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11 gennaio 2017 3 11 /01 /gennaio /2017 02:23

 

 

IL Sociologo ed esperto Web Marketing Nicolò Costa viene ospitato dalle pubblicazioni della serie “fuori dal coro” de Il Giornale.

Egli presenta una tesi secondo la quale, adottando “nuove categorie di diagnosi” si può osservare come il voto referendario del 4 Dicembre sia in realtà una reazione alla “guerra scatenata dalle élite progressiste contro il popolo”.

 

Secondo la sua analisi la lettura corrente della società italiana è viziata da meccanicismo e parzialità; e tale errata lettura egli così riassume:

Possiamo vedere tre società: quella degli occupati, quella del rischio e quella degli esclusi e dei precari.

I primi sono gli operai, gli statali e gli insegnanti. Insomma, a suo dire, quelli tutelati dallo Stato Sociale; quelli del posto sicuro, immobili. I secondi sono gli imprenditori, gli artigiani, i liberi professionisti e i commercianti. Quelli che accettano il mercato e fanno della mobilità un valore. Il terzo gruppo è quello quantitativamente più in crescita, quello che soffre della crisi dal 2008 in poi a causa della globalizzazione che favorisce solo cinesi e indiani.

 

Nelle elezioni del 2013 il PD ovvero, a suo dire, il partito dei pensionati, degli statali e degli insegnanti dei centri cittadini, si è piazzato al 25% che costituisce lo zoccolo duro della sinistra statalista e socialista che ha le sue radici nel catto-comunismo.

I ceti che rischiano, delusi dalla mancata rivoluzione liberale contro i ceti improduttivi della pubblica amministrazione e sfiduciati dal mancato supporto al Made in Italy, si sono astenuti e alcuni sono andati dai Cinque Stelle. Il Centro Destra ha perso 10 milioni di voti.

Infine i precari e le vittime della crisi delocalizzatoria hanno votato Cinque Stelle e a hanno adottato, dice Costa, il turpiloquio (come ad esempio il Vaffa) come strumento di comunicazione politica popolare. (pg. 10)

 

Ora, dice Costa, la tripartizione di cui sopra è quella del passato. In essa non si coglie l’Italia che emersa negli ultimi trent’anni ma non ha ancora la leadership. Non si coglierebbe cioè l’Italia che si basa sul ceto medio professionalizzato, sui piccoli e medi imprenditori ecc. Quell’Italia che, dice sempre Costa, viene ignorata e umiliata dal pensiero unico del politicamente corretto senza cogliere invece che essa sta elaborando una nuova sintesi politica che andrà oltre destra e sinistra rinnovando al vita pubblica. Equilibrio, sicurezza, meritocrazia ecc.

 

Adottando la nuova prospettiva analitica che mette al centro lo stile di vita e l’attitudine alla mobilità sociale e territoriale, Costa propone una ripartizione della società fondata su cinque gruppi sociali: le vite immobili per necessità e rinviate; le vite immobili per libera scelta e aspettativa di futuro; le vite mobili identitarie; le vite mobili soggette al fascino delle vite ipermobii e infine la vite iper-mobili tendenzialmente apolidi.

 

 

Qui la lettura si complica perché nel descrivere ciascuna di queste tipologie sociali l’autore ci introduce in una specie di limbo semantico piuttosto astratto ed impreciso. Ne prendo solo uno che ritengo suggestivo. Le vite iper-mobili.

Sono di due tipi. Stanno agli antipodi anche se entrambi non hanno confini nazionali. Da un lato ci sono i super ricchi, dall’altro i migranti poveri. Elite Patrizia e plebe. Quelli ricchi sono personaggi alla Mario Monti che stanno nella parte elitaria dell’establishment politico spostando liberamente i loro corpi e capitali. Sono a loro volta attratti dai super ricchi arabo musulmani e dai petrodollari arabi. Le loro ambizioni strategiche sono ostacolate dal patriottismo russo e quindi sostengono l’anacronistica NATO e il disprezzo per Putin. Paradossalmente sono loro che realizzano il mitico verso di LENNON che recita:

Immagina che non esista il paradiso, è facile se ci provi, nessun inferno sotto di noi, immagina che non esistano frontiere e nessuna religione”.

Costoro apriranno i flussi informativi e le mobilità spaziali.

In basso, molto più in basso vi sono gli immigrati, che sono anch’essi degli iper-mobili apolidi. Sono dei forzati che aspirano a sfruttare lo stato socisle occidentale. Se andassero nelle megalopoli arabo musulmane verebbero schiavizzati perciò peferiscono l’occidente. Quelli musulmani non pensano affatto di ri-territorializzare la loro identità in una nuova patria, ma al contrario pensano che sarà la sharia, dice Costa, a dare il senso profondo alla loro vita. In gran Bretagna, scrive Costa, hanno ottenuto tribunali separati che amministrano la sharia. Le invasioni dell’Europa sono guidate e realizzate pertanto da élite iper-mobili. E lo fanno attuando piani arabi originati dai petrodollari. L’Italia è piena di seconde e terze case con tanti piccoli centri semi vuoti e questo patrimonio è in attesa di essere, prima o dopo, ceduto agli immigrati.

Con la presenza di Obama in USA si è avuto il trionfo politico delle vite iper-mobili. Ma il sogno di colui che è stato insignito del premio Nobel per la Pace si è infranto sulle primavere arabe e con la nascita dei tagliateste ISIS.

Ora aspettiamoci che i musulmani d’Europa facciano come i latinoamericani negli USA dove hanno ottenuto, in Florida e California, l’imposizione dello spagnolo sull’inglese.

 

In conclusione, ci dice Costa, il NO del 4 Dicembre scorso è il prodotto di un compattamento della élite progressista con i ceti immobili. Il SI ha vinto nei centri storici abitati dai benestanti mentre ha perso nelle periferie. Ha vinto dove il PIL è alto e perso dove esso è basso. E’ stato quindi, come dice il sottotitolo del libretto, un episodio della guerra di classe globale contro il ceto medio.

 

Che dire. Le ho trovate 47 pagine di parole in completa libertà che stimolano a riflettere sullo stato di confusione che viviamo in questi ultimi anni. Penso che i miei nonni avrebbero usato la seguente espressione: “mejo darghe dù piè de cadenasso”.

 

 

 

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27 dicembre 2016 2 27 /12 /dicembre /2016 23:46

 

Il padre di Jane era un cavaliere di antico ma non particolarmente importante lignaggio. Proveniva dal Wiltshire e si era distinto nella campagna di Tournai del 1513, aveva poi accompagnato Re Enrico VIII sul campo del Panno d’Oro nel 1520. Fu onorato del titolo di cavaliere della Camera (da letto) e ciò gli offrì ottime opportunità per la carriera sociale di tutta la famiglia. Almeno tre dei suoi otto figli divennero famosi. Il più vecchio di loro Edward fu duca di Sommerset e protettore del re bambino Edoardo Sesto. Il secondo genito Thomas fu Lord Ammiraglio e la figlia primogenita Jane fu nientemeno che regina.

 

Jane e i Seimours accrebbero la loro importanza tutti assieme come aveva fatto la famiglia dei Bolena prima di loro ma la loro ma ebbero un’ascendenza molto più duratura. Jane arrivò a corte essendo trasferita al servizio di Anna Bolena. Era più quieta e meno spiritosa di Anna e non attrasse subito l’attenzione. Il ritratto di Holbein non ce la presenta infatti come una ammaliante incantatrice. Ma forse fu proprio questo contrasto con Anna ad attrarre Enrico VIII quando iniziò a rompersi l’incantesimo di Anna. Ma non ci fu comunque un passaggio diretto dall’una altra; ci furono almeno altre due cortigiane.

 

Nel 1535, due anni dopo la nascita di Elisabetta, il Re, viaggiando verso le terre occidentali, sostò alcuni giorni a Wolf Hall, la residenza dei Seymour, segnalando in questo modo un grande onore nei confronti Sir John. Ma non ci sono notizie che sia iniziata in tale occasione la corte per Jane. Le prime notizie infatti, le prime dicerie, iniziano solo nel Febbraio 1536 e solo in tale data iniziano a circolare le voci tra gli ambasciatori stranieri circa la possibilità di un nuovo matrimonio con Jane.

Caterina D’Aragona era già morta e a sua volta Anna Bolena aveva già abortito il figlio perciò la scelta del modo col quale liberarsene era solo questione di tempo. Divenne chiaro che Jane sarebbe succeduta ad Anna Bolena. E anche se ella fu tenuta discretamente in disparte fino all’arresto di Anna il fratello Edward venne promosso alla Corte abitando in un appartamento che comunicava direttamente con quello del Re. Si può presumere che il corteggiamento sia avvenuto in tali circostanze.

