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18 novembre 2022 5 18 /11 /novembre /2022 16:36

 

 

Esterno Notte di Marco Bellocchio è solo una polpetta riscaldata e banalmente semplificata. Essa mortifica la memoria di Moro e le sofferenze dei suoi cari in una versione didascalica e retorica.  

Nel 2003 la ex brigatista Anna Laura Braghetti ha scritto una biografia romanzata col titolo Il Prigioniero. Da essa nello stesso anno il regista Marco Bellocchio ha tratto il film Buongiorno Notte. In esso alla fine del film il padre del Compromesso Storico esce libero all’alba e cammina per le strade di Roma. Qui sta la metaforica nonché profetica intuizione di Bellocchio: Moro è uscito simbolicamente vivo da quella vicenda perché il suo spettro gira ancora libero per le strade della repubblica ed è destinato a radicarsi nella cultura e nella sua storia. Quella di Bellocchio è una metafora che ci viene ora riproposta da Rai Fiction con Esterno Notte in forma di miniserie Tv.

In questa nuova opera il merito di Belocchio resta ancora quello di cogliere e trasmettere il graffiante senso di colpa che assilla la cultura politica italiana da ormai mezzo secolo ovvero aver lasciato uccidere Aldo Moro. Ma non c’è altro. Soprattutto non c’è la verità. Aldo Moro infatti non è stato ucciso dalle Brigate Rosse ma dalla NATO.

Quelle della stella a cinque punte sbilenca erano poco più che una squadretta di calcio parrocchiale, mentre quelle della geometrica potenza a sei punte ne erano la versione ultra infiltrata dal 1974 in poi con professionisti della guerra asimmetrica, figure specialistiche addestrate e dirette da poteri occulti innervati nella  NATO il cui cervello è nascosto negli USA. Poteri illegali storici che all’epoca avevano in Kissinger il mandante generale.

Questa però è la verità storicamente accertata che non si può dire, o meglio non si può narrare al popolo per non turbarlo o meglio per non svegliarlo. Non mi è piaciuto per niente. E per quanto riguarda i personaggi come Montini, Cossiga, Morucci, Faranda ecc. che vengono mostrati come persone sofferenti da perdonare mi rifiuto di stare al gioco:

Chi e causa del suo mal pianga se stesso.

 

 

 

 

 

 

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12 novembre 2022 6 12 /11 /novembre /2022 15:21

 

 

 

Nel 2013, al tempo in cui ad accorgersi di ciò che stava succedendo in preparazione di WW3 era solo Giulietto Chiesa, il filosofo e politologo francese Alain De Benoist, intervistava ed intratteneva scambi  culturali con l’intellettuale russo oggi noto impropriamente alla opinione pubblica occidentale come “ideologo di Putin” Alexander Dugin.

Da tali contatti e conversazioni è uscito un libro che oggi si trova solo nelle biblioteche civiche o in casa di qualche specialista, che porta il titolo EURASIA, VLADIMIR PUTIN E LA GRANDE POLITICA.  Edito in Italia da Controcorrente nel 2014.  In esso di fatto gli autori sono due, l’intervistatore e l’intervistato.

Il primo autore è appunto Alain de Benoist, esponente della Nouvelle Droite, ma soprattutto sviluppatore di un nuovo pensiero politico assolutamente indipendente da nostalgie e schieramenti. Esso infatti esprime netta critica alla Globalizzazione e ai modelli di democrazia liberale occidentale offrendo una visione positiva del fattore identitario / culturale delle piccole patrie. Detto così può sembrare astruso ma in realtà si tratta di un modello di pensiero piuttosto libero ed innovativo; un modello che può anche considerarsi in contiguità con Gramsci nel suo concetto di egemonia e visione nazional popolare.

Lo si capta molto bene fin dallo sguardo panoramico della cultura russa che De Bemoist ci offre nella introduzione del libro. Il rapporto tra i due risale ancora al giugno ’90 quando era ancora in piedi, seppur traballante,  l’URSS. A quell’epoca idee riconducibili alla visione nazionalistico/ destrofila presenti nella cultura russa erano già presenti, anche se distorte dalla lente dei “maniaci dell’anticomunismo” (pg 15).  Ad esempio si utilizzava l’espressione “Nazional-bolscevismo russo” per descrivere tali correnti di pensiero. Ma sul mercato editoriale francese esistevano già saggi ed articoli attendibili sulla materia. Tra questi l’articolo dello stesso Alaine de Benoist “Une révélation: la Novelle Droite… russe” che permetteva di comprendere meglio la natura di certe lotte di potere interne all’Unione Sovietica dell’epoca. Successivamente i viaggi e i reciproci scambi di inviti a conferenze hanno permesso di assistere ai profondi cambiamenti e sofferenze della società russa nel periodo di Boris Eltsin fino all’elezione di Putin alla presidenza della Federazine Russa del 7 Maggio 2000. E qui comincia la conversazione con Dugin e in proposito De Benoist ci preavvisa che: “ Ciò che forse colpirà maggiormente il lettore di questo libro è la profonda originalità delle idee eurasiatiste che su certi punti confermano nozioni o riflessioni che possono esserci familiari, ma su molti altri fanno appello a schemi che ci sembrano inediti perché si fondano su problematiche cui non siamo abituati.”

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Il secondo autore è Alexander Dugin: un poliglotta che conosce molte lingue occidentali tra le quali l’Italiano come abbiamo avuto modo di sentire in alcune recenti interviste  televisive. Egli espone risposta dopo risposta il proprio pensiero “vasto e organizzato” senza retorica e magniloquenza con particolare riferimento al movimento euroasiatico o eurasiatista (in russo evrazijstvo).  Il suo pensiero utilizza coppie oppositive quali  POTENZA TALASSOCRATICA E TELLURICA, (Schmitt, Hausofer, Macknder) e Tradizoine/modermita’ (Guenon, Evola).

 

Politica

Dugin propone una Nuova Sintesi. Ovvero una confluenza della critica antiliberale di destra e di sinistra per trarne “l’essenza metafisica”. Egli spazia da Carl Schmitt a Evola e Guenon per approdare ad una solida visione geopolitica che si oppone al disegno imperiale statunitense. Egli vede nell’atlantismo la principale minaccia e vi contrappone appunto un’azione militante nel movimento euroasiatista.

Nello spazio post-sovietico potrà svilupparsi un impero democratico, una federazione continentale. La sua concezione ruota attorno ad una serie di termini come Impero, Grandi Spazi, Demotia ecc. dei quali disponiamo con questa lunga intervista che, non dimentichiamo, è il risultato di domande poste ad un pensatore russo da un politologo francese, il quale ne ha tradotto le risposte in un testo successivamente tradotto in italiano da Giuseppe Giaccio.

Impero. Storicamente gi imperi hanno preceduto gli Stati-Nazione e ritornano quando il ciclo della modernità si compie. Trai due modelli vi sono fondamentali differenze: mentre iI modello imperiale  tende a preservare le enclave etniche, culturali, linguistiche e religiose, gli Stati Nazione tendono ad una società civile amministrativamente e culturalmente omogenea. In essi prevale l’idea di frontiere “eterne” definite da accordi internazionali mentre l’impero ha una concezione espansiva delle proprie frontiere. La stessa URSS si era di fatto conformata a questo modello concependo come propria missione il comunismo planetario e gli stessi tratti si ritrovano anche nell’attuale impero americano in termini “neo-cartaginesi”.

Nel caso americano Dugin rinvia a due visioni: quella dei neoconservatori come Kagan il quale parla di benevolent empire  e quella globalista post-gauchsta di Toni Negri e Michael Hardt che vede la stessa cosa ma in prospettiva critica.

