Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
25 febbraio 2020 2 25 /02 /febbraio /2020 22:48

 

 

 

 

 

A metà degli anni novanta nei dintorni dell’aeroporto Catullo di Verona nei campi di Sommacampagna è caduto un aereo in fase di decollo. Era un Antonov carico di passeggeri con interessi in Romania. Si trova tutto su Wikypedia, come dice l’autore, ma la vicenda processuale per individuare cause e responsabilità si è protratta nel tempo approdando nel 2003 ad una sentenza penale che ha condannato il direttore dell’aeroporto con altri collaboratori. A contrario sul piano civile non si è mai giunti alla soluzione del contenzioso risarcitorio. Che è ancora in corso. La vicenda che fa da sfondo al romanzo è quindi reale, anche se ormai dimenticata, e fornisce una contestualizzazione precisa.

A tal proposito l’autore, Andrea Pavan, aggiunge alla fine del libro una breve appendice ove narra l’incontro con Francesco Zerbinati presidente dell’associazione dei familiari delle vittime. E conclude: “Non è l’inchiesta che mi interessa, in realtà, ma solo ricordare una tragedia spinta a forza ai margini della storia”.

Io trovo positivo e meritorio l’inserimento di quella tragedia nella trama del libro perché ripropone alla opinione pubblica un fatto grave, ingiustamente, anzi colpevolmente, accantonato dai media. In proposito un recente libro-inchiesta, condotta dal giornalista Gianni Favero, chiarisce che si trattava all’epoca (ventiquattro anni fa) del secondo incidente aereo per gravità dopo Ustica. Ma esso venne sottaciuto per non danneggiare l’immagine dell’aeroporto. Un aeroporto che a sua volta apparteneva agli stessi proprietari dei media.

 

Ma veniamo al racconto. I personaggi del libro non sono tratti dal fatto di cronaca, tranne un rumeno di fantasia, che ha un ruolo chiave nella vicenda. Egli viene collocato tra i deceduti e la sua morte fornisce una chiave risolutiva a tutto l’intrigo.

Il motivo conduttore è il tentativo di furto in un supermercato contestuale alla catastrofe aerea. Un colpo rocambolesco che si intreccia casualmente con un’altra azione degna dei migliori ladri di Pisa, ovvero quelli che derubavano gli altri ladri. Molti altri temi però concorrono a dare contenuto alla narrazione, in particolare quelli di taglio psicologico. E sono a mio avviso quelli che da soli non avrebbero retto l’attenzione del lettore, mentre contestualizzati sullo scenario dell’incidente diventano accattivanti. Il tema della famiglia, con i complicati intrecci delle moderne parentele allargate, le adozioni, gli abbandoni ecc. costituisce poi il secondo motivo d’ispirazione. Infine abbiamo la delocalizzazione e il lavoro nero con annessa criminalità economica. Ma è l’idea del parapendio che mette insieme molte cose della storia e dà un tocco di originalità all’aspetto giallesco. 

 

Direi quindi che Ogni futuro è già trascorso è un romanzo che si distingue.

La prosa solida, nutrita e corretta si sposa con un impianto narrativo evoluto e un intreccio complesso ma accattivante. Non è facile districarsi, specie all’inizio, tra le vicende e i personaggi che vengono presentati. All’inizio la narrazione scorre in modo ingarbugliato e apparentemente sconnesso; ma tutto si ricompone magistralmente nella seconda parte e si distende nel finale. Non è un giallo, soprattutto non è un noir con sesso e violenza e non è un’inchiesta romanzata come potrebbe sembrare.

Il passo della lettura è impegnativo ma piacevole. E’ riflessivo. L’andamento non può essere superficiale, richiede concentrazione. Tuttavia è coinvolgente ed arricchito da piccole spezie e metafore che danno un sapore sia ilare che malinconico quando meno te l’aspetti. Complimenti, me ne sono segnate alcune:

Osservava sfilare le luci di quel Nordest che era diventato la sua prigione di malinconia

Marco aveva deciso di lasciarsi trascinare in quella pazzia perché la vedeva come una buona occasione per dare battaglia ad un sistema sbagliato.”

Cacciò un pugno sul clacson che proruppe in una strombettata da ultimo dell’anno” (pg 90)

Aveva parlato d’impulso come se uno tra le centinaia di pensieri che gli orbitavano nel cervello gli fosse precipitato per errore fino alle labbra”. (pg. 97)

Camilla si era rannicchiata sul sedile, le ginocchia incastrate tra le braccia come un bambino rinchiuso nella casa sull’albero dopo che il cane dei vicini ha invaso il giardino” (pg.149)

 

L’espressione “ogni futuro è già trascorso” che fornisce il titolo al libro, si trova a pagina 88 come conclusione di un discorso attribuito a Carmelo Bene durante una intervista di Maurizio Costanzo. Intervista trasmessa nella stessa sera in cui uno dei protagonisti viene reclutato per fare il colpo. Ognuno dei protagonisti ha dei conti da regolare con un passato che non conosce e il concetto espresso nel titolo costituisce una chiave anche per cogliere il metodo di progressione temporale della storia narrata.

 

 

L’autore ringrazia, tra altri, tale Luca, che suppongo sia Luca Valente il quale in un suo bel romanzo usa un simile schema di progressione.

 

Narrativa locale, buona lettura.

 

 

 

 

 

Condividi post
Repost0
12 febbraio 2020 3 12 /02 /febbraio /2020 17:58

 

 

Leggo oggi Savana Padana, romanzo edito da TEA (Tascabili Editori Associati) nel 2012.

 

Il cuore geografico del Veneto è la Bassa Padovana. “Savana” è un termine che significa vasta prateria con alte erbe e rari alberi (savannah treeless plain) da qui l’espressione savana padana. Ma significa anche assenza di acqua, cosa questa che non corrisponde  alla realtà geografica e neanche, peraltro, alla vicenda narrata.

Siamo quindi in una ambientazione narrativa che delimita una zona ambientalmente atipica ma geograficamente centrale in una più vasta regione. Qui fa molto caldo, un concetto questo che vien più volte richiamato nei capitoli iniziali, si beve alcool assai e girano soldi e coca.

E’ il primo romanzo di Matteo Righetto. Costui è oggi un operatore affermato nel campo della narrativa resosi noto all'inizio con questo breve romanzo di 130 pagine scritto con piglio ironico e graffiante. In esso la savana padana, un’area veneta centrata nel paesello di San Vito, é terra di scorrerie violente poste in essere da banditi autoctoni ed etnie immigrate. Cinesi, rom e bande alla Maniero interagiscono localmente determinando anche dei rischiosi cortocircuiti criminali che a loro volta alimentano la storica xenofobia veneta già messa alla prova dall'immigrazione di stato.

