diario di lettura e scritture semiserie by Francesco Boschetto. Brevi recensioni
Recentemente, ovvero negli ultimi mesi del 2013, il Corriere della Sera ha distribuito nelle edicole una collana di “piccoli capolavori che fanno grande il tuo inglese”.
Sono piccole edizioni con testo a fronte di opere di letteratura inglese. Ne ho comprato una a caso scoprendo così, abbastanza casualmente, alcuni racconti compresi nella raccolta “Gente di Dublino”.
Su Joyce ovviamente avevo letto vari commenti nelle riviste o quotidiani di sinistra soprattutto negli anni settanta. Joyce mi veniva presentato allora come un autore in grado di esprimere con autenticità la vera condizione della personalità cattolica ove la latenza continua del desiderio sessuale viene dissimulata, e quindi repressa, tra i comportamenti quotidiani. Ne ho trovato conferma in questa novella.
La vicenda si svolge nella Dublino portuale di cento anni fa. La raccolta infatti venne pubblicata ne 1914 quando Joyce aveva circa 36 anni. Il narrante è un ragazzo adolescente di buona famiglia cattolica che organizza con amici una giornata in cui marina la scuola. Con l’amico Mahony raggiunge il porto e poi attraversando il fiume in Ferry Boat giunge in un grande campo della zona nord. Durante gli spostamenti vengono descritte piccole avventure tipiche del comportamento adolescenziale con aspetti che mettono in luce il clima di contrasto tra cattolici e protestanti nonché il tipico regime di separazione tra maschi e femmine. Questo è un aspetto che io, ragazzo italiano che aveva l’età del protagonista negli anni sessanta, non posso cogliere se non attraverso la letteratura; il contesto di assoluta omogeneità religiosa in cui sono cresciuto mi ha infatti privato delle piccole avventure connesse con la pluralità confessionale qui descritta. Ma il fatto più intrigante del racconto avviene quando i due ragazzi vengono circuiti da un uomo di una certa età con denti gialli, occhi profondamente verdi ed eloquio misterioso.
Joyce è molto cauto e si concede solo allusioni che lascino libero il lettore nell’interpretare ciò che accade. Non è certo che questo adulto col bastone si masturbi davanti ai ragazzi, non ci sono prove testuali, ma è certo che li turba ed in particolare turba il nostro protagonista. Egli infatti avverte pienamente l’illegittimità della situazione e propone a Mahony di assumere una falsa identità. Questa scelta testimonia la preoccupazione affinché non venga scoperta la loro avventura. Da quel momento i due ragazzi diventano Murphy e Smith e quando rimane solo con quell’uomo il nostro Smith viene sottoposto alla prova del monologo; quel monologo che lo turba perché gli descrive il modo in cui lo avrebbe frustato, con enorme piacere, più di ogni altra cosa al mondo. Ed è qui, in questo punto che Joyce scrive la frase che, come una soglia di iniziazione, apre al lettore la visione della zona losca della psiche umana: “and his voice, as he led me monotonously through the mystery, grew almost affectionate and seemed to plead with me that I should understand him.” (e la sua voce, mentre mi introduceva con il suo tono monotono attraverso il mistero, diventava quasi affettuosa e sembrava volesse suscitare la mia comprensione).
Il ragazzino Smith si alza di scatto e se ne va, ma lo fa per “non tradire il turbamento”. Chiama Murphy, che sta al gioco e corre anch’egli verso di lui, come per portargli aiuto…
“And I was penitent; for in my heart I had always despised him a little”.
La scena si svolge dalle parti di Pigeon House, che non è una casa dei piccioni, ma il sito di una storica centrale elettrica a carbone attiva sin dal 1903 a Dublino. In quel sito, che risale alla metà del settecento quando vennero costruiti i muraglioni per proteggere il porto dall’insabbiamento, c‘è anche un sanatorio per bambini tubercolotici. Ed è questo l’altro aspetto che intriga il lettore moderno; quel sanatorio infatti, retto da personale religioso cattolico, è oggi tristemente famoso per i casi di child abuse.