Possiamo quindi vedere la geopolitica dell’impero nelle sue tre varianti: quella premoderna (religiosità ed espansionismo), quella del contesto moderno (messianismo modernista) e quella postmoderna (mescolanza contraddittoria di differenti valori e idee). La storia della Russia le presenta tutte e tre (dall’impero mongolo e bizantino fino all’impero ideologico dei soviet) ma bisogna ora costruire la nuova forma, quella dell’ impero eurasiatista. Una forma capace di unificare nella Tradizione sacra il grande spazio euroasiatico ispirandosi ai principi tradizionalisti di Julius Evola e Réné Guénon sulla scia di Gengis Khan e dei Romanov che posero sotto controllo russo popoli e terre del Caucaso, della Siberia e dell’est europa senza russificarle. Tutto ciò in un quadro che si ispira alla nozione di sussidiarietà e idee di federalismo per compensare la centralizzazione in una democrazia organica, partecipativa e diretta. (pg 89)

Demotia. Egli parte dal presupposto che la democrazia rappresentativa non è che una forma di manipolazione del popolo da parte delle elites. (105) E qui il riferimento è a Vilfredo Pareto. Il termine Demotia va inteso come “del popolo” ma nel libro (ad esempio pg 34) il concetto viene espresso in termini più complessi:” Invece della democrazia liberale deve essere instaurata la Demotia, ossia un regime che permetta al popolo di partecipare al suo destino, invece di essere semplicemente rappresentato, come accade nelle democrazie occidentali.” La Demotia è quindi una “democrazia organica” in quanto “fondata sulla nozione di partecipazione di tutti i membri di un popolo al suo destino”. (de Benoist pg 104)

 

Un altro riferimento è al politologo tedesco del secolo sorso Carl Schmitt e rinvia alla necessità di superare l’opposizione di Terra e Mare. Una contrapposizione che storicamente ha prodotto la ostilità degli stati anglosassoni verso l’Europa continentale e la Russia per poi culminare nello scontro ideologico della guerra fredda.  (Pg 84 mare e terra di Carl SCHMITT)

Economia. Sul piano economico, posto che liberalismo e marxismo sono fonti di ispirazione tra le altre e non dogmi obbligatori, Dugin propende per “un modello misto in cui le economie che si evolvono ad un ritmo differente possano, in funzione delle tradizioni locali, combinare il mercato con altre forme di artigianato, cooperative, socialismo o solidarismo”.

Eurasiatismo. I primi eurasiatisti interpretavano la rivoluzione bolscevica del 1917 come una conseguenza della politica di occidentalizzazione della Russia intrapresa dai Romanov. Ma il materialismo economico è estraneo all’anima russa e “il marxismo in Russia era solo un elemento del tutto artificiale”. Con la caduta del sistema è ripresa la dialettica tra la visione occidentalista e quella, più radicata storicamente, identitaria di rivoluzione conservatrice. Con tale accezione va inteso il superamento della concezione storicamente passiva ed inerte dell’oriente come antitesi dell’Occidente, occorre una nuova visione identitaria delle tradizione, una pulsione attiva. Il periodo sovietico ha rappresentato una tappa legittima della  storia nazionale russa e non una aberrazione o un complotto straniero (pg 68) ma una scelta storica del popolo. E oggi il liberalismo e l’atlantismo vanno esclusi a priori perché estranei all’identità.

Il pensiero eurasiatista ha sempre avuto una dimensione internazionale ed alimentato una azione dei popoli contro il pericolo della occidentalizzazione… e qui si arriva ad un apice di ipertensione:” Coloro che vorrebbero che la Russia divenisse un paese come gli altri o non hanno davvero capito niente o vogliono semplicemente la nostra scomparsa. Noi non siamo mai stati normali e non lo saremo mai. O la Russia sarà grande , unica, radiosa, assoluta, paradossale, misteriosa, salvatrice, o sparirà.” (pgg 68-69)

 

Tradizione. Dugin ha scritto il libro “La metafisica della Buna Novella”  per mettere a confronto la metafisica guénoniana con le dottrine della religione ortodossa e ne ha ricavato le convinzioni filosofiche per una adesione alla religione ortodossa. Ha poi studiato la storia della Chiesa ortodossa russa diventandone cristiano praticante. Nella sua  visione dopo lo scisma del 1054 la Chiesa Ortodossa rappresenta la continuità della Chiesa universale mentre quella cattolica ne rappresenta solo un ramo eretico tutt’oggi inaridito (116). Egli vede il cattolicesimo come il risultato di un processo storico di separazione iniziato nel secolo IX con l’unzione imperiale di Carlo Magno. Successivamente, con il tradimento della fede ortodossa operato da Costantinopoli al concilio di Firenze (1451), la Santa Russia è rimasta l’unico paese ad essere “politicamente libero e spiritualmente ortodosso”. Pertanto oggi vi è in essa  una chiesa autocefala senza legami con Costantinpoli. Il contesto successivo ha poi sviluppato l’idea di una “Terza Roma” mentre da dopo l’epopea di Pietro il Grande coloro che non si sono mai allineati alla secolarizzazione vengono definiti Vecchi Credenti e rappresentano gli esponenti del pensiero religioso coi quali Dugin stesso si identifica.

 

 

Alexander Dugin è nato a Mosca il 7 Gennaio 1962. Figlio di un ufficiale del KGB e madre medico. Ha studiato presso l’Istituto di Aviazione dove ha sviluppato amicizie e conoscenze come Gueydar Djiemal che nel 1991 sarà il fondatore del partito della rinascita islamica. Nel 1991 ha tradotto in russo il libro di Julius Evola Imperialismo Pagano. Alla caduta dell’URSS ha fondato una associazione per gli studi meta strategici estendendo le ricerche oltre ad Heidegger e Lévi-Strauss al pensiero di Carl Schmitt, Karl Hausofer e altri contemporanei compresa la Nuova Destra francese sulla linea della rivoluzione conservatrice. Scrive Russcaya Vestch (Cosa russa), un libro in due volumi diffuso in Turchia, in Serbia e nel mondo arabo,nel quale adatta concetti geopolitici europei e americani alla situazione russa. All’inizio degli anni novanta egli collabora anche col KPRF (il partito comunista della Federazione russa) e poi passa ad elaborare articoli per il “giornale della opposizione spirituale”. Dopo l’assalto al parlamento ordinato da Boris Eltsin nel 1993 collabora con altri ambienti della politica russa ove consolida le proprie idee che vedono negli Stati Uniti il “nemico ontologico”, il male assoluto da combattere. Nel 1998 partecipa alla creazione della Nuova Università presso la quale tiene lezioni di filosofia della tradizione. Dopo che nel 2000 Putin in un discorso ai capi di Stato del Pacifico dichiara che “la Russia si identifica in generale con una nazione euroasiatica” gli articoli di Dugin cominciano ad apparire nel sito ufficiale del governo. In Francia ed in Europa comincia ad essere presentato e citato come “visto di buon occhio dal Cremlino”. Ma successivamente, da dopo il 2005 in particolare, (movimento Rodina) comincia a sviluppare giudizi critici. Oggi egli non considera Putin e Medvedev come veramente desiderosi di formare  un patriottismo coerente.

La sua idea eurasiatista, che immagina la ricostruzione dello spazio economico e geopolitico post-sovietico,  ha successo anche in Kazakhistan ove il leader Nazarbaev ha lanciato fin dal 1994 un progetto di unione degli stati euroasiatici.  A lui sono dedicati in Europa numerosi articoli e monografie che Alain de Benoist descrive  durante l‘intervista.

 

 

 

 

 

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15 ottobre 2022 6 15 /10 /ottobre /2022 22:35

 

 

Il libro, pubblicato nel 1977 da Editori Riuniti col titolo PSICOLOGIA E MARXISMO, Piaget/Zazzo ed altri, edita un dibattito di un gruppo di studio francese seguito da una raccolta di articoli al tema stesso collegati. Prendo a riferimento quello di Maurice Caveing.

Costui è l’autore del saggio conclusivo e in quest’articolo vede nel rapporto Psicologia/Marxismo un’occasione di approfondimento e delucidazione del materialismo storico. Auspica un lavoro tale da fornire una teoria della personalità come sviluppo nuovo del marxismo.

Il suo riferimento è il lavoro del filosofo comunista francese Lucien Sève Marxismo e teoria della personalità edito in Italia da Einaudi nel 1973.

Caveing sostiene che sviluppando marxianamente le basi per una teoria della personalità si offrirà allo psicologo la possibilità di “fecondare la sua ricerca con la conoscenza dello status storico-sociale della personalità umana”. L’apporto marxista a suo dire infatti sarebbe quello dell’approccio storico dialettico il quale porterebbe all’analisi della trasformazione dell’individuo da biologico a sociale, andando oltre la semplice concezione  relazionale e tendendo a concepire l’individuo come “essenza umana” nei suoi “rapporti sociali”. In tal modo a suo dire diventerebbe anche “ possibile soddisfare tutti coloro che cercano di dare al marxismo il “supplemento di anima che gli mancherebbe”.

Un discorso interessante che passa anche attraverso una sintetica e succosa disanima delle nozioni di personalità presenti negli scritti di Marx.