La cronaca purtroppo ci dice che non siamo molto lontani dalla realtà. Anzi, forse il clima velenoso ivi narrato è solo troppo concentrato in un solo episodio. Forse il clima è un po’ troppo parossistico e i personaggi troppo caricaturali, ma questa è anche la cifra righettiana che si inserisce in un filone ormai fluente e fertile. Un filone dove troviamo Carlotto per il noir e gli altri autori di taglio splatter come ad esempio Matteo Strukul e, se vogliamo allargarci Matteo B. Bianchi e Sandrone Dazieri. E contribuisce a consolidare un’immagine narrativa del Veneto che è indelebilmente segnata dalla caricatura che ne ha fatto il film La lingua del santo di Mazzacurati (con Antonio Albanese che scorazza in bicicletta per i colli euganei) nell’anno 2000.

In ogni caso otto anni dopo l’uscita il piacere di leggerlo è ancora intatto, e alcuni fatti di cronaca lo rendono più allusivo. Come gli sviluppi del caso dell’allevatore Valerio Sperotto di Velo d’Astico, in cui recenti analisi del DNA su resti di unghia hanno dimostrato che il cadavere della moglie era stato eliminato grazie alla voracità dei suoi maiali. Inoltre dal 2017 questo breve romanzo è diventato un’opera teatrale di successo, prodotta dal Teatro Stabile del Veneto con la direzione di Scandaletti.

 

Mi risulta comunque poco consolante osservare che nella realtà di questi otto anni il tema dell’immigrazione, centrale nel libro, è certamente attuale ed ha assunto una triste centralità nella politica ma non si è saldato coi fenomeni di criminalità violenta e non abbiamo scontri così clamorosi tra etnie. E se la vertenza autonomista, che è già partita, dovesse assumere toni polemici più aspri di quanto non sia stato finora, opere come questa non contribuirebbero a farne comprendere i termini reali e potrebbero essere usate propagandisticamente per alimentare il discredito dei veneti.

 

 

 

Condividi post
Repost0
17 novembre 2019 7 17 /11 /novembre /2019 18:56

 

 

 

 

 

Interessante dibattito la sera del 15 a Palazzo Festari di Valdagno dove è stato presentato il romanzo-Thriller che si ispira alla vicenda di Francesca Benetti, ex valdagnese scomparsa in circostanze attenzionate dalle cronache nazionali.

L’autore è l’avvocato della famiglia della vittima, apparso più volte in circostanze televisive, il quale è anche promotore di una proposta di legge per il procedimento d’ufficio, anziché per querela, nei casi di violenza entro le mura domestiche.

 

 

La presentazione del libro è stata trasformata in un dibattito sul tema della violenza in vista della imminente scadenza del 25 Novembre. In tal modo, grazie al magico Guanxì, è stata evitata l’ignavia ovvero il rischio di non fare niente col Comitato per le Pari Opportunità in fase di dismissione dopo le elezioni amministrative.  

La nuova assessora ha fatto il suo piacevole debutto informandoci sulla drammatica attualità del fenomeno la cui casistica è in costante aumento mentre il giornalvicentino Diego Neri ha diretto il trafficato dibattito.

Il risultato è stato quello di una bella serata, dignitosamente partecipata dal pubblico cittadino.

 

Caso Benetti

Francesca a 55 anni, vedova ex insegnante di educazione fisica, è scomparsa i primi giorni di Novembre 2013 dopo aver comunicato ad Aldo, il suo uomo da poco tempo, che si sarebbe recata nella villa di Potassa vicino a Grosseto, di sua proprietà. Francesca aveva in mente di trasformare la villa in un Bed & breakfast e a questo proposito aveva incaricato il custode sig. Bilella suo dipendente, di alcuni lavori che però non venivano eseguiti. Pertanto lei aveva deciso di licenziarlo. I media hanno molto insistito sull’esistenza da parte di costui di un amore ossessivo ma negato, nei confronti di Francesca. Ciò avrebbe costituito il movente per un delitto passionale. In questi termini si è espressa anche la sentenza di primo grado con una condanna all’ergastolo.

Il corpo di Francesca non è mai stato rinvenuto, ma le indagini hanno evidenziato tracce ematiche sull’auto del custode e sui sanitari dell’abitazione tali da rendere sostenibile l’ipotesi di un uso del coltello per uccidere e distruggere il cadavere.

L’assassino però, pur confermando l’attrazione amorosa, si dichiara innocente e su questa base ha impugnato la sentenza ricorrendo in appello.

 

Il caso Field

E’ una storia immaginaria ambientata in Inghilterra tra la cittadina di Hamble e i boschi di New Forest, che ricalca il caso italiano. A scriverla è stato l’avvocato, già autore di un thriller su temi analoghi. La storia si sviluppa in duecento pagine che raccolgono due linee narrative parallele caratterizzate da due diverse grafiche: una immaginariamente scritta in prima persona dalla vittima, Lorna Field; l’altra in terza persona come cronaca dell’indagine che vede protagonisti l’ispettore Norse e i suo vice Freeman. Tempi e fatti coincidono con quelli avvenuti per Francesca, cambia solo l’ambientazione geografica e alcuni approfondimenti relativi a circostanze retrostanti la biografia di alcuni personaggi.

La struttura in 43 capitoli è quella del classico giallo la cui tensione “Who’s the murder” viene tipicamente risolta in ultima istanza dopo il passaggio da un sospetto all’altro.

La vicenda narrata si ferma al momento della cattura senza inoltrarsi nell’iter giudiziario secondo un modello e uno stile di narrazione molto più vicino all’ispettore Barnaby di Caroline Graham che, per fare un esempio, al cacciatore del buio di Donato Carrisi.

 

Caso Francesca/Lorna

La nota che segue è imprecisa anche per evitare di svelare il finale.

La narrazione in prima persona è inquietante e toccante al medesimo tempo. E’ la parte che più può coinvolgere emotivamente il lettore mentre la parte in terza persona è coinvolgente più che altro per un lettore che voglia cercare nel testo messaggi su ciò che il processo italiano non ha detto. A mio avviso questi ci sono. E stimolano l’immaginazione di chi non si sia accontentato della verità giudiziaria.

Io sono, nel mio piccolo mondo di lettore giallista, tra costoro. La lettura infatti mi ha stimolato, nel mio privato e ludico delirio dietrologico, l’idea che ci troviamo difronte ad un caso, ahimè uno dei tanti, in cui anche gli organi riservati dello stato hanno qualcosa da nascondere; tipo coperture, doppie identità, criminalità organizzata ecc.

Ma certamente apprezzo e condivido l’eccellente omaggio che l’autore implicitamente fa alla madre della vittima e al suo presentimento, al suo desiderio, che Francesca Lorna sia in realtà ancora là. Dietro quella finestra…

Ed è quindi in questa lettura che si possono porre dei fiori per Francesca.

