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27 novembre 2020 5 27 /11 /novembre /2020 13:54

 

 

 

UN’ALTRA PARTE DEL MONDO, di Massimo Cirri. (Feltrinelli 2016)

Il giornalista Massimo Cirri, noto soprattutto per la trasmissione radiofonica Carterpillar su Rai Rdio2 è anche psicologo ed ha esercitato per 25 anni nei servizi pubblici di salute mentale. E’ un curriculum che fa di lui un eccellente testimonial per la biografia di Aldo Togliatti, il figlio del Comunista che ha diretto la Terza Internazionale e costruito, con grande senso unitario, la Repubblica Italiana con il più grande partito comunista dell’occidente.

Cirri sa scrivere come Palmiro Togliatti sapeva far di politica e ne esce un libro denso di 350 pagine il cui sfondo è la storia di buona parte del secolo scorso. Il tutto con un grande senso di rispetto e comprensione per quei protagonisti e con un notevole amore per il dettaglio e la compostezza narrativa.

Aldo Togliatti è cresciuto in Russia e, purtroppo, schizoide/autistico, è rientrato in Italia senza mai rassegnarsi. In Russia aveva studiato come ingegnere ed aveva sofferto dell’abbandono per due anni del padre e della madre durante la guerra di Spagna. Ciò era avvenuto proprio negli anni dell’adolescenza ed aveva lasciato il segno.

La madre era Rita Montagnana una piemontese di famiglia ebraica che era stata chiamata da Gramsci a fare la funzionaria fin dai primi anni del Pcd’I. Poi aveva conosciuto e sposato Togliatti condividendone il periodo russo nonché le varie vicende rivoluzionarie europee ed era rientrata in Italia nella primavera del ’44 riprendendo un importante ruolo nel PCI, fondando l’UDI e partecipando alla Assemblea Costituente. E’ una delle sole 11 donne comuniste italiane che hanno frequentato la Scuola Leninista Internazionale di Mosca che era praticamente l’università mondiale della rivoluzione proletaria (il MIT del comunismo mondiale dice Cirri).

La vita di Aldo è però il contrario di quella genitoriale. Egli fu un uomo di bell’aspetto, fisicamente sano, somigliante al padre, conoscitore di varie lingue, ingegnere russo, colto lettore ma anche “timido prima, e poi man mano, sempre di più, introverso, silente, recintato in sé, al margine e poi fuori dal mondo e dalle relazioni.” (Cirri 338)

Come è noto e risaputo Togliatti padre tornato in Italia iniziò una relazione duratura con la giovane comunista Nilde Iotti con la quale negli anni cinquanta adottò una figlia, Marisa Malagoli Togliatti, e nel senso comune degli italiani è questa la famiglia del grande leader comunista. Nel 1948 al momento dell’attentato, Palmiro Togliatti giacente a terra colpito consegnò la borsa dei documenti alla Iotti finché sopraggiungevano i soccorsi dicendole due cose: chiama Aldo e consegna la mia borsa a Longo. Fu Aldo a stare amorevolmente nella stanza del padre ferito mentre alla Iotti fu inizialmente negata la possibilità di entrare e Rita Montagnana, a tutti gli effetti ancora moglie legale, stette sempre sulla soglia della stanza. Ma la storia matrimoniale era già finita e più avanti quando Rita concluse la propria storia parlamentare Aldo visse con lei. E quando Rita morì la sua patologia si era già aggravata e Aldo finì nella clinica Villa Igea di Modena ove trascorse senza storia gli ultimi trent’anni della propria vita. Ci fu sempre il discreto aiuto della famiglia e del Partito ma Aldo venne accantonato e, dal senso comune, dimenticato.

 

Ma non è una storia triste, è solo la vita reale, senza drammi e il libro di Cirri indaga bene il rapporto tra il padre e il figlio che ne esce assolutamente umano, con un Palmiro assolutamente degno dello spessore che la storia gli ha affidato, una madre Rita rivoluzionaria professionale di alto profilo e un Aldo che ha saputo fare della sua sofferenza un ammirevole modello di discrezione.

 

E’ stata una bella lettura che, nonostante alla mia età fossi convinto di sapere già tante cose, mi ha dato molto. Complimenti all’autore e un pensiero dolce a tutti gli Aldo della storia.

 

 

 

 

 

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26 novembre 2020 4 26 /11 /novembre /2020 18:00

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26 novembre 2020 4 26 /11 /novembre /2020 18:00

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11 settembre 2020 5 11 /09 /settembre /2020 09:50

 

 

Nell’estate 1956 io avevo cinque anni. Mio padre e mia madre vivevano sani e felici in una Valdagno che festeggiava il raggiungimento del titolo di città, il monumento a Marzotto e le speranze legate all’avvio del miracolo economico. In realtà due anni prima c’erano stati 138 licenziamenti per esubero di personale.

A Recoaro invece le stagioni turistiche termali erano in auge e richiamavano gente da tutta Italia. Si organizzavano frequentemente gite in pullman fino all’Ossario del Pasubio per mostrare la bellezza delle Piccole Dolomiti e tra queste, quella di Sabato 11 settembre 1956, che si concluse col pullman nell’abisso.

Il fatto

Alle 15:45 in località Boal de la Bante il vecchio pullman rosso tipo Leoncino a suo tempo collaudato per 23 passeggeri, ne trasporta 27 verso l’Ossario del Pasubio ma durante una sosta precipitò nella scarpata per 135 metri causando 15 morti e vari feriti nei cinque successivi, drammatici colpi d’impatto della caduta.

Il giovane autista Giuseppe Girotto verrà condannato il 20 Luglio 1957 a cinque anni e 4 mesi, confermati in appello, con l’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime. Il risarcimento dei danni ammontava a 14 milioni di lire e fu a carico dell’autista nonchè della ditta di autotrasporti. Venne invece assolta l’Azienda Turistica che aveva organizzato la gita, facendo regolarmente pagare 700 lire al biglietto.

Cause e dinamica dell’incidente.

Piovviginava e l’autista accostò per tergere l’appannamento del cristallo. Non riuscendo completamente a farlo dall’interno ed essendogli caduto il panno egli scese per recuperarlo ma non riuscì più a salire perché nel frattempo il movimento indietreggiante del pullman aveva innescato il panico tra passeggeri che ostruivano l’unica portiera.