Marx ci ricorda che essendo il fine del capitale la produzione di profitto e non la soddisfazione dei bisogni’ la sua teoria economica colloca l’individuo concreto al di fuori dell’analisi perché non interviene nella produzione. “Si rimprovera a Ricardo di studiare la produzione senza curarsi degli uomini; ma è proprio ciò che vi è di importante in lui, scrive Marx, ciò che non vedono gli economisti psicologi o umanisti che dissolvono nel vischio psicologico l’obiettività dei rapporti di produzione e dunque la scienza stessa”.(pg 166)

 

Sia nelle opere giovanili, dove passa dall’umanesimo astratto di Feuerbach al materialismo storico, sia in quelle della maturità Marx infatti non ha mai cessato di avere in vista la liberazione degli esseri umani da tutte le servitù materiali, sociali politiche ideologiche e anche dagli “ostacoli interni”. Ne L’ideologia tedesca si dice che i proletari devono “rovesciare lo stato per realizzare la loro personalità”; e ne Il Capitale Marx riconduce senza posa l’attenzione del lettore allo scopo finale cioè la liberazione degli uomini attraverso quella dei proletari. E qui Caveing  ci invita a “saper leggere Il Capitale” in modo sintomatico e non selettivo, come suggerisce Althusser (comment lire Le Capital, 1968)

Nel periodo ’77 – 79 quando lavoravo in fabbrica e studiavo psicologia a Padova preparando gli esami nelle ore di giornata che mi offrivano i turni di notte, ambivo a diventare psicologo del lavoro, cosa che poi non ho realizzato perché sono finito a fare il sindacalista. In quegli anni queste letture alimentavano le mie ambizioni culturali e il libro PSICOLOGIA E MARXISMO di Editori Riuniti 1977,  fu un ottima, per quanto impegnativa, lettura.

Il 9 maggio 1979 a Padova il professor Guido Petter venne aggredito da un gruppo di studenti violenti e nei giorni successivi al posto delle lezioni si tenevano assemblee di occupazione delle aule. Io mi ero presentato con L’Unità che sporgeva dalla tasca e fui spinto, senza particolare violenza peraltro, in strada con l’argomento che non dovevano entrare quelli del PCI perché essi erano LA NUOVA POLIZIA. Io dissi che se fossi stato un poliziotto non avrei certo  portato con me un giornale comunista e allora mi strapparono il giornale e mi dissero di andare da un’altra parte. Ricordo che cercai un’altra aula e seguii una lezione di statistica psicometrica con quiz che mi sarebbero poi stati utili in altre occasioni di trattativa su cottimi ed incentivi alla Marzotto. 

Quando perdi, non perdere la lezione; e io non persi la lezione, appunto…

è la legge del karma

(Dalai Lama)

 

 

 

 

 

 

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8 ottobre 2022 6 08 /10 /ottobre /2022 14:45

 

IL 18 BRUMAIO DI LUIGI BONAPARTE, traduzione in italiano di Palmiro Togliatti

 

 

 

Il copyright è del 1964 ma la seconda edizione, di cui dispongo in volume, è uscita con Editori Riuniti nel 1974. Curatore Giorgio Giorgetti.

Nella lunga introduzione di trenta pagine il curatore commenta le vicende editoriali del testo durante il secolo diciannovesimo.  Marx scrisse i primi articoli per una rivista americana diretta da un rivoluzionario quarantottino emigrato dopo la repressione, il cui progetto abortì e gli articoli arrivarono in ritardo. Da li parte la rielaborazione col nuovo testo e il nuovo titolo. Prima si chiamava Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1851, ora IL 18 BRUMAIO DI LUIGI BONAPARTE. Dobbiamo ad Engels il successo internazionale dello scritto per averne curato le tre edizioni storiche.

Marx esamina in quasi 200 pagine la rivoluzione del 1948, che vide una insurrezione della popolazione parigina che costrinse all’esilio re Luigi Filippo, con riferimento particolare al suo epilogo che sfocia nella presa del potere da parte del nipote di Napoleone.

 

 

 

 

 

 

 

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17 agosto 2022 3 17 /08 /agosto /2022 16:52

 

 

Il libro di Giovanni Fasanella IL PUZZLE MORO, uscito in prima edizione nel Marzo 2018 edito da Chiarelettere, analizza e descrive le motivazione di quella eliminazione in modo approfondito. Esse sono riassumibili nel seguente profilo.

 

Alle fine di WW2, dopo la scelta repubblicana del 2 Giugno 1946 l’Italia sottoscrive il trattato di Parigi che l’Assemblea Costituente ratifica il 31 Luglio 1947. Per effetto di tale trattato, in coerenza con gli accordi di Yalta (Usa, Urss e GB) l’Italia sta sotto il campo occidentale con una speciale competenza inglese. Esso contiene inoltre all’articolo 16 disposizioni che limitano la sovranità politica e militare della Repubblica italiana.

Esistono pertanto dei vincoli esterni celati dietro una facciata di paese libero.

Moro era espressione e leader di una linea politica che mirava al superamento di tale quadro e il suo assassinio fu un atto di guerra contro l’Italia, un attacco perpetrato da stati alleati con complicità di quinte colonne interne.

 Il punto chiave è dato dal fatto che l’ingerenza esterna, in quanto operata da stati alleati le cui quinte colonne non sono svelabili per accordi di alleanza, costituiscono concetti non dicibili e le indagini non possono intaccare informazioni militari segrete. Da qui nascono operazioni di depistaggio, trame ed attacchi illegali operati anche dalle nostre istituzioni.

Nel caso di Aldo Moro il “granitico muro di silenzio” che ha impedito la verità per quattro decenni passa anche attraverso uno scambio tra Brigate Rosse e Stato italiano che prevede impunità in cambio di silenzio. Ciò ha contribuito a generare una “mitologia del mistero” che si autoalimenta di ricostruzioni basate su risposte ipotetiche. Fortunatamente però i materiali peritali della commissione Fioroni e le nuove libertà di accesso a fonti ed archivi precedentemente segreti danno oggi la possibilità di conoscere i fatti con certezza e verità storiografiche.

 

 

 

 

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17 dicembre 2021 5 17 /12 /dicembre /2021 09:01

 

 

 

 

L’ Azalea è una pianta ericacea, ovvero di quel genere cespuglioso e fiorito che caratterizza varie specie. Per qualcuno il termine deriva dall’arabo e significa “calmato” o “pacificato”. In tal caso il messaggio è chiaro e coerente perché ricama la “riconciliazione”. Un’ idea con retrogusto religioso che costituisce il concetto-chiave per la lettura di questo libro.

                                                                                *

Sugli anni di piombo l’Italia vive ancora oggi una battaglia tra differenti narrazioni: il grande complotto, l’occasione mancata, le vittime, il riscatto e la riconciliazione. Si, è vero. Ci furono anche trame internazionali e deviazioni istituzionali, ma soprattutto, dice Giovagnoli, c’erano i terroristi.

Questo schema riduce alla psicologia di alcune persone e ai loro errori di comportamento, un fenomeno tutto politico che va ben oltre la dimensione psico-sociale o, se volgiamo, morale. Gli anni di piombo non ci furono solo in Italia ci furono in varie parti di Europa, Stati Uniti e America Latina. Io sono pertanto scettico su questo tipo di schematizzazione e la considero ipocrita.

Tanto per cominciare la parola “terroristi” è sbagliata. Essa tutt’oggi testimonia solo il disprezzo nei loro confronti. Il loro non era terrorismo, era lotta armata. Per carità: sbagliata, colpevole e non giustificabile da ogni punto di vista. Ma il terrorismo è un’altra cosa. Il terrorismo è quello delle stragi, il terrorismo è l’uso della tortura. Quelli sono metodi che creano terrore. E negli anni di piombo lo stato ha coperto quei veri terroristi ed ha usato, coltivato, la paura che le stragi inculcavano nella gente comune per ottenere consenso nell’opinione pubblica sulle leggi speciali.

Ora, non c’è dubbio che stiamo parlando di una storia piena di drammi umani, una storia fatta di persone da rispettare anche con il silenzio e la riservatezza morale. E non c’è dubbio che dopo quattro, cinque decenni ogni riavvicinamento, ogni perdono, ogni odierna comprensione tra colpevoli e vittime rappresenta un progresso in direzione dell’umanità. Certo, penso di poter comprendere anche il perdono. Ma esso riguarda la dimensione umana del problema. La riconciliazione riguarda le persone, non lo Stato. Un terrorista ha ucciso, è stato catturato, processato, condannato, ha scontato la sua pena? Caso chiuso. Se poi ci sono le condizioni morali e i famigliari delle vittime lo perdonano meglio ancora e buon per tutti.

Se esiste davvero questa è una società positiva, che va a avanti e impara dai propri errori. Ben venga, ma questo centra poco con lo Stato e trascura la comprensione delle motivazioni politiche del fenomeno. E il vero problema, per chi voglia fare i conti con gli anni di piombo, è, purtroppo, ancora questo.

E’ un peccato doverlo ricordare dopo aver letto quello che comunque è un bel libro, scritto con professionalità e dedizione.