 

 

Il 19 Maggio 1536 avvenne l’esecuzione di Anna Bolena e il 20 Maggio Enrico e Jane erano formalmente fidanzati. Dieci giorni dopo erano sposati e il 4 Giugno Jane fu pubblicamente riconosciuta come Regina anche se, comunque, mai incoronata. Forse Enrico ricordava il fiasco di tre anni prima quando con l’incoronazione di Anna Bolena il popolo aveva presa l’occasione per manifestare il proprio affetto nei confronti di Caterina. Erano passati nove anni da quando egli aveva sollecitato la necessità per la dinastia quale ragione sufficiente per una separazione da Caterina e ancora nnon aveva un figlio legittimo quando, il 23 Luglio 1536, morì il suo unico figlio illegittimo Enrico Fitzroy duca di Richmond, morto diciassettenne. Ora per Enrico la necessità di un figlio maschio era diventatat più urgente che mai e se anche Jane si fosse dimostrata sterile è certo che sarebbe stata ripudiata.

Perciò chiacchere sulla gravidanza della regina iniziarono a girare fin dai primi mesi di matrimonio per essere alla fine confermate solo nei primi mesi del 1537 quando i falò vennero doverosamente accesi per celebrare la notizia.

 

Il 12 Ottobre nacque il principe Eward ad Hampton Court. Il trono ora era al sicuro e la legittimità era incontestabile essendo morte entrambe le precedenti regine. E grande era la gioia a corte come nel paese. Il battesim del principe si tenne il 15 Ottobre con Mary, filgia di Caterina, ome madrina. Tutto sembrava a posto, ma la tragedia invece non era lontana. Jane non recuperò mai la salute dopo il parto, che quasi certamante fu cesareo, e morì di infezione verso la mezzanotte del 24 Ottobre 1537 mentre era al massimo della sua gloria. Il suo corpo venne imbalsamato e riposa, unica moglie, nella tomba di Windsor, tomba che Enrico aveva fatto fare per se stesso.

 

 

Passeranno oltre due anni, il più lungo intervallo, prima del successivo matrimonio.

 

 

 

 

 

 

 

[Libera traduzione dalla brochure THE SIX WIVES OF HENRY VIII (Piktin Pictorials Ltd 1971)]

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7 dicembre 2016 3 07 /12 /dicembre /2016 23:35

 

Sappiamo molto poco circa i primi anni di vita di Anna Bolena. La sua data di nascita è ancora oggetto di dispute nonostante molte fonti preferiscano collocarla nell’anno 1502. Di certo era figlia di Tommaso Bolena, commerciante di Londra che fece carriera sociale grazie al matrimonio con una nobile della famiglia Howard. Per via materna infatti Anna era nipote del duca di Norfolk. Con molta probabilità Anna venne mandata in Francia per la propria educazione alla corte della regina, ove ricevette una educazione appropriata per una dama dell’epoca.

Ma i venti di guerra anglo francese la fecero tornare alla corte di Enrico VIII ove pare abbia gettato una sorta di sortilegio sul Re e i giovanotti di corte. Ella fu sul punto di sposare uno di loro quando il cardinale Wolsey, agendo su istruzione del Re, intervenne per bloccare e proibire l’incontro.

La sorella maggiore Mary aveva goduto prima di Anna dell’onore di essere attraente per il Re, diventando sua amante.. E secondo alcuni se il padre Tommaso nel 1525 divenne visconte di Rochfort ciò fu grazie alla influenza di Mary su Enrico. Pare quindi che Anna non abbia sostituito la sorella nel cuore del Re fino almeno al 1526/27.

E’ molto difficile, dopo secoli, intuire le ragioni dell’innamoramento di questo monarca tanto capriccioso e testardo. Enrico infatti non era proprio abituato a ricevere dinieghi alle proprie richieste. E ciò nonostante Anna lo seppe tenere in attesa per sei anni, fintantoché cioè ella non fu sicura di divenire sua moglie e regina.  Dal canto suo Enrico la desiderava, ma pubblicamente egli necessitava di un figlio maschio che fosse nato dal matrimonio, non fuori di esso. Egli doveva pertanto assicurarsi l’annullamento del matrimonio con Caterina prima di poter godere di Anna.  E non è neanche facile capire perché fosse solo e soltanto Anna Bolena colei con la quale Enrico dovesse fare il tanto atteso figlio maschio.  Una volta assicurata l’uscita dal matrimonio con Caterina non sarebbero infatti mancate di certo le candidate alla mano del Re

. E gli altri leader europei, con l’eccezione della Spagna, sarebbero certo stati fin troppo pronti a cogliere l’opportunità di sposare la sorella o una figlia del re d’Inghilterra. Pertanto un nuovo matrimonio internazionale avrebbe potuto facilmente essere organizzato. Ma doveva proprio essere Anna; tanto che Enrico le fu a suo modo fedele negli anni d’attesa fino al divorzio dalla proma moglie Caterina d’Aragona. Evidentemente Anna lo aveva catturato e il suo charme dev’essere stato potente. E aquesto nonostante alcune descrizioni dell’epoca risultino tutt’altro che lusinghiere: carnagione olivastra, viso lungo e qualche accenno ad una deformità della mano.

Ma Anna nella sua breve carriera si era fatta molti nemici e le fonti a noi sopraggiunte sono molto probabilmente rancorose. Lo stesso Enrico quando Anna era stata arrestata ed era vicina alla morte, lamentava di essere stato stregato. E non intendeva in senso figurato. Tuttavia la “MAGIA” di Anna con molta probabilità non era altro che spumeggiante vivacità, cioè un contegno in stridente contrasto con la solenne autorevolezza ostentata da Caterina d’Aragona negli ultimi anni della sua vita. E’ innegabile comunque che l’audacia del suo spirito arrivò a stuzzicare e persino negare l’ardente desiderio d

el volitivo monarca.

King’s Great Matter

La vicenda iniziò nel 1527. Caterina all’epoca era ancora molto popolare e Anna venne tenuta dietro le quinte con una certa discrezione. Ciò almeno sin quando Enrico, non riuscendo ad assicurarsi il risultato desiderato, non decise di accelerare le sue decisioni. Se avesse mostrato apertamente Anna come sua promessa sposa ciò avrebbe potuto pregiudicare il suo caso e seriamente danneggiare la sua reputazione. E questo anche perché’ Caterina era molto popolare.

Ma poi le notizie su ciò che bollisse in pentola iniziarono a filtrare lasciando intuire l’intendimento reale. E alla fine, nel 1530, ad Anna venne accordata la precedenza e il palese riconoscimento presso la corte. In tale periodo Anna, sebbene virtualmente ignorata da Enrico, ebbe varie spiacevoli frizioni con colei che stava per soppiantare. E l’anno successivo a Caterina fu ordinato di lasciare la corte. Anna a questo punto era la stella suprema e nel 1532 il suo status nobiliare venne elevato a livello di marchesa di Penbroke.

In tale veste accompagnò Enrico in una visita di stato in Francia ma le dame della corte francese evitarono di incontrarla ed intrattenersi con lei. Anche per questo fatto la pazienza di Enrico nei confronti della lunga attesa per il matrimonio giunse alla fine e subito dopo il ritorno dalla Francia, probabilmente attorno a metà settembre 1532, coerentemente con la sua ormai incrollabile certezza che il matrimonio con Caterina non fosse mai legalmente avvenuto, egli sposò Anna Bolena.

 

Un grande alone di mistero circonda questo matrimonio. Chi lo ha celebrato, dove e quando esso ha esattamente avuto luogo e chi furono i testimoni probabilmente non sapremo mai. Anche da Thomas Cranmer, che nel Maggio 1533 fu chiamato a giudicare sul matrimonio per dichiaralo valido, traspare una notevole vaghezza sulla data in una lettera da lui stesso scritta solo poche settimane dopo. Ma già all’inizio del 1533 era risaputo che Anna fosse incinta e il dilazionamento della notizia non avrebbe più potuto reggere. Inoltre, ai fini della legittimità, non importava se l’erede fosse stato concepito prima o dopo il matrimonio, bensì che la relazione dei genitori fosse regolare prima della nascita. Perciò gli eventi vennero affrettati.

In Gennaio Thomas Cranmer venne nominato presso la sede vacante di Canterbury, in Febbraio il Papa confermò il suo riconoscimento e in Marzo egli venne consacrato ed insediato. Nel frattempo il Parlamento aveva approvato una legge che negava al Papa ogni potere di intervento in casi di matrimonio relativi all’Inghilterra. E infine a Maggio Cranmer dichiarò ufficialmente nullo il primo matrimonio e vvalido il secondo.