Le perizie dimostrarono che il pullman, un po’ vecchiotto ma con 85.000 Km, oltreché essere sovraccarico aveva il freno a mano inefficiente, le gomme consunte all’80% e il tergicristallo rotto. Il conducente sostenne di aver spento il motore e innestato la retromarcia nonché girato le ruote a monte, ma la perizia smentì questa ricostruzione trovando innestata la terza marcia e giunse alla conclusione che concomitanza di marcia alta, freno difettoso e forte pendenza (13%) causarono la messa in movimento del pullman. Il mezzo cadde all’indietro abbattendo anche un muretto stradale e con l’autista aggrappato alla portiera col piede sul predellino.

Il mistero del cambio

La tesi difensiva dell’autista, che era figlio del capo dei vigili urbani della città di Valdagno, era di aver rispettato tutte le misure di sicurezza del caso compreso l’innesto della retromarcia a motore spento e che l’asta del cambio a suo dire era stata spinta in folle durante il trambusto delle persone accalcate nel tentativo di scendere. Ma la perizia accertò che durante la caduta la marcia innestata era la terza e che non sarebbe risultato possibile lo sblocco della marcia senza l’uso della frizione per l’esistenza di un dispositivo apposito montato in serie. La questione del cambio non fu mai chiarita e alcune testimonianze avvallarono in parte la tesi del Girotto secondo la quale qualcuno dei passeggeri era intervenuto sul posto di guida.

 

I soccorsi

La comitiva non era composta solo dalle 27 persone sul pullman, c’erano anche altri passeggeri in due taxi che seguivano. Constatata la tragedia uno di questi si recò a dare l’allarme presso il custode dell’ossario il quale chiamò i carabinieri che furono i primi a raggiungere il luogo. Le vittime furono soccorse dalle autoambulanze dell’epoca con l’aiuto del soccorso alpino e furono trasportate anche all’ospedale di Valdagno durante le varie ore del pomeriggio. Tra i soccorritori Gino Soldà che collaborò al trasporto manuale dei feriti uno dopo l’altro a partire dai più gravi. Per ultime le salme fino a dopo il tramonto e nel giorno successivo, distribuite lungo tutto il percorso della caduta, anche in cima agli alberi.

L’autista non si trovava perché si era dato alla fuga e le ricerche furono inutili. Egli si costituì alle forze dell’ordine due giorni dopo dichiarando di aver vagato per boschi e malghe come un fantasma.

Il primo bilancio comunicato alla stampa fu di nove morti, ma presto giunsero a 14. Tra di essi una coppia di sposi in viaggio di nozze trovati abbracciati tra le lamiere accartocciate. Infine l’anziana marosticense Caterina Minuzzi che, seduta accanto al posto di guida era stata la prima a scendere dal pullman, morì successivamente presso il nosocomio di Valdagno e fu enumerata tra le vittime portando il totale a 15.

Una bambina veronese di nome Asia si salvò, ma perdendo i genitori.

 

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Tratto da Giro di Nera di Alberto Belloni

 

 

 

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1 settembre 2020 2 01 /09 /settembre /2020 17:48

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9 agosto 2020 7 09 /08 /agosto /2020 17:44

 

 

 

 

Nel secondo semestre del 2019, cioè a cinquant’anni da Piazza Fontana, è uscito ITALIA DELLE STRAGI edito da Donzelli. Il libro, curato da Angelo Ventrone, raccoglie una serie di articoli scritti da giudici impegnati in vari processi delle trame nere e nel suo insieme sistematizza tutte le vicende eversive 1969 - ’80.

Personalmente ho trovato molto utili gli scritti di Calogero e Tamburino i quali permettono una lettura che ritengo conclusiva del periodo che ha caratterizzato l’attacco neofascista in Italia. Essi affrontano infatti le vicende fondamentali di quegli anni ovvero Piazza Fontana, il tentato golpe Borghese, le stragi di Peteano e quella della Questura di Milano nonché l’inchiesta sulla Rosa dei Venti. L’analisi poi prosegue su Piazza della Loggia, il golpe bianco e l’Italicus per approdare alla Strage di Bologna del 2 Agosto 1980.

Ventrone è un docente di storia contemporanea che si era già occupato nel 2018, assieme a Carlo Fumian di terrorismo europeo, ma l’approccio del saggio è sostanzialmente tutto rivolto all’interno dei confini nazionali. Ciò riflette l’ottica tipica del magistrato il quale, a differenza dello storico, si muove all’interno della dottrina e della giurisprudenza cogenti delimitandone i riscontri. Calogero per la verità produce una analisi di quei trattati che vincolano l’Italia limitandone la sovranità e quindi ci offre un’ottica meno ristretta, ma quando poi si parla della Stazione di Bologna lo sguardo extranazionale scema definitivamente.

Ciò costituisce il limite strutturale del libro che però ci offre il saggio finale di Claudio Nunziata sulla continuità dell’azione golpista nella seconda parte degli anni settanta. Nunziata è stato giudice nelle inchieste dei processi Italicus bis e rapido 904 dopodiché, ritiratosi, è diventato il consulente della associazione delle vittime della Strage di Bologna. Le sue preziose consulenze hanno permesso la ripresa delle ricerche sui mandanti del 2 agosto 80 con l’avvio dell’ultimo procedimento.

 

Un libro prezioso da leggere e consultare.

 

Alcune note

 

Tutte e stragi che hanno insanguinato l’Italia dal 1969 ad oggi appartengono ad una unica matrice organizzativa.  C’era una struttura da cui partivano le direttive e i militanti di estrema destra cui essa attingeva dovevano eseguire. Tutto ciò con l’obiettivo di destabilizzare l’ordine pubblico al fine di stabilizzare il sistema politico. Scatenare la rabbia del popolo per usarla nella repressione e rafforzare lo stato e chi lo controlla nell’ambito delle alleanze occidentali. Un piano di azione diretta sotto copertura dove l’azione è affidata ai civili reclutati e la copertura agli ufficiali del controspionaggio e dell’ordine pubblico.

La strage di Peteano è l’unica non riferibile alla pianificazione della struttura, ma egualmente coperta. E perciò rientrante nella medesima strategia. E’ l’elemento copertura e depistaggio a collocarla all’interno della strategia della tensione. Fin da pochi giorni dopo l’atto criminale infatti il gruppo investigativo che si impadronì delle indagini operò “una serie di falsità in atti pubblici finalizzate al favoreggiamento personale del gruppo ordinovista responsabile della strage” (pg 67) Col loro intervento la matrice neofascista della strage fu coperta per 12 anni.

Il generale del CC Palumbo morì prima della sentenza

 

E’ quello che sostiene Vincenzo Vinciguerra secondo la ricostruzione di Calogero pubblicata a cura di Angelo Ventrone nel libro L’ITALIA DELLE STRAGI Donzelli editore 2019.

