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diario di lettura e scritture semiserie by Francesco Boschetto. Brevi recensioni

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The Collapse of Yugoslavia 2. Chaos and Crime

CHAOS and CRIME

Proseguo la lettura di Alistair Finlan, il quale ci dà una interpretazione impietosa degli errori diplomatici commessi a suo tempo dalla comunità internazionale e anche della grave sottovalutazione iniziale dei rischi militari commessa dalla Croazia.

La lettura di questi brevi capitoli assume a mio avviso anche un particolare valore di monito oggi che le due repubbliche sono all’interno della UE, ma la Slovenia è alle soglie del baratro finanziario e la Croazia punta tutto sul turismo internazionale mentre, in particolare l’Europa, è in crisi.

La guerra in Slovenia e l’Accordo di Brioni. La popolazione era preparata ad affrontare la minaccia rappresentata dall’Armata Nazionale Yugoslava (JNA) grazie ad una intensa campagna propagandistica, una campagna progettata per avere un impatto non solo domestico, ma internazionale. Le forze slovene pertanto al momento dell’attacco avevano piani di difesa adeguata a neutralizzarla. Le colonne di soldati dell’Armata vennero facilmente circondate e private della possibilità di muoversi avanti e indietro attraverso un sistema di ostacoli quali ad esempio alberi e tronchi tagliati. Gli sloveni, molti dei quali appartenenti alla Teriorijalna Odbrana ovvero la forza territoriale di difesa organizzata su modello delle forze partigiane di resistenza, potevano quindi aprire il fuoco sulle colonne intrappolate, spesso composte da riservisti demotivati che non conoscevano i luoghi. Tale guerra pertanto durò circa una settimana con una quarantina di morti, quasi tutti componenti la JNA.

La guerra slovena durò poco anche per il rapido intervento della comunità internazionale. La Comunità Europea e successivamente l’Unione Europea, videro infatti nella crisi iugoslava un’opportunità di affermazione nel contesto del dopo guerra fredda. E fu facile dimenticare che gli eventi sul continente europeo, fin dalla seconda guerra mondiale, erano sati determinati e risolti grazie ad un potere esterno: gli Stati Uniti. Prevalse quindi una visione secondo la quale con la fine della guerra fredda entrava in essere uno scenario all’interno del quale l’Europa avrebbe potuto risolvere i problemi della propria sicurezza da sola. Il posto migliore per partire era appunto la Yugoslavia. L’Accordo di Brioni del 7 Luglio 1991, realizzato grazie alla intermediazione della Comunità Europea, concluse gli scontri tra JNA e Slovenia. Ma questo accordo di pace era in realtà solo una mera carta da parati sopra le crepe della struttura federale. Esso diede però l’impressione che fosse possibile risolvere il problema senza ricorrere all’opzione militare, mentre in realtà nonostante questo primo successo, né l’Europa né le Nazioni Unite seppero poi mostrare capacità risolutive.

Diversamente dalla Slovenia le cose andarono male in Croazia dove inizialmente si pensava ad una soluzione similare puntando soprattutto ad una campagna simbolica, come la pratica di esporre bandiere e una forte gestualità dei politici indipendentisti, ma le condizioni si rivelarono presto molto diverse. Già dopo le prime settimane era chiara l’infondatezza della speranza pacifista in un territorio, vasto con parecchie enclaves serbe difese solidamente dalla JNA e con l’inizio di pratiche cleansing. Tuttavia il dibattito internazionale si concluse a favore del riconoscimento e la Comunità Europea riconobbe ufficialmente Croazia e Slovenia il 15 Gennaio 1992. In quella vicenda la visione della Germania, recentemente unificata, ebbe la meglio sulle perplessità Franco-britanniche nonostante il fatto che lo scetticismo fosse condiviso anche dal negoziatore americano Cyrus Vance e si riflettesse nella Conferenza per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (CSCE) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Ovviamente da questo momento gli scontri militari iugoslavi cessarono di essere un fatto interno, ma divennero manifestazioni di un conflitto tra nazioni riconosciute e già in Maggio, quando nello scenario si aggiunse l’istanza indipendentista della Bosnia Erzegovina, anche gli Usa riconobbero le nuove nazioni e le Nazioni Unite concordarono di inviare una forza di pace (UNPROFOR).

Qui, nel momento dell’ingresso internazionale e con il riconoscimento della Bosnia Erzegovina, la ricostruzione di Finlan colloca l’inizio di un nuovo stadio di quella lunga guerra perché Slobodan Miosevic si trovò a dover affrontare la richiesta di abbandonare un territorio nel quale il 31% della popolazione residente era di etnia serba, il 44% era di religione musulmana e il 17% era di etnia croata. Inizia l’epoca che lui definisce di “Chaos and crime”.

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