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi post
Repost0
14 ottobre 2019 1 14 /10 /ottobre /2019 22:06

 

 

 

Paolo Mieli nel suo ultimo Rizzoli uscito in settembre si occupa di trenta casi in cui la storia sarebbe stata manipolata per nascondere la verità.

Nel suo schema le verità nascoste sono di tre tipi: quelle INDICIBII, quelle NEGATE e quelle CAPOVOLTE. Criterio arbitrario ma lusinghiero che attribuisce una decina di casi per ciascun raggruppamento.

 

Le indicibili sono per lo più legate alla politica, anche attuale come ad esempio le origini rivoluzionarie della mafia, e lo sono perché urtano sensibilità ancora vive. E’ il caso di De Gasperi, il Duce, Chruscev, il SISDE ecc. Le negate riguardano invece una serie di fatti più antichi che vanno da Roma antica a Tommaso Campanella, la guerra dei 30 anni passando per il medio evo. Le capovolte sono un misto di attualità del secolo scorso con alcune biografie che toccano Montini, Stalin e Mao. Il tutto confluisce in una conclusione centrata sul concetto chiave di oblio come “PATTO DI DIMENTICANZA” che viene esaminato in vari momenti della storia mettendone in luce il suo netto potenziale pacificatorio.

Insomma nella storiografia la verità è sempre sfuggente e relativa ma non c’è alcun complotto universale a renderla tale, mentre l’oblio patteggiato - come nei casi di Mandela o delle FARC – tra parti in conflitto danneggiate anche dall’inattendibilità della narrazione storiografica, può essere un rimedio riparatore.

Per carità c’è un certo ottimismo parrocchiano, ma tutto sommato il messaggio mi piace.

 


 

 

 

Tra le verità capovolte di Mieli ce n’è una che mi ha subito incuriosito. Essa riguarda la Chiesa e la riscossa degli esorcisti.

A suo tempo io fui molto impressionato dal film l’Esosrcista di William Friedkind realizzato e uscito nel 1973. E più tardi lessi il libro di William Peter Blatty. Da qui l’interesse per il tema che mi viene risvegliato in un breve capitoletto di questo libro che ne parla nelle pagine 239 – 248.

Le pratiche esorcistiche sono in costante ripresa dalla fine del secondo millennio, ma è opportuno sapere che esse durante il medioevo furono accantonate e raramente praticate. La ripresa la dobbiamo, secondo Mieli, al risveglio conservatore determinatosi durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Si tratta infatti di pontificati che avrebbero creato il contesto favorevole alla pubblica esternazione di tali pratiche, le quali in realtà non avevano mai smesso di essere attuate.

E questa la tesi di un recente libro di Francis Young (Possessione. Esorcismo ed esorcisti nella storia della Chiesa cattolica) secondo il quale l’interesse per tali pratiche si risveglia storicamente assieme alla idea che una nuova minaccia inizi ad incombere sulla Chiesa e cioè la “COSPIRAZIONE GLOBALE SATANICA DIRETTA DALLA MASONERIA”. (pg 241). Cospirazione alla quale sarebbero riconducibili sia la rivoluzione francese, sia la rivoluzione russa. Ed è solo col Concilio Vaticano II che inizia l’allontanamento da tale teoria cospirativa. Ma quel concilio ignorò il tema dell’esorcismo lasciando quindi una nuova libertà di fatto ai teologi nel periodo successivo. E così l’ala tradizionalista anticonciliare ricominciò a porre l’accento sul tema delle congiure sataniche sotto la guida del gesuita Rodewyk precursore di Amorth. I loro libri sono oggi riferimento per il nuovo esorcismo. Ma molto dobbiamo tutt’oggi al libro di Blatty uscito ne 1971.

 

A metà degli anni settanta, il 1 Luglio 1976, in Baviera morì Anneliese Michel dopo mesi di pratiche esorcistiche. Young giudica tale caso come l’espressione di una follia collettiva che riguarda l’identità tedesca del secondo dopoguerra, intenta ad esorcizzare la memoria nazista. In quel caso la posseduta riceveva messaggi da apparizioni mariane che dichiaravano approvazione per le innovazioni del Concilio Vaticano II. Fu considerata una indemoniata profetica che dimostrava che se il diavolo (travestito da Madonna) approvava il concilio significava che esso era il male.

La causa della morte di Anneliese era la denutrizione e i genitori andarono sotto processo. Pur non ricevendo gli imputati alcun sostegno dalla Diocesi di Wűrzburg il Vescovo fu sospettato di complicità per aver inizialmente autorizzato l’esorcismo. La Conferenza episcopale tedesca reagì al caso istituendo una commissione di indagine. Lo scopo della iniziativa era quello di prevenire casi analoghi e fornire alla Sacra Congregazione dei riti il materiale utile ad una riforma in questo campo. Ma la Chiesa non ne fece niente.

 

Ora Papa Francesco si è dimostrato un convinto sostenitore di questo rito. Al punto che il 3 Giugno del 2014 la Congregazione per il clero ha emesso un decreto che riconosce giuridicamente L’ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE degli ESORCISTI. E per la Chiesa l’esorcismo è considerato una opportunità missionaria. Il diavolo e la sua attività nel mondo sono percepite come cose reali e il rituale praticato viene considerato importante per i suoi “potenziali benefici psicologici”. Insomma è una delle tante opzioni disponibili nel mercato religioso (pg 245)

 

Tra le conferenze episcopali europee prevale ancora un orientamento scettico, ma l’influenza dei vescovi africani e sudamericani è in forte crescita.

L’esorcismo è una verità capovolta perché ha capovolto il Concilio.

 

 

 

 

 

Condividi post
Repost0
26 maggio 2019 7 26 /05 /maggio /2019 16:51

 

 

 

 

In vista dell’anniversario della Strage di Piazza Fontana, avvenuta il 12 Dicembre 1969, l’editoria prepara il terreno pubblicando ricca bibliografia. Ho per le mani quella di Aldo Giannuli appena uscita: Storia della Strage di Stato, il cui sottotitolo è immediatamente indicativo: “Piazza Fontana: la strana vicenda di un libro e di un attentato”.

Aldo Giannuli è un finissimo intenditore delle strategie ballistiche che hanno inondato l’Italia negli ultimi cinquant’anni. Ovvero nel periodo in cui Gladio ha dominato l’immaginario politico della Prima Repubblica.

 

E’ un libro su un altro libro, in questo caso una inchiesta giornalistica che ha deviato con successo il corso politico del Paese. Il cinquantesimo della Strage è anche il cinquantesimo di questo libro. Lo trovo un fatto di grande auspicio per l’odierna fake era. L’orgia delle balle. Ma soprattutto è quel libro che ha avuto grande peso nella vicenda giudiziaria che caratterizzò la strage, quella di Piazza Fontana; in pratica questo lavoro di Giannuli si occupa di un fatto grandemente indicativo delle potenzialità connesse col lavoro critico di controinformazione. Cioè molto di più di un caso editoriale.