 

 

 

E' da notare anche la netta differenza di interpretazione tra Wladimiro Satta e Pietro Calgero sui fatti di Peteano. Per il primo le argomentazioni e il movente dell’agnizione di Vinciguerra sono dubbie.  Inoltre l’attentato appartiene alla storia del neofascismo mentre le coperture appartengono alla guerra fredda. I funzionari agirono con solerzia per proteggere Stay Behind e la vicenda ebbe successivamente esiti soddisfacenti anche come “punizione” (no condanna) per depistaggio.

Per Calogero invece Casson, all’indomani delle rivelazioni di Andreotti, identificò subito Gladio nella struttura evocata da Vinciguerra ed incolpò quest’ultimo di aver sottratto ed utilizzato l’esplosivo di Aurisina (Nasco) per l’attentato in tal modo sottraendo Gladio dal sospetto di stragismo.

Vinciguerra impugnò l’impianto di tale accusa rivelando inoltre, ciò che poi fu accertato, ovvero che l’esplosivo utilizzato era stato rubato in una cava.

Molto interessante ed atipica l’osservazione di Calogero quando dice che la copertura essendo scattata post delictum implica il riconoscimento del carattere neofascista della strage e la volontà di preservare la capacità di lotta del gruppo contro il pericolo comunista; risorsa che altrimenti sarebbe andata perduta in caso di costrizione con il carcere a vita.

Per me ciò spiegherebbe perché Vinciguerra, in una ottica di piena coerenza con l’obiettivo di sottrarsi alla strumentalizzazione del sistema, abbia agito per ottenere e non per evitare la condanna all’ergastolo. Inoltre l’approccio di Casson potrebbe essere stato concepito in un’ottica di salvaguardia di Stay Behind …

 

 

 

 

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14 luglio 2020 2 14 /07 /luglio /2020 22:15

 

 

           La recente morte dell’ottantenne Charles Richard Webb, scrittore americano trasferitosi in Inghilterra dopo il successo del libro The Graduate dal quale è stato tratto il film Il Laureato, mi ha rimotivato alla lettura di quel libro.

 

 

 

           Di seguito riporto gli spunti tratti dall’articolo di John Leland sul New York Times del 2 Luglio 2020 e alcune mie considerazioni su testo e sul film.

                                                                                     ..

Charles Webb, scrisse The Graduate del 1963 e poi spese decenni a fuggirne il successo. Questo romanzo fu reso famoso dal posteriore successo del film Il Laureato; uscito nel 1967 con la regia di Mike Nichols, l’interpretazione di Dustin Hoffman e Anne Bancroft nonchè le altrettanto famose canzoni di Simon e Garfunkel in colonna sonora.

 Webb è morto in Inghilterra, East Sussex, lo scorso 16 Giugno all’età di 81 anni. Un portavoce del figlio John ha confermato la morte, avvenuta in ospedale senza però specificare le cause.

Il suo romanzo, che è stato scritto poco dopo il college e si basa in gran parte sul suo rapporto con la moglie Eve Rudd, fu trasformato in un film che segnò un’era. Esso diede infatti voce al rifiuto del materialismo di una intera generazione di giovani. Le persone reali alle quali si ispira quella storia sono Charles Webb e Eve Rudd i quali, sposatisi nei primi anni sessanta, protrassero tale rifiuto ben oltre la giovinezza scegliendo di vivere in povertà e regalando via qualsiasi somma provenisse dal successo di quel libro. Un successo che peraltro continuò per molto tempo ad inseguirli.

“La mia intera vita è stata misurata da esso” disse lo stesso Webb al Telegraph nel 2000, quando la coppia viveva col sussidio dei servizi sociali.

Non ha mai voluto soldi. Aveva con essi un rapporto anarchico e nella vita ha dato via case, quadri, la sua eredità e anche le royalties dei Iibri. Per fare un esempio assegnò una sua spettanza di 12.400 dollari ad un artista di spettacolo di nome Dan Shelton, che si era domiciliato presso la Tate Modern, in una scatola di cartone.

Si sposò due volte con la stessa donna, che è appunto Eve Rudd. La prima nel 1962 cui seguì il divorzio nel 1981 per protestare contro l’istituzione del matrimonio. Successivamente i due, che nel frattempo avevano continuato a stare assieme, si risposarono nel 2001 per regolarizzare la loro immigrazione in Inghilterra. E in tale circostanza egli non regalò nessun anello alla moglie per via della propria disapprovazione per la gioielleria. L’unica testimone di quell’evento ad eccezione di due sconosciuti tirati fuori dalla strada, è la Signora Downey, la quale racconta che la coppia ha camminato per nove miglia fino all’ufficio del Registro dov’è avvenuta la cerimonia, indossando gli unici abiti che possedevano.

 

 Charles Richard Webb era nato a San Francisco il 9 giugno 1939 e cresciuto a Pasadena, in California. Suo padre, il medico Richard Webb, era un cardiologo specialista che faceva parte di un circolo benestante come quello che Webb avrebbe poi attaccato nel libro The Graduate.

Finché frequentava il Williams College egli incontrò Eva Rudd, una studentessa del Bennington College del Vermont. Costei era proveniente da una famiglia di insegnanti ed entrambi, Eve e Charles, condivisero fin da subito l’idea di contestazione nei confronti del mondo borghese rappresentato dalle loro famiglie e tennero uno stile di vita non convenzionale. La loro prima volta, raccontarono essi stessi agli intervistatori, fu in un cimitero. Ma la loro storia d’amore e l’avversione della madre di Eve verso Charles, divennero la storia del romanzo. E l’ispirazione del personaggio di Mrs Robinson, la seduttrice del giovane Benjamin, potrebbe provenire da qualche persona in amicizia coi suoi genitori, incidentalmente vista nuda.

 

Orville Prescott, recensendo il libro sul Times, lo ha definito un “fallimento immaginario” ma ha paragonato il protagonista al Giovane Holden di Salinger, ovvero il personaggio che, con il suo borbottio e la sua conversazione sconnessa, aveva saputo catturare nel 1951 lo spirito del momento. Ciò avveniva giusto in tempo prima che arrivasse la repressiva era Eisenhower e gli anni sessanta in Technicolor. In quelle opere i personaggi non sono idealisti, ma sono alla ricerca di ideali e la fuga da valori e stili di vita convenzionali è, più che collettiva, dolorosa.

La vita della coppia fu quindi una sorta di viaggio iconoclastico ed Eve più tardi volle cambiare le proprie generalità adottando il nome Fred, in solidarietà con un gruppo di auto-aiuto per l’uomo con scarsa autostima. Si sposarono nonostante gli interventi contrari dei genitori e poi rivendettero i regali di matrimonio agli ospiti donando a carità il denaro.

