardamenti. I figli di Geddafy con i loro incarichi militari sono deludenti.

Alla fine, nell’intimità con Amira verifica la scorta di eroina in esaurimento e rinuncia, cosa rara, ad onorarla a letto. Pensa alle donne che hanno ceduto al suo potere e a quella di cui ha abusato solo grazie al potere nel 1972. Sogna di incontrare Vincent Van Gogh nel deserto. Una visione che gli ricorda il successo del colpo di stato del 1 Settembre 1969 quando sfruttando l’assenza di re Idris, realizzò assieme ai suoi seguaci militari l’operazione “pugno di ferro”.

Geddafy vede nel suo onirico Van Gogh una sorta di ispiratore salvifico che appare in sogno per aiutarlo con messaggi e premonizioni. Anche il libro verde e il colore della bandiera nazionale da lui scelte si ispirano al cappotto di Van Gogh…

“Il potere è allucinogeno, perciò non si è mai al riparo dalle fantasie omicide “ PG61

In un colloquio col suo braccio destro Al Mansour, Geddafi perpetua il suo errore di valutazione sui pericoli immanenti e si mostra convinto che il popolo insorgerà in sua difesa perché si rederà conto che in giro per le strade della Libia c’è Al Quaeda. “Vinceremo entro la fine di Ottobre”.

Ed ha un terribile scatto d’ira quando l’interlocutore non nega ch’egli abbia commesso errori nella gestione degli affari si Stato tali da far sì che ora il popolo si ribelli. Tutto ha un prezzo, la fedeltà e il tradimento… il coccodrillo non si ammannisce asciugandogli le lacrime.

Il mattino seguente Abu Bakr gli mette assieme una scorta di dodici auto con una cinquantina di soldati ben equipaggiati tra i quali il giovane tenente colonnello Brahim Trid, “l’Otto Skorzeni personale” il giovane militare intrepido e di intelligenza superiore che gli ha messo al riparo in Algeria alcuni componenti la famiglia. Ed è previsto inoltre l’arrivo delle milizie inviate dal figlio, capo delle forze armate. Basta solo aspettarlo preparati.

Un prigioniero davanti alla morte gli dà del bastardo e questa parola turba profondamente Geddafy come le apparizioni oniriche di Van Gogh.

Chi è Albert Preziosi? E’ il vero padre di Muhammar, un pilota corso abbattuto nel deserto nel 1941 e poi salvato e curato dalla famiglia di Geddafy. Il suo padre naturale. Questo è il risultato di una inchiesta condotta dall’esercito di sua maestà re Idris quando venne esaminata l’istanza di promozione a capitano. Muhammar capì che era la verità e ruppe i rapporti con la famiglia che glielo aveva taciuto.

Inizia il bombardamento e arriva la consapevolezza di essere stati presi nella trappola finale. (pg 122) Le prossime 40 pagine sono una frenetica ricostruzione della fine di Geddafy. La colonna d’auto blindate riesce a ricongiungersi con quella del figlio, ma sarà inutile. La superiorità militare degli insurgers, in particolare per l’uso dei droni, sarà decisiva. Il cerchio si stringe ed uno dopo l’altro i protagonisti del regime cadranno sotto colpi di ragazzini super armati e indiavolati.

In questa fiction sembra che sia il popolo a linciare Muhammad Geddafy , inoltre l’autore sembra mosso da un odio personale che condisce la scena con maltrattamenti estremi degni solo di fantasie infantili.

Il momento della morte di Geddafy è stato filmato col telefonino e diffuso in tutto il mondo. La ricostruzione di Yasmina Kadra (Mohmmed Moulessoul) ne fa una iperbole rivoluzionaria come se fosse stato il popolo giustiziere a uccidere il Rais mentre in realtà sono stati solo dei barbari ultra armati e foraggiati dall’occidente.

Ma l’autore, ex militare algerino che vive in Francia, è prigioniero della propaganda antilibica e racconta una storia che non va oltre le ricostruzioni di comodo fatte all’epoca. L’enfasi viene posta sui tratti istrionici ed egopatici dell’uomo Geddafy come se l’occidente si fosse mosso per liberare il popolo da un tiranno maniacale.

In realtà dopo la caduta di Muhammar Geddafy il mondo è cambiato in peggio e oggi la situazione dei gruppi tribali libici è allo sfascio. In Libia ci sono due governi e quelli stessi insurgers che hanno linciato il rais si sparano uno contro l’altro quotidianamente senza un senso, un obiettivo un’ideale o una speranza che li guidi. Quella operazione, quella guerra, voluta da Stati Uniti, Francia ed Inghiterra, è servita solo a forgiare una leva di terroristi che ora usano le armi e gli arsenali libici in Siria contro Assad. E la televisione occidentale tace, anzi nasconde una realtà che è più cruda delle stesse fantasie vendicative di questo libro. Un racconto sull’ultima notte del rais, che lo fa parlare in prima persona senza alcun accenno alla politica di Geddafy, allo sviluppo della Libia, alla battaglia per l’autonomia e il futuro dell’Africa.