E’ il cult book di una generazione ci ricorda Giannuli nell’introduzione. Ed è anche una scuola di giornalismo investigativo.

Il libro uscì nel giugno 1970, quando ancora non era uscito niente sul tema, e vendette per anni fino a cinquecentomila copie; più di tutti gli altri libri di analoga tematica messi assieme. Giannuli ci fa l’esempio di Cammilla Cederna, giornalista di gran fama che uscì col suo Pinelli una finestra sulla strage nel 1971, un libro che, con il marketing del gruppo L’ESPRESSO e la casa editrice Feltrinelli, vendette 60.000 copie. A rilanciare il primo parziale successo di vendita fu il golpe Borghese del dicembre 1970, alla luce del quale prese corpo tra la pubblica opinione la consapevolezza della pista nera. Cominciò così a saltare la narrazione di regime che presentava la strage di Piazza Fontana come anarchica.

Già tre giorni dopo l’esplosione delle bombe infatti “il telegiornale annunciò che il colpevole era Pietro Valpreda e il suicidio di Pinelli ne era la definitiva conferma”. Contemporaneamente veniva attribuita la competenza del caso alla procura romana il cui p.m. Vittorio Occorsio aveva raccolto la testimonianza Rolandi, accusatore dell’anarchico Valpreda. L’inchiesta era quindi unificata a Roma sottraendola all’ambiente milanese. Per realizzare questa confluenza in un unico fascicolo processuale veniva operato anche un illecito ritocco ai verbali che anticipava l’orario di esplosione delle bombe romane. (verrà dimostrato in sede processuale) Questo forzato indirizzamento sinistrorso dell’indagine veniva fin da subito sostenuto dalla narrativa giornalistica che, con il Corriere della Sera a firma Alberto Grisolia, pubblicava già il 13 Dicembre un articolo dal titolo: Un tragico precedente: lo scoppio al Diana. Un attentato anarchico che era avvenuto nel 1921. E non era la perizia storiografica a guidare il giornalista, ma un preciso atto di orientamento della opinione pubblica. Come dimostra il testo stesso che inizia con la perentoria affermazione secondo la quale: “Milano subisce la seconda ondata di anarchica violenza della storia…” Il “giornalista” Grisolia moti anni dopo apparirà nelle liste degli informatori Ufficio Affari Riservati nonché componente di quel servizio segreto illegale che Giannuli ha chiamato “Noto Servizio”. (L’Anello, di Andreotti).

All’inizio la sinistra storica era in stand by e non contestava la narrazione di regime. Giannuli nei suoi lavori peritali ha esaminato anche i verbali della riunione di Direzione nazionale del PCI tenutasi il 16 Dicembre 1969 (quattro gg dopo) dai quali emerge un atteggiamento non ostile verso la tesi anarchica. Ma quello stesso giorno arrivarono le notizie della morte Pinelli che erano avvalorate dal fatto che il primo giornalista ad avvertire il tonfo in questura era stato Aldo Palumbo, de L’Unità. Costui fornì alla direzione una ricostruzione che mostrava l’inattendibilità dei dati emanati dalla questura. In ogni caso per consolidare una svolta nell’atteggiamento della sinistra bisogna aspettare il successo della manifestazione del Movimento Studentesco (Capanna) tenutasi, con molta partecipazione della base storica, compreso il sindaco socialista Aldo Aniasi, il 30 Gennaio 1970.

Il fattore più importante però, nella vicenda di quei giorni, fu la riuscita dei funerali. La destra aveva l’idea di trasformarli in una manifestazione a favore della svolta autoritaria e invece l’ottima organizzazione dei sindacati fece del funerale stesso un grande momento di emozione e partecipazione che impressionò Rumor (presidente del Consiglio) confortandolo nella sua determinazione di non emanare leggi speciali. L’attentato del 12 Dicembre era stato infatti concepito come fattore di preparazione di un colpo di Stato alla greca. Ma Il disegno filogolpista connesso con la strage non passò e i sindacati divennero punto di riferimento nella la difesa democratica.

 

Il libro Strage di Stato, Controinchiesta nasce nel periodo immediatamente successivo allorquando, tra Gennaio e Giugno 1970, ha luogo la collaborazione di un gruppo di giornalisti nei modi descritti da Giannuli nelle pagine del secondo capitolo. Il testo, dopo il rifiuto dell’editore Feltrinelli, fu editato da Smonà & Savelli, un gruppo editoriale molto piccolo, politicamente vicino alla IV Internazionale (Trotzkisti). 150 pagine, inserto fotografico, 500 Lire.

 

 

Condividi post
Repost0
7 aprile 2019 7 07 /04 /aprile /2019 00:51

 

 

L’assalto al cielo.

Edito da Gallucci alla fine dell’anno scorso, è uscito dalla penna di Ermanno Detti questo breve romanzo centrato sugli ideali del 68.

L’oggetto principale della narrazione è la memoria di una ragazza, Francesca, che nel corso di quell'anno di lotte studentesche perse conoscenza sotto i colpi della polizia a Valle Giulia. La sua progressiva ripresa di coscienza scorre lungo una narrazione che ricompone la memoria dei famigliari per più di una generazione. Non mancano le incomprensioni famigliari e la femminilità dell protagonista. L’ambiente maremmano si alterna con ricordi studenteschi romani e si dipana fino ai primi anni settanta.

 

L’andamento è tipico. Si parte dalla manifestazione per la morte di Che Guevara nel novembre 1967, l’attivismo scolastico e gli scontri col preside. Francesca conosce il leaderino Oscar che le insegna cose come questa:” l’occupazione non è solo la conquista di un locale, ma di uno spazio del potere”. Poi verrà Valle Giulia, la botta, la guarigione e l’università. Una formazione tipica che segnerà la protagonista anche nel ricordo dei famigliari più giovani. Di striscio infatti si intuisce che Francesca da grande sceglierà la cooperazione internazionale lasciandoci infine anche la vita. 

 

Nel dipanarsi del racconto, organizzato in vari flash backs, vi si sciorina un altrettanto convenzionale elenco di idee ed obiettivi di riforma che hanno abbracciato tutta la storia di quella generazione, fino al ripensamento dei sogni rivoluzionari, qui affidato alle parole di Oscar:” Vedi, noi studenti siamo sati troppo … impulsivi. Con gli operai non si scherza, si sta stilando una piattaforma comune, obiettivi precisi, come l’abbassamento del voto dai 21 ai 18 anni, la pensione sociale per i poveri, una legge che preveda la possibilità di divorziare, un nuovo diritto di famiglia per l’abolizione del delitto d’onore, uno statuto per i diritti dei lavoratori, la chiusura dei manicomi e tante altre novità.”