“Il loro matrimonio (il primo) fu una contraddizione totale rispetto al modo in cui condussero la loro vita”, dice la sorella Priscilla Rudd Wolf. Fu un matrimonio importante. Mia sorella vestiva un abito bianco da sposa. Avvenne nella cappella della scuola di Salisbury (Vermont) dove insegnavano i miei genitori, c’era tutta la città ed io ero la damigella d’onore. Sembravano proprio una tipica coppia americana destinata ad una vita tipicamente americana. Ma non fu così. Perdere ciò che possedevano divenne per loro una missione a tempo pieno. La prima delle tre case che avrebbero gettato via, dicendo che possedere cose era opprimente, fu il bungalow in California.

Charles Webb rifiutò l’eredità della famiglia di suo padre, ma non fu in grado di rinunciare ai soldi di sua madre perciò lo regalarono via assieme alle opere di Andy Warhol, Roy Lichtenstein e Robert Raushenberg.

Mentre gli anni sessanta fiorivano la coppia si sottopose ad una terapia gestaltica. Fred per presa di posizione femministica tenne uno spettacolo di nudo femminile e per fronteggiare le oppressive domande di ornamento femminile si rase i capelli a zero.

Si trasferirono quindi in California e poi di nuovo ad est in una casa fatiscente presso Hastings sull’Hudson, N.Y. nella Contea di Westchester dove ebbero due figli: John e David.

 

I libri

Come scrittore Webb fece seguire a The Graduate nel 1969 (ovvero dopo il successo del film a sei anni dalla pubblicazione del primo libro) un secondo romanzo dal titolo “Love, Roger” e poi un terzo nel 1970 “The Marriage of a Young Stockbroker trasformato in un film con Richard Benjamin. Ma non funzionarono molto e la critica non li considerò comparabili con il debutto. Inoltre lui si rifiutò sempre di firmare le copie in vendita, considerandolo un “peccato di indecenza”.

Nella sua vita Webb ha pubblicato otto libri, incluso un sequel del The Graduate, dal titolo “Home School” (2007). In esso i protagonisti del primo romanzo, Benjamin ed Elaine, sono cresciuti e istruiscono direttamente i propri figli. Egli accettò di pubblicarlo solo per saldare un debito di 37000 dollari, come racconta un amico reporter che all’epoca li aiutò. Egli aveva un rapporto odioso col denaro, dice Caroline Dawnay che fu l’agente di Webb quando un altro suo romanzo “New Cardiff” fu trasposto nel film “Hope Springs” del 2003.

Verso la fine degli anni settanta la coppia fece ritorno alla West Coast e ritirò i figli dalla scuola scegliendo di scolarizzarli in casa, cosa che al tempo non era sanzionata. E cosi la famiglia se ne andò in giro vagando tra un campeggio e l’altro in un camper Volkswagen. Nel 1992 in una intervista al Washington Post (il figlio) John Webb definì questo tipo di formazione una “de-scolarizzazione”.

Charles Webb fece lavori umili. Impiegato, stagionale, pulizie domestiche e per un lungo periodo la coppia fu anche custode di una colonia nudista nel New Jersey guadagnando 198 dollari alla settimana.

Webb ha sempre contestato il fatto di essere legato a The Graduate, ma nei primi anni novanta egli ne scrisse il sequel, “Gwen”, nel quale il personaggio immaginario della figlia di Bemjamin ed Eliane fa da narratrice. Vi si descrive un padre che trova liberatorio liberarsi dei beni materiali e aiutare il prossimo. Questo libro non è mai stato pubblicato e passarono altri 25 anni prima del libro “New Cardiff” del 2001.

Da allora la coppia ha vissuto in Inghilterra e Ms Dawnay, che li andò a trovare a Brighton, racconta che loro vivevano in un appartamento quasi senza mobili e disponevano solamente di un cambio d’abiti.

Sebbene il romanzo New Cardiff sia stato accolto calorosamente esso non servì a rilanciare la carriera di Webb come non vi riuscì neanche “Home school”, pubblicato nel 2007.

Fred, la moglie di Webb, è morta nel 2029 lasciandolo molto solo e nella vedovanza è stato aiutato dai figli David e John. Ma suo figlio David, in una delle sue performance artistiche, una volta ha cucinato una copia del libro The Graduate e se lo è mangiato in pubblico con la salsa di mirtilli.

 

                                                                                               

 

Nelle ultime pagine del romanzo di Webb, Benjamin ed Eliane sono soli sul bus, sono due giovani scossi e diretti verso un futuro che è solo opaco. L’atmosfera di quel momento è quella colta dal famosissimo verso Hello darkness my old friend (Ciao oscurità, mio vecchio demonio) di Paul Simon; ma nel film invece i due sono in mezzo alla gente del bus, sorpresa e sbigottita. Ebbene, se il libro coglie quella che poi sarà la nota dominante del vita reale di Charles ed Eve, il finale del film coglie invece il destino dei giovani che hanno fatto il sessantotto.

 

In generale direi che le due opere, libro e film, sono diverse come diversi sono i loro destini nella memoria collettiva. Il libro che risale al 1963, esprime un rifiuto esistenziale, il fil, un rifiuto generazionale. L’elemento più attraente del libro è i conflitto interiore del giovane Ben mentre nel film è la morbosa seduzione della signora Robinson. Il romanzo fa del lettore uno psicologo, il film ne fa un guardone.

Nella traduzione italiana Ben dà sempre del lei a Mrs Robinson, anche quando la relazione sessuale in Hotel è intensa e avviata da mesi. Forse è una scelta dell’editore italiano, seguita dal traduttore, che vuole evidenziare la differenza di età tra i due. Tale accorgimento finisce per ingigantire il divario generazionale.

La signora Robinson con le sue menzogne diventa la strega cattiva della storia. E tutta la storia muta nelle ultime pagine trasformandosi in una fiaba a lieto fine con la famosa frenetica interruzione del matrimonio combinato.

Direi che il film semplifica la storia perché depotenzia tutta la parte che si svolge a Berkeley. Ben infatti, venduta l’auto si sistema in una stanza d’affitto vicino a dove studia Eliane. Qui dopo vari tentennamenti reciproci i due capiscono che si amano ma devono affrontare l’intromissione delle famiglie. Avvengono incontri tra Benjamin e il signor Robinson e tra Benjamin e suo padre ma non portano al chiarimento.

