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27 agosto 2013 2 27 /08 /agosto /2013 21:05

Il Tribunale Internazionale per i Crimini commessi nella ex Yugoslavia, venne creato nel Maggio del 1993 nell’ambito degli accordi internazionali. Molti anni dopo, questo tribunale (ICTY) incontrerà serie difficoltà a provare categoricamente che dietro l’instabilità iugoslava di quegli anni vi fossero le mani di Milosevic, ciò nonostante tale convinzione è ancora diffusa tra gli analisti del conflitto. Essa deriva soprattutto dal lavoro del professor James Gow che sostenne tale tesi con il suo “The Serbian Project and its Adversaries: a Strategy of War Crimes” (London 2003). Opera dalla quale emerge che si tratta di un conflitto molto sui generis, molto diverso ad esempio da quello inizialmente contemporaneo della Guerra del Golfo 1991. Le sue argomentazioni diventano particolarmente suggestive quando esamina le specificità di quel conflitto con riferimento alla particolare natura delle violenze. Le vittime in molti casi conoscevano i loro attaccanti, condividevano la stessa cittadina, erano stati a scuola assieme ecc. Interi quartieri di vicinato che avevano convissuto per decenni in pace si ritrovarono civicamente riclassificati per affiliazione etnica. Il campo di battaglia si distribuì rapidamente all’interno di città e villaggi con un effetto di decadenza dell’ordinamento legale. Si vennero a creare ambiti territoriali definibili non più war zone, quanto piuttosto crime zone, con gangs di fuorilegge che terrorizzavano la popolazione. Pensiamo ai conflitti di smembramento interno tra le forze di polizia, il cui blocco funzionale in intere aree veniva rimpiazzato con reparti della JNA, con ciò favorendo di fatto il comando serbo.

I civili serbi delle crime zones inoltre vennero inizialmente favoriti nella distribuzione delle armi JNA e questa circostanza di fatto favorì il ricorso a gruppi estremisti. Nella slavonia orientale e successivamente in Bosnia Erzegovina, ad esempio operò Zeljko Raznjatovic, criminale già internazionalmente riconosciuto per rapine in Belgio, Germania, Olanda e Svezia, il quale riorganizzò i fan clubs del Belgrado Red Star football dotando di armamenti moderni le tifoserie tribali e gli hooligans sotto il suo proprio comando.

In questa situazione il ruolo delle Nazioni Unite si caratterizzò immediatamente per l’incapacità di fermare le violenze. Tra l’Aprile del 1992 e l’Ottobre 1993 passarono per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ben 47 risoluzioni, nessuna decisiva. In particolare la strategia di embargo delle armi (UNSCR 713) si rivelò particolarmente insignificante a fronte della notevole capacità autoctona di costruire armi nei vari impianti ex iugoslavi e per l’abilità di alcune nazionalità di far passare armi tra i confini. Lo stesso mandato sulla cui base doveva operare il primo comandante dei caschi blu inviati, (il canadese Lewis MacKenzie) a proteggere le aree UNPA (United Nations Protected Areas), in particolare la città di Sarayevo, capitale della Bosnia completamente circondata da territori sotto controllo serbo, era poco chiaro e fu oggetto di contenziosi interpretativi. Il personale impiegato, che era stato di 14.000 unità nel 1993, raggiunse nel 1994 le 30.000 unità. Si succedettero vari comandi generali, ma il primo a rivelare una certa efficacia fu il generale britannico Sir Michael Rose. Egli migliorò i presupposti strategico-militari dell’intervento ONU e mostrò di aver compreso bene le dinamiche territoriali, tuttavia fallì gli accordi con il settore serbo bosniaco e realizzò solo tregue temporanee. Nel 1995 erano già parecchi i casi di rapimento, ferimento e uccisione dei soldati ONU. I caduti erano 167 e anche il trauma psicologico delle truppe era forte per i frequenti casi di cleansing avvenuti e subiti in zone sotto controllo ONU.

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