 

Il 7 Settembre 1533 Anna diede alla luce una femmina. Fu il suo primo e più grande fallimento. Nessuno poteva allora prevedere il futuro regno trionfante di sua figlia Elisabetta. L’unica cosa che re Enrico poteva capire era il fatto che la crisi di successione che lui aveva così ansiosamente cercato di evitare, ora era ben lontana da una soluzione.

Anna non venne scartata immediatamente, ma Enrico fece ben poco per nascondere il proprio disappunto e le sue relazioni con la seconda regina iniziarono a deteriorarsi progressivamente. Il temperamento iracondo di costei finì per rompere l'incantesimo. Enrico iniziò a notare le altre donne e Anna, intuendo l'insicurezza della propria posizione, divenne sempre più spigolosa e difficile.

Già nel 1535 appariva chiaro che Enrico si fosse stufato dei bisticci con Anna e che solo un figlio avrebbe potuto salvarla. Ma il secondo, nonché finale, fallimento sopraggiunse nel gennaio del 1536, poche settimane dopo la morte della prima moglie/non moglie Caterina, con l’aborto del secondo figlio.

Dal punto di vista Reale il secondo matrimonio non aveva funzionato meglio del primo. E in effetti la storia ostetrica di Anna iniziava a divenire minacciosa come quella di Caterina. Era come se ci fosse una maledizione divina in questo matrimonio. Infatti il matrimonio con Anna Bolena, la sorella di Maria, ovvero colei che era stata amante di Enrico, si riteneva non apparisse agli occhi di Dio meno peccaminoso di quello contratto con Caterina, la vedova del fratello dello stesso Enrico.

In ogni caso due cose risultavano chiare: il Re non era più incantato dal fascino di Anna Bolena e, in secondo luogo, con Caterina morta costei rimaneva l’unico ostacolo tra Enrico ed un terzo, perfettamente valido, matrimonio.

E tuttavia è difficile capire completamente il rifiuto del Re verso una donna che egli aveva amato così appassionatamente.

Allo stato delle cose era possibile disporre sia l’esecuzione che l’annullamento del matrimonio ed Enrico fece entrambe le cose. Il fratello di Anna ed altri quattro cortigiani vennero arrestati ed accusati di essere stati intimi con la Regina. Solo uno confessò, sotto minaccia di tortura, ma ciò venne ritenuto sufficiente a condannarli tutti. Anna Bolena andò al patibolo il 19 Maggio 1536.

Due giorni prima della sua morte era arrivata la sentenza di annullamento del matrimonio, ma ciò non servì ad evitarle il patibolo. Enrico VIII era nuovamente scapolo quando il corpo senza testa di Anna Bolena venne sepolto senza cerimonie nella Torre di Londra.

Dieci giorni dopo il Re d’Inghilterra era nuovamente sposato con Jane Seymour, dalla quale nascerà il figlio maschio Edoardo VI.

 

 

 

 

[Libera traduzione dalla brochure THE SIX WIVES OF HENRY VIII (Piktin Pictorials Ltd 1971)]

 

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20 novembre 2016 7 20 /11 /novembre /2016 19:22
TERREMOTI E BUGIE, di Giuseppe Marino
Nel 2003 col, terremoto del Molise, Berlusconi innovò la normativa introducendo il concetto di “accelerazione sismica” ovvero prescrizioni a severità crescenti, in ragione della magnitudo, con riferimento alle norme tecniche di costruzione.
Ciò ebbe come conseguenza una ordinanza della Protezione Civile che implicava una valutazione dello stato di sicurezza per tutti gli edifici pubblici strategici, scuole, ospedali ecc. Ma ciò rimase sulla carta. Il problema infatti è che un simile processo genera cambiamenti di classificazione interferendo sugli interessi (patrimoniali) delle comunità locali. Perciò i comuni remano contro e anche lo Stato è consapevole che il processo metterebbe in gioco risorse e impegni di spesa enormi.
Dopo il terremoto de L’Aquila comunque alcune risorse vennero stanziate e, soprattutto, vennero sdoganate le nuove Norme Tecniche di costruzione a concezione antisismica. Queste sono però suscettibili di aggiornamento periodico e ciò non è mai stato fatto. C’è solo da augurarsi, senza scaramanzia, che gli attuali terremoti ne smuovano le resistenze. E in ogni caso, anche per dare a Cesare ciò che gli spetta, bisogna ricordare che in tutto questo arco di tempo i ministeri hanno sistematicamente prorogato le scadenze attuative.
Ciò, ovviamente, non determina un risparmio, ma un accumulo del fabbisogno di spesa necessario alla sicurezza antisismica; ma ahimè l’ignoranza e la scaramanzia fanno sì che nessuno se ne accorga…
Risultato: il 26 Agosto 2016 il Direttore generale della Protezione Civile Mauro Dolce ha avvisato i governanti che abbiamo raggiunto il fabbisogno di 50 Miliardi.
Prima o dopo gli italiani dovranno tirarli fuori, ma quanto più “dopo” questo avverrà e tanto più sarà alto l’importo e inoltre, nel frattempo, i vari Mentana, sull’onda dell’emozione, ci sproneranno a versare importi emergenziali.
***
Questa è solo un delle tante vicende connesse con le cronache e i terremoti del nostro martoriato belpaese. Ce la racconta Giuseppe Marino nel libello connesso alla vendita de Il Giornale. Il taglio del saggio, che porta il promettente titolo di TERREMOTI E BUGIE, si occupa di “Magnitudo, previsioni, sabbia, mafia e inchieste flop” promettendo anche di chiarirci che “tutto ciò che sappiamo è falso”.
I lettori come me, che amano il retrogusto complottista come la cannella nel purè di patate, oppure nello strudel, nel leggere questa sottotitolazione si invaghiscono subito nella speranza di trovare una testata che abbia il coraggio di dirci come anche dietro i terremoti ci sia il complotto. Ma ne resteranno delusi perché fin dalle prime pagine si trovano relegati tra “i propalatori seriali di balle medievali che in Rete le spacciano per verità nascoste, per rivelazioni censurate da poteri oscuri.”
A proposito di questa frase è proprio curioso osservare come i giornalisti professionisti, quelli che hanno fatto carriera accettando per anni, giorno per giorno, di contar balle per paraculare i potenti, accusino oggi i comuni cittadini di usare la Rete per esprimere le proprie fisime. Proprio come si faceva una volta al Bar Sport, assaporando la libertà di farlo. In piena libertà di pensiero e di espressione. Il vero guaio è che questa critica viene espressa facendo finta di non accorgersi che il giornalismo è scaduto così tanto che sono proprio loro, quelli che dovrebbero invece scrivere le cose serie, ad essere meno credibili delle chiacchere da Bar Sport. Come mai?
Vabbè, quando troverò scritta la risposta in un giornalone nazionale riaccenderò la speranza. Per il momento continuo ad assaporare la cannella.
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4 novembre 2016 5 04 /11 /novembre /2016 22:40
IL SOL DELL'AVVENIRE, di Fasanella e Pannone

IL SOL DELL’AVVENIRE

Nel 2008 Fasanella e Pannone hanno realizzato un film che narra, attraverso i protagonisti reali, fatti relativi alla nascita delle Br. Si è trattato di una avventura documentaristica la cui sofferta vicenda ha dimostrato come tale tema sia ancora scomodo anzi fortemente antipatico al sistema.

Chiarelettere ha poi pubblicato il libro che racconta le difficoltà e i boicottaggi politici subiti dal film mettendolo in vendita in cofanetto con il DVD. La trovo una scelta intelligente e coraggiosa, coerente con la linea editoriale di una casa editrice non allineata. Oggi infatti è ancora possibile vedere il film e conoscere quella storia, una storia di censura e ipocrisia, grazie a quel cofanetto.

Ho visto pima il film, poi letto il libro. Vediamo.

7 Maggio 1960

Il film non finì nella morta gora del silenzio solo perché, presentato al festival di Locarno, ebbe risonanze ed apprezzamenti internazionali. Esso muove la narrazione partendo da Reggio Emilia in Piazza Cinque Martiri dove nel 1960 la Polizia sparò ad altezza d’uomo contro i manifestanti comunisti. In tale circostanza morirono Ovidio Franchi, Afro Tondelli, Marino Serri, Reverberi e Farioli. Si tratta di nomi molto noti e quasi mitici per chi, come me, ha cantato molte volte a pugno chiuso la canzone MORTI DI REGGIO EMILIA alle feste dell’Unità.