 

                                                                          **

1 - Franco Bonisoli nel 2013 a 35 anni dall’eccidio di via Fani si è recato sul luogo ed ha lasciato una piantina. Picariello non precisa di quale specie essa sia, ma il titolo del libro suggerisce che sia un’azalea, e alla domanda del giornalista che lo accompagna e gli chiede se sia vero o meno che in quel frangente si sia inceppato il suo mitra risponde con una “piccola smorfia”; una risposta che, scrive Picariello, gli bastò. Perché l’amico Franco stava guardando intensamente le foto degli agenti caduti.

Dopodiché Picariello afferma che quel fatidico giorno:” … lui si era appostato dal lato opposto della strada, alle nostre spalle, - dice – davanti al portone di un condominio, alla fermata del bus. Dove un tempo era il famoso bar Olivetti”. Il resto del libro ritorna poi più volte su Bonisoli descrivendolo come un bravo ragazzo, che si è riconciliato anche con Montanelli che aveva gambizzato, insomma in definitiva un ragazzo e che si è sempre moralmente pentito del periodo violento.

E’ tutto molto bello, ma purtroppo non è vero. Il mitra di Bonisoli non si è affatto inceppato e, anche lo fosse, è stato comunque usato per sparare sul lato posteriore sinistro dell’auto di scorta mentre l’agente Jozzino è stato ucciso da qualcuno che, con molta perizia e precisione, gli sparò alle spalle dal lato destro. Questo è uno dei tanti dettagli che sono stati accertati ed acquisiti negli atti della commissione Fioroni.

Allora perché il bravo ragazzo che ha sbagliato e pagato la sua pena non lo dice? Temo che sia perché anche lui, come gli altri delle Br, sono ancora impegnati a reggere le balle che su via Fani lo Stato ha confezionato. A via Fani c’erano “anche” le Br ma servirono da paravento a ben altri soggetti violenti. Questa però è una verità molto scomoda e soprattutto proibita dalla NATO che, a differenza del suo nemico Patto di Varsavia, è ancora viva e vegeta e comanda su di noi

 

                                                                            ***

Il limite del libro, e della encomiabile ricerca che lo ha reso possibile, è proprio questo: ci si limita a considerare il rapporto morale con gli ex terroristi, la loro coscienza, la loro umanità ritrovata ignorando cosa LO STATO ha fatto a loro e alla popolazione civile per combatterli negli anni di piombo. E cosa fa ancora oggi per nasconderlo. Certo si tratta uno Stato manipolato e con le mani legate, ma da una alleanza militare che si travestiva di anticomunismo e che continua ancor oggi a riservare all’Italia quel trattamento nonostante siano trent’anni che il comunismo non c’è più.

In questo libro l’azalea viene idealmente posta in “via Fani” perché quel luogo topico del ciclo plumbeo italiano e rappresenta l’apice della epopea brigatista. Tutte le vicende umane dei personaggi che vengono richiamati in questo libro, anche quelli definiti “terroristi”, sono presentate come esperienze di vita tendente alla riconciliazione. Ma lo Stato italiano non si è mai riconciliato con se stesso; ha ripiantato e ricoltivato dentro se stesso quelle forze oscure contro le quali i costituenti stessi avevano combattuto. Ed in tal modo è staro tradito un paese che ha nuovamente pagato col sangue il prezzo di quella Costituzione.

Io spero che le azalee per perdonare questa parte della storia, quella che purtroppo il libro non spiega, da qualche parte stiano crescendo…

 

 

 

 

 

 

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15 giugno 2021 2 15 /06 /giugno /2021 16:52

 

 

 

 

La DIGA SULL’OCEANO di Osvaldo Guerrieri, scrittore e giornalista de La Stampa, è in libro uscito nel 2019 dalle edizioni Neri Pozza. Ripercorre la vicenda di Herman Sörge, un eclettico architetto vissuto in Germania nella prima metà del secolo scorso. Durante il periodo delle Repubblica di Weimar costui lanciò il progetto di costruzione di un sistema di dighe capace di isolare e lasciar prosciugare il mar Mediterraneo collegando via terra l’Europa con l’Africa. L’idea riprendeva le informazioni scientifiche, confermate all’epoca dai carotaggi, secondo le quali alla fine della seconda era glaciale vi fu nel nostro pianeta un prosciugamento naturale dell’area mediterranea.

Il beneficio derivante da tale opera sarebbe stato soprattutto energetico perché le due dighe poste una a Gibilterra e l’altra ai Dardanelli sarebbero state dotate di un gigantesco sistema di turbine per la produzione di energia elettrica. Si sarebbero create inoltre vaste aree di territorio che avrebbe potuto nel tempo essere destinato a coltura agricola. Il tutto in un secolo, un secolo e mezzo. Sarebbe così nato un super-continente primeggiante sul pianeta. Un’opera destinata a lasciare un segno indelebile nel destino dell’umanità.

 

All’inizio l’idea sedusse ed incuriosì vari ambienti sia scientifici che politici dell’epoca, ma l’avvento del nazismo la boicottò e la fece cadere. Tra gli interessati della prima ora vi era stato ad esempio Erich Mendelssohn, architetto esponente del movimento sionista mondiale e amico di Einstein. Costui sostenne le iniziative di diffusione dell’idea e contribuì ad arricchire il progetto.  Ma il progetto violava la Convenzione di Motreaux firmata dalla Germania nel 1936 sulla libertà di passaggio Bosforo/Dardaneli. Pertanto alla fine degli anni trenta Hitler commissionò un cortometraggio propagandistico contro Atlantropa che ebbe molta influenza negativa presso l’opinione pubblica tedesca.

Nel dopoguerra, secondo il racconto di GUERRIERI, gli americani corteggiarono per un po’ Sörge nel tentativo di lanciare il progetto all’ONU (in fase di costituzione) per il suo carattere unificante tra le nazioni, ma poi l’avvento dell’energia nucleare lo rese inutile.

In realtà si trattava di un’opera di difficile realizzo. Avrebbe richiesto di riversare in mare almeno due chilometri cubi di rocce e pietre ricavate dai monti andalusi e la costruzione di uno zoccolo largo 2.5 km solcato da autostrade e acquedotti tra la costa di Gibilterra e il Marocco. Il progetto prevedeva sulla diga anche la presenza di un aeroporto, un parco nazionale, turbine e cascate molto più grandi di quelle di Niagara. Inoltre il terreno riemerso non sarebbe stato utile per l’agricoltura a causa della elevata salinità, come dimostra oggi il prosciugamento di una parte del lago d’Aral, considerato uno dei più grandi disastri ecologici degli ultimi 50 anni.

 

Nel dicembre del 1952 Sörge morì a causa di un incidente a Monaco. Un’auto si scontrò con lui mentre andava in bicicletta. Non mancano ancor oggi le ipotesi di omicidio mascherato. La sua eliminazione infatti ha tolto di mezzo un argomento potentemente suggestivo in favore dell’energia idroelettrica osteggiata dai poteri petroliferi.

Nel 1960 è stato chiuso l’Istituto Atlantropa spegnendo così una grande suggestione scentifica e culturale del Novecento. Rimane un Archivio presso il Deutches Museum di Monaco.

 

 

 

 

 

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21 maggio 2021 5 21 /05 /maggio /2021 16:59

 

 

 

 

Lo sviluppo del racconto narra la progressione di eventi drammatici affrontata dalla popolazione di Resia e Curon. Si tratta di montanari germanofoni cattolici che con lo spostamento dei confini al Brennero, stabilito dal Trattato di Saint Germain il 10 Settembre 1919, alla fine di WW1, si sono trovati nel Regno d’Italia. Tali eventi drammatici sono, semplificando, tre: fascismo guerra e diga.

L’avvento del fascismo imporrà loro una italianizzazione forzata con il divieto di parlare tedesco. E questo è il primo trauma. Fino al ’43 iI Sudtirol diventerà Alto Adige, anche con una massiccia immigrazione, ma nel Marzo del 1938 l’Austria cesserà di esistere in conseguenza dell’Anschluss e i nuovi trattati Italo-Tedeschi creeranno l’Opzione. 250 mila tirolesi sceglieranno la cittadinanza tedesca ma solo 50 mila migreranno. Le famiglie di Curon si divideranno tra optanti e restanti ma per i restanti le sorti cambieranno quando con la creazione della Repubblica Sociale Italiana i nuovi rapporti Italia/Germania imporranno il progetto Alpenvorkland che preparava l’annessione al Reich di tutto l’Alto Adige. Tutto questo cesserà con la sconfitta di Hither e nel dopoguerra la Repubblica Italiana riprenderà e porterà a termine il progetto di costruzione della diga col conseguente allagamento.