C’è da chiedersi come mai la Sellerio, che di solito ha buon gusto, si presti ad operazioni propagandistiche dal sapore ripugnante come questa.

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24 giugno 2015 3 24 /06 /giugno /2015 21:51
E' arrivata la bufera di Giulietto Chiesa

e' arrivata la bufera! La crisi globale accelera e cambierà tutto: anche i rapporti di forza muteranno. Sta a noi decidere a vantaggio di chi.

L’impianto concettuale del testo oscilla tra l’analisi geo-sociopolitica della situazione internazionale, la sua interpretazione secondo un modello realcomplottista e la tesi per una ricostruzione del movimento politico di alternativa globale. Il tutto in trecento pagine piuttosto dense e ben scritte, le quali ripropongono in forma aggiornata quanto l’autore aveva già annunciato nel precedente lavoro, sempre con l’editrice PIEMME, titolato:” INVECE DELLA CATASTROFE”.

Quel titolo è nettamente appropriato rispetto ai contenuti perché premette l’idea che esista una alternativa al crollo totale. Si propone infatti una speranza alternativa alla catastrofe economica e sociale mondiale. Bisogna però assumere l’idea assiomatica secondo la quale lo sviluppo non è affatto inesauribile, ma limitato e siamo or ora arrivati davanti al precipizio.

Si parte dalle elaborazioni sessantottine del Club di Roma, rese note nel 1972 nel noto libro “I LIMITI DELLO SVILUPPO”, per riesaminare lo stato di progressivo esaurimento delle risorse con il conseguente approssimarsi della catastrofe. Viviamo nella illusione di una crescita senza limiti e siamo in piena fase di “overshooting” da quarant’anni, ci ricorda Giulietto Chiesa prendendo il concetto da Samuel Huntington. La catastrofe avrà la forma di una molto probabile Terza Guerra Mondiale, dovuta alla necessità di sopravvivere in questi ultimi anni sterminando i concorrenti nell’uso delle risorse energetiche. Fatto questo che rende la sopravvivenza dell’umanità meno probabile in questo secolo di quanto non lo sia mai stata.

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Non è la teoria marxista del crollo del capitalismo, ma in certi aspetti del retropensiero gli assomiglia. In termini però rovesciati. Il crollismo marxista si basava infatti sulla teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto che non solo non si è avverata, ma si è capovolta negli iperprofitti del capitalismo finanziario mondiale. Un sistema fondato sul debito, anzi: denaro – debito – denaro. Un ciclo che non si alimenta più del valore di risorse materiali, ma di comunicazione. Padroni del debito e proprietari della comunicazione globale coincidono infatti in una nuova élite politicamente irresponsabile la cui arma strategica è il MAINSTREAM. Il messaggio fondamentale per questo mondo dominato è TINA: There Is No Alternative. Non c’è alternativa…

E la confutazione di questo assioma è lo scopo del libro.

Per individuare i gestori di questo modello di “crisi polisistemica” che attanaglia il mondo globalizzato in un debito insostenibile Chiesa ricorre alla espressione “Masters of the Universe” coniata da Paul Krugman, premio Nobel dell’economia.

E chi sono? Sono quelli di pagina 187. O meglio del capitolo sulla crisi dell’Europa. Stanno nei CdA delle principali Banche di Investimento e anche delle agenzie di valutazione. Quelli del “binomio Wall Street/City of London” che Giulietto richiama in più parti. La crisi dell’Europa la vogliono loro e puntano sulla guerra a Putin.

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Che fare? “… aprire il fronte di un nuovo processo costituzionale, che parta dalla cancellazione dei trattati di Maastricht e di Lisbona e che rivendichi per i popoli europei il diritto di approvare i documenti fondanti mediante referendum.” Ma attenzione a non ripiegare, se non in caso estremo, sul nazionalismo, non uscire dall’Europa, non uscire dall’Euro, altrimenti si fa il gioco, appunto, del nemico. Leggendo il libro in questi giorni, caratterizzati dal mainstream allarmistico sull’uscita della Grecia, ci pare di sentire Sipras… Non stare al gioco del nemico che vuole dilazionare il collasso continuando (COME HANNO FATTO CON 9/11) a produrre debito. La liberazione non avverrebbe con l’uscita dall’Euro, ci troveremmo in un mare aperto in tempesta stando a bordo di una “barchetta nazionale”. Occorre invece attrezzarci per una battaglia che imponga regole alla finanza mondiale sottoponendola a controlli democratici.

La crisi dell’Euro è il dito, guardiamo alla luna. Il corposo capitolo dodicesimo, sul tema di “quale democrazia” conclude in proposito con tendenze che mi diverto a definire neoleniniste:

1) i tempi della crisi non aspettano le buone intenzioni di nessuno e non dipendono dalla politica ma dalla dinamica dei processi naturali che abbiamo sconvolto.

2) non sottovalutare la potenza dell’avversario, non avremo mai la maggioranza.