Su quella vicenda non ci sono misteri. E’ un fatto storico che dimostra come la nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, fosse già pronta quindici anni dopo a reprimere le lotte operaie e governare con il sostegno del partito neofascista. E la determinazione con la quale reagirono le piazze italiane contro quel tentativo di restaurazione persuase gli atlantisti che non era il caso di insistere su quella linea. Il punto, infatti, è che la Resistenza senza i comunisti non ci sarebbe stata. Anzi la stessa Guerra mondiale non sarebbe stata vinta senza i comunisti, l’Armata Rossa e l’Unione Sovietica. E tutto questo a Reggio Emilia lo sapevano bene i militanti del PCI.

Tra di loro i familiari di Alberto Franceschini il quale, tredicenne, quel giorno vide e seguì tutti i movimenti della piazza dal tetto della sede PCI. Egli seguì anche le vicende processuali che seguirono negli anni successivi, quando nel 1962 il questore Cafari Panico e l’agente Orlando Celani finirono sotto processo per omicidio colposo plurimo, per poi essere tutti assolti nel 1964 e 1966.

La vicenda si impresse profondamente nella memoria di Franceschini e un po’ di tutti i giovani militanti della sinistra reggina di quegli anni e contribuì a consolidare l’idea delle resistenza tradita come onta da vendicare. Questo sentimento diffuso tra i giovani fu alla base della cosiddetta esperienza dell’Appartamento dove si riunì per quattro cinque anni la sinistra rivoluzionaria giovanile di quegli anni.

Orientatosi poi verso l’idea della lotta armata, questo gruppo di giovani comunisti, assieme ad altri militanti provenienti dal nord Italia, diede origine nel 1969 alle Brigate Rosse. La vicenda con i suoi vari passaggi è descritta con cura in un altro libro di Fasanella: Che cosa sono le BR.

Non a caso quindi il film parte da lì, quando Il 7 Luglio 2007 a Reggio viene celebrata la cerimonia di commemorazione in piazza. Franco Ferretti, vicesindaco, tiene il comizio. Costui nel 1970 è stato a Mosca a STUDIARE MARXISMO LENINISMO assieme ad Adelmo Cervi (figlio di uno dei martiri partigiani). Entrambi frequentavano l’Appartamento e il PCI pensò bene di toglierli dalla piazza mentre nascevano le Br.

Il film poi prosegue a Costaferrata, colline reggiane, nel ristorante della cugina di Tonino Paroli. Costei ospitò il convegno del 1969 in cui nacquero le BR. Qui racconta che la polizia si era presentata alcuni mesi dopo per acquisire l’elenco dei rappresentanti al convegno. Non dice espressamente di averlo consegnato, ma Fasanella commenta che “la polizia aveva avuto in tempo reale l’organigramma delle future Br.

Questo particolare ci ricorda che nella storia brigatista sono molti i passaggi ancora poco chiari. Se la polizia disponeva di tali informazioni fin dall’inizio perché non le ha usate? O se le ha usate perché ciò non risulta agli atti delle varie ricostruzioni? Non dimentichiamo che la tesi fondamentale di Franceschini e tanti altri dissociati è proprio quella che lo Stato e i servizi segreti hanno lasciato fare alle Br per creare il clima adatto alla strategia della tensione. Un uso strumentale che le ha snaturate.

In questo incontro tra i vecchi compagni a pranzo il clima di cordialità dell’inizio culmina alla fine col pianto di Paroli che non trattiene il dolore per le violenze praticate dai terroristi (termine che lui non usa mai) in carcere sui compagni che hanno parlato.

I boicottaggi del film

Gli autori riscontrarono una certa difficoltà fin dall’inizio nella ricerca dei finanziamenti. Ma cominciarono a trovare le porte ben chiuse muovendosi nei vari ambienti di Reggio, dove Berselli responsabile CGIL CULTURA rifiutò fin da subito di collaborare al film spiegando che quelli delle Br con la storia di Reggio Emilia non c’entrano niente.

E’ il primo tipo di ostilità. Si tratta di un atteggiamento che deriva dalle scelte fatte a suo tempo dal PCI. A cavallo tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta Luigi Longo ed Enrico Berlinguer lanciarono uno scenario politico nel quale la lotta delle masse operaie per la costruzione della società socialista sarebbe dovuta avvenire nel pieno ed assoluto rispetto della legalità costituzionale. La Costituzione repubblicana, si diceva, era il frutto della battaglia partigiana nella Resistenza e quindi era il frutto del sangue dei comunisti. Erano stati soprattutto loro a volerla. Per fare un esempio si ricordava che Terracini, tra i fondatori del Partito a Livorno nel 1921, fu presidente della Assemblea Costituente. Pertanto ogni lotta non avrebbe mai dovuto superare il vincolo della legalità repubblicana. Ma l’avvento delle stragi, col rischio golpista, ridimensionò la sostenibilità di questa strategia agli occhi di molti militanti. E tra costoro, vedi ad esempio Giangiacomo Feltrinelli, si consolidò l’idea che la lotta per sopravvivere adeguatamente alla repressione dovesse essere armata. Nel caso dei componenti il gruppo dell’Appartamento le armi da utilizzare erano proprio quelle della resistenza tradita, cioè quelle che i partigiani avevano ancora nascoste in casa.

Il segretario di sezione regalò a Franceschini due pistole rubate ai tedeschi. Una di queste è la Luger che si vede nella storica fotografia (riprodotta anche nella copertina) del rapimento volante di Idalgo Macchiarini (Marzo 1972). Quella foto ormai storica documenta la prima azione Br che ha come obiettivo una persona e mostra a chi conosce i dettagli la continuità tra la Resistenza, Il PCI e la lotta brigatista.

Ed è proprio questo legame di continuità che il PCI volle rompere e ancora oggi teme che riemerga. Anche, se occorre, censurando opere documentaristiche come questa. Il libro narra infatti come Napolitano (già presidente) sia intervenuto e il quotidiano La Repubblica con Augias abbia abbondantemente amplificato, affinché non si desse pubblicità ai terroristi mancando di rispetto a familiari vittime.

E questo è il secondo tipo di ostilità: il rispetto per i familiari delle vittime.

E’ in vista del Festival di Locarno che, cambiato il Governo con la vittoria del centrodestra, il nuovo ministro della cultura Bondi sposa in pieno la posizione ultra critica dell’allora già ex presidente della Associazione Vittime Terrorismo Giovanni Berardi, figlio di Rosario, vicequestore ucciso dalle Br nel 1978.

Egli ci ricorda in un altro libro di Fasanella, che furono Nadia Ponti, ad ideare l’agguato e guidare l’auto, con Roberto Peci che coprì Piancone e Acella i quali spararono alle spalle di un uomo, padre di cinque figli che aspettava l’autobus.

Giovanni Berardi è uno dei più incazzati all’interno della associazione, contro uno Stato che si ostina a coprire la verità in accordo coi terroristi, o una parte di loro, e che forse copre una parte di rete ancora esistente e potenzialmente attiva. Niente perdono senza verità è la sua posizione e vede nel film un passo verso una riappacificazione ipocrita.

Costui contesta l’idea che si trasformino i brigatisti in attori di un film di successo lasciando loro raccontare una storia senza contraddittorio e senza dar parola alle vittime.

A questo punto il film viene ritenuto politicamente scorretto e pertanto viene cortesemente rifiutato da Venezia.

Io ritengo il tema relativo al rispetto del dolore dei familiari delle vittime e quello del rispetto della memoria delle vittime stesse molto importante e certamente fondato. E provo un sentimento di condivisione verso tutto ciò che egli scrive nel libro I SILENZI DEGLI INNOCENTI (di Fasanella e Grippo 2006, pgg. 102 – 112). Tuttavia ritengo che la censura non sia un’arma per chi combatte per la verità, ma al contrario per chi la teme. Perciò credo che Berardi si sia in questo caso consapevolmente o inconsapevolmente prestato ad una inaccettabile manovra censoria del sistema. Perché nel perfetto scenario orwelliano degli ultimi decenni nulla può esistere, in campo comunicativo, se non tollerabile dal sistema. E questo è uno di quei casi.

Ringrazio quindi nel mio piccolo, da quel semplice lettore che sono, Chiarelettere, Fasanella e Pannone per questo sprazzo di luce su una verità, peraltro ancora intuitivamente percettibile, che può aiutare a capire e metabolizzare il fenomeno terroristico italiano senza fuorvianti sensi di colpa e strumentalizzazioni politiche.