La figura della madre è più sfumata nel libro di quanto non si possa prefigurare. Spesso la madre non è molto di più di una invadente “signora Braddock” (capitolo due), in una famiglia che seppur formalmente corretta appare oppressiva nei confronti del figlio perché i genitori lo rendono responsabile delle realizzazione dello loro proprie aspettative. Il figlio, al quale non hanno mai fatto mancare niente, per fare la sua parte dovrebbe diventare insegnante; se non lo fa li delude. E se li delude cade in depressione e non ce la fa più a reggere il proprio ruolo. Ecco, è questa la condizione di ignavia che caratterizza il comportamento di Ben nei primi capitoli.

Inoltre le aspettative che lo condizionano non sono solo dei genitori. Ma di tutto l’ambiente in cui egli è inserito. E ciò si vede bene nel quarto capitolo quando la discussione col padre si fa grossa. A complimentarsi con lui non sono solo i genitori ma tutto il sistema di relazioni famigliari. E Ben sente tutto il peso di questa responsabilità sistemica. Si sente un “maledettissimo simbolo di prestigio sociale” al punto da subire rassegnatamente anche i peccati, le trasgressioni di quell’ambente.

 

 

La scena della seduzione è piuttosto sexy ed intrigante se si pensa che è stata scritta nel 1963. L’autore l’ha concepita e scritta su spunto autobiografico visto che nel 1962 era nella stessa condizione del protagonista Ben, cioè studente ed aveva due anni di più. Ciò non significa che egli sia stato sedotto da una amica di famiglia dell’età di sua madre, non c’è nessun riscontro nella sua, peraltro scarna, biografia. Ma certo che nella sua testa gli frullavano stimoli ambientali. E il suo ambiente era, appunto, uguale a quello descritto.

L’autore non scrive in prima persona, ma parteggia nettamente per il protagonista evidenziando tutti gli aspetti che lo mostrano incerto, titubante, vittima e parte debole nell’azione. Ben è l’agnellino catturato dal lupo; colui che “le montò addosso e si mise all’opera” (pg 78) solo dopo aver messo davanti tutte le timidezze e contraddizioni dell’innocenza.

 

Le differenze scolastiche tra America e Italia rendono difficile la traduzione del termine graduate e ciò ha determinato la scelta più comoda dei termini Laurea e laureato per il pubblico italiano. In realtà però nel romanzo il protagonista Benjamin non consegue la laurea ma il titolo B.A. (Bachelor of Arts) che è di poco superiore alla nostra Maturità.

 

Il film, che il Morandini definisce “Molto datato, ma prezioso per capire l’aria dell’epoca”, è il vero responsabile del successo di questa storia. Il successo mondiale di quella pellicola ha dato infatti l’oscar per la regia a Mike Nichols e ha lanciato il sound di Simon & Garfunkel. Ma è utile osservare che ciò è avvenuto cinque anni dopo la scrittura del libro; i cinque anni in cui è cambiato il mondo e la generazione del sessantotto è montata a cavallo. A mio avviso, volendo valutare approssimativamente il rapporto tra la storia scritta e la storia filmata in relazione al contesto dell’epoca, il libro era più coraggioso. Gli sceneggiatori (Buck Henry e Culder Willingham) sono stati fedeli al testo ma la scena finale della fuga dalla chiesa in abito da sposa coi sorrisi in autobus tipo “vissero felici e contenti” è decisamente in ritardo. Fuori contesto.

In quell’anno, il 1967, quel contesto, quello rivoluzionario giovanile di quell’epoca indimenticabile, era certamente improntato all’amore. E’ l’anno in cui i Beatles cantarono All You Need is Love nel il primo collegamento realizzato in mondovisione, è l’anno dei figli dei fiori e l’estate dell’amore; l’anno in cui siamo molto lontani dalle suggestioni violente del quinquennio successivo, ma è anche il momento in cui le vecchie convenzioni morali e i veli bianchi giungono al capolinea. L’anno in cui, al contrario dei personaggi filmati, i giovani smontarono da quell’autobus con l’entusiasmo e la determinazione che caratterizzerà l’incombente sessantotto.

 

 

 

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14 giugno 2020 7 14 /06 /giugno /2020 14:11

 

 

 

 

 

La presentazione del film di Bellocchio Il Traditore, ha rilanciato l’interesse per la figura di Tommaso Buscetta. Ciò mi ha spinto a leggere questo libro di Pino Arlacchi nell’dizione di Chiarelettere che è uscita nel maggio 2019 la quale ripropone, con qualche leggero aggiornamento l’omonimo libro che con Rizzoli era uscito nel 1994.

Nel Luglio del 1993 infatti Arlacchi era stato autorizzato dalla commissione del Ministero dell’Interno a incontrare Buscetta con più incontri, al fine della redazione. Arlacchi, che è un importante studioso nonché vero e proprio esperto di fama mondiale, ha composto questo libro nei mesi successivi.

Buscetta è la figura più importante nella storia della Mafia siciliana e statunitense, altresì chiamata Cosa nostra e non si dichiara pentito, ma sostenitore di valori stravolti dai corleonesi emersi grazie all’arricchimento connesso con il traffico internazionale di stupefacenti.

Pg 128. Dopo aver raccontato varie fasi precedenti della sua vita in Sicilia, in Brasile e in Argentina Buscetta, che nel libro, pur scritto da Arlacchi, narra in prima persona, inizia il racconto della GUERRA DI MAFIA 1962-63

Il 26 Dicembre 1962 due fucilate uccisero il membro della Commissione Calcedonio Di Pisa mentre usciva da una rivendita di tabacchi gestita dal capo della sua famiglia, la famiglia della Noce. Si trattava di un conflitto concepito in ambito mafioso che aveva lo scopo di scatenare una guerra di mafia tra componenti della Commissione. Era stato gestito in modo da far ricadere le colpe anche su Buscetta che ne era estraneo ma rischiò la condanna a morte. La guerra produsse altri omicidi ed esplosioni fino alla strage di Ciaculli del 30 Giugno 1963 con sette morti tra le forze dell’ordine. A questo punto la polizia fece “quello che non aveva mai fatto” riuscendo ad arrestare tutti i principali esponenti di Cosa Nostra e porre fine al confitto che aveva visto “una Commissione ingenua e sprovveduta contro una agguerrita setta di prevaricatori subdoli e fraudolenti”. Buscetta fugge in Messico e Totò Greco in Venezuela. Badalamenti rimane latitante a Palermo.