3) ci vuole organizzazione. Solo una minoranza organizzata e consapevole può influire sui processi. Anzi, ci vuole proprio un “partito” che, ferma restando l’impossibilità di transizione in un paese solo, sappia dove si deve andare e lo comunichi diffondendo le direttive (pg. 286)

Il libro è stato scritto ed è uscito prima della enciclica francescana, ma in più punti è attinente. Ad esempio laddove ci ricorda che l’ambiente naturale sta rispondendo alla corsa energetica spregiudicata dell’ultimo mezzo secolo e su tali fenomeni la dinamica del denaro è completamente cieca.

Gli scienziati del Club di Roma, scrive Giulietto, nei loro nove scenari avevano ragione. Tuttavia la vera situazione mondiale è ancor più grave: non hanno previsto la guerra come risposta. Sta a noi evitare, se ce la facciamo col poco tempo che rimane, lo scenario 10:

quello di WW3.

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29 aprile 2015 3 29 /04 /aprile /2015 21:38
IL TESORO DEI VINTI, di Gianni Oliva

IL TESORO DEI VINTI è un libro di Gianni Oliva edito da Mondadori che pubblica una ricostruzione storiografica secondo la quale nel ’45 il PCI fece scomparire il tesoro della Repubblica sociale per poi finanziarsi la rivoluzione. Gianni Oliva parte dal processo, esamina i documenti, gli usi politici della vicenda e approda al mistero. Oggi questa parola va di moda. Una volta si sarebbe scritto “giallo” oppure “enigma”, ma oggi con queste parole di vende meno.

Dal suo libro si ricava che la vicenda nota come “l’oro di Dongo” è uno dei misteri italiani ancora senza verità e giustizia. Una storia la cui verità costituisce uno dei tanti debiti morali della prima repubblica verso le nuove generazioni.

A partire dal 27 Aprile 1945 e nei giorni successivi presso il municipio di Dongo vennero accumulate e inventariate le valigie e le varie cose raccolte dai partecipanti alle convulse fasi della intercettazione della colonna repubblichina in fuga. L’inventario venne portato avanti da due partigiani poi divenuti figure controverse: il Capitano Neri, ovvero Luigi Canali, e la partigiana Gianna, ovvero Tuissi Giuseppina e alla fine redatto e firmato da tutto il vertice della 52ma Brigata Garibaldi. Il Canali non era un comunista allineato. Il tesoro venne affidato alla federazione comasca del PCI tramite il suo segretario Dante Gorreri (poi parlamentare del PCI fino al 1972). Il trasporto di borse e valige venne effettuato dalla Gianna, che però venne arrestata per sospetto collaborazionismo. Sotto la direzione di Luigi Longo poi il tesoro scomparve. Nelle settimane successive scomparvero per sempre anche cinque tra i partigiani coinvolti nell’operazione, tra i quali ovviamente anche Tuissi e Canali. Venne aperto un processo per omicidio, malversazione, furto ecc. ma esso si impantanò tra le competenze militari alleate e quelle ordinarie.

Nel 1957, dodici anni dopo, il processo della magistratura ordinaria venne trasferito da Como a Padova, ma quel processo non verrà mai terminato a causa della malattia di un giudice popolare che alla fine si suicidò. Vergani morì nel 1970 quando era ancora parlamentare del PCI.

Rossella Favero, Silva Girallucci e la Cooperativa Sociale Altracittà hanno lavorato con i detenuti del carcere padovano alla digitalizzazone dei documenti, compresi i faldoni del processo rendendo così possibile il suo ripescaggio letterario.

Mirella Serri ha scritto il libro UN AMORE PARTIGIANO che restituisce al Capitano Neri e alla sua compagna Gianna una memoria degna.

Consiglio a chi, come me, ha ancora vecchie tessere del PCI disperse negli scatoloni della cantina, di leggerlo ora, senza aspettare l’estate perché si rovinerebbe le ferie.

Consiglio anche di accompagnare la lettura con cibo fresco, brodi di verdura e vini bianchi mossi dell’entroterra Veneto. Un posto d’Italia dove il PCI è sempre stato solo un piccolo pesciolino rosso in una vasca di squali bianchi affamanti di potere e di particole.

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25 aprile 2015 6 25 /04 /aprile /2015 11:29
LA BANDA DEGLI AMANTI, di Massimo Carlotto

Massimo Carlotto torna in libreria rilanciando il proprio standard noir.

Nelle interviste dice in giro che ormai (dopo sei anni) doveva farlo per la pressione dei lettori. Penso anch’io sia così perché si tratta di uno scrittore cult, che presuppone un codice lettore/scrittore condiviso. Chi cerca Carlotto difficilmente accetta il politically correct, o le donne idealizzate e pretende le allusioni alla realtà, quella veneta in particolare, con i suoi fatti di nera. E qui si ritrova.

L’alligatore, Pellegrini e Campagna si ritrovano sul medesimo stage. Un corto circuito che fa di questo romanzo una tappa miliare nell’itinerario carlottiano.

La lettura è quella tipica: non meditare, divora le pagine. Qualche volta i nomi dei nuovi personaggi devi ricontrollarli perché non ti ricordi più chi sono, ma questo è tipico dei gialli, soprattutto quelli americani con i nomi comprensibili solo a coloro che hanno studiato inglese. Di solito però non c’è problema e non si perde mai il filo.