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Una buona comprensione del libro può avvenire conoscendo altre due opere di Fasanella, con altri collaboratori, quali Che cosa sono le BR (pubblicato anche in Francia con Le Monde che gli dedica un supplemento di dieci pagine) e, appunto, I silenzi degli innocenti.

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Curiosità

Alberto Franceschini noto soprattutto per essere stato l’artefice del sequestro Sossi ha scontato la sua pena e oggi vive e lavora a Roma in una cooperativa sociale.

Tonino Paroli ex delegato sindacale di fabbrica, tra coloro che parteciparono all’azione di evasione dal carcere di Renato Curcio, ha scontato la sua pena e oggi fa il pittore a Reggio Emilia.

Roberto Ognibene che uccise il maresciallo Felice Martirano durante la sua cattura a Robbiano di Mediglia, è sposato con Nadia Mantovani, vive e lavora a Bologna e ha pagato la sua pena.

Corrado Corghi fu con Ermanno Gorrieri fondatore della Gladio bianca nel dopoguerra. Era stato membro del servizio segreto vaticano durante la Resistenza sotto la direzione di Montini. Venne chiamato da quest’ultimo, divenuto Papa, per avvicinare Curcio e Franceschini durante il rapimento Sossi in piena clandestinità al fine di liberare il giudice. Egli accetta di essere intervistato per il film.

Franceschini e Corghi nelle intenzioni degli autori avrebbero dovuto incontrarsi dopo 35 anni in una chiesa di Reggio. Si sarebbe trattato, dice Fasanella, di un incontro tra allievo e maestro. Ma la Curia intervenne con un irriducibile divieto. Anche la Chiesa, evidentemente, è dalla parte dei censori. Evidentemente ha qualche rapporto indicibile con la storia delle Br.

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24 settembre 2016 6 24 /09 /settembre /2016 18:28
Il Turista
Il Turista

Venezia Santa Lucia, Vaporetto Fondamenta Nove, il predatore individua la preda.

Fermata Ospedale. Segue Campo san Giovanni e Paolo. La francese evidentemente conosce le scorciatoie. San Francesco della Vigna e Campo santa Giustina. Salzada, calle del Morion e al Ponte san Francesco taglia per Ramo, infine a calle del Cimitero dentro la corte. E’ fatta, la vittima è presa.

Campo de la Lana. Nel suo rifugio sei giorni dopo il Turista-killer non resiste alla tentazione di far trovare il cadavere per soddisfare il desiderio di ostensione mediatica. E, umettate le narici con balsamo alla menta, rientra sul luogo del delitto dove però, sorpresa, inizia il thriller.

Carlotto è stato cooptato da Rizzoli. Hanno capito che se lo merita. Ora ha la possibilità di misurarsi con lo standard internazionale ed ecco quindi il salto di qualità.

Pietro Sambo è un ex commissario di PS. Corrotto suo malgrado. In realtà è solo stato sfigato, però è ingamba e fiuta subito i servizi segreti. O forse … sono loro a fiutare lui…

E’ chiaro anche che il protagonista cattivo questa volta è un serial killer, anzi sono due, che questa volta per motivi contingenti, sono costretti ad agire in coppia. E che coppia. Il glamour è piuttosto sofisticato e il sesso è decisamente perverso. Sono due psicopatici criminali che vengono considerati risorse operative di alto livello da strane organizzazioni clandestine che sono state figliate, alcune legittimamente, altre no, da servizi segreti internazionali. E che sono in guerra tra loro.

La vicenda va avanti per calli e callette, di giorno e di notte, mettendo in evidenza che nessuno può scagliare la prima pietra perché nessuno è senza peccato. Tipica situazione carlottiana. La differenza la fanno solo le psicopatie: ci sono quelle dei criminali e quelle dei comuni mortali, cosi come tra i killer seriali… ci sono quelli psico e quelli no. Cos’altro sono i superkiller dei servizi, quelli che hanno ucciso varie decine di volte, con efficacia ingegneristica senza lasciar tracce? Sono serial killer esattamente come gli altri, solo che, a differenza di quelli psico, non vogliono le luci della ribalta.

Allora cosa può fare il nostro Sambo, che vorrebbe tornare nel catalogo dei buoni riscattandosi dalla gogna in cui si trova?

Può collaborare segretamente. In una Venezia dove non essendoci automobili tutti si incontrano il know how di un ex capo della omicidi è insostituibile e perciò questa diventa la sua scommessa.

La Guardia di Finanza deve far pagare le tasse e perciò i bed and breakfast clandestini vanno perseguiti con apposite retate. Vaste retate che possono coprire le indagini non dichiarabili. E in questo intreccio, con un po’ di fortuna, si può anche arrivarne a capo.

***

Ma in conclusione non c’è conclusione, perché nella realtà il finale non sempre finisce. E Carlotto stavolta scrive per un pubblico più vasto. Gli amanti del noir, innamorati dell’alligatore, non bastano a Rizzoli. Qui ci vogliono i grandi numeri.

Quelli del Thriller.

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21 settembre 2016 3 21 /09 /settembre /2016 00:35
L'Islam è una minaccia. FALSO!, di Franco Cardini

Franco Cardini è un medievalista fiorentino nato nel 1940. Ha viaggiato, studiato e lavorato a lungo in Medio Oriente qualificandosi come esperto di Cristianità e Islam. Dà l’impressione di dire, e scrivere, ciò che pensa senza particolari conformismi. Si dichiara cattolico e non dà l’impressione di essere dell’Opus Dei. Ciò nonostante appare spesso in televisione da qualche decennio, soprattutto nei programmi culturali RAI.

Mi piace perché l’ho visto dire sin da subito quella che considero la verità sulla crisi siriana: Assad non è un dittatore più di quanto non lo siano quasi tutti il leaders orientali, governa la Siria con il riconoscimento di legittimità ONU. L’opposizione militare interna non è un movimento “primaverile” che vuole la democrazia, ma una accozzaglia di esercitini privati armati da arabi, turchi e americani per depotenziare l’asse sciita in vista della rilegittimazione dell’Iran (in corso dalla fine del 2015). La Russia, che ha un rapporto eccellente con questo paese che gli permette l’unico porto militare nel Meditterraneo, lo sostiene e sta abilmente sballando tutti questi piani occidentali di destabilizzazione.

Tuttavia non è di questo che si occupano i recenti libri di Cardini, essi si occupano dell’ISLAM, acclamando che esso non è una minaccia, ma una religione e una nobile cultura da conoscere e rispettare. In questo approccio Cardini, che è anche un collaboratore dell’Avvenire, centra lo spirito del Misericordiae Vultus che auspica un incontro tra le religioni nell’anno giubilare.

E questo lo fa con particolare respiro e competenza nel libro uscito in Marzo di quest’anno (2016) per i tipi di Laterza con un titolo discorsivo “L’Islam è una minaccia FALSO!“; un titolo che lo sintonizza, in termini dialettici, con le polemiche islamofobe degli ultimi anni.

***

L’Occidente ha paura oggi dell’Oriente islamico perché c’è il terrorismo. Siamo in guerra, ci ripete una martellante campagna mediatica, ma allora – scrive Cardini – è indispensabile capire bene chi è il nemico e chi sono gli alleati, soprattutto capire se qualcuno di essi sta facendo il doppio gioco. (pg. XV)

Pertanto se c’è questa guerra essa va fatta per forza, soprattutto in termini di intelligence dice Cardini, ma senza dimenticare che si tratta di una guerra dove più che di vincere c’è bisogno di convincere. Ma attenzione però, perché il conformismo islamofobo che stiamo rischiando è solo semplicismo e la parola “terrorismo” è stata coniata qui da noi, non nelle scuole coraniche, ma durante la Rivoluzione Francese.

Ora Franco Cardini in questo lavoro affronta ad uno ad uno tutti i temi e i pregiudizi della islamofobia montante e chiude le sue duecento pagine di argomentazioni con quella che definisce una “inconclusione”: “la nostra paura [dell’Islam] è solo una funzione, la più miserabile, di questa nostra pervicace ignoranza. Tutto fa credere che si vadano preparando tempi non facili, ma proprio per questo sarà più intenso il bisogno di convivenza e integrazione.”(pg 203)

Egli accenna più volte ad argomenti geopolitici, ma non li sviluppa, il suo approccio è soprattutto storico e ontologico. L’Islam sunnita si propone come rappresentante supremo della fede, le petromonarchie (sunnite) della penisola arabica manovrano le enormi masse di petrodollari necessarie oggi per fronteggiare la crisi del debito occidentale ma condizionano i loro investimenti finanziari a politiche funzionali alla fitna (lotta) antisciita. In particolare gli arabi sono impegnati in una lotta contro l’Iran con una guerra che si svolge soprattutto in territorio jemenita. E il califfo al Baghdadi (sunnita) si dichiara “comandante dei credenti”. Noi però non dobbiamo cadere nella sua trappola. E’ lui, il califfo, ad avere interesse che l’Occidente coltivi la paura in casa propria modificando la propria Way of Life: modifichiamo i nostri valori cedendo la libertà in cambio della sicurezza. Questa è la trappola strategica cui è funzionale l’ondata di islamofobia montante qui da noi.