In questo contesto Marco Balzano ha inserito la vicenda umana di una famiglia che riassume in sé varie caratteristiche della popolazione locale.

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Trina è nata nel primo decennio del secolo scorso ed è una donna con una vita fatta di campi, stalle, amore, figli e dolori. Con gli accordi De Gasperi/Gruber del secondo dopoguerra farà la maestra italianofona ma dovrà lasciare il maso, Vincerà la Montecatini con la sua diga. In lei non v’è alcun pregiudizio anti italiano; ma vive affrontando con fermezza tutte le pochezze, le prepotenze e le ipocrisie dell’italianità. Prima quella fascista, poi quella del dopoguerra industriale. Trina studia e impara bene la lingua italiana, una lingua “bella”che”…a leggerla sembra di cantare” (pg 78) ma che è anche la lingua dei fascisti, ovvero quegli sbruffoni che comandano senza affidabilità e rispetto. E quando lei e le sue amiche del cuore vanno a fare l’esame di maturità (nel 1923), se ne tornano tutte con la convinzione che Barbara ha preso solo sette perché aveva le tette piccole mentre Maja ha preso dieci perché le aveva grandi. E sono questi, gli italiani fascisti, a parlare di una diga. A Resia e Curon si fanno vivi emissari della Montecatini i quali parlano anche di ipotetici espropri.  E c’è il problema della lingua. L’italianizzazione forzata ha brutalmente vietato il tedesco. Ha cambiato i nomi inventandone di nuovi anche per le lapidi delle tombe e ha riempito gli uffici e le scuole di impiegati e maestri italiani. La famiglia, soprattutto il padre di Trina, non accettano questa imposizione, e si sviluppa una prima attività illegale: la scuola clandestina. La salvaguardia della lingua tedesca è stimolata dal prete. La Chiesa dell’epoca era di fatto austriacante e utilizzava anche il catechismo per insegnare il tedesco. L’esperienza di maestra clandestina coinvolge Trina che subisce anche un arresto. Ma tocca alla sua amica Barbara subire il confino come punizione per essere stata maestra germanofona clandestina. Si diffonde fin dai primi anni una diffidenza verso gli italiani e si diffonde tra la gente del posto il timore che con la scusa della diga “i fascisti vogliano rovinarci e sparpagliarci in giro per l’Italia”.

Ciò non impedisce a Trina di sposare Erich. Egli è l’uomo che ama e non le importa che sia, come osserva il padre, “quello che ha il pezzo di terra più piccolo del paese”. Quando lo sposa egli è già membro di un circolo clandestino che sosteneva l’annessione alla Germania. Con lui cresce i figli Michel e Marica.

In quel periodo, che nel libro vien trattato nella seconda parte sotto il titolo “Fuggire” si svolgono i drammi umani più grandi della famiglia. Per cominciare la figlia scappa di casa con gli zii che si erano dichiarati optanti (lingua e cittadinanza tedesca), Ciò avviene nel 1939, quando invece Trina ed Erich, col figlio Michel si dichiarano restanti. Ma Michel è un restante che sceglie la cittadinanza germanica e matura un sentimento filonazista. Poi il padre Erich torna ferito dalla guerra in Grecia e lui, il figlio Michel, si arruola coi tedeschi per impedire che, una vota guarito richiamino il padre. Il fatto di essere una famiglia RESTANTE causa molta pena alla famiglia di Trina ed Erich perché la stragrande maggioranza dei paesani, esasperata dai fascisti, simpatizzava per Hitler e sarà ostile verso di loro. Per un periodo Trina non mandò più a scuola Marica per proteggerla dalle ostilità dei compagni.

Questi drammi famigliari fanno sì che Trina non si dia più pace per aver perso la figlia mentre Erich troncherà i rapporti col figlio. Ciò avviene nel 1939-’42 ma la situazione si aggrava con la Repubblica di Salò. Trina e d Erich scappano armati in montagna vicino al confine svizzero fino alla fine della guerra. Per evitare la cattura Trina uccide. Sono in una situazione simile ai nostri partigiani renitenti alla leva, ma Balzano non usa mai la parola Resistenza e conduce tutta la narrazione in modo da tenerne alla larga ogni riferimento.

A pagina 115 si parla delle “rappresaglie dei tedeschi alla fine del ’44”. Trina ed Erich vivono gli ultimi tre mesi della guerra accampati in un fienile.

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La terza parte del libro, intitolata L’ACQUA, parte a pg 125 e in 11 capitoli narra la storia della DIGA costruita tra il 46 e il 53.

Siamo quindi negli anni del secondo dopoguerra. Il padre di Trina è morto nell’Aprile del 1941 (pg 59). La bara viene portata da Theo, Gustav Erich e il Peppi. Michel aveva taciuto la fuga dei genitori e aveva combattuto coi nazi catturando partigiani nelle valli di Comacchio.  Maja, l’amica optante, è andata a fare la maestra in Baviera.

Nascono le scuole bilingue (con l’Accordo De Gasperi- Gruber firmato a Parigi durante le trattative di pace del settembre ’46, l’Italia repubblicana si era impegnata a tutelare la minoranza linguistica tedesca del Trentino Alto Adige) e Trina finalmente fa la maestra in italiano, ciò che le era stato negato dai fascisti. 

Nel secondo capitolo di questa terza parte c’è la ricerca del fratello Peppi. Costui è di sette anni più giovane di Trina. E’ lui a trascinarla fuori casa il giorno del matrimonio ed è lui l’approdo migratorio finale di sua madre. Il testo non approfondisce ulteriormente questa figura e non si sa niente dei suoi sentimenti e delle sue opinioni.

E’ il figlio Michel che ha ripreso l’attività della bottega del nonno e, conosciuta Glorenza, decide di sposarla e stabilirsi nel maso che allora è ancora di proprietà della nonna. Costei da vedova si è trasferita a Sondrio presso i cugini della moglie del Peppi. A Sondrio si sistemano in una trattoria e l’oste capisce chi stanno cercando e li indirizza a LUGANO dove trovano l’indirizzo presso il municipio. Lì la madre comunica la decisione di restare per sempre a Lugano con Peppi, la moglie e figlio piccolo. Si rivedranno al matrimonio con la festa a Curon per l’ultima volta.

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La diga

I lavori al cantiere per la diga riprendono nel gennaio del 1946 (pg 135). Erich inizia ad impegnarsi contro il cantiere ed ha un primo colloquio col direttore dei lavori. Iniziano le balle. In tale colloquio infatti costui, detto “l’uomo col cappello”, parla di un laghetto profondo cinque metri e nega di sommergere il paese. Ma Erich consolida la sua posizione e chiede a Trina di insegnargli l’italiano per conoscere le parole necessarie per farsi ascoltare.

A pg 139 gli ingegneri della Montecatini si fanno vivi in paese assieme agli svizzeri e il testo dice che “girava voce” che ci fossero gli svizzeri dietro la diga, più precisamente che:” Imprenditori di Zurigo avessero prestato decine di milioni alla Montecatini per riprendersi con gli interessi in energia”. La minaccia della diga si fa più concreta perché gli svizzeri vengono percepiti dalla popolazione locale come “gente seria e pericolosa, mica come quei cialtroni degli italiani”.

 L’informazione della popolazione sul cantiere della diga era già stata appesa sui muri del municipio nella primavera del 1940. Scritte (probabilmente dalla Montecatini) in una lingua che la maggioranza dei paesani non sa ancora comprendere Trina definisce quelle parole “parole dell’odio”. I quelle parole che Trina deve tradurre “C’era scritto che con decreto approvato dal governo italiano veniva concesso il permesso di iniziare la costruzione della diga”. Nei primi giorni di questo cantiere i contadini si fermano e vi sono rimostranze espresse agli operi italiani dalla gente del posto. Arrivano dei funzionari che fanno riunioni al bar e promettono indennizzi.