 

L’autore in pratica descrive un’evoluzione del pensiero sessantottino tesa a darne credibilità e riconduce alla nuova coscienza di Francesca – quale personaggio emblematico – tutta la piattaforma rifomista degli anni settanta.

 

 Una lettura per bene, semplice, adatta alle scuole.

 

 

 

 

 

Condividi post
Repost0
5 febbraio 2018 1 05 /02 /febbraio /2018 21:48

 

 

 

 

 

Nella prospettiva delle imminenti elezioni politiche nei mesi scorsi si sono intensificate le esplorazioni sull’identità e la consistenza del Movimento 5 Stelle, la forza politica che domina i sondaggi.

Si tratta come è noto del soggetto parlamentare più temuto dal quadro istituzionale e dal ceto politico preesistente perché, nato e consolidato al di fuori del mainstream mediatico, si è addirittura mostrato resistente ad esso e ai suoi attacchi delegittimanti.

Definito col termine di “populismo” il Movimento 5 Stelle è assolutamente legittimo, non violento, garantista e legalista con una forte animosità contro gli endemici fenomeni di corruzione che caratterizzano la vita politica italiana, nonché portatore di istanze innovative circa le regole della politica.

All’inizio della legislatura, nonostante i suoi nove milioni di voti, esso è stato ignorato dall’establishment. E’ stato visto come un infortunio elettorale che ha portato in parlamento una massa di dilettanti incompetenti e rompiscatole di cui sarebbe stato facile liberarsi mostrando al paese la loro inconsistenza. Alle elezioni europee, svoltesi sotto l’abbaglio renziano, sinistra e destra si erano illuse che quella fosse la linea giusta. Ma alle successive elezioni amministrative (parziali) illustri candidati come Piero Fassino e Giachetti sono risultati sonoramente battuti da giovani figure del Movimento 5 Stelle come Raggi e Appendino. Allora si è passati all’attacco diretto ma dopo due anni di persistente e pesante bombardamento contro la sindaca di Roma Raggi il recente test municipale si è risolto a suo favore, rivelando pertanto tale linea inefficace e forse addirittura controproducente. E non solo a Roma pervhè alle elezioni regionali siciliane il candidato pentastellare non ce l’ha fatta, ma il Movimento 5 Stelle è diventato la prima forza politica.

 

Appare chiaro quindi che si tratta di un fenomeno non passeggero, che va preso sul serio e affrontato cambiando approccio.

In questo senso mi aspettavo, dopo una positiva presentazione televisiva di Corrado Augias, che il libro di Alessandro Dal Lago “POPULISMO DIGITALE” rappresentasse questa nuova tendenza. Perciò l’ho acquistato e letto con attenzione.

 

Il testo è il risultato di alcuni approfondimenti e monitoraggi che lo studioso, sociologo della cultura, ha portato avanti nell’ultimo anno consultando una ricca bibliografia e seguendo i comportamenti di questa nuova forza politica soprattutto nella dimensione digitale. Ne esce una interessante comparazione con gli altri populismi, storici e contemporanei, e una individuazione dei pericoli potenziali ad esso connessi. Quest’ultima parte però si lascia andare al recupero di vecchi schematismi propagandistici fino a definire il Movimento come un “fascismo travestito da democrazia diretta” e ciò determina una imerdinable caduta di stile. Il paragone col regime anticostituzionale sarebbe a malapena tollerabile se non ci fosse un reale pericolo fascista, ma i fatti recenti sono di tutt’altro segno ed è sempre meglio non scherzare con le etichette.

 

Prevale quindi nel libro la tentazione all’ossequio verso l’establishment sull’obiettività scientifica.

                                                                        

 

 ***

Il nuovo è nella Rete, con i suoi pericoli. E’ chiaro che sia la rete che il populismo portano con sé dei rischi. Ma ai populismo in Italia è già insediato e governa da un quarto di secolo con Berlusconi e Bossi ed è stato costruito essenzialmente col sistema televisivo, ovvero i vecchi media.  La vera novità è l’integrazione di questi con l’internet dello stadio 2.0 ovvero il social networking. E se finora la partecipazione in rete ha fornito nuove opzioni politiche non è detto che sarà sempre così perché il potere si sta trasferendo dagli stati nazionali ai nuovi padroni globali i quali operano al di fuori del controllo democratico. E questo è l’allarme che condivido tra quelli lanciati da Da Lago.

Il buon Antonio Gramsci, mentre si trovava in cattività con Pertini, annotava nei suoi quaderni molte riflessioni acute e ancora attuali circa la politica e la cultura nazionali.

E la frase che è stata scelta come incipit da Dal Lago, ne è un esempio felice:

La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Con questa citazione Dal Lago colloca il fenomeno politico che sta studiando in un quadro transitorio, critico e morboso. E infatti introduce il libro evidenziando il fenomeno della imprevedibilità dei comportamenti elettorali come caratteristica della attuale fase di transizione dall’opinione pubblica all’opinione digitale. Nella prima i media generalisti pilotano il consenso, nel secondo caso no. Anzi con Internet i cittadini possono agire direttamente sul sistema politico e lo fanno. E qui l’inattendibilità dei sondaggi, vedi Brexit e Referendum, sembra dargli ragione. Ecco quindi che la rete ha un ruolo rivoluzionario e consente “l’auto-organizzazione di movimenti impermeabili ai condizionamenti dell’establishment politico e informativo”. Una nuova libertà democratica.

Ma questa libertà è illusoria, scrive Dal Lago, perché mette i cittadini in una sorta di acquario, un ambiente artificiale nel quale nuotiamo illudendoci di essere liberi mentre in realtà ci muoviamo al servizio di interessi che ci restano sconosciuti. Esistono infatti i padroni de web, Zuckemberg ecc. che ne controllano i destini e di fatto ci offrono una illusione di indipendenza che produce soggezione inconsapevole. (pg 16)

 

Trovo l’osservazione degna di attenzione. Ma è comunque grazie a queste nuove libertà che giovani protagonisti come Di Maio ( e non Grillo e Casaleggio) possono portarsi sulla soglia di chi guida una delle dieci principali economie del mondo senza bisogno di un partito. E lo scopo della democrazia è appunto quello di permettere un ricambio dei leaders attraverso legittime spinte dal basso.

Anche l’avvento di Trump è stato un fenomeno di ricambio prodottosi al di fuori dei piani dell’establishment e oggi, nonostante l’isterismo degli attacchi sferrati dagli apparati interni (FBI), ad un anno dall’insediamento vi sono netti segnali di consolidamento del suo consenso anche nei mercati finanziari.

 

Aldilà di quali politiche faranno Trump e, ipoteticamente, Di Maio, la democrazia sembra pertanto, anche nell’era di internet, in grado di assicurare l’alternanza. Altro che fascismo.