E in questa trappola è caduto ad esempio Hollande dopo la strage di novembre 2015 con la proclamazione dello stato di emergenza.

Noi invece dobbiamo puntare ad una serena prosecuzione della nostra vita civile, evitando il brechtiano destino di “accorgerci che mentre marciamo contro il nemico, il nemico marcia alla nostra testa travestito da alleato”.

(Devo dire che questa frase è molto forte, soprattutto se riletta in queste ore in cui sto scrivendo questi appunti, perché la tregua russo-americana in Siria sta saltando e gli USA hanno appena bombardato “per errore” l’esercito regolare di Assad causando una novantina di morti. I Russi rispondono all’ONU sostenendo che non è affatto un errore e che ciò rivela il doppio gioco statunitense).

La vera ricchezza del libro però è data soprattutto dall’indagine degli elementi fondanti della religione islamica, la cultura coranica e l’articolazione storica della umma. Con molto altro naturalmente. Comprese le contraddizioni del mondo maomettano. Una per tutte: la Mecca è inaccessibile agli infedeli ma non ai loro media. Di notte si vede “l’opulento scempio postmoderno” con e luci stroboscopiche di Coca Cola, Fendi, Valentino, Dolce & Gabbana, Dior, Gucci, Trussardi, Armani. Si tratta di quello che Cardini definisce “Mc Islam” dove di questo passo l’Occidente si squaglierà inghiottito da un Oriente più occidentale di lui. (pg 77)

***

Il fatto è che anche il mondo musulmano è interessato fin dal tempo di Kemal Ataturk ad un processo come quello che noi chiamiamo di secolarizzazione con cui si perde progressivamente il senso del Sacro.

Cardini sostiene che non è vero che esiste un solo Islam, cavallo di battaglia di quelli che sostengono che l’Islam moderato non esiste, come ad esempio Oriana Fallaci. E richiama il percorso letterario di Tahar Ben Jelloun come significativo esempio di disamina dei “parecchi Islam, o meglio parecchi modi di sentire, d’intendere, di manifestare, di confessare, di seguire la fede nell’unico Dio ch’è misericordioso e compassionevole”.

C’è soprattutto l’Islam di chi rivendica il diritto alla discrezione della fede, con atteggiamento restìo alla shahada (proclamazione di essa). Tuttavia anche per costui le caricature offensive del Profeta sono causa di repulsione e offendono i mussulmani più semplici. E purtuttavia proprio costoro non possono, difronte alle tragedie parigine del 7 e del 9 Gennaio, limitarsi a dire “non è questo l’Islam”, occorre un impegno attivo di condanna della violenza.

Nel capitolo 5 Cardini attacca il pregiudizio islamofobo secondo il quale “l’Islam moderato non esiste”. E lo fa prendendo a riferimento il libro La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. Costei, scrive Cardini, ha fatto scuola soprattutto in una destra cattolica che una volta la disprezzava, ma che oggi, visto che l’antisemitismo non è più praticabile e che l’anticomunismo ha smesso di pagare, si butta sull’orianismo (espressione di Cardini) cercandovi una merce elettoralmente molto redditizia: la paura.

Nel 2015 la Rizzoli ha rieditato Le radici dell’odio di Oriana Fallaci. Si tratta d un libro di oltre 400 pagine che ripesca anche alcune storiche interviste di personaggi mediorientali. E’ in questo libro, recensito entusiasticamente dalla destra, che la Fallaci concentra il proprio attacco all’Islam come religione della violenza, contro le donne e contro la libertà di pensiero.

Nella sesta parte del libro di Oriana Fallaci entriamo proprio nel cuore di tale attacco con la stretta associazione tra Islam e Corano: “Esiste un solo Islam. E l’Islam è il Corano. Nient’altro che Corano. E il Corano è il Mein Kampf di una religione che ha sempre mirato ed eliminare gli altri.” Parole forti, non c’è dubbio. E qui polemizza Cardini.

Nel Corano vi sono 16 (su seimila) versetti che parlano di annientamento di ebrei e cristiani ma anche i libri sacri dell’Occidente sono pieni di incitazioni violente e l’unica ragione per cui queste non sono rivolte ai musulmani è che sono stati scritti prima che costoro esistessero.

Come si vede nell’ottica fallaciana occorre vedere il Corano come un libro di guerra per poter accusare tutto l’Islam e ottenerne una visione islamofoba. Ma ciò si può ottenere solo usando la tecnica della decontestualizzazione, come fa ad esempio Maghdi Allam, e in tal caso essa è applicabile anche all’antico e al nuovo testamento. Il rifiuto di una lettura islamofoba del Corano è quindi fondamentale come il rifiuto di una lettura cristianofoba della Bibbia.

L’Esodo, Il libro dei Re, i Salmi e l’Apocalisse ci presentano un Dio degli Eserciti, distruttore dei nemici di Israele.

Nell’Antico testamento Isaia (7:14) profetizza il concepimento virginale di Emmanuele, che significa “Dio è con noi” e nel Nuovo Testamento Matteo (1:23) dichiara adempiuta tale profezia con la nascita di Gesù. Chi adotta tale slogan (Gott Mit Uns) per guidare gli eserciti in guerra è forse un vero fedele come i fondamentalisti islamici?

E che dire del Salmo 137/136 che invita a prendere i pargoli di Babilonia e a sbatterli sulla roccia?

Qualche setta fondamentalista cristiana, magari con simpatie naziste, potrebbe considerarsi legittimata a uccidere nel nome di Gesù?

Non si tratta quindi di perdersi in un labirinto polemico ma di puntare tutto sul dialogo e il confronto. Con pazienza vanno colti i segnali, che non mancano, del mondo musulmano. Nel 2004 in Marocco è stato promulgato un nuovo codice di famiglia che riconosce la parità giuridica della donna. Può sposarsi senza la rappresentanza di un tutore e può chiedere il divorzio. L’alta autorità religiosa sunnita Muhammad Sayd Tantawi (morto nel 2010) che era direttore di preghiera (Imam) presso la moschea dell’università più importante del Cairo dichiarò pubblicamente che: “Il sacro Corano non parla di circoncisione femminile (clitoridectomia o infibulazione) e il Profeta Muhammad non si è mai espresso su questo tema”. Ecc.

Vanno infine valorizzati e seguiti con attenzione gli interlocutori islamici internazionali come la OCI, Organizzazione per la Cooperazione Islamica che è la più alta istituzione internazionale e, fondata nel 1969, oggi è membro permanente osservatore presso l’ONU. Ad essa sono associati 56 paesi islamici, i principali: dall’Araba Saudita all’Iran, la Siria ecc.

In Italia operano la COREIS, Comunità Religiosa Islamica e la UCOII, Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, tra loro concorrenti. L’ultimo incontro tra la UCOII e il ministero degli Interni è avvenuto l’11 Luglio u.s.

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29 agosto 2016 1 29 /08 /agosto /2016 22:44
Lacrime Impure
Lacrime Impure

Il gesuita perfetto è il titolo originale del romanzo. 140 pagine dedicate alla descrizione del noviziato gesuita. Un’esperienza dura. Inoltre la scrittura del testo risale alla fine degli anni cinquanta, in pieno clima autoritario, preconciliare.

Il giovane se ne stava dritto come un pino proprio in mezzo alla cappella, davanti all’altare infiorato, e l’intera comunità cantava in coro per lui. I suoi occhi avevano la tinta del vetro nero e c’era come una cupa energia nel suo corpo magro di religioso. Non si sentiva affatto commosso ed era giusto che un perfetto gesuita non si commovesse neppure in un istante come quello. Da mesi e mesi aveva previsto ogni atto di quella solenne e semplicissima cerimonia e ora tutto si svolgeva meccanicamente sotto gli occhi disinteressati di Andrea.” (pg 132)

Il gesuita perfetto è proprio lui, il giovane Andrea, còlto con tali parole alla cerimonia dei voti.

Andrea quindi è il nostro protagonista e narratore in questa vicenda tutta interiore, scritta e raccontata dal punto di vista più interno possibile: la sua coscienza martoriata.