In due tre casi qui cambia anche l’identità dell’io narrante e te ne accorgi dopo un po’. Di solito parla Buratti, ma un paio di volte parla Pellegrini. Niente male, si capisce meglio la situazione. Pellegrini è ordinato nella sua ratio criminale e quando parla lui ti offre un punto di vista risolutivo. Insomma il risultato è felice. Bravo Massimo.

La parte francese della storia è un po’ per conto suo e costituisce un preambolo emotivo alla storia principale del libro, la banda degli amanti, appunto.

Poi il ph tipicamente acido della narrazione carlottiana viene un po’ neutralizzato dal personaggio della riccona svizzera (Oriana Pozzi Vitali) troppo sentimentale per essere vera. Nelle sue pagine in corsivo, tipicamente femminili, si raggiungono sviolinate insolite, tipo: ”Mi ritrovai nuda tra sue braccia, sembrava che lui mi conoscesse da sempre. Sapeva come, dove…”(pg 57) Qui il ph punta verso Liala, contrastando palesemente con quello del narrante standard Giorgio Pellegrini il quale, per descrivere una circostanza similare, usa termini più precisi: “L’aiutai a scendere e la feci distendere sul parquet. Le strappai gli slip e le aprii le gambe con gesto secco. Martina mi accolse con gratitudine.” (pg 123)

Penso che LA BANDA DEGLI AMANTI possa aprire un nuovo filone, quello dei cross-over tra personaggi letterari altrimenti esausti. Alcune strizzatine d’occhio del finale lo lasciano intendere: chi dovrebbe morire non muore, qualche promessa di vendetta ecc. Mi auguro quindi che Carlotto ne scriva altri perché merita, anche questa volta, di essere letto.

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1 dicembre 2014 1 01 /12 /dicembre /2014 18:16

Il 1 Dicembre 1934 a Leningrado, presso l’edificio dell’ex collegio femminile dal quale Lenin e Trotskij diressero le ultime fasi della rivoluzione d’Ottobre, viene ucciso Kirov Sergej Mironović. Costui era molto vicino a Stalin e considerato da vari osservatori come suo delfino.

Leonid Nikolaev fu il suo assassino, trovato con la pistola fumante sulla scena del delitto. Era il marito di Larissa Nikolaeva, la segretaria particolare di Kirov. Il fatto venne liquidato come delitto passionale motivato dalla gelosia, ma rimangono succosissimi dubbi soprattutto sul lato politico della storia.

A raccontarceli bene, in poche pagine e senza fronzoli, è lo storico/giornalista Arrigo Petacco nel suo libro LA STORIA CI HA MENTITO (Mondadori 2014). Egli sostiene che Stalin sfruttò l’episodio con sospetta velocità per accelerare la svolta autoritaria che diede avvio alle purghe. Stalin infatti fu avvertito subito per telefono della morte di Kirov e partì immediatamente da Mosca per partecipare agli interrogatori. Ma in quegli istanti, pochi minuti tra la telefonata e la partenza, scrisse di suo pugno il testo di una delle leggi più liberticide del secolo scorso: “1 - Si ordina a tutti i tribunali di accelerare i processi contro i cittadini sospettati di essere nemici dello Stato. 2 – Si ordina che gli imputati siano privati di ogni diritto di difesa, appello e grazia. 3 - Si ordina che le sentenze siano eseguite immediatamente. ”

Sembra impossibile a leggerlo ora. Anche la peggior propaganda anticomunista oggi come oggi stenterebbe a credere in un simile testo. Ma Petacco la riporta in questi esatti termini forte della credibilità della sua fonte, niente meno che il segretario del PCUS Chruscev al XX Congresso.

Da quel momento si poteva fare il processo al mattino e l’esecuzione nel pomeriggio sulla base di un semplice sospetto. E così infatti avvenne in molti casi, culminati nel 1936 – ‘38. In proposito un vecchio lettore di tanta, troppa, letteratura comunista come me non può non citare Zinoviev e Kamenev processati e condannati a morte poco più di un anno dopo. Ma anche Radek e Piatakof che ebbero la stessa sorte nei mesi in cui usciva il formidabile libro di Trotskij La rivoluzione tradita.

Oggi non c’è dubbio che era vero quello che scrisse subito Trotzkji dall’eslio: “Stalin ha fatto uccidere il suo amico più caro per addebitare il delitto alla opposizione interna e ottenere man libera nel liquidarla completamente.” Ma all’epoca, si sa, egli non fu creduto neanche dagli anticomunisti, ai quali andava bene che durante la guerra di Spagna venissero fatti fuori i trozkisti e gli anarco-rivoluzionari dagli stessi comunisti stalinisti. Ma alla fine a tagliare la testa al toro in favore della verità (ammesso che sia questa perché non si sa mai…) fu proprio un comunista vent’anni dopo, quando appunto al XX Congresso sotto la guida di Chruscev il capo della polizia sovietica Sciegliepin dichiarò: “L’assassinio di Kirov fu usato da Stalin, Molotov e Kaganovic come pretesto per eliminare i compagni che erano loro antipatici.” E oggi rimane anche nei vecchi comunisti la convinzione che quel decreto fosse in realtà già pronto al momento della notizia.