Dopo il fascismo e dopo la guerra il cantiere che ha il compito di sbarrare l’afflusso del fiume a San Valentino è la terza catastrofe. La valle viene presa in ostaggio dai lavori e invasa da manovali Veneti, Abruzzesi e Calabresi che vengono stipati in baraccamenti che derivano dal riciclaggio dei vecchi alloggiamenti usati nei campi di concentramento. D’inverno si cammina nei primi allagamenti ghiacciati che si formano. Il prete locale si fa interprete e promotore del disagio dei fedeli parrocchiani tra i quali si fa strada la tentazione che “Dio è la speranza di quelli che non muovono un dito” e che “bisogna sabotare il cantiere pima che ci sommergano”. (84)

Nei confronti di queste tendenze la Chiesa dell’Alto Adige non resta neutrale. Padre Alfred, il sacerdote del paese, diventa il punto di riferimento di Erich e con lui guida il Comitato d’Azione per la Difesa della Valle e il Vescovo intercede presso Pio XII che li riceve a Roma. Qui il colloquio avviene solo in Italiano e la preghiera in latino. Al ritorno Erich si lamenta con Trina di non aver capito tutto. La mia impressione su quell’episodio è che la sofisticata politica di Pio XII, il quale sapeva perfettamente il tedesco, fosse propensa alla causa Alto Atesina anche per avere maggiore interlocuzione con De Gasperi ma non si sia spinta oltre il sostegno morale nonchè la richiesta di indennizzi e penso che abbia avuto soprattutto l’effetto di mantenere le forme di quella opposizione nell’ambito non violento anche per anni successivi. Se il comitato si fosse armato avrebbe perso il sostegno del Papa.

Le proteste continuarono ma la richiesta comunale di riesame del progetto non venne accolta. La risposta del ministro Antonio Segni (futuro presidente della Repubblica) fu chiara: i lavori dovevano andare avanti. Gli argini salirono e gli sfioratori e le paratoie vennero subdolamente gestite dai tecnici della Montecatini per ingannare la popolazione. Il livello dell’acqua raggiunse prima i quindici metri poi i 21 e oggi nei punti di profondità massima in caso di piena può raggiungere i 45 metri. Vi furono gravi incidenti sul lavoro con almeno 26 infortuni mortali. La superficie del lago raggiunse un’altezza di poco meno di 1500 metri sul livello del mare e si estende per sei chilometri. Dal 1950 l’acqua sommerge tutto il paese di Curon e buona parte di quello di Resia. L’acqua impiegò quasi un anno a coprire tutto: oltre 160 case, vari masi, chiesa e mezzo campanile. Gli abitanti di Resia sgombrarono lasciando anche i mobili dentro le case. “Il fascismo non era più legge, ma era ancora tra di noi.” (pg 154)

Oggi la torre camparia “svetta come il busto di un naufrago” scrive efficacemente Balzano.

Per grazia della Montecatini, in risposta ad una della varie manifestazioni, il camposanto è stato coperto con una colata di bitume prima che arrivasse l’acqua e i corpi sono stati dissotterrati per la traslazione in un ossario su bare di bambini.

La Montecatini ha sempre comunicato solo in lingua italiana senza mai tradurre. I giornali di lingua italiana non pubblicarono mai le lettere e gli appelli dei protestatari. Lo fecero quelli di lingua tedesca e in Svizzera vi furono denunce relative alla ingerenza di imprenditori zurighesi dietro il progetto.

Fu incaricato un tribunale arbitrale per quantificare gli indennizzi obbligando gli abitanti a scegliere se volevano soldi o una nuova casa.

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Ci sono almeno due punti sui quali ho avuto qualche perplessità.

1 – Marica è nata nel 1929 ed è scomparsa nel 1939 perciò per quanto brava fosse in italiano non può aver scritto la lettera di pagina 54 perché incompatibile con il grado di sviluppo cognitivo che essa presuppone.

Michel aveva quindici anni nell’Aprile del 1941(pg 58). Quindi era nato nel 1925. A pg 33 Trina afferma di aver dovuto aspettare Marica per 4 anni dopo lo svezzamento di Michel. Quindi Marica sarebbe nata presumibilmente nel 1929 se non dopo. Il parto dev’essere avvenuto in novembre perché lei precisa che avvenne durante giorni in cui Erich con altri maschi del paese erano fuori casa per fare la scorta di legna invernale. A quell’epoca i primi corpi degli alpini, tra cui mio padre, erano già combattenti in Grecia; significa che Erich è partito con le spedizioni del primo semestre 1941 oppure più tardi quando, dopo le sconfitte italiane, sono arrivati i rinforzi tedeschi. Ma in questo caso Erich è stato molto fortunato a non finire in Russia perché in quel momento era là che venivano mandati i nuovi arruolati.

2 – il fascismo ha “italianizzato” cancellando le norme sul maso chiuso che regolavano da secoli i rapporti di proprietà familiari. Nel libro manca tale discorso. Probabilmente ciò è dovuto ad una volontà di semplificazione della storia, ma toglie molte possibilità per il lettore di comprendere la storia famigliare. E’ un po’ come voler raccontare la storia del fascismo senza spiegare che Mussolini abolì il parlamento. Si tratta infatti di una azione autoritaria che ha contribuito non poco ad alimentare le tensioni anti italiane tra le famiglie di montagna. E non a caso fu un elemento di rivendicazione ancora presente col terrorismo alto atesino egli anni sessanta.

Aver inserito il tema avrebbe potuto spiegare molto meglio le tensioni interne alla famiglia del romanzo. Ad esempio si spiegherebbe meglio perché Peppe se ne è andato e perché Michel quando si sposa vuole andare a stare nel maso del nonno.

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Osservazioni

Passo Resia è un punto delicato della strategia difensiva nazionale perché è un valico che costituisce una delle principali porte di ingresso alla penisola dal nord Europa. Dal 50 d.C. esso fa parte della via Claudia Augusta e di lì sono passati gli imperatori del Sacro Romano impero Barbarossa, Federico II di Svevia ecc. Oggi si trova in pieno territorio italiano ed è vicino al triplice confine Italia/Austria e Svizzera.

 Austria e Svizzera a suo tempo avevano rinunciato alla costruzione di centrali idroelettriche collegate a laghi artificiali per non cozzare contro la volontà della popolazione locale. E in più occasioni hanno pensato di poter contrattare l’importazione di energia elettrica dall’impianto italiano.

Sarebbe ingenuo non considerare che quel lago era oggetto di attenzione sia per la NATO che per il Patto di Varsavia. Due alleanze militari che nascevano in quegli anni. I piani di una ipotetica invasione dall’Est prevedevano il passaggio per la zona del lago.

Lo stesso vale per l’energia. Quella idroelettrica sarebbe stata di lì a poco una prospettiva da abbandonare perché alternativa alla prospettiva termoelettrica (cioè petrolifera) imposta dall’alleato americano. Perciò portarla a termine prima della firma dei trattati era essenziale per chi si muoveva nell’ottica che poi sarà quella dell’ENI di Mattei.

Sono fattori che hanno certamente giocato nella decisione del governo e che al tempo stesso erano più grandi degli interessi della minoranza locale.

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                Conclusione.

La lettura di questo libro offre finalmente un approccio conoscitivo ad una vicenda ammantata di silenzio. Un silenzio vergognoso, un tentativo di rimozione quasi riuscito. Inoltre tocca un tema che fa venire in mente la TAV, il Vajont ecc. Ma soprattutto incendia il cuore di chi nutre sentimenti critici verso un sistema che dietro una facciata democratica percuote minoranze, calpesta diritti, cementifica e devasta territori portatori di storie ed identità millenarie. Ma l’intento narrativo d Balzano non è la denuncia e neanche una critica moderata, esso è riassunto nelle ultime frasi del libro:

Guardo le canoe che fendono l’acqua, le barche che sfiorano il campanile, i bagnanti che si stendono a rendere il sole, Li osservo e mi sforzo di comprendere. Nessuno può capire che cosa c’è sotto le cose. Non c’è tempo per fermarsi a dolersi di quello che è stato quando non c’eravamo. “

Balzano in questo romanzo mi si rivela autore di talento. Innanzitutto è un uomo che scrive mettendosi nei panni di un narratore donna. Secondo me lo fa molto bene e mi chiedo come abbia fatto a scrivere in modo così femminile quei sentimenti di amore e maternità.

Trovo inoltre che nella sua scrittura la sofferenza e la tenacia di quei personaggi vengono omaggiate nel modo migliore. Quello narrativo. Sarebbe stato inutile, quanto anacronistico, un pamphlet politico, un atto di aggressione al sistema, un gesto vendicativo di libertà letteraria. Da semplice lettore riconosco che egli narra con semplicità ed onestà il costo umano del potere.

Di questa lettura mi resta pertanto una presa d’atto che non è più il tempo per il dolore. Ma ancora più efficaci sono le parole che egli fa scrivere alla protagonista del romanzo:

“ANCHE LE FERITE CHE NON GUARISCONO SMETTONO DI SANGUINARE” (è il commento di Trina; pg 174)

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22 aprile 2021 4 22 /04 /aprile /2021 21:39

 

 

 

Articolo introduttivo della pubblicazione VOLTI DELLA CIVILTA’ RURALE VICENTINA curata dall’ISTITUTO REZZARA 1999 inizia prendendo le distanze da tre filosofi ottocenteschi: Federico Nietzsche, Arturo Shopenhauer e Edoardo Hartman.