La Commissione fu smantellata dalla Polizia e sciolta dalla stessa Mafia per essere poi ricostruita solo nel 1970 dopo la conclusione del processo di Catanzaro con la costituzione del triumvirato Badalamenti, Liggio e Bontade. Al processo di Catanzaro Buscetta venne condannato a tre anni di carcere per associazione a delinquere. Durante la carcerazione venne raggiunto dall’inchiesta USA 

 

Luky Luciano creò negli anni trenta la Commissione in America. Egli utilizzò per la prima volta nella storia della mafia anche irlandesi e neri.

Il 28 giugno 1971 Joe Colombo, che stava al vertice di una delle cinque famiglie di NEW YORK ma aveva fondato un movimento per i diritti civili degli immigrati italiani, venne eliminato in un attentato che era stato – secondo Buscetta – preparato e gestito dalla stessa famiglia di appartenenza. Fu Joe CREZY Gallo, uomo d’onore che voleva prendergli il posto. Il movimento sosteneva che gli italoamericani erano discriminati a causa della etichetta di mafiosi e chiedeva l’abolizione della parola mafia perché offensiva.

Colombo venne sparato in piazza durate una manifestazione dal nero Jerome Johson il quale venne ucciso a sua volta poco dopo affinché non potesse parlare. Nota che Wyky pedya dice che a crivellarlo di colpi furono i suoi figli.

Manuel Lopez CADENA era un terrorista rosso ricercato sia in Messico che negli Stati Uniti. Era lo stesso nome falso usato da Buscetta sia in Messico che in Canada che negli USA, egli venne perciò interrogato per verificare l’omonimia e rilasciata. Ma in tale circostanza gli vennero prese le impronte digitali e più tardi vennero confrontate con quelle del passaporto argentino degli anni cinquanta dove aveva in suo nome vero. (se il passaporto glielo aveva dato Vera Girotti {figlia di Massimo?] è per questo che è stata fatta sparire?) Tale identificazione mise l’ufficio immigrazione alle calcagna fino all’arresto, ma egli partì per l’Italia in tempo. E si fermò a Monaco dove partecipò ad una prima riunione preparatoria del golpe Borghese.

Il 17 Giugno del 1970 a Milano ove si tenevano riunioni preparatorie vennero fermati nella stessa auto Greco, Riina, Badalamenti, Caderone, Alberti e           Buscetta per un controllo. Tutti con falso nome; quello di don Masino era:

 

Sul fallito golpe Masino dice che il gruppo di Borghese era “un’Armata Brancaleone di invasati e mitomani che non avevano la minima idea di come si doveva trattare con noi”. Le contropartite richieste dalla Mafia erano le revisioni dei processi. Egli inoltre sostiene che il fallimento è dovuto al fatto che c’erano i Russi nel mediterraneo e che pertanto “il golpe, nonostante gli Stati Uniti fossero d’accordo era stato impedito dalla presenza della flotta sovietica nel mediterraneo”. Durante l’estate egli tornò a New York dove venne rintracciato ed arrestato per ingresso clandestino. Sul ponte di Brooklin.

Un’altra rivelazione mostruosa, sempre a pagina 177, riguarda invece il golpe del 1974. Durante la sua carcerazione all’Ucciardone il direttore Giovanni Di Cesare assieme ad un oculista massone gli diedero la notizia che ci sarebbe stato un golpe e che lui avrebbe dovuto tenersi preparato perché al momento giusto un brigadiere dell’ufficio matricola lo avrebbe aiutato ad infilarsi in un passaggio segreto che conduceva alla casa del direttor stesso per poi essere liberato. Significa che c’era stato un accordo tra massoneria e Cosa Nostra anche per quel secondo golpe e che la liberazione di alcuni mafiosi come lui era una delle contropartite concordate in cambio dell’appoggio.

 

Nel giugno 1971 lascia la pizzeria di Manhattan a i figli e torna in Brasile con passaporto falso. Cambia nome in Tommaso Roberto Felice, frequenta l’ambiente del presidente Goulart e sposa la figlia del suo sostenitore avvocato Homero Guimaraes. C’è il golpe ed egli con tutta la famiglia viene arrestato. Torturato e rimandato a casa in Italia dove viene riarrestato il 3 dicembre 1972. Qui viene raggiunto dal mandato USA conseguente alle dichiarazioni (retroattive) di traffico droga rilasciate da Giuseppe Catania. Fu portato all’Ucciardone da Bruno Contrada. In aereo avviene un interrogatorio informale di Contrada, voleva sapere cosa aveva detto ai brasiliani. (Contrada paga il maltrattamento di Buscetta?)

 

 

Lascia il carcere nel 1980 dopo aver maturato intimamente l’idea di smettere con Cosa Nostra e dedicare il giusto riconoscimento e amore alla terza moglie, la brasiliana di buona famiglia Cristina (Guimaraes).

Moro Dalla Chiesa ANDREOTTI.

Ottobre 1977 trasferimento nel carcere di Cuneo per ordine di Dalla Chiesa. Quello era un carcere speciale che il generale controllava totalmente. Buscetta era l’unico detenuto mafioso in un carcere di terroristi. Egli per carattere e formazione nutriva avversione per i terroristi e non gradiva le manifestazioni. Li considerava uomini pieni di parole che di piani che si rivelavano castelli in aria.

Il giorno del rapimento Moro Buscetta si trovava a Cuneo in cella con Francis Turatello (che non era uomo d’onore). Successivamente ricevette per via famigliare un messaggio di Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo che lo incaricava di aprire una trattativa con le Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro. Egli colse l’occasione per chiedere (alla mala che lo contattava, tale Ugo Bossi) di fare in modo di venirev trasferito a Torno dove c’erano detenuti che contavano. Fu invece trasferito a Milano per venti giorni in cella con Tonino Lacanale, detenuto comune abruzzese. Questa permanenza non risulta registrata sulle sue schede né agli atti del maxiprocesso. Ritornò a Cuneo in Giugno, un mese dopo la morte di Moro. Durante quel periodo egli ebbe la possibilità di consultare delle trascrizioni di telefonate tra sua moglie e Ugo Bossi e tra quest’ultimo e Vitalone. In una di queste Vitalone diceva esplicitamente a Bossi che da parte degli incaricati non c’era in realtà alcuna reale volontà di liberare Moro.

Questa nota di Buscetta lascia intuire che durante il rapimento i servizi segreti crearono false piste di trattativa per poter farle fallire a piacimento. Pg 210

1979      Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontade, era massone e amico di Sindona. Tramite lui avvenne un incontro Sindona/Bontade nel quale Sindona chiese appoggio per un colpo di Stato in Italia. Bontade rifiutò.