Condividi post
Repost0
10 gennaio 2018 3 10 /01 /gennaio /2018 01:49

 

 

 

 

Il libro Le mani rosse sulle forze armate è un pamphlet uscito ne gennaio del 1966 con firma di tal Flavio Messalla. Si trattava però di uno pseudonimo dietro al quale si celava il lavoro di Pino Rauti, Guido Giannettini ed Edgardo Beltrametti. I primi due sono nomi molto noti della destra eversiva con coinvolgimenti nelle trame nere e in particolare Giannettini funzionario dei servizi segreti, mentre il terzo fu relatore e curatore degli atti del convegno sulla guerra rivoluzionaria tenutosi a Parco dei Principi nel 1965. Un convegno di estrema destra avente come tema centrale una chiamata al ruolo anticomunista delle forze armate.

Il volume fu auspicato dal generale Aloia, rivale dell’allora capo dei servizi segreti militari generale De Lorenzo. E contribuì alla campagna per la destituzione di quest’ultimo che avvenne nell’Aprile del 1967.

Esso sostiene una tesi politico militare secondo la quale l’impostazione neutralista del generale in capo De Lorenzo si traduce in un mancato contrasto che mette a rischio le nostre forze armate difronte alla pressione comunista. Si presuppone infatti che i comunisti lavorino per preparare l’invasione sovietica.

 

Io posseggo l‘edizione realizzata da Savelli nel 1975 la quale raccoglie un saggio analitico prodotto da una apposita commissione di studio creata da Lotta Continua in collaborazione con militari di leva. In esso nelle prime cinquanta pagine vengono esaminati i materiali e gli atti collegati al convegno e al libro. Il primo testo fuori circolazione era stato ritirato dal mercato su iniziativa dell’Ammiraglio Eugenio Henke, ma la commissione di Lotta Continua, disponendone di una copia sopravvissuta, rese possibile la pubblicazione fotostatica delle 75 pagine originali nella seconda parte del libro.

 

 

 

Citazione:

In una guerra futura due componenti di rilievo dovranno essere tenute in considerazione: quella atomica e quella sovversiva. Quest’ultima, a differenza della prima che è basata essenzialmente sula tecnologia, ha come soggetto principalissimo l’uomo, con tutti i suoi problemi d’ordine morale e materiale, le sue ideologie, le sue passioni, i suoi eccessi di fanatismo, di odio, di cupidigia; esso deve, quindi, essere oggetto di una accurata preparazione materiale e morale.”

 

 

 

 

 

Condividi post
Repost0
15 ottobre 2017 7 15 /10 /ottobre /2017 20:31

 

 

 

 

L’anno scorso in Novembre LA NAVE DI TESEO, ovvero la casa editrice indipendente voluta anche da ECO in opposizione al cartello “mondazzoli” e diretta da Elisabetta Sgarbi, sorella del superloquace Vittorio, ha pubblicato A ESPIA, un romanzo col quale il supergrafomane Paulo Coelho celebra la memoria di Mata Hari nel centenario della morte.

L’opera vuole essere un romanzo e non una biografia per cui risulta piuttosto libera anche se di fatto veicola un attinente racconto della vita di una donna mitizzata per la sua supposta bellezza.

 

E’ opportuno premettere che lo spionaggio è sempre esistito. Ciò che sta cambiando oggi è semmai l’atteggiamento morale nei confronti di esso. Oggi un prezzolato delatore, un mentitore professionale, o un criminale di guerra tende ad essere eroicizzato, mentre le vittime di quell’opportunismo amorale vengono presentate come semplici danni collaterali.

 

Forse per questo uno scrittore di grido come Coelho romanzeggia di nuovo la biografia di una prostituta che vendeva informazioni captate alternativamente tra i letti di Parigi e Berlino seducendo ufficiali e ministri della Grande Guerra.

 

IL suo approccio è, tra l’altro, innocentista. Per lui Mata Hari era una grande attrice di spettacolo che vendeva l’amore per passione, come Bocca di Rosa direi, e tra una cosa e l’altra le capitò anche di scambiare informazioni. Più che altro per salvarsi la vita dalle spietatezze dei servizi d’informazione militari che la ricattavano.

 

La trovo una visione falsamente ingenua. Una visione che, in tempi di emancipazione femminile, può sedurre qualche decina di migliaia di lettrici o lettori disposti a spendere qualche decina di euro per un libro da vacanza.

Per me la verità è un’altra. E ho la fortuna di leggerla in un libro degli anni trenta, ormai senza copertina che appartenne a mio suocero e si trova oggi fortunosamente ancora in casa mia. Ovviamente nulla mi dice che la verità sia proprio quella, ma mi seduce.

 Si tratta di LE GRANDI SPIE , di H.R. Berndorff, che si può trovare anche in vendita sulla Rete in edizioni più eleganti di quella che posseggo io.

 Il libro si occupa di una quindicina di casi spionistici WW1 e, al centro, si occupa di Mata Hari, danzatrice, cortigiana e spia.

Il testo concede molto al mito della sua bellezza ma almeno non indulge in tentazioni innocentiste. La descrive con scarso realismo, basandosi ovviamente sulle fonti dell’epoca e ne produce una biografia scevra di apprezzamenti femministici. È solo una giovane donna meticcia olandese che fugge da un marito ostile lasciando la figlia per recarsi a Parigi ove ha l’avventura di vivere un particolare successo prima come prostituta di una casa di tolleranza di buon livello, poi come subrette spogliarellista in spettacoli orientaleggianti. Spettacoli che la portano in giro per quell’Europa che sta preparando, forse inconsapevolmente, WW1. Successi, uomini e disavventure la porteranno poi a riunirsi con la figlia e a morire fucilata con accuse si alto tradimento.

 

 

Vediamo quindi la ricostruzione di Berndorff.