Il primo viene accusato, in una biografia in nota, di essere il formulatore della teoria del superuomo, definita “disumana”. In essa, scrive, si sostiene l’esigenza e l’esistenza di una doppia morale: quella dei dominatori, fondata sulla violenza e quella degli schiavi. Quest’ultima si fonderebbe, sostiene Galletto, sui valori cristiani della pietà, della misericordia e del perdono. La prima schiaccia la seconda e genera una nuova morale. Il risultato storico di tale filosofia è il nazismo di Hitler.

Il secondo è il filosofo del pessimismo per il quale la vita è solo lotta e dolore. Non esiste alcuna Previdenza che governi il mondo e il “desiderum” dell’uomo è il distacco dalla passione e dalle cose.

Il terzo, Hartmann, è un berlinese vissuto nella seconda metà dell’ottocento. Anch’egli pessimista è autore de “Filosofia dell’inconscio” nella quale esalta il concerto di progresso come redenzione.

Questi esempi esprimono, secondo Galletto, una “empia svalutazione della civiltà umana” molto lontana dalla cultura rurale veneta.

 

Nel periodo delle Signorie il diritto di saccheggio delle compagnie di Ventura che le servivano era stato a lungo causa di dolore e sventura e tale esperienza ha fatto sorgere e consolidare nel contadinato veneto l’idea che la pace sia il migliore dei beni. Tale anelito dei popolani veneti venne realizzato con la Repubblica di Venezia che acquisì il progressivo governo del territorio anche attraverso varie dedizioni spontanee. Due esempi particolarmente significativi in tal senso sono dati dalla Reggenza dei Sette Comuni dell’Altopiano di Asiago, che fu la prima nell’anno 1404, e la Comunità dei Cadorini nel 1420. La Serenissima seppe dare, unico Stato in tutta Europa, un lungo periodo di quattro secoli di pace, con l’unica, episodica interruzione dovuta alla Lega di Cambrai.

Invero pochi anni dopo la dedizione vi fu la vicenda di Pippo Spano, ovvero Filippo Buondelmonti degli scolari (1369 – 1426) il quale scorazzò per il Veneto nel 1411 e secondo una tradizione assediò anche i Castelli di Arzignano e Brendola per rifornirsi di cibarie.

Le annessioni di territori avvenivano attraverso patti federativi che non lenivano leggi e tradizioni locali, la giustizia penale era più severa verso i nobili che verso i popolani e la separazione tra i compiti dei politici e degli ecclesiastici era netta al punto che questi ultimi non potevano mettere piede nel palazzo ducale.

Secondo Galletto anche l’amministrazione austriaca, a differenza del suo ramo poliziesco molto duro, era stata saggia e positiva, tanto che i funzionari incorruttibili insegnarono a veneti il dovere di pagare le tasse senza distinzioni e privilegi. Lo stesso patriota Antonio Brusoni (1819 – 1904), che fu anche prigioniero in Austria, nelle sue Reminiscenze padovane scritte sotto il regno d’Italia nel 1893, rimpiange la “buona ed esemplare” amministrazione austriaca che non vessava la cittadinanza e non causava “il moderno dispendio di tanti ingegneri, di tanti impiegati e tante guardie municipali” che caricano i contribuenti di un peso eccessivo.

 

Galletti poi attribuisce il senso di umanità, compassione e condivisione tipico del veneto all’influenza del clima e del paesaggio. Egli osserva che gli estremi del freddo invernale e del caldo estivo si limitano a poche settimane e il graduale succedersi da una stagione all’altra induce un clima di mitezza nel carattere.

Insomma la pax venetiana con i suoi quattrocento anni di pace ha portato le ville e i campanili, la saggezza e l’umanità ad una popolazione che nell’ottocento raggiunge la sua fisionomia più tipica. Ed essa viene colta, descritta e documentata nell’Inchiesta Jacini del 1882.

 

Inchiesta Jacini

Il Parlamento del Regno d’Italia nel 1877, ovvero undici anni dopo l’annessione del Veneto, nonché il Governo della sinistra De Pretis avevano necessità di conoscere meglio un Paese eterogeneo con economie e tradizioni estremamente diverse tra di loro, ancora senza una lingua e una identità comuni, con un tasso di analfabetismo superiore al 75%. Esso deliberò pertanto l’avvio di una poderosa inchiesta sull’agricoltura e il contadinato in Italia. Essa venne affidata ad una commissione guidata appunto dal deputato Stefano Jacini. 

E’ su tale inchiesta, in particolare nella parte delle relazioni finali che riguarda il Veneto, che si fonda questa visione di umanità e saggia mitezza che avrebbe caratterizzato il Veneto rispetto alle altre regioni italiane. Per fare un esempio: siamo nella seconda metà del diciannovesimo secolo e “nonostante la Venezia Euganea sia una delle terre più povere d’Italia gli omicidi annui per milione sono soltanto sedici, mentre in Liguria, al secondo posto, salgono già a venticinque, per superare i centotrenta in talune regioni”.

Ora, nel raffinato ed affettuoso approccio venetista di Galletto, questo profilo morale del cittadino veneto, che rifugge la violenza nonché lo spirito di vendetta, diventa un vero e proprio primato consacrato dalle parole del deputato di origine ebraica Emilio Marpurgo. Costui scrive infatti che in Veneto sono” rarissimi i ferimenti, in molti luoghi passano anni senza che ne avvenga uno solo; i pochi hanno una sola causa, lo smarrimento della ragione per troppo vino bevuto, o per impeto di gelosia e, in qualche rarissimo caso, per divisioni e gare di campanile”.

 

 Alessandro Rossi

A questo capostipite della industria tessile italiana Pietro Galletto riconosce almeno tre meriti che sono a suo avviso espressione del carattere veneto.

In primo luogo la compartecipazione degli operai agli utili facilitandone l’acquisto delle azioni.

In secondo luogo le istituzioni sociali e culturali per migliorare tutta la vita dell’operaio.

In terzo luogo l’azione svolta per impedire lo sradicamento del contadino dal mondo agreste.

Ed è soprattutto quest’ultimo merito ad interessare Galletto che mette in evidenza il valore della creazione della prima Cassa Rurale in Italia e l’azione protezionistica, da industriale in parlamento, per l’agricoltura. Alessandro Rossi infatti appoggiò e sostenne l’economista padovano Leone Wollenborg che fu ministro delle finanze nel governo della sinistra storica. Inoltre, pur non opponendosi all’espansione colonialistica italiana in Africa, rifiutò e condannò il modello colonialistico francese fondato sulla forza della Legione Straniera per sostenere invece un’idea di esportazione della civiltà. In termini più concreti, anche per evitare la formazione in loco di un proletariato rivoluzionario nei termini descritti da Engels in Inghilterra, Alessandro Rossi curò relazioni dirette con l’Eritrea e con il ras Makonnen, che ebbe ospite a SCHIO nel 1889, stipulò un accordo per il trasferimento di famiglie contadine venete. Un processo di emigrazione che venne curato dalla Associazione per il soccorso dei missionari italiani in Africa e Propaganda Fide. In tal modo egli affrontava le fasi di esubero della manodopera favorendo il riflusso periodico degli operai di origine contadina alla lavorazione della terra.

Tra gli aneddoti di saggezza ed umanità alla veneta, Galletto ricorda che il Rossi fece inoltre incidere sopra la porta del suo ufficio la frase:” Homo homini frater” un motto che distingue dal plautiano “Homo homini lupus” in nome della fraternità. E quando i tessitori, nel festeggiare il suo settantesimo compleanno gli regalarono una pergamena che lo nominava “il più grande operaio di Schio” egli, commosso, sentenziò che:” il lavoro è fede, il lavoro è preghiera”.

 

 

 

 

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22 febbraio 2021 1 22 /02 /febbraio /2021 10:17

 

 

Il centenario della scissione di Livorno che portò alla nascita del Partito Comunista d’Italia è stato trattato con una insolita reverenza. Il mainstream ne ha parlato con un certo risalto in quanto nascita del PCI ovvero una delle principali forze costitutive della Repubblica e della Costituzione. Era un tributo doveroso e le incrostazioni della GUERRA FREDDA hanno pesato meno del solito. 

 

 

Ci sono state commemorazioni in Italia, alcune come quella di Livorno caratterizzate da contestazioni tra comunisti. Evidentemente c’è ancora chi si sente un comunista puro tradito dai collaborazionisti del neoliberismo e inneggia a Pietro Secchia. O forse c’è chi rimpiange la gioventù militante sessantottina. Tuttavia sarebbe stato più utile riflettere su quel momento storico, sugli effetti del biennio rosso e sul mito rivoluzionario.