Nel 1979, mentre era ancora in carcere egli venne nuovamente incaricato da Bontade di trattare un’offerta alle Brigate Rosse. Si trattava di uccidere il generale Dalla Chiesa da parte della Mafia e lasciarlo rivendicare dai brigatsti. Siamo tre anni prima della morte di Dalla Chiesa e lo stesso Buscetta non sa perché ciò dovette avvenire, ma egli, “fedele alla tacita consegna di ogni buon mafioso” contattò Lauro Azzolini durante l’ora d’aria, il quale disse che sarebbe stato possibile che le BR rivendicassero l’uccisione solo se co fosse stata la loro partecipazione al fatto. Ma Cosa Nostra non contemplava la cooperazione di terroristi e il progetto venne accantonato.

 Qui Buscetta spiega che successivamente gli venne spiegato da Badalamenti e Bontade che Dalla Chiesa avrebbe dovuto essere eliminato perché era venuto a conoscenza del segreto relativo all’esistenza di una ENTITA’ rimasta sconosciuta sotto il profilo giudiziario fino all’anno successivo la strage di Capaci (che avviene nel 1992). E qui a pg 214 il libro dice esplicitamente che tale entità è Giulio Andreotti.

 

Pecorelli venne ucciso da Bontade (e non si capisce se c’era anche Badalamenti) senza informare la commissione perché il delitto non avveniva in territorio siciliano. Venne tagliato fuori Pippo Calò, che operava a Roma, perché all’epoca Bontade disponeva di una decina in grado di effettuare qualsiasi omicidio nella capitale. Le motivazioni sono le stesse di Dalla Chiesa, egli stava venendo in possesso di documenti e informazioni in grado di creare grandi problemi ad Andreotti. (218)

 

Buscetta è morto di cancro, da uomo libero, il 2 Aprile 2000.

Totò Riina è morto di malattia, da carcerato ergastolano. Il 17 Novembre 2017.

 

 

 

 

 

 

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5 maggio 2020 2 05 /05 /maggio /2020 20:00

 

 

 

 

Polmonite globale.

 Le potenze europee si apprestavano a partecipare alle celebrazioni del capodanno cinese all’insegna dei migliori auspici fintantoché non è intervenuto il “china virus” a smorzare gli entusiasmi. Questa è stata la prima espressione usata per definirlo, poi è stato denominato “coronavirus” Sars CoV-2 e/o Covid-19 dove l’espressione Sars-Cov-2 indica il nome proprio del virus, mentre l’espressione Covid-19 indica il nome proprio dell’evento malattia pandemica che sta avvenendo.

Ad oggi si parla di oltre tre milioni di casi di contagio con oltre duecentomila decessi, con una diffusione mondiale mentre misure internazionali anticontagio interessano aeroporti e i servizi sanitari. Tutti mobilitati, con un certo disordine, in lockdown con conseguente blocco delle attività e dei rapporti sociali. L’OMS ha inizialmente negato la dichiarazione di “global epidemic” per non averne riscontro obiettivo (BBC 24/1) per poi dichiarare ufficialmente lo stato di pandemia verso metà Marzo. E i cinesi (quelli di Pechino of course) si sono scrollati di dosso la figura degli untori mostrando grande efficacia nella blindatura dei comportamenti civili. Una fonte giornalistica americana ha anche richiamato il fatto, già precedentemente noto, che nella citta di Wuhan c’è un centro ricerca con un laboratorio cino-amerigo-israeliano dal quale potrebbe essere partito il primo focolare. E il web si è riempito di fake news.

Discorso di Obama 2015

“C’è la possibilità e la probabilità che arrivi un momento in cui ci sarà una malattia trasmissibile per via aerea e che sia mortale e per poterla affrontare efficacemente dobbiamo predisporre una infrastruttura. Non solo qui a casa, ma a livello globale; che ci permetta di notarla, isolarla immediatamente e rispondere rapidamente. In questo modo, se e quando, un nuovo ceppo di influenza (come la febbre spagnola) sorgerà tra cinque o dieci anni, avremo fatto un investimento per poterlo combattere. E’ un investimento intelligente che possiamo fare. Non è solo un’assicurazione; è sapere che in futuro avremo problemi come questi. Soprattutto in un mondo globalizzato.”

La Guerra dei virus

La vicenda Coronavirus Covid -19 non è esente da spiegazioni complottistiche. A gennaio 2020 era già uscita l’ipotesi che il virus responsabile della crisi epidemica fosse stato creato, e poi sfuggito di mano, da un centro di ricerca situato a Wuhan sulla guerra biologica. La definizione di China Virus utilizzata inizialmente dai media, ad esempio BBC, ne ha favorito l’idea. Mike Pompeo, responsabile della diplomazia americana, non ha rinunciato alla espressione “Wuhan virus” neanche dopo Il varo della denominazione ufficiale adottata dal WHO.

A confutazione di questo approccio è arrivata a Febbraio inoltrato la narrazione cinese secondo cui, attingendo al clima di seconda guerra fredda, ci sarebbe l’obiettivo americano teso a danneggiare l’economia cinese alla base dell’evento: i portatori a Wuhan del virus sarebbero stati alcuni atleti militari americani. Ciò sarebbe avvenuto già nell’ottobre 2019 durante i Military World Games che impegnarono la città di Wuhan ad ospitare circa 100.000 militari da tutto il mondo. In particolare l’origine del focolaio sarebbe collegata all’avvenuto ricovero di cinque atleti presso l’ospedale di Wuhan nei giorni compresi tra il 18 e il 27 ottobre. Si tratterebbe di un virus proveniente dal laboratorio militare di Fort Detrick nel Maryland. Il portavoce del dipartimento dell’informazione del ministero degli esteri cinese Lijian Zhao lo avrebbe confermato via Twitter. L’assenza del paziente zero ovviamente contribuisce ad alimentare la possibilità di questa spiegazione.