Larissa era molto bella ed era l’amante, si dice appassionata, di Kirov il quale, si dice, ricambiava al punto che aveva fatto trasferire il marito, funzionario di partito, a Murmansk a dirigere un campo di concentramento. Costui, il Nikolaev, si era visto negare il permesso di rientrare a Leningrado varie volte e, incazzato, era rientrato in violazione degli ordini sorprendendo i due amanti. Il fatto che quel rientro illegale non fosse stato bloccato dalla polizia è molto insolito, vista l’efficienza, e costituisce un forte indizio di complicità del potere. Come pure il fatto che egli sia entrato di notte senza alcuna difficoltà nel sorvegliatissimo edificio del Comitato Centrale. Infine le ricerche svolte ai tempi del XX Congresso dimostrarono che Borisov, l’ufficiale della polizia segreta cui era stata affidata la protezione di Kirov perì in un incidente d’auto mentre veniva portato a Mosca.

Anche Svetlana, la figlia di Stalin, rivelò circostanze sul caso riguardante la morte dello “zio Sergej”. Disse che fu Berja, non suo padre, ad ordire il finto assassinio passionale al fine di eliminare colui che lo teneva in pugno perché conosceva i termini della sua (di Berja) segreta partecipazione al movimento musulmano Musavat durante la guerra civile contro l’Armata Rossa. Situazioni molto complicate. Sta di fatto che dopo l’eliminazione dell’ostacolo che stava tra lui e Stalin la carriera di Berja fu fulminea. E sta di fatto che il gruppo stalinista sfruttò “oggettivamente”, come si diceva una volta nelle analisi leniniste, l’evento, al fine di consolidare il potere proprio e liquidare il vecchio bolscevismo.

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21 novembre 2014 5 21 /11 /novembre /2014 19:18

Il G20 di Brisbane avrebbe avuto l’ovvia priorità di cercare un nuovo impulso al mercato globale, ma anziché predisporre una agenda mirata ad affrontare le questioni mondiali ha visto il gruppo del G7 tentare di imporre una agenda che riguardasse al massimo la congiuntura dei 20 paesi più ricchi del mondo.
Quindi la lente distorta dei media occidentali ha imposto i temi di un dibattito fuori agenda. Stando a questo maistream a Brisbane il mondo, scandalizzato dall’invasione russa dell’Ucraina, ha isolato e condannato Putin che se ne è andato prima con la coda tra le gambe.
I nostri strapagati giornalisti, quelli che usano abbeverarsi a Washington, hanno fatto la loro parte con pieno senso della disciplina. Complimenti.


Peccato che la realtà sia ben diversa: a Brisbane un Obama definitivamente delegittimato dalle elezioni di medio-termine, una UE inconsistente rappresentata da un ragazzino delegittimato dalla proprie piazze e una Merkel cortesemente odiata da Francia e Inghilterra hanno nascosto il proprio pantano finanziario dietro una falsa polemica antiputiniana che ha fatto ridere i cinesi, gli indiani i sudafricani e i brasiliani.

@@@

Il vero problema che l'Occidente ha con Putin è che in prospettiva la Russia, nell'anno in cui il PIL cinese supererà ogni record mondiale, avrà una forza contrattuale notevole sui tavoli internazionali, in particolare il WTO. E pertanto sta giocando l'unica carta che rimane: la NATO.

Ma è proprio tale alleanza militareche sta diventando il primo problema mondiale ed ha le sue radici nelle miopi furbizie di 25 anni fa.

Riporto qui di seguito alcune considerzioni di un esperto russo, pubblicate nei giorni dl BRISBANE.

Andrey Shushentsov
Com’è noto Russia e Occidente interpretano in modo differente il processo di espansione della NATO. Tali differenze sono radicate nel modo diverso di intendere la fine della guerra fredda. Secondo l’interpretazione dei leaders russi essa fu il risultato dello sforzo congiunto messo in atto da USA e URSS alla fine degli anni ottanta per spostare le relazioni dal confronto alla cooperazione.


I russi si aspettavano che, dopo una fine consensuale della fase di confronto, le due parti potessero determinare congiuntamente il futuro delle aree di reciproco interesse. Il nodo principale era proprio il futuro della NATO. Durante i colloqui relativi al futuro della Germania infatti tale tema era stato più volte toccato. Alla fine i sovietici convennero di non opporsi alla riunificazione mentre gli stati membri della NATO convennero di non redistribuire le infrastrutture militari nel territorio della ex Germania Est, accordo che ancora onorano. Ma rimase controversa l’interpretazione degli accordi sul punto che riguardava la possibilità o meno di espandersi negli altri territori dei paesi dell’Est.
Secondo le note personali dell’allora segretario di Stato James Baker il tema venne discusso in una conversazione con Gorbaciov a Mosca nel Febbraio del 1990. Tali note però non sono complete per quanto riguarda le posizioni finali delle parti. Si può però dire che nonostante tutto l’URSS esprimeva una adamantina opposizione ad ogni espansione.
Durante le discussioni precedenti (1989 – 90) il tema della espansione NATO non era mai stato discusso perché il patto di Varsavia era ancora in piedi ed era ancora aperta una speranza che si potesse raggiungere un nuovo status quo in Europa. Ma partendo dal 1991 l’URSS perse il controllo degli eventi anche nell’Europa dell’Est. I governi comunisti caddero e il Patto di Varsavia si dissolse. Da allora non vi fu più alcuna spinta occidentale alla ripresa dei colloqui con Mosca fino alla caduta e successivamente, con Boris Yelsin, le richieste di garanzie NATO vennero lasciate cadere. Addirittura iniziò a circolare l’idea di unirsi alla alleanza.