Il suo travaglio è il doloroso prodotto della “teoria del discernimento degli spiriti, del Santo padre Ignazio” (pg 37). Qui la pedagogia dell’ordine ignaziano viene centellinata pagina dopo pagina da una scrittura profonda e precisa come poche altre, con uno spunto critico costante, immanente, sempre al limite del rifiuto. Ma sempre vinto, alla fine, dal cogente silenzio della disciplina, in uno scontro interiore che va oltre il lutto, oltre il desiderio represso e la mortificazione dell’anima.

Ecco, questo è il gesuita di Monicelli. E alla fine il gesuita perfetto vince e s’impone sul giovane Andrea, sulle sue ansie e sui suoi segreti, compresi gli impuri desideri omosessuali. Questo tema, l’omosessualità nei novizi, viene evocato e permea la vicenda, ma non ingombra la narrazione, la informa con una dolce latenza in un drammatico, quanto riservato, tormento morale. Ma la tattica della compagnia di Gesù per affrontare tale tematica si fonda sui trattati di ascetica, tra i quali quello del Rodriguez (dell’unione e carità fraterna), ed è tutt’altro che ingenua, anzi irriducibilmente efficace in quanto, semplicemente, non la riconosce:” ognuno avrebbe dovuto arrangiarsi per proprio conto o andarsene dalla Compagnia”. (33). I testi di studio collettivo e da mandare parzialmente a memoria sono L’imitazione di Cristo di Ignazio di Loyola e Esercizio di Perfezione di Alfonso Rodriguez.

E alla fine di questo processo, il noviziato, le lacrime della sofferenza non sono più quelle di prima, sono le lacrime di chi ha ceduto l’anima alla Compagnia, la quale quell’anima se la terrà per sempre, perché quella formazione è troppo forte, è irreversibile.

Andrea partì al tramonto, solo, con la sua valigetta. Salì sulla corriera per Roma e passò il tempo del viaggio a rincorre gli esili frammenti dei suoi antichi desideri. Una nuova casa lo attendeva e nuovi doveri, nuove mansioni, nuovi volti sconosciuti.”

Il libro non mette il lettore dalla parte dell’Ordine, lo mette in guardia da esso. E se per ogni pagina lo coinvolge e lo lega ad Andrea nella sua ricerca, alla fine lo abbandona. Quando il novizio diventa gesuita e va a Roma la sua figura si sfuoca e sfuma lentamente nelle ultime pagine lasciando al lettore il dubbio sulla natura di quelle lacrime: lacrime impure? Perché?

(Ger 48,10)

*******

L’autore Furio Monicelli era il fratello di Mario, il noto regista di fama internazionale. Produsse questo testo sotto la spinta della sua esperienza di vita. Egli non concluse il noviziato, lo interruppe e cambiò vita. Nel 1960 il dattiloscritto arrivò al premio Strega, ma non vinse. Fu ripubblicato da Mondadori nel 1999 ed è questa l’edizione giunta oggi sotto i miei occhi.

Ottima lettura, che ha ravvivato in me vecchi ricordi della mia educazione cattolica, un’educazione da me alla fine rigettata come avviene per Fratel Zanna in questo libro.

Leggere oggi un testo come questo non è né noioso, né inutile né un esercizio spirituale. E’ una esperienza di lettura rara e preziosa, un’emozione che conduce agli strati intensi della coscienza e ci lascia lievitare sopra ogni materia quotidiana. Un’emozione d’altri tempi.

Deo Gratias.

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2 agosto 2016 2 02 /08 /agosto /2016 15:03
SMERALDI A COLAZIONE, di Marta Marzotto

Morta Marta Marzotto i negozi espongono il libro autobiografico, già pronto da qualche settimana: SMERALDI A COLAZIONE. Le mie sette vite, Cairo Publishing 2016.

Ovviamente a me interessano con somma curiosità le storie che costei ebbe con comunisti e sessantottini. Perciò ho acquistato il libro con animo speranzoso. Un libro dalla cui lettura ne esce un personaggio autenticamente simpatico e indipendente, il contrario esatto della Contessa di Paolo Pietrangeli.

Prima era la cenerentola delle fiabe, poi la contessa trasgressiva che stava coi comunisti e le femministe, poi ancora l’amante scomoda di Guttuso che non stava ai giochi del potere ipocrita della Prima Repubblica, infine l’espertissima comunicatrice dell’era del lusso, maestra delle regie gossippare.

Sono curioso di vedere se verrà rapidamente dimenticata o se il compulsivo e superficiale sistema mediatico del terzo millennio ne farà un personaggio cult.

Lettura.

Laura Laurenzi, la scrittrice lifestyle che ha composto il volume, dichiara nell’introduzione che il “vero nucleo” del libro è la storia ventennale con Guttuso. Sono d’accordo. La parte autobiografica denota a volontà di battersi anche inpunto di morte per la verità sul caso Guttuso. Uno “scandalo artistico-cultural-politico” degli anni in cui comunisti e cattolici parlavano di compromettersi.

Mentre la preoccupazione che traspare nella parte redatta dalla Laurenzi è soprattutto quella di esaltare la forza di una donna che saprà rifarsi ogni volta che la vita la colpisce duro e che in particolare uscirà dalla vicenda Guttuso disegnando e firmando gioielli, orologi, borse, penne, occhiali, valigie, posate e profumi. Insomma concedendo alla vita “il permesso di passarle addosso”.

Il primo capitolo riprende il cliché degli anni cinquanta fondato sulla storia con Umberto Marzotto come favola troppo bella per essere vera. La poverissima col principe azzurro. Nel cinquantaquattro l’Italia era ancora povera ed affamata e ciò che attirava l’attenzione delle lettrici di rotocalchi in quella favola era l’accesso alla ricchezza attraverso l’amore. Ricchezza e amore. A questa visione, già spesa sui rotocalchi molti decenni fa, questa nuova biografia contrappone un teorema più semplice ed efficace: quando Marta Vacondio conobbe Umberto Marzotto era già uscita dalla povertà. Guadagnava bene nel mondo della moda di allora. Inoltre non era particolarmente bella, lo erano le sue gambe, questo sì, che furono le prime ad ispirare la pubblicità delle calze di nylon nel dopoguerra. Ma fu l’incontro di due personalità sintoniche a portare al matrimonio. A questo punto, certo, è arrivato il superlusso.

Da quel momento l’ex mondina scaltra, intelligente e carismatica entra nella dimensione del lusso e del potere galattico. E ne farà buon uso per tutta la vita. Farà anche cinque figli, uno meglio dell’altra con la commovente e dolorosa eccezione di Annalisa che morirà trentaduenne consumata dalla fibrosi cistica. Il libro ricorda che ciò avveniva anche in un periodo già particolarmente duro.

Guttuso.

Ognuno di noi ha un sogno nel cassetto: il mio sogno si chiamava Renato Guttuso. Un cassetto bene aperto però, perché non ho mai nascosto nulla a nessuno. Tutti sapevano tutto: i nostri rispettivi coniugi, i miei figli, il Partito comunista, l’Italia intera.” (Pg. 74)

Questa è la pare centrale e più ricca del libro. Oddio, alcune pagine sono un po’ troppo diluite dalle parole d’amore dell’artista. E’ chiaro che i due si amavano e che lei ebbe un ruolo notevole come musa ispiratrice. E’ chiaro che nei quadri famosi c’è lei decine e decine di volte, col suo corpo e la sua sensualità. E questo ha contribuito a fare li lei ciò che è stata “al di là delle regole di un moralismo spicciolo”. (pg. 56)

In queste pagine Marta Marzotto racconta di aver conosciuto Renato Guttuso nel 1960 e di non averlo più rivisto “per i successivi sette anni” (pg 55) quando era incinta di Matteo. In tale circostanza il pittore le regalò un suo disegno riguardante la guerra in Viet Nam. Era destinato al PCI “ma Guttuso volle darmelo ugualmente”. Questa anteposizione di Marta al Partito era quindi inscritta nella loro storia fin dall’inizio, ma il destino non vorrà che si ripeta alla fine, quando, dopo la morte dell’artista, il PCI abbandonerà Marta nella sua battaglia per la verità sulla presunta conversione di Guttuso al cattolicesimo.

Di diverso tono e di minore intensità è il racconto relativo alla storia che Marta Marzotto ebbe con l’altro comunista di primo piano: Lucio Magri.

Lo definisce un errore, ma dev’essersene accorta tardi perché la storia, secondo quanto riferisce il libro stesso, durò dieci anni. Dal 1976 al 1986. “Ho trascinato le mie storie a lungo – scrive Marta – tutta la mia vita lo dimostra”.