Il 30 Marzo del 1895 la giovanissima Margareta Zelle, figlia di un giavanese sposato con una benestante olandese altolocata, sposa a L’Aja il capitano Mac-Leod (personaggio violento incline alle orge) con un matrimonio combinato. Se ne vanno ai tropici (Sumatra e Java) dove la giovane sposa impara la cultura e le mode espressive orientali. Ciò le si rivelerà più tardi essere un vero e proprio vantaggio strategico quando farà la ballerina spogliarellista nelle capitali europee. Quando, nei primi anni del nuovo secolo, nasce la figlia Jean Louise il capitano si è già giocata la carriera, il matrimonio è già in pezzi e i due son già rientrati in Olanda. Lei lascia tutto e se ne fugge a Parigi ove trova lavoro (forse dopo un breve periodo fatto in strada) in un casino. All’epoca la prostituzione, che era legale, era subordinata ad un sistema di visite mediche che, regolarmente documentate dal dr. Bizard, costituiscono la principale fonte documentale per quel periodo della vita di Margareta. Muore il marito, nel frattempo rientrato in ISCOZIA e inseguito dai debiti, e la figlia le si ricongiunge dopo che Margarete, grazie ad un amante facoltoso, ha acquistato casa a Nevilly (pare una specie di castello appartenuto anche alla Pompadour). Lei sfonda sulla scena dello spettacolo come “danzatrice indiana”. Nasce Mata Hari (nome d’arte approssimativamente orientale che evoca il concetto di “occhi del giorno”). Mata Hari frequenta Champs Elisées, Folies Bergères e anche La Scala di Milano. Compete con personaggi come La Bella Otero, Ida Rubinstein e niente popò di meno che Isadora Duncan. E quando l’amante si rivela un industriale fallito lei i soldi ha già imparato a farseli da sola. E’ una diva europea quando cade, o meglio cattura, nel suo letto il marchese Pierre de Montesac, alto, biondo (e forse) con gli occhi azzurri ma in ogni caso riccamente inserito negli alti livelli della Guardia parigina. E questo incontro, che la condurrà anche sulla scena berlinese, rappresenta il primo passo nella carriera di Mata Hari come spia internazionale.

Infatti mentre gli atti del processo non chiariscono chi sia realmente questo personaggio aristocratico, la verità emergerà nel 1927 quando Netley Lucas, autentico Arsenio Lupin, scriverà le proprie memorie per ammorbidire il carcere. Costui infatti, con un passato famigliare ricco e controverso, era un poliglotta avvezzo ai furti d’albergo, furti nei quali non sparivano solo oggetti di valore, ma anche preziose informazioni. Fu anche pilota e frequentatore assiduo di competizioni aviatorie. Vi sono tracce di lui con la falsa identità di “comandante russo Marzaw”. Insomma una mitica spia del periodo crepuscolare. Con lui Mata Hari lascia Parigi, svende in fretta il mitico castello e si trasferisce ad Amsterdam. Siamo nel 1914. In quell’anno l’Intelligence Service (Inghilterra) trasmette all’alleato francese una lista informale di sospette spie filo tedesche e in tale elenco figura già Mata Hari. Ma i Francesi, che in un primo tempo la fanno pedinare, non riscontrano. Torna a Parigi acclamata dalle folle nella primavere del 1916. Decide e ottiene di fare l’infermiera nell’ospedale di Vittel ove sta sorgendo il più importante campo di aviazione dell’esercito francese. Ammaliati ufficiali ed aviatori dipendono dal suo fascino per vari mesi, fino a quando il capitano La Doux (si, quello dell’Affaire Dreifuss) la fa prelevare al mattino presto da due agenti nella sua camera d’albergo. Minacciata di espulsione, riesce invece ad ottenere l’incarico di spiare in favore dei francesi. Da questo momento Mata Hari è un agente doppio in mano alla Francia.

La più importante spiata in favore dei francesi si trova da lei stessa svelata agli atti del processo. In tale circostanza infatti Mata Hari cercava di salvarsi dimostrando di aver aiutato, anziché tradito, la Francia rivelando un’informazione, carpita con l’amor venale, relativa alla vera posizione di due sottomarini tedeschi che vennero effettivamente affondati dai francesi davanti alle coste marocchine. Per questo caso l’avvocato difensore riuscì anche a produrre documentazione relativa alla “grossa somma” di denaro pagata dai francesi a Mata Hari al fine di ottenerla in poche ore.

Ma non le fu bastevole. Caduta nel tranello delle “cinque lettere” architettato da La Douxe, Mata Hari fu alla fine identificata per essere l’agente H21 dello spionaggio tedesco e finì il processo a porte chiuse che si tenne il 24 e 25 Luglio presso il Tribunale di Guerra e le prigioni femminili di Sainte Lazare, con la condanna a morte.   

Questa fu puntualmente eseguita il mattino del 15 Ottobre 1917. Una circostanza che il particolare trasporto letterario di Berndorff così commenta: “Uno solo dei colpi sparati dai soldati la raggiunse e le trapassò il cuore.

Come dire che la bellezza di quella donna era tale da togliere il coraggio ai soldati di oltraggiarne il corpo. L’allusione è coerente con lo stile narrativo di una biografia che ispirò negli anni trenta gli sceneggiatori del film di George Fitzmaurice MATA HARI con Greta Garbo. In tale film, osserva Morando Morandini, Greta Garbo, seppur inadatta alla parte dà prova del suo fascino. Ma, precisa, “nella sequenza del ballo, un po’ lasciva ”- siamo nel 1932 -  “fu usata in parte una controfigura”.

 

 

 

Di tutta questa epopea mistificatrice fanno giustizia le vere foto. Venute alla luce nei decenni successivi, dalle quali si ricava la vera immagine di Margarete. Un donna semicreola dai capelli scuri che seduceva più con le movenze che con le forme di un corpo relativamente modesto.

 

 

  

 

Qualcuno insinua che ci fosse morfina nel suo ultimo tè.

 

 

Condividi post
Repost0
7 luglio 2017 5 07 /07 /luglio /2017 10:33

 

Giuliano da Empoli, nato a Parigi nel 1973, oggi è consigliere di Matteo Renzi, nonché commentatore giornalistico di fama. E’ stato amministratore delegato della Marsilio, casa editrice che gli ha pubblicato lo scorso mese di Maggio un pamphlet sul Movimento Cinque Stelle. (LA RABBIA E L’ALGORITMO. IL GRILLISMO PRESO SUL SERIO. Marsilio 2017)

 

                                                    **

 

Il “grillismo” in esso viene visto come fenomeno politico da comprendere più che sputtanare. E, soprattutto il primo capitolo, costituisce una analisi approfondita di quella che lui presenta come fenomenologia politica moderna in fase di piena diffusione nelle democrazie occidentali. Essa è legata a due fattori motivazionali: la Rabbia e l’Algoritmo. Vediamo cosa sono.

In premessa voglio dire che il libretto mi è piaciuto mi è piaciuto anche se nella seconda parte si allinea al mainstream.

 

In questa analisi la forza di M5S appare come il risultato della fusione tra le due componenti, quella analogica (rabbia) e quella digitale (algoritmo). Beppe Grillo è il gestore del fattore analogico, i Casaleggio di quello digitale.