Da parte loro invece, i paesi membri della NATO percepivano la situazione come una chiara vittoria e iniziarono ad implementare un programma di iniziative atte a trasformare il blocco in una organizzazione di sicurezza universale. In tale contesto la Russia finì di essere percepita come partner di uguale livello diventando uno dei tanti paesi con cui sviluppare relazioni indipendenti.


[21 Novembre 2014]





Brisbane: vertice inutile
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14 novembre 2014 5 14 /11 /novembre /2014 23:50
International New York Times, november 12, 2014
International New York Times, november 12, 2014

La retorica di questi giorni sul venticinquennale della caduta del muro di Berlino non ha dato all’intervento di Gorbacev lo spazio che avrebbe meritato. Ci viene però in soccorso, almeno per coloro che non stanno al gioco delle balle occidentali, il New York Times col suo inserto a pagamento.

Si tratta di un supplemento che spiega direttamente le posizioni russe senza mediazioni più o meno strumentali della stampa occidentale; un foglio di quattro pagine che ci permette di conoscere un punto di vista alquanto oscurato.

I nostri telegiornali hanno in particolare messo in ombra le chiare critiche di Gorbacev all’inadempienza occidentale con riferimento alla Carta di Parigi per una nuova Europa. Un documento sottoscritto da tutti i paesi europei, gli Stati Uniti e il Canada nel 1990. Esso all’epoca costituì un fattore di affidabilità nei confronti dell’occidente da parte dei sovietici perché ad esempio prevedeva la creazione di un Consiglio di Sicurezza per l’Europa, ma non fu poi realizzato. Fu lasciato cadere lasciando il posto al processo di espansione della NATO che prese corpo nel decennio successivo.

Questa inadempienza sta alla base della incomprensione attuale, con il rischio di ricadere in una nuova guerra fredda.

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4 novembre 2014 2 04 /11 /novembre /2014 00:32


L'acronimo P.I.D. significa Paul is Dead ed è una tipica leggenda metropolitana. Essa si è consolidata con il presupposto implicito che il musucista (Paul McCarteney) sia morto e sostituito da un sosia. Ma è difficilissimo credere che un sosia sia bravo musicalmente, vocalmente, mediaticamente ecc. quanto colui che ha sostituito... Eppure dagli anni settanta la mia generazione si sbizzarrisce nel gioco di decodificazione delle tracce di verità che sarebbero state diffuse dai Beatles per farlo sapere. E' un gioco, certamente, Ma è anche un fatto politico. Un fatto che con l'avvento dei nuovi media si sta rafforzando.

Si tratta infatti della prima vicenda che ha fatto attraversare la soglia della Conspiracy Theory alla cultura sessantottina. Ovviamente i complotti e la relativa cultura, giusta o sbagliata che sia, esistevano eccome, pensiamo ad esempio alla uccisione di John Kennedy, ma si trattava di qualcosa che riguardava la sfera politica, qualcosa che stava aldilà dello schermo televisivo o della carta di giornale. Mentre con questa storia di Paul McCarteney il complottismo, le sue tecniche, il suo fascino, entrarono direttamente nel silenzio delle nostre camerette, sulle copertine degli albums che copiavamo e nei nostri giradischi. E oggi che una vita intera ci ha fatto crescere molto pelo nello stomaco, oggi che il web rende molto meno sostenibili le false narrazioni mediatiche, quella leggenda complottista è sempre più accattivante e, paradossalmente, sempre più credibile.

A tutt'oggi lo stato della narrazione italiana di tale vicenda è quello che si può vedere nella trasmissione di Roberto Giacobbo nel 2012 (vedi clip allegata).

In essa si mostrano due aspetti relativamente nuovi per la narrazione italiana ovvero l'intervista a Bettina Kirshbin e a sua figlia, concepita ad Amburgo in un rapporto sessuale con Paul e la ricerca biometrica condotta dalla università di Pavia. Entrambe novità che depongono a favore della tesi complottista.

Gabriella Carlesi, medico legale anatomopatologa esperta nel riconoscimento craniometrico, e Francesco Gavazzeni, esperto in informatica, hanno riesaminato il caso. Sono esperti che in altre occasioni hanno collaborato con il team che conduceva le indagini sul caso del Mostro di Firenze. E ciò i rende particolarmente credibili perchè nel caso Mostro di Firenze sono coloro che hanno esaminato i documenti fotografici realtivi alla morte di Francesco Narducci sul lago Trasimeno. Si tratta di atti ufficiali dello Stato Italiano.