In effetti durò a lungo anche la storia con suo marito Umberto dal quale divorziò dopo il 1987. “Dopo tanti anni si diventa complici: sempre vicini, nello stesso letto coniugale, fino all’ultimo giorno del nostro matrimonio”. (pg 48)

Marta Marzotto ha sempre sostenuto, anche nelle assemblee delle femministe, di aver avuto solo tre uomini nella vita e in questo libro li definisce con queste parole: Umberto l’amore, Renato l’incantatore e Lucio l’errore.

Lucio Magri viene descritto come un tombeur de femmes insaziabile e ingrato. Ingrato soprattutto con Luciana Castellina, suo vero grande amore, ma anche con la stessa Marta che costui abbandonò a se stessa quando era il momento della battaglia contro la falsa narrazione sulla conversione e morte di Guttuso. “Diceva di amarmi, ma la verità e che amava solo se stesso” (pg 155)

Fu il clima da compromesso storico (nonostante fosse già politicamente morto e sepolto) a far sì che passasse sulla stampa (e anche di fatto in tribunale) la versione propalata dal vescovo, poi cardinale, Fiorenzo Angelini secondo la quale il pittore in fase terminale per cancro ai polmoni si sarebbe convertito e avrebbe adottato il proprio giovane segretario Fabio Carapezza per farlo unico erede dei diritti artistici sulle sue opere.

In quelle circostanze, difronte al profilarsi di una battaglia pubblica sui diritti legali di colui che aveva disegnato lo stemma del PCI, una battaglia legale ma soprattutto mediatica che li avrebbe contrapposti al Vaticano e ad Andreotti (che della conversione si proclamava testimone) Nilde Iotti e Napolitano scelsero il silenzio. I comunisti abbandonarono il salotto e la famiglia Marzotto pure perché spaventata da giornali e giornalisti (pg 181). Ma ciò che il libro considera inaccettabile non riguarda tanto i diritti, quanto il fatto che quel grande amore, ispiratore di cotante opere d’arte, anziché glorificato, venne sputtanato.

La parte migliore di questa mia lettura ha riguardato le citazioni e le descrizioni dei quadri di Guttuso laddove Marta indica al lettore i volti e i corpi (quasi sempre il suo) ivi rappresentati. Tutto ciò che viene detto nel libro sarebbe documentato dalle lettere che il pittore le scriveva mentre creava. Lettere in parte scomparse, in parte inutilizzabili.

Ristabilire la verità è il vero motivo per cui ho scritto questo libro”. (pg 204) Se questo è vero diventa particolarmente suggestivo e giallistico il particolare relativo alla lettera misteriosa che Guttuso, prigioniero in fin di vita avrebbe scritta di nascosto a Marta per farle sapere del raggiro in atto. Una lettera che a lei non pervenne mai, ma che finì agli atti di un ennesimo processo. La storia è raccontata nelle pagine 202 – 204 e successive…

Buona lettura.

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14 luglio 2016 4 14 /07 /luglio /2016 23:55
LiMes di Giugno: Brexit e il patto delle anglospie

Gli scenari del dopo Brexit vengono esaminati dalla monografia di LiMes/Giugno 2016.

Bruno Rosa ci ricorda che il Leave ha un fondamento storico di un certo spessore. Richiama in proposito l’Anglicanesimo come distacco da Roma e la confisca dei beni ecclesiastici come precondizione per l’accumulazione originaria che permise la rivoluzione industriale; poi la costruzione dell’impero.

Ci ricorda anche che l’adesione del 1973 non è stata molto idealistica, ma alquanto strumentale: l’economia UK cadeva a pezzi e di fronte alla prospettiva di dover rivolgersi all’FMI col cappello in mano venne accettato l’ingresso (limitato) al mercato unico.

A suo giudizio la vera domanda da farsi per capire è: “da cosa stanno fuggendo gli inglesi” o meglio: è stata forse l’UE a cacciarli? E la risposta è che non è stato negato dagli inglesi il “sogno” europeo quanto piuttosto la sua realizzazione pratica.

L’UE è diventata un luogo di mediazione dove si recitano parti a soggetto non più credibili. Il latino spendaccione contrapposto al nordico virtuoso, lo smoke and mirror: grandi annunci al pubblico per fare esattamente il contrario ecc.

Le osservazioni di Rosa mi stimolano, lungo la sua linea di pensiero, le seguenti considerazioni.

Come reagire quindi? Se a questi ormai incorreggibili difetti si risponde con meno integrazione e rilancio degli stati nazione si tirerà a campare. Se invece si imbocca un cambio forte alternativo alla germanizzazione e al populismo, allora ci saranno maggiori margini per l’evoluzione del sogno europeo. Ad esempio? Decentralizzare la sovranità dello Stato (al contrario del suo rafforzamento per aver maggior forza contrattuale nella negoziazione dei margini di flessibilità) in due direzioni: verso l’alto e contemporaneamente verso il basso. Aggregare macroregioni transnazionali (Pirenei franco/spagnoli, Piemonte/Provenza, Alpe Adria ecc.) tralasciando l’illusoria prospettiva degli Stati Uniti d’Europa.

L’espressione Stati Uniti d’Europa è suggestiva perché rimanda agli USA, una esperienza istituzionale riuscita, ma non è applicabile alla nostra realtà continentale per via della storia che abbiamo. La storia ci divide, ogni metro dei nostri confini è il frutto di due millenni di aggregazioni e riaggregazioni spesso sanguinarie. I confini degli Stati nordamericani sono stati tracciati col righello, le vie di comunicazione sono state inventate scopiazzando dai nativi, ingannati e sterminati. Tutta un’altra storia.

Ora Brexit può cambiare le prospettive. Se ne occupa Germano Dottori nel suo articolo, ma con un approccio filo renziano: sfruttare Brexit per strappare maggiori margini ad UE. Tuttavia in questo articolo vi sono visioni interessanti. Per Dottori infatti l’Italia assume una nuova rilevanza soprattutto nel rapporto con gli Stati Uniti. “Gli americani – scrive Dottori – guarderanno a noi (Italiani) con rinnovato interesse per creare un contrappeso all’asse renano (Germania/Francia) di per sé poco allineato agli USA”. E così potremo essere in grado di “elaborare una relazione bilaterale con gli americani che soddisfi al massimo gli interessi reciproci.” (44)

In questa foga Dottori arriva ad auspicare (quasi) una presidenza Trump. Con Hillary infatti l’Italia godrebbe di minore libertà e la nostra “nota aspirazione alla distensione dei rapporti con la Russia” ne farebbe le spese.

In ogni caso però, ci ricorda più avanti Dario Fabbri, la pressione per le sanzioni antirusse calerà con l’uscita inglese e anche quella per l’approvazione del trattato di libero scambio transatlantico (TTIP).

Gian Paolo Caselli esamina invece i possibili mutamenti nei rapporti finanziari del dopo Brexit. Egli mette in evidenza come soprattutto con la Russia si aprano per quest’ultima opportunità geopolitiche prima inesistenti, ma anche problemi seri sul piano delle riserve valutarie. Al punto che per molti circoli russi “in caso di indebolimento economico UE i mercati europei potranno facilmente essere sostituiti da quelli asiatici, in particolare cinesi”. (63)

I testi proseguono quindi con analisi molto pessimistiche (tipo suicidio britannico) delle contraddizioni interne al Regno Unito (Scozia, City of London ecc.) fino a considerare addirittura pericolanti alcune pietre miliari come il Belfast Agreement del 1998. In esso, scrive Arianna Giovannini, si dà il diritto a chiunque “sia nato in Irlanda del Nord di scegliere liberamente se essere cittadino del Regno Unito, dell’Irlanda o di entrambi i paesi. Non è ancora chiaro se nel contesto post Brexit sarà possibile mantenere tale status, ma sembra improbabile che una persona possa essere al contempo cittadino Ue ed extra Ue”. (71) Inutile ricordare che ciò mette a rischio soluzioni a conflitti inter religiosi e intracomunitari molto pesanti, che si ritenevano ormai superati.

Infine si approda alla conclusione che la grande sconfitta è proprio la City perché crolla la competitività del distretto finanziario londinese col rischio di essere addirittura tagliata fuori dalla globalizzazione.

Direi che nel suo complesso questa prima analisi delle conseguenze del voto britannico tende verso un auspicio di rilancio europeista, verso una repubblica europea che superi gli stati nazionali.

E’ ovviamente una lettura stimolante e un intervento qualificato che si distingue nettamente dal clima nebbioso degli attuali commenti giornalistici.

Buona lettura.

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