Io ho avuto un padre e un nonno socialisti, cosa questa non molto comune a Valdagno dove nell'ottobre del 1921 davanti alla portineria della fabbrica ci fu un grave attentato contro Vittorio Emanuele  Marzotto, e pertanto ho pensato con ammirazione alle loro scelte. Ho quindi tirato fuori dalla mia disordinata biblioteca la STORIA DEL PCI, di Giorgio Galli Bompiani 1976 e ho steso questi appunti.

G. Galli

Il termine Comunismo lo ha rilanciato Lenin nel suo scritto “Progetto di piattaforma del partito del proletariato” dell’aprile 1914. In quell’anno inizia WW1 ovvero quel processo che, nell’analisi marxista dell’epoca, è il conflitto imperialistico. Col termine imperialismo si intende definire la nuova fase di riorganizzazione del capitalismo, una fase che, scrive Lenin, sfocia nella guerra conducendo l’umanità intera sull’orlo del baratro. Lenin vede l’inizio del conflitto imperialistico come una esplosione delle contraddizioni interne a sistema capitalistico e al tempo stesso come la dimostrazione dell’insufficienza del movimento operaio a fronteggiare la catastrofe nonostante essa fosse stata prevista e preannunciata dalla II Internazionale nel congresso di Basilea del 1912. In pratica i partiti socialdemocratici invece di mobilitare il proletariato contro la guerra avevano finito per avvallarla. E pertanto il 4 Agosto del 1914 segna la fine del vecchio modello di organizzazione del movimento operaio e l’occasione per una nuova fase, quella che culminerà nella rivoluzione russa del 1917. Ecco, questa è la fase comunista della storia; una fase nella quale si vede il proletariato contrapporsi all’imperialismo inteso come fase suprema, cioè definitiva, del capitalismo attraverso una nuova organizzazione capace di portarlo al potere.

 

In Italia alla fine della guerra, dopo un anno e mezzo di pesanti dispute tra correnti di pensiero  interne e l’arresto del vice segretario Bombacci prima e quello di Serrati poi con l’accusa di “tradimento indiretto” commesso durante la rivolta di Torino, la direzione centrale del Partito socialista dichiara “giunto il momento storico della realizzazione internazionale del socialismo” e diffonde un ordine del giorno nel quale il Partito si dichiara “pronto per un’azione immediata” a raccogliere le rivendicazioni rivoluzionarie indicando come proprio obiettivo “L’istituzione della repubblica socialista e la dittatura del proletariato” (documenti del 7 e dell’11 Dicembre 1918). Tale linea si basa sulla persuasione che la guerra abbia diffuso nella mente del proletariato la consapevolezza di “che cosa sia l’assetto economico borghese basato sulla proprietà privata”. In effetti le masse che tornavano distrutte dal fronte aspiravano ad un radicale mutamento; un sentimento che si traduceva anche in adesione alle organizzazioni di massa: la CGL triplicherà gli aderenti rispetto all’anteguerra raggiungendo il milione di iscritti, il Partito Socialista passerà da 50.000 a 87.000 iscritti e nelle elezioni politiche del Novembre 1919 le liste socialiste vinceranno raggiungendo il 32,3% con l’elezione di 156 deputati al Parlamento. Le cronache del 1919 riportano un bilancio dell’anno di 1.663 scioperi in agricoltura e 208 nell’industria. In Emilia e in Toscana i contadini di ritorno dalle trincee occupano le terre che la propaganda aveva loro promesso durante la guerra e gli operai fermano le lancette degli orologi, occupano le fabbriche e ottengono (nel settore metallurgico) le otto ore di lavoro giornaliero. Si diffondono le cooperative e nascono i consigli di fabbrica.

Nelle piazze e nelle fabbriche, anche di Schio e di Valdagno si cantava “e noi faremo come la Russia, chi non lavora non mangerà!” E ancora: “se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorar e proverete la differenza tra lavorare e comandar!”.

Lo stato italiano appariva inoltre debole, screditato e inefficiente anche nel consesso internazionale ove si trattavano le condizioni della pace e ciò nonostante il fatto che l’Italia risultasse tra i vincitori della guerra con centinaia di migliaia di morti per la conquista di due provincie che stentavano ad essergli riconosciute. E’ il periodo caratterizzato dai gesti di Dannunzio contro la “Vittoria mutilata” e il decollo dello squadrismo fascista.

 

Il 2 Marzo 1919 viene fondata a Mosca la III Internazionale. E’ quella di Lenin e nasce come partito mondiale del comunismo. La linea politica si caratterizza per la intransigenza nei confronti del colonialismo mentre la prassi organizzativa si caratterizza per un forte accentramento russofilo e una marcata tendenza alla bolscevizzazione degli altri partiti.

In Italia il 1 Maggio parte il biennio rosso. Gramsci, Tasca, Terracini e Togliatti fondano Ordine Nuovo e progressivamente durante le lotte che seguono si sintonizzano con l’area del napoletano Bordiga.

Il fallimento, in senso rivoluzionario, delle forti lotte del 1920 con l’occupazione delle fabbriche nel nord e occupazioni di terre al sud, ingenera nella sinistra la convinzione che con il Partito Socialista la rivoluzione non sarebbe mai stata fatta nonostante i proclami dei massimalisti e pertanto il secondo congresso della III Internazionale, esaminata tra le altre la situazione dell’Italia, raccomanda un congresso straordinario e approva un documento con 21 condizioni da rispettare. Tre di esse sono decisive: cambio del nome, espulsione dei gradualisti (compresi i dirigenti riformisti della CGL) e obbedienza a Mosca. Sono le condizioni che Serrati, pur confermando l’appartenenza all’Internazionale, non accettava e in particolare vedeva con estrema preoccupazione i rischi di una rottura con la Confederazione del lavoro perché essa raccoglieva la gran massa del proletariato organizzato. Pertanto si arriva al Congresso con tre posizioni già formalizzate: la sinistra di Bordiga e Gramsci, che chiede l’applicazione secca delle condizioni moscovite, la maggioritaria di Serrati che si riserva margini di autonomia da Mosca e rifiuta sia il cambio del nome che l’espulsione dell’ala riformista e la destra di Turati che ribadisce la prospettiva gradualista.

A Livorno Terracini parlerà per la frazione comunista dando atto dei meriti del partito socialista (mutue, cooperative ecc.) ma rimproverandogli di “non aver mai creato né tracciato un decisivo programma d’azione” quando invece “il partito di classe non è quello che fa avvenire secondo la sua convenienza i fatti della vita di un Paese, ma è quello che non si lascia mai sorpassare dai fatti”. Terracini sostiene che ora dopo la guerra il proletariato italiano si trova all’improvviso di fronte al problema concreto della presa del potere ma si ritrova senza lo strumento adatto a causa di tale mancanza di elaborazione e pertanto occorre creare il partito di classe del proletariato.

Alle votazioni, che avvennero nella mattinata del 21 Gennaio 1921 il centro massimalista ottenne più di novant’ottomila voti, la frazione comunista cinquant’ottomila e i gradualisti poco meno di quindicimila (si tratta di voti espressi dai delegati in rappresentanza degli iscritti). Dopo la proclamazione i comunisti uscirono dal Teatro Goldoni, sotto la pioggia, e si recarono al San Marco dove sotto la direzione di Bordiga venne approvato l’ordine del giorno approvato da Fortichiari che dichiarava costituito il Partito Comunista d’Italia sezione della Internazionale Comunista.

Tutto questo avveniva nella totale sottovalutazione, soprattutto da parte di Bordiga, dei rischi di involuzione autoritaria controrivoluzionaria che si concretizzeranno nel quinquennio successivo fino agli arresti e al confino. Il movimento dei fasci creato dall’ex socialista Benito Mussolini praticando la violenza contro gli oppositori (botte, incendi delle Camere del Lavoro e purghe con l’olio di ricino) raggiungeva infatti il suo apice sotto gli occhi distratti sia dei socialisti che dei comunisti fino ad ottenere nell’Ottobre del 1922 l’incarico dal Re di formare il governo.

 

La rivoluzione secondo il modello bolscevico non avverrà mai, ma il Partito Comunista italiano sarà però destinato ad avere un ruolo di grande protagonismo due decenni dopo nella Resistenza, nella creazione della Repubblica e nell’assemblea costituente. Dei cento anni che sono trascorsi dal Congresso di Livorno ben settantacinque portano il marchio fondamentale di una repubblica fondata sul lavoro nata grazie al contributo decisivo del Partito Comunista Italiano rimodellato da Palmiro Togliatti.

 

 

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