Nel caso del Mostro di Firenze, come in questo di Paul McCarteney è stata utilizzata questa metodologia di indagine che viene chiamata "biometria" e sviluppa le concezioni applicate nell'ottocento dalla polizia francese. Essa viene applicata anche realizzando perizie antropometriche su fotografie e filmati.
La perizia è stata condotta nell'Istituto di Medicina legale di Pavia, diretto dal prof. Giovanni Pierucci, titolare della cattedra di Medicina Legale.
La perizia McCarteney è stata condotta analizzando immagini di Paul dagli anni sessanta ad oggi. Una volta individuate le foto migliori per qualità ed inquadratura si è proceduto a misurazioni, confronti e comparazioni.
Il Paul dei successi da solista, campagne vegetariane, tour e divorzi miliardari vienen chiamato "Faul" (radice di "False" e fusione tra Fake e Paul). Ma per quanto riguarda le foto dei primi anni c'è una forte incertezza di datazione. Le stesse istantanee professionali dell'epoca ancor oggi hanno date diverse. Sgt. Pepper's (Giugno 1967) è il primo disco pubblicato dopo il supposto incidente mortale e conterrebbe la prima foto di Faul. Segna un cambio di look e di stile. In quella foto il volto di Paul è stato oggetto di interventi correttivi, ad esempio i baffi hanno lo scopo di alterare la percezione del punto naso-spinale.

La caratteristica di questo tratto è che non può essere cambiato per via chirurgo plastica, se risulta modificato quindi significa che qualcuno ha voluto modificare la foto in fase di stampa. Anche la forma del palato rilevabile da foto post '67 è incompatibile con quella rilevabile dalle foto pre- 66. Il canino superiore destro ante 66 sporge rispetto all'arcata dentale, mentre quello post 67 sporge, ma per effetto di correzioni stampa ed è incoerente con l'arcata dentale. Quest'ultima dopo il 67 ha i denti che non ruotano più sul proprio asse, ad eccezione proprio del canino. Si tratta di un intervento maxillo facciale già di per sè improbabile e comunque irrealizzabile negli anni sessanta.

Nota: un aspetto non secondario di questa possibilità e che a questo punto tutte le analisi esoteriche, comunicative e musicali che portavano a concludere in favore della la tesi complottistica e tacciate di essere spazzatura verrebbero rivalutate

L'altra novità più giallistica e meno scientifica, coinvolge le prospettive di eredità McCarteney. esiste infatti una pretendente figlia di Paul ed Erika Wohlers i quali ebbero un rapporto negli anni di Amburgo. Bettina Krischbin nacque nel 1961 e non venne riconosciuta da Paul come sua figlia, ma le parti addivennero ad un accordo che impegnò Paul ad aiutare il mantenimento della bambina con un versamento mensile di 200 Marchi. Nel 1979, giunta all'età adulta Bettina fece causa e il risultato in tribunale (non è chiaro il tipo di test di paternità) fu negativo. Ciò ovviamente non porta alla identificazione di Faul, ma costituisce un particolare intrigante. Infatti Bettina non ha ancora perso le speranze perchè se si dimostrasse la falsa identità di Faul si riaprirebbe per lei la possibilità di rimettersi in corsa per il riconoscimeto della linea ereditaria.

A giudizio della perizia Carlesi/Gavazzeni il particolare decisivo è però quello del TRAGO. (un pezzo d'orecchio) ...






òòò

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29 ottobre 2014 3 29 /10 /ottobre /2014 16:36
Appunto del gufo: gettonare i sindacati?

Renzuschino sta cambiando l’Italia. Grande verità: mi è toccato vedere la ex ministra Gelmini dar ragione a Cgil. Il fatto è che renzuschino la sta facendo così fuori dal vasino che sta risvegliando gli istinti materni.

Che gli operai dovessero reagire alla balorda situazione sindacale che si sta creando nel paese l’avevo già intuito, ma che le belle ministre leopoldine non sapessero cosa significa “operai incazzati” quello ancora no. Operai incazzati per chi è vissuto a Valdagno significa monumenti rovesciati, città indignata, parrocchie costernate, giovani avviati sulla strada della contestazione ecc. Insomma, un sessantotto. Ma oggi chi lo vorrebbe? Io no, ricordo ancora le angosce di quei giorni. E sinceramente penso che non lo voglia nessuno.

Ma allora cosa cerca renzuschino? Spero che voglia solo vedere fin dove poter spingersi per poi fermarsi. I sondaggi di questa settimana gli diranno quanto paga, o quanto costa, l’attacco al sindacato. E non vorrei che il governo si riducesse ad avere bisogno che parli D’Alema per riguadagnare qualche punto…

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20 ottobre 2014 1 20 /10 /ottobre /2014 19:54
Beatificato un riformista, mainstream buonista

Il sinodo ha avuto risonanza internazionale e oggi si trovano vari servizi nei giornali stranieri. In Italia il quotidiano L'Avvenire, di ispirazione cattolica, dedica alcuni paginoni speciali. Interessanti alcune differenze di comportamento, seppur sottili, tra i principali quotidiani latinoamericani e nordamericani.

