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31 luglio 2013 3 31 /07 /luglio /2013 20:05

A Dubrovnik ho sentito il bisogno di capire un po' meglio la storia della guerra iugoslava degli anni '90 così ho comprato un testo che la ricapitolasse, Ovviamente trovandomi in Croazia non potevo che aspettarmi un testo anti serbo e così è stato.

L'autore è un esperto di studi strategici che collabora con molte università in Inghiltera e negli Stati Uniti. Trovo il suo approccio evoluto ed attendibile, senza inclinazioni propagandistiche, ma forse con qualche retaggio anticomunista. Qui di seguito riporto alcuni primi appunti di lettura della prima parte del suo libro.

La Jugoslavia è sempre stata una complessa mistura di nazioni e aree autonome: nel 1990 essa comprendeva Bosnia - Erzegovina, Croazia, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia e Voivodina. Inoltre in essa convivevano religioni diverse, quella cristiana, cristiana cattolica, islamica ed ortodossa. In termini storici si tratta comunque di una entità relativamente nuova, scaturita dalla fine della prima guerra mondiale. Prima di essa la regione era suddivisa tra due vasti imperi: quello Ottomano che l’aveva conquistata in buona parte durante il tredicesimo secolo, e quello austro ungarico che invece aveva guadagnato terreno dal suo lento declino. La fine della guerra pose fine ad entrambi gli imperi e il Trattato di Versailles confermò il Nuovo Regno di Serbia, Croazia e Slovenia, che verrà poi rinominato Jugoslavia nel 1929. Ma sono gli eventi della seconda guerra mondiale ad avere maggior significato per spiegare il collasso della Jugoslavia degli anni ‘90. Era ij buona parte inevitabile infatti che Hitler e Mussolini rivolgessero la loro attenzione ai Balcani e poi optassero per la guerra d’invasione nel 1941.

La risposta all’attacco venne fratturata lungo linee etniche che portarono rapidamente alla guerra civile. In Croazia, i cui confini si espandono molto lungo la Bosnia Erzegovina, le potenze dell’Asse scelsero di sostenere un gruppo fascista minoritario chiamato Ustascia, guidato da Ante Pavelic, che iniziò ad eliminare i non croati e coloro che rifiutavano la conversione al cattolicesimo. Circa mezzo milione di serbi vennero uccisi in tale periodo molti dei quali in noti campi di concentramento come quello di Jasenovac. Nel resto della Jugoslavia i due maggiori movimenti di resistenza contro l’occupazione nazista furono i Realisti e i Cetnici che erano guidati dal colonnello serbo Draza Mihalovich il quale agiva in rappresentanza di un governo riparato a Londra. Infine c’erano i partigiani comunisti guidati da Josip Broz Tito che emersero trionfanti alla fine della sanguinosa guerra civile, guidando alla unificazione che fu stabile per tutto il periodo post bellico.

TITO

La Jugoslavia titina sviluppò una posizione originale durante la guerra fredda. Si trattava certamente di uno stato comunista che allo stesso tempo però seppe condurre buone relazioni con gli Stati Uniti e l’Europa occidentale dopo la rottura tra Tito e Stalin in opposizione alle politiche sovietiche, che avvenne nel 1948. Importante fu anche il ruolo di leadership che la Jugoslavia seppe svolgere nel movimento dei Non Allineati coinvolgendo in particolare paesi in via di sviluppo.

Durante tale periodo le tensioni che si erano esacerbate nel corso della seconda guerra mondiale continuarono ad esistere, ma restando sotto traccia date le circostanze. Dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 da parte dell’Armata Rossa finalizzata alla restaurazione dell’ordine, fu chiaro infatti quale sarebbe stato il rischio in caso di disgregazione dello stato unitario. E in tal caso il grado di autonomia di ogni singola nazione sarebbe stato inferiore a quello assicurato dal modello titino.

La stabilità della leadership titina fu quindi anche il risultato di questa situazione di fatto, al punto che la stessa politica di difesa della Jugoslavia è riconducibile primariamente, secondo Finland, ad impedire una occupazione sovietica.