 

La Rabbia, intesa come categoria della politica, è stata studiata da Peter Sloterdijk, filosofo tedesco contemporaneo di Karlsruhe. Costui la descrive come un sentimento insopprimibile che attraversa tutte le società ed è alimentato dagli esclusi. Una volta era la Chiesa a raccogliere e rappresentare questo sentiment, poi, dall’ottocento lo hanno fatto i partiti di sinistra. Questi ultimi si sono costituti come “vere e proprie banche della collera” ovvero gestori di energie che anziché venire spese subito venivano investite per costruire un progetto più ampio. Odio e risentimento presenti nella società venivano controllati e ricondotti ad un piano generale di cambiamento rivoluzionario. In questo modo “Il perdente si trasformava in militante e la sua rabbia trovava uno sbocco politico.” (pg11)

 

Oggi la Chiesa cattolica non è più portatrice di un messaggio escatologico che catturi gli esclusi dando loro un sogno da coltivare, ma di un semplice messaggio di regolazione etico-sociale. E dal canto loro i partiti di sinistra, con l’accettazione della democrazia liberale e del mercato, hanno svalutato la rabbia disorganizzandola. La collera del terzo millennio genera pertanto solo individualismi cinici oppure movimenti no global e banlieue. Nessun progetto generale di trasformazione.

Beppe Grillo è un comico con una sapienza televisiva consolidata. Egli la usa magistralmente per conferire verve e passionalità al movimento. La sua carriera televisiva è il frutto del felice sodalizio con Antonio Ricci, l’ideatore di Drive In e Striscia la Notizia. Si tratta di programmi che anche se non sembrava andavano ben oltre l’intrattenimento mettendo l’informazione ufficiale in una gogna mediatica. In essi il potere viene quotidianamente ridicolizzato dalle risate preregistrate e dalle “inchieste” del gabibbo. Inoltre c’è l’avvento del reality: lo spettatore non è più tale ma “entra in scena” da protagonista. Ecco il punto: accoppiandosi con Casaleggio Beppe Grillo ha portato questo sentiment protagonistco dall’intrattenimento alla politica. L’elettore rabbioso diventa militante protagonista e televota contro. Per mesi e mesi si è cercato di attaccare la credibilità del Movimento Cinque Stelle denunciando la pratica delle espulsioni. Ma è esattamente quello che si fa col televoto dei reality. E infatti i sondaggi dimostravano che quel tipo di campagna antiglillina non modificava niente. Forse si limitava ad alienare qualche tentazione di simpatia dai militanti ortodossi della sinistra storica. Niente più. E intanto invece il nuovo atteggiamento collerico di chi gode la politica come un reality si consolida.

Una conferma è poi arrivata con la vicenda elettorale di Trump. Le folle che lo accoglievano ai comizi intonavano “Lock her up!” (sbattila in galera). Stavano televotando contro la Clinton.

 

                                                           ***

 

L’Algoritmo è un tema ancora più affascinante. Si tratta dell’apporto di Casaleggio alle dinamiche di rabbia, o meglio si tratta del suo server, il server della Casaleggio Associati. Casaleggio senior era una specie di san Francesco che invece di lupi parlava di Internet. Così almeno lo definisce Grillo. Il Movimento Cinque Stelle, scrive Da Empoli, in sé non ha cultura, il massimo che vi si può trovare è l’autobiografia di Alessandro Di Battista. Ma ha l’Algoritmo. Appunto.

Si tratta di una macchina discreta e sofisticata della quale non abbiamo capito subito la potenza. E’una piattaforma digitale che ha un ruolo superiore a quello degli altri software simili usati da altri partiti ed organizzazioni. Questa è la “fonte primaria della identità e dell’appartenenza al Movimento.

Attenzione: non stiamo parlando di qualche particolare segreto tecnologico, ma di una idealistica premonizione circa l’avvento della democrazia digitale. Qui la Rete è Partecipazione. Stiamo parlando di un nuovo strumento che, nella visione ideale del Movimento, può generare una vera e propria rivoluzione democratica capace di scardinare il potere della “casta” (i protagonisti della politica) e consegnarlo all’uomo comune. Bello! Una vera e propria “vision” nuova e affascinante, capace anche di appagare i desideri di rivoluzione sessantottini... Ma attenzione, sembra dirci Giuliano da Empoli, questo è il modo in cui la base vive il Movimento, mentre per l’élite che la guida, ovvero la diarchia grillo-casaleggina, si tratta in definitiva di uno strumento per l’accumulazione il trattamento Big Data. Come i grossi social network (Facebook), i motori di ricerca (Google) o i grandi negozi online (Amazon) l’Algoritmo pentastellare sarebbe quindi solo un software per la cattura e la vendita dei dati. La novità, la vera innovazione da cinque stelle, è che questa pratica, già operativa da decenni in ambito commerciale, ora è uscita da quella sfera per entrare nella politica. E c’è riuscita alla grande.

 

 Il segnale sul valore strategico dei Big Data in politica è partito dalla campagna elettorale di Obama per le presidenziali del 2008. In tale occasione una rete capillare di sostenitori mobilitò il web generando una raccolta di informazioni che, accumulata, permise, nonostante il voto segreto, di conoscere con precisione quattro anni dopo il nome e il cognome di 69.456.897 (pg.19) cittadini americani che lo avevano votato nel 2008. Ciò è reso possibile non da interviste e sondaggi, ma grazie al lavoro automatico di alcuni algoritmi che analizzano automaticamente i gusti e i comportamenti in Rete.

Per chi, come me, ha militato per qualche decennio nelle organizzazioni storiche della sinistra, anche con ruolo dirigente, è dura ammettere l’obsolescenza e la quasi totale inutilità del vecchio modello. Ma grazie all’Algoritmo casaleggino oggi vi sono nove milioni di voti a dimostrarlo: oggi è possibile una comunicazione radicalmente innovativa, difronte alla quale le vecchie forme di consultazione sono come le carrozze a cavallo rispetto agli elicotteri. Oggi sono possibili le Dog Whistle Polics ovvero un modello di comunicazione mirata che non solo va ben oltre la semplice comunicazione dall’alto di messaggi generalisti o agit prop (storici modelli rispettivamente pro e/o contro i regimi) ma anche oltre la semplice circolazione virale del 2.0. Oggi è diventato possibile, scrive Giuliano da Empoli, “sollevare gli argomenti più controversi RIVOLGENDOLI SOLO A QUELLI CHE SON SENSIBILI AL MESSAGGIO”. Una tecnica che offre un vantaggio strategico colossale, quello di evitare le controindicazioni, ovvero evitare di “alienare il consenso di altri elettori che la pensano in modo diverso”.

Ecco in che senso, aggiungo io, che sinistra e destra sono superate. Lo sono in termini di comunicazione elettorale, non necessariamente in termini etico-programmatici.

Dog whistle politics significa letteralmente “politiche del fischietto per cane” nel senso che soltanto il cane sente quel segnale, il che tradotto significa che solo alcuni avvertono il richiamo, gli altri non sentono nulla. (pg 21)

Per il momento, osserva il Da Empoli, nella politica italiana c’è solo il Movimento Cinque Stelle ad avere i Big Data, mentre in America le forze politiche sono da anni in competizione per gestirli.

 

 

 

Condividi post
Repost0