El Clarin, di Buenos Aires dedica molta più attenzione al lavoro sulla famiglia e al travaglio del documento finale, relegando in second'ordine la notizia relativa alla beatificazione di Paolo VI, mentre International New York Time in una corrispondenza da Roma dedica maggior enfasi alla beatificazione.

Il vaticano beatifica un riformatore è comunque il tema principale che costituisce il mainstream politically correct.

Un ritornello buonista che copre anche i venti di guerra libica cui anche il Vaticano sembra adeguarsi per difendere i cristiani arabi in pericolo.

Riporto qui alcuni passaggi tradotti alla svelta dell'articolo nordamericano.

Pope Francis ha presieduto domenica scorsa (ieri) la beatificazione di Papa Paolo VI, morto nel 1978 dopo aver guidato la chiesa attraverso un periodo di riformismo interno in una era di cambiamento politico sociale caratterizzata dalla sfida dei fedeli agli insegnamenti tradizionali. La cerimonia ha concluso una assemblea bisettimanale di vescovi convocati da Francesco per stabilire come possa la chiesa offrire la miglior guida al proprio gregge alla luce delle crescenti difficoltà incontrate dalle famiglie. Il messaggio che emerge dal documento finale approvato dal sinodo sabato pomeriggio è che la chiesa farà un passo avanti. Ma le tumultuose discussioni a porte chiuse suggeriscono che molti vescovi si sentano sfidati a cambiare gli insegnamenti tradizionali con riferimento alla comunione per i divorziati con secondo matrimonio civile così come per le coppie di fatto od omosessuali. Ma il linguaggio calmo ed accogliente del documento viene annacquato proprio su questi punti, coppie gay e divorziati, rispetto alla prima versione del documento rilasciata lunedì scorso quando il sinodo era a metà percorso. Pope Francis ha indirizzato i vescovi nella sessione finale indicando un allarme contro le “rigidità ostili” dei cosiddetti tradizionalisti ed invitndo alla cautela i progressiti dal “fasciarsi la testa prima di rompersela”. (Tipica espressione dell’Italia del nord dai cui emigrati egli stesso discende). Nell’omelia domenicale Pope Francis ha citate le parole di Paolo VI che portò a termine i lavori del Concilio Vaticano II introducendo significativi cambiamenti e avviandola chiesa al dialogo con le altre fedi e con i non credenti. Il cambiamento non va temuto perché Dio non lo teme, dice Francis, e “questa è la ragione per la quale esso ci sorprende continuamente aprendo i nostri cuori verso nuove vie”. Il cardinale Giovanni Battista Montini di Milano fu eletto Papa nel 1963 succedendo ad un altro riformatore: Giovanni XXIII che è appena diventato santo all’inizio di quest’anno assieme a Giovanni Paolo II. Paolo VI fu un Papa di molti primati, ha commentato l’altro giorno il cardinale Giovanni Battista Re. Egli fu il primo a dismettere la tiara per mostrare che l’autorità papale non è legata al potere temporale e quando essa venne venduta egli dette i soldi ai poveri come segno del suo impegno per la giustizia sociale. Egli abolì la Corte Pontificia e semplificando la Curia, braccio amministrativo del Vaticano. Egli comprese l’importanza dell’arte per la Chiesa e iniziò la collezione di arte moderna nel Museo Vaticano. Egli promosse l’unità dei cristiani e il dialogo ecumenico. Fu il primo papa a viaggiare in Israele prima che lo Stato del Vaticano riconoscesse ufficialmente lo stato di Israele. Visitò sei continenti durante il suo papato, che durò 15 anni. Egli è anche ricordato per la sua schietta enciclica Humanae Vitae del 1968, che riaffermò l’opposizione della Chiesa al controllo artificiale delle nascite. La beatificazione consegue alla certificazione avvenuta in Maggio di un miracolo attribuito alla sua intercessione ovvero la guarigione nel 2001 di un feto non nato del quale il medico aveva diagnosticato gravi difetti d nascita. Invece il ragazzo americano, che oggi ha 13 anni è un sano teenager la cui identità è tenuta segreta su richiesta dei genitori. Per essere dichiarato santo è comunque richiesta la certificazione di un secondo miracolo. E il reverendo Antonio Marrazzo, che ha promossa la causa di beatificazione, sostiene che anche dopo la morte Paolo VI continua a difendere la vita. Nel suo papato Paolo VI ha sempre cercato un terreno comune tra gli elementi conservatori e progressisti della chiesa e, dopo il Concilio Vaticano II, ha istituito il Sinodo per promuovere il dialogo continuo.

Va segnalato che nessuno riporta, neanche L'Avvenire, che domenica c’era anche la marcia per la Pace Perugia Assisi, evidentemente l’immanente guerra libica rende inopportuno ricordarlo…

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