Nell’uno o nell’altro caso il nuovo coronavirus sarebbe il risultato di un esperimento di laboratorio finalizzato alla produzione di una arma batteriologica. Varia solo la circostanza se esso fosse stato diffuso in funzione offensiva o per un errore di laboratorio. Nel gran parlottio mediatico di certezze scientifiche se ne sentono ben poche, ma Massimo Amorosi, consulente del ministero degli esteri per i temi della biosicurezza, sulla apposita monografia d LiMes ove tratta il tema relativo al rischio di uso strategico delle epidemie, scrive quanto segue:

“Permangono ancora molte incognite, anche sull’origine della pandemia, come si evince dal rapporto elaborato dal Joint Team WTO dopo la missione dello scorso febbraio in Cina.” Egli fonda la propria convinzione soprattutto con riferimento all’evento originario e alla mancata identificazione dei primi casi esposti al nuovo patogeno. Poi aggiunge che si sostiene il “salto di specie”, ma “sulla base di quanto emerge dagli sudi scientifici pubblicati finora, la correlazione con i pipistrelli e con il pangolino quale ospite intermedio risulta essere alquanto debole e pertanto insostenibile.” Ed indica in nota l’articolo Mystery deepens over animal source of coronavirus del 26 Febbraio a firma Cyranosky. (LiMes 3/2020, pg 271)

 Una prima cronologia

 Il 31 Dicembre 2019 le autorità cinesi hanno fatto un atto di formale segnalazione alla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO) circa un focolaio infettivo di polmonite dalla natura incerta. Il 7 Gennaio 2020 viene identificata con certezza la causa, da ricercatori cinesi. Si tratta di un nuovo coronavirus diverso dalla precedente SARS ma afferente alla medesima famiglia. I coronavirus sono responsabili fino ad un terzo dei comuni raffreddori.

  Il 9 Gennaio viene isolato il genoma la cui sequenza viene resa nota attraverso il suo immediato inserimento nella Gene Bank internazionale GISAID. Nello stesso giorno WHO dichiara ufficialmente la esistenza di una epidemia da 2019-nCoV. L’agente patogeno viene descritto come un virus modificato per almeno il 15% rispetto agli altri Coronavirus. Tale tasso di modificazione esclude l’esistenza di soggetti immunizzati e pertanto il nuovo virus agisce in un contesto di diffusione totalmente libera.

La diffusione si è in poco tempo rivelata essere di tipo pandemico. L’emergenza sanitaria globale viene dichiarata il 30 Gennaio. IL 31 vengono emesse linee guida per l’identificazione dell’infettato che ricercano solo persone con i sintomi. Questo diventerà poi il punto di frizione US/Cina con Trump che accusa il governo cinese di aver nascosto per un paio di settimane la gravità della situazione. Ma tra la metà di Gennaio e la metà di Febbraio è stata effettuata una sistematica caratterizzazione del genoma di vari virus provenienti da individui infettati da varie parti del globo. Sinora non sono state riscontrate varianti; esse potrebbero comunque verificarsi in progress perché il passaggio inter-umano può generare mutazioni. L’11 Marzo abbiamo la decisione OMS di elevare a pandemia la diffusione di SARS Cov -2. In tale circostanza emerge anche che la Casa Bianca aveva sottoposto a classifica di segretezza le discussioni interne all’Amministrazione Trump dedicate al problema nuovo coronavirus. (Amorosi pg273) Agli inizi di Marzo in Cina, dove è stato messo in atto un vigoroso isolamento, si è cominciato a registrare un decremento significativo dei casi. Il 10 Marzo 2020 è partita in Italia l’iniziativa di autoisolamento.

Caratteristiche

Il Covid-19 si trasmette da persona a persona attraverso tosse, starnuti, mani infettate che toccano naso, bocca, occhi ecc.) con una incubazione tra i cinque e i quattordici giorni. Può essere trasmesso anche da individui con sintomi lievi che si trovano all’inizio dell’infezione, mentre la trasmissione da asintomatici è ancora da valutare in termini definitivi. Altrettanto ignoto è se una persona infettata e guarita sviluppi una immunità sufficiente o meno ad impedire il riemergere dell’infezione in un secondo tempo.

Si diffonde la consapevolezza circa la scarsità e il modello delle mascherine. Ciò produce un impulso a riconvertire le produzioni nazionali mettendo in discussione la divisione internazionale del lavoro stabilita con gli accordi di globalizzazione e realizzata con le delocalizzazioni.

 

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1 maggio 2020 5 01 /05 /maggio /2020 15:33

 

!^ Maggio 1891 FESTA MONDIALE DEL LAVORO.

 

 

Lavoratori d’Italia il giorno primo di Maggio è destinato a portare nel mondo la notizia che la classe lavoratrice sa di avere dei diritti da conquistare. Questo pensiero ci affratella per mostrare la solidarietà nella lotta contro i nemici della nostra emancipazione. Senza confini, senza frontiere. La causa del lavoro è la causa della eguaglianza e della giustizia. Dobbiamo rialzare le condizioni della nostra classe attraverso la riduzione della giornata a OTTO ORE senza riduzione di salario. Così creeremo più posti di lavoro e i lavoratori potranno avere 8 ore per il lavoro, 8 ore per il sonno e 8 ore per il riposo utile, cioè tempo di vita, libertà e azione. Le famiglie potranno pensare all’istruzione, agli affetti e all’igiene.

E’ un plebiscito universale col quale la nostra classe vuole affermare il principio che il lavoro non è arbitrio dei proprietari della ricchezza, ma che la nostra forza libererà il mondo dall’oltraggio della schiavitù.

 

Vi invitiamo pertanto a fare del primo giorno di Maggio un giorno di festa, di vacanza e di riposo per sottrarre le braccia alla fatica quotidiana e rialzare la fronte al nostro destino benefico.

 

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Queste parole, tolte da ogni enfasi e retorica dell’epoca, sono state ascoltate da mio nonno Silvano che aveva 13 anni e non sapeva ancora leggere ma probabilmente sapeva già lavorare nella fabbrica di Gaetano Marzotto le cui scuole serali gli insegnarono a leggere e scrivere un po’. Le lesse poi mio padre che ebbe invece la fortuna di arrivare fino alla quarta elementare, ma le lesse dopo il 1946 quando, dopo aver fatto la prigionia in Grecia e aver contribuito alla caduta del fascismo potè iniziare a frequentare la sede del Partito Socialista e imparare l’importanza di leggere i giornali. Cosa che mi trasmise.

Queste parole le leggo oggi io dopo aver lavorato in un arco di quattro decenni con l’orario ivi auspicato. E li ringrazio per le loro lotte.

 

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Il fascismo abolì la festa del Primo Maggio per decreto il 19 Aprile 1923 accorpando la celebrazione del lavoro alla festività del 21 Aprile denominata Natale di ROMA. Antonio Gramsci, nei suoi quaderni che scrisse dal carcere ove scontava il reato di essere comunista, derise tale festività. Ogni volta che si celebra il Primo Maggio ancora oggi dopo 130 anni, si onorano Gramsci, mio padre e mio nonno con le loro mogli e i loro discendenti.

E se oggi il lavoro è dignitoso lo si deve, oltre alla tecnologia, alle idee di quel manifesto. Se oggi il lavoro non è ancora dignitoso ebbene allora bisogna continuare a lottare per le idee di quel manifesto.

 

 

 

 

Che il destino sia generoso con chi crede nella speranza.

 

 

 

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