Sul piano invece della politica interna Tito represse spietatamente ogni infiorescenza nazionalista che potesse minacciare la federazione Jugoslava. Ciò si verificò anche in Croazia nei primo anni settanta quando vennero usati metodi tipici di quei regimi come l’esercito e la polizia segreta. Al contempo venne promulgata, nel 1974, una nuova costituzione che permetteva una rotazione della presidenza tale da permettere ad ogni nazione di condurre la federazione.

Così la morte di Tito, nel 1980, non provocò alcuna immediata disintegrazione della Jugoslavia e la costituzione continuò a lavorare bene, permettendo una certa stabilità anche a fronte del potenziale pericolo di occupazione da parte di una Unione Sovietica che aveva invaso, nel 1979, l’Afghanistan.

Tuttavia i segni di divisione divenivano via via più espliciti a mano a mano che le difficoltà economiche si facevano sentire e nel 1986 apparve il segnale più netto: un documento ufficiale chiamato Memorandum della Accademia Serba delle Scienze. In esso si affermava che Tito in realtà era prevenuto nei confronti dei serbi e che la prova stava ad esempio nel fatto che la sua politica aveva dato statuti autonomi al Kossovo e alla Vojvodina, regioni tradizionalmente controllate dall’influenza serba. La tesi del Memorandum era che le difficoltà economiche che colpivano la Serbia erano una conseguenza di tale politica. Vi si teorizzava inoltre una soluzione fondata sull’idea di Grande Serbia, un’idea che risultava allarmante soprattutto per la maggioranza albanese del Kossovo, la quale già mal tollerava la presenza di polizia e soldati serbi nella provincia.

MILOSEVIC

Questo scenario politico interno favorì l’emersione di Slobodan Milosevich, nato in Serbia da genitori montenegrini e sposato con una sociologa marxista molto influente, il quale fece della questione kossovara il punto centrale della propria piattaforma politica. Slobo (così veniva chiamato) alla fine degli anni ottanta, divenuto segretario della lega dei comunisti e sostenuto da un vasto consenso delle masse serbe, aveva generato le condizioni per l’espansione serba in Kossovo e Vojvodina giocando la carta più pericolosa, quella nazionalista.

La fine della guerra fredda, con la caduta del muro di Berlino, determinarono in tutta l’Europa dell’Est un nuovo clima di aspirazione alla confluenza nella Comunità Europea, un contesto che costituiva una alternativa alla prospettiva serbocentrica soprattutto per Slovenia e Croazia. Pertanto al meeting dei comunisti iugoslavi del gennaio 1990 vennero formulate dai leaders di questi due paesi proposte forti in direzione di un nuovo pluralismo politico e nuova sovranità per le Repubbliche della Federazione. Tali proposte vennero rigettate e fu l’inizio della rottura.

Nel corso del 1990 si tennero elezioni nelle varie repubbliche della federazione iugoslava e in Croazia salì al potere il nazionalista Franjo Tudjman mentre in Slovenia venne eletto il riformista europeista Milan Kucan, in Bosnia Erzegovina l’islamista Isetbegovic e così via anche in Macedonia e Montenegro.

L’autorità del potere centrale sminuì rapidamente fino a crollare drammaticamente nel Maggio 1991 quando il presidente serbo uscente rifiutò di farsi da parte per lasciare il posto, previsto dalla rotazione, al croato Stipe Mesic. Tra le istituzioni federali preposte a garantire l’equilibrio, la JNA (Armata Nazionale Jugoslava) era in mano ad un pugno di generali apertamente schierati sule posizioni serbe tanto da annullare ogni neutralità. Si giunse quindi il 25 Giugno 1991 alla auto-dichiarazione di indipendenza da parte di Croazia e Slovenia. Con tale dichiarazione scattò l’intervento militare della JNA contro le due repubbliche, ma nel caso della Slovenia esso durò poco perché un negoziato tra Jugoslavia e Unione Europea condusse all’Accordo di Brioni il 7 Luglio 1991. La guerra però decolla contro la Croazia fino alla primavera successiva, quando, la Bosnia Erzegovina dichiara anch’essa la propria